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di Giulietto Chiesa
Le foto dei due bambini siriani morti annegati, Aylan, due anni, Ghalib, 5 anni, non solo hanno fatto il giro del mondo: sono state...

Migranti: la mafia e il

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di Giorgio Bongiovanni - 18 agosto 2015
Si suicidano generali "Giuda" come Hernan Ramirez Rurange, uno degli uomini interni alla cerchia di potere dell'e...

Libero Grassi e quella “prima pietra” nella lotta imprenditoriale contro Cosa nostra

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di Aaron Pettinari - 29 agosto 2015
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Omicidio Pablo Medina, pronta una cella per “Neneco”

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Antimafia Duemila riceve la tessera delle Agende Rosse

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Salvatore Borsellino: "Vorrei che Casa di Paolo fosse simbolo delle associazioni antimafia"
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Il simbolo di una comunione di ...

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    Mafia, corruzione, un sistema criminale integrato che si rafforza nel rapporto reciproco in nome degli affari e della gestione del potere. E’ questo l’inquietante scenario che si presenta dopo anni di inchieste ed indagini. In passato uomini coraggiosi, da Scaglione al prefetto dalla Chiesa, per citarne alcuni, con il loro lavoro avevano forse già intuito quello che successivamente Falcone ha chiamato “gioco grande”. Oggi, grazie all’impegno di altri magistrati, si inizia non solo a conoscere i nomi dei “collusi”, ma anche a capirne i ruoli, a scoprire patti e tornaconti, a comprendere la vera natura di questo rapporto.
    Di tutto ciò parliamo in questo numero, “Se fosse Stato”, dove si analizzano pezzi di storie apparentemente slegate tra loro ma che in realtà hanno un denominatore comune.  
    E’ quanto viene descritto nelle interviste ai pm Giuseppe Lombardo e Nino Di Matteo.
    Il processo trattativa Stato-mafia, le indagini ancora in corso, gli scandali di Mafia capitale, le inchieste sul fronte calabrese mettono in evidenza l’esistenza di un livello “altro”, fatto di figure “invisibili”, pronte a speculare sulla vita dei popoli per trarre il maggior profitto possibile. Nel mezzo poi ci sono tante verità mancate, dalle stragi alla morte di Attilio Manca. Eventi criminali figli di una convergenza di interessi tra poteri. A chi giova? Cosa c’è dietro? Sono alcune delle domande a cui si cerca di dare risposta nei vari approfondimenti.

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    SE FOSSE STATO

    editoriale
    Gli invisibili, i veri capi della mafia
    di Giorgio Bongiovanni


    le inchieste: la metamorfosi mafiosa
    Droga e appalti: nell’operazione Verbero gli affari di una Cosa nostra che non muore
    di Aaron Pettinari

    Roma, la vecchia faccia della nuova mafia
    di Pietro Orsatti

    Calogero Mannino, storia del “prequel” della “Trattativa”
    di Aaron Pettinari

    Massimo Ciancimino e l’attendibilità “parziale” ma “significativa”
    di Aaron Pettinari

    Ecoreati, a chi giova questa legge?
    di Francesca Mondin e Miriam Cuccu

    Attilio Manca: silenzi e omissioni che uccidono
    di Luciano Mirone


    i dossier: dietro le quinte
    Corsi e ricorsi storici
    di Giuseppe Lo Bianco

    Di Matteo: “La lotta alla mafia non è una priorità neanche per la magistratura”
    di Lorenzo Baldo

    ‘Ndrangheta, Cosa nostra e il sistema criminale integrato
    di Giorgio Bongiovanni

    Good morning America!
    di Anna Petrozzi

    Il “Doppio livello” e gli “ibridi connubi” evocati da Giovanni Falcone
    di Stefania Limiti

    Una storia che non vende
    di Anna Vinci

    Strage di Pizzolungo: prove di trattativa
    di Michela Gargiulo


    terzomillennio: uno sguardo sul mondo
    Le ragioni della Russia e l’economia ucraina
    di Giulietto Chiesa


    scuola: imparo l’alternativa
    Terre in rivolta: quando i sogni diventano realtà concrete
    di Sara Donatelli

    Se tre giorni cambiano la vita
    di AMDuemila

    Ai sognatori
    di Miriam Cuccu


    libri: leggo, so e penso
    Collusi
    di Nino Di Matteo e Salvo Palazzolo

    Oro bianco
    di Antonio Nicaso e Nicola Gratteri

    Lettera a un figlio su Mani pulite
    di Gherardo Colombo

    Sola con te in un futuro aprile
    di Margherita Asta e Michela Gargiulo

    Cento passi ancora
    di Salvo Vitale

    Attacco all'Ucraina
    di AA. VV.

    Diario
    di Letizia Battaglia

    Complici
    di Sandro Provvisionato e Stefania Limiti

    Sulle ginocchia
    di Franco La Torre

  • amduemila-n72Gli invisibili, i veri capi della mafia
    di Giorgio Bongiovanni
    Un pugno di uomini di Stato, cittadini, giornalisti, a un certo punto intuisce e comprende che le organizzazioni criminali di cui il nostro Paese può vantare la paternità...

    LEGGI TUTTO...


    ...basano la loro forza e potenza non solo sulla ricchezza economica, ma anche e soprattutto sulle alleanze di uomini collusi con le mafie stesse.
    Così, agli inizi degli anni Ottanta, prende il via la vera lotta a Cosa nostra con quello che passerà alla storia come il “pool antimafia” di cui facevano parte anche Falcone e Borsellino, ideato da Rocco Chinnici, portato avanti poi da Nino Caponnetto. Una sistematica opera di contrasto da parte delle istituzioni preposte, dopo le straordinarie intuizioni pagate con la vita da toghe coraggiose come Scaglione, Costa, Terranova, Scopelliti, Saetta, Ciaccio Montalto, e il prefetto dalla Chiesa. L’inversione di rotta ha inizio proprio con quei magistrati per i quali l’Italia, con imbarazzante ritardo dopo la tragica morte, si leverà il cappello per poi installarli su di un eterno piedistallo.
    Quando però questi magistrati erano ancora vivi (e contestati) si inizia, dicevamo, a cercare la mafia lì dove era diventata più potente: nella politica, con la quale faceva affari e accordi. Chi, in quegli anni, non sapeva infatti che i cugini Salvo, l’onorevole Salvo Lima, su su fino a Giulio Andreotti, facevano affari con Cosa nostra?
    Fino a quel momento, però, nessuno si era mai sognato di provare a smascherare, processare e addirittura condannare esponenti politici collusi con la mafia. Negli anni Novanta e Duemila, sono altri i magistrati che cambiano le regole del gioco sulla scia dei loro predecessori, avviando una serie di indagini in quella direzione. In prima linea la Procura di Palermo, guidata dopo le stragi da Gian Carlo Caselli, che comincia a trascinare alla sbarra il fior fiore della politica legata alla mafia.  
    Oggi, dopo vent’anni, si inizia non solo a conoscere i nomi dei “collusi”, ma anche a capirne i ruoli, a scoprire patti e tornaconti, a comprendere la vera natura del rapporto tra mafia e potere.
    Questo numero ne è una chiara sintesi. Inquietante, purtroppo, della situazione che oggi ci troviamo a vivere, che non è poi molto diversa da quella vissuta dall’inizio del secolo scorso fino agli anni Ottanta. Malgrado non esplodano più le bombe sotto le autostrade o vicino ai monumenti, malgrado non si senta più parlare di omicidi eccellenti, ci sentiamo in dovere di dire, seppur con amarezza, che la situazione sembra essersi addirittura volta al peggio.
    Quest’ultimo volume di AntimafiaDuemila contiene storie e analisi di redattori e collaboratori apparentemente diverse. In realtà, tutte seguono il medesimo filo conduttore. Non più il risultato di un’intuizione o di un presentimento, ma di fatti e circostanze messi in fila, frutto di indagini svolte dai magistrati impegnati contro le mafie. Quelli che hanno preso il timone di coloro che sono stati uccisi (Falcone e Borsellino, due nomi su tutti) seguendo le loro tracce sono arrivati all’essenza stessa delle organizzazioni criminali, ciò che, nonostante gli arresti e le confische, ancora permette loro di vivere e fortificarsi.
    Il fatto che la mafia è parte integrante degli altri poteri. Non un manipolo di uomini sanguinari che dichiara guerra alle istituzioni, o uno “stato nello Stato”, ma un’organizzazione ben più fluida e funzionale alle alte sfere del Paese, che della sua esistenza traggono vantaggio e giovamento, a prescindere dai partiti e dai governi che, uno dopo l’altro, si sono avvicendati nel corso di 150 anni di storia.
    Oggi quei magistrati l’hanno capito, seguendo le intuizioni che già si palesavano vent’anni prima, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, che in Italia vive e prospera quello che è stato definito “sistema criminale integrato”. A parlarne per primi i magistrati Roberto Scarpinato e Antonio Ingroia, al tempo procuratore aggiunto e sostituto procuratore di Palermo, con l’inchiesta chiamata proprio “Sistemi criminali”, poi archiviata. Hanno iniziato a percorrere questo cammino cercando di entrare nella stanza del potere per capire chi sono i mandanti esterni delle stragi che hanno ucciso i loro maestri. Da qui nasce il processo trattativa Stato-mafia e le relative indagini ancora in corso, ma anche altre inchieste sugli scandali di corruzione, la cosiddetta Mafia Capitale e quelle sulla penetrazione delle organizzazioni criminali dall’estremo Nord fino alla punta dello stivale. Sono tutte prove di quale faccia ha il vero potere in Italia, dove a comandare non è più la politica. Dietro le loro azioni si può spesso intuire l’esistenza di altri interessi e pressioni, che a volte sembrano arrivare a concretizzarsi in alcune leggi dalle forti criticità, come quella sugli ecoreati, appena approvata e oggetto di aspre polemiche. Senza dimenticare, poi, il panorama internazionale: la crisi ucraina è uno degli esempi più eclatanti dei meccanismi messi in atto per trascinare in guerra le nazioni “democratiche” attraverso una sistematica campagna di manipolazione dell’informazione.
    Dall’intervista al pm Nino Di Matteo si evince come la presenza delle organizzazioni criminali integrate non si fonda su teorie, ma su fatti e amare verità, così come si intuisce dalla morte del dottor Attilio Manca, divenuto da vivo troppo pericoloso per la latitanza di Provenzano (sempre più indizi provano che l’urologo operò il boss a Marsiglia) e fatto passare, da morto, per un “drogato suicida”. D’altronde, lo stesso Giovanni Falcone ci parlava di “ibridi connubi fra criminalità organizzata, centri di poteri extraistituzionali e settori devianti dello Stato”. Oggi la magistratura ha fatto ancora passi avanti, le indagini in corso sono mirate proprio a indagare su questo “filo invisibile”. Non si potrebbe spiegare, altrimenti, la condanna a morte di Nino Di Matteo, prima pronunciata dal capo di Cosa nostra Totò Riina, oggi in carcere, poi dal superlatitante Matteo Messina Denaro. Non sappiamo ancora per conto di chi, ma sappiamo che il pm di Palermo “si è spinto troppo oltre” (forse anche per il Csm, che a Di Matteo ha opposto una secca bocciatura per il posto alla Procura nazionale antimafia?) come se fosse giunto a pigiare dei tasti mai da nessuno finora sfiorati. Anche le indagini sul versante calabrese (portate avanti da alcuni pm come Giuseppe Lombardo e Nicola Gratteri) ci confermano, oltre alla straordinaria potenza della ‘Ndrangheta, oggi sovrana del traffico di cocaina nel mondo occidentale, che esiste un livello “altro”, superiore a quanto conosciuto, un sistema che porta le mafie direttamente nelle stanze dei bottoni grazie a uomini appartenenti a questa alta sfera. Sono i veri coordinatori, coloro che stabiliscono le strategie che interessano tutta la criminalità organizzata, e non solo. Sono invisibili, perché il loro status non è conosciuto all’interno delle organizzazioni criminali che conosciamo, personaggi riservati ai più ma tenuti in alta considerazione dai grandi boss, che da loro ricevono indicazioni quando il gioco inizia a farsi troppo grande. Questi meccanismi, però, hanno inizio ben prima delle bombe del ‘92 e ‘93, ben prima di “quella” trattativa oggetto del processo in corso a Palermo. Di questo patto dalle radici antiche, in cui la mafia è il braccio armato che consente al resto del sistema di raggiungere determinati obiettivi, ne è un tragico esempio la strage di Pizzolungo (nella quale furono uccisi Barbara Rizza con i due figli di sei anni, Giuseppe e Salvatore) tentativo non riuscito di eliminare un magistrato, Carlo Palermo, che si occupava di inchieste di mafia e del grande traffico di droga e armi nel quale era coinvolto il partito socialista e il governo Craxi.
    E però, malgrado sia parte integrante del potere, la mafia conserva anche e ancora i suoi caratteri peculiari, primo fra tutti la presenza sul locale, grazie al sistema del racket. Esemplare, in tal senso, la storia dell’imprenditore Lo Sicco, in una Palermo dove il controllo del territorio e degli affari, per i boss, è tutto. Una questione resa ancora più urgente dal capitolo beni confiscati, vera e propria spina nel fianco specialmente quando vengono destinati ad associazioni e cooperative che ridanno loro un nuovo scopo, lontano dall’immagine di potere tanto caro alle organizzazioni criminali.
    E’ grazie a questa molteplicità di aspetti che, citando le parole del defunto pentito Salvatore Cancemi, la mafia rinasce “come la gramigna”. Lo fa ormai da 150 anni. Lo farà fino a quando, (per dirla con la conclusione del libro “Collusi” scritto da Di Matteo e Palazzolo) il nostro Stato non se ne vorrà veramente e definitivamente liberare, fino a quando, cioè, non troverà il coraggio di guardarsi dentro.

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E' Palermo l'epicentro del fenomeno mafioso

di Giovanni Falcone

Entrando nel merito di questa tavola rotonda e anche per vivacizzare un po’ il dibattito, altrimenti sembra che stiamo recitando tutti lo stesso copione, vorrei pormi in una posizione un po’ diversa. In che senso. Da sempre, da quando mi occupo di problemi di mafia, mi è capitato di sentirmi dire che trattasi di un problema politico, che mafia è uguale politica, che la risoluzione del problema mafia comporta il coinvolgimento di tutto lo Stato e la società civile e che quindi polizia e magistratura non saranno mai in condizione di risolvere da sole questo annoso problema. Ora devo dire che, non che non sia almeno in buona parte vero questo ragionamento, ma è un ragionamento che da sempre ho ritenuto come totalmente improduttivo di effetti. Ragionamento che non porta in nessun posto e soprattutto può costituire, e molto spesso e per lunghi tempi ha costituito, un alibi per giustificare la totale inerzia di chi avrebbe dovuto e potuto agire. Cosa intendo dire. Io vorrei rovesciare un po' l'angolo visuale. Perché se è vero che la mafia è anche un problema economico e sociale vorrei che non si dimenticasse che è anzitutto un fatto criminale. Se no altrimenti, perché anche li bisogna stare attenti, corriamo il rischio di confondere due fenomeni tutt'affatto distinti. Uno è la mentalità, se vogliamo, mafiosa di larghi strati delle popolazioni meridionali, altra cosa è la mafia in quanto organizzazione criminale. E io mi rifiuto di credere che ci sia qualcuno che possa pensare che gli omicidi quando superano un certo numero diventano un fatto politico e cessano di essere un fatto criminale. Proprio in questa città si è reclamata a gran voce, giustamente, la scoperta degli autori degli omicidi eccellenti ma bisognerebbe non dimenticare mai che non sono soltanto questi autori che non sono stati scoperti, se non in parte, ma gli autori di centinaia e centinaia di altri omicidi. Guardate che nel periodo degli anni '81 - '83, nel periodo peggiore della seconda guerra di mafia, gli omicidi sono stati quasi un migliaio e di questi ben pochi sono stati scoperti. Ecco, allora, se è vero che la mafia è un anche fenomeno economico e sociale, o meglio, un fatto che influisce sull'economia e sulla società, se non si creano in Sicilia e nelle altre regioni inquinate dal crimine organizzato le precondizioni necessarie per lo sviluppo economico e sociale sarà assolutamente inutile parlare di lotta alla mafia. Anche perché se una cosa ci ha insegnato l'esperienza di questi anni, e credo che quelli che siamo seduti in questo tavolo li abbiamo vissuti forse più di altri in prima persona questi problemi, è stata quella di evitare generalizzazioni fuorvianti e cercare invece di ridefinire e rendere accettabile e comprensibile per i comuni mortali, come noi siamo, un fenomeno che è anch'esso un fenomeno umano e che è stato spesso in malafede enfatizzato a tal punto da diventare qualcosa di sovrumano per cui la mafia è diventata una sorta di maledizione divina da cui mai le popolazioni meridionali si libereranno. E tutto questo non è vero. Non solo tutto questo non è vero ma soprattutto comincia a diventare funzionale a certi interessi perché sta creando determinate sofferenze a livello internazionale, soprattutto comunitario, in cui certi fenomeni indubbiamente gravissimi vengono immediatamente sfruttati ed utilizzati in funzione anti-italiana. Chiunque sia stato all'estero nel periodo dell'omicidio dell'on. Lima potrà dirvi cosa c'era scritto in tutti quei giornali stranieri sull'Italia come patria di tutte le mafie. Questa sorta di identificazione assoluta e acritica nei confronti di un problema che è sicuramente grave ma che certamente non può esser tale da fare identificare l'Italia con queste organizzazioni criminali. Ecco quindi, e mi riallaccio a quello che diceva Giuseppe Ayala poc'anzi, che è un fenomeno nazionale. E' un fenomeno nazionale in questi termini, nazionali e sovranazionali. Ma senza dimenticare mai però, che appunto questa nazionalità del fenomeno, per gli interessi che disloca e per i problemi che crea non deve mai far dimenticare che l'epicentro del fenomeno purtroppo si trova in Sicilia e a Palermo in particolare, perché altrimenti si corre il rischio di parlare di mafia intendendo altre cose. Perché, e questa era un'ulteriore considerazione che desideravo fare, bisogna intenderci che cosa diciamo quando parliamo di mafia. Perché spesso mi è capitato di partecipare a discorsi in cui io e gli altri interlocutori parlavamo di mafia ma discutevamo in realtà di cose completamente diverse. Adesso è diventato di moda parlare di mafia russa, mafia turca, mafia giapponese, mafia cinese, mafia colombiana, e così tutto questo rischia di far diventare questi problemi come quella famosa notte in cui tutte le vacche sono nere. Il nostro problema è quello di riuscire a individuare la specificità di questi fenomeni e quindi di adottare le strategie conseguenti. Ecco, e mi riallaccio quindi alla prima domanda, ecco perché sono state create certe strutture. Perché il crimine organizzato non può essere affrontato in maniera disorganizzata. Si potrà discutere delle soluzioni in concreto adottate, ma un principio, credo, ormai dovrebbe essere saldamente ancorato nella coscienza di tutti. La nomia, l'individualismo sfrenato, l'arbitrarietà nelle scelte dei singoli organismi inquirenti non possono essere più consentiti perché rischiano di bloccare l'azione repressiva complessiva dello Stato e questi sono concetti così banalmente semplici che suscita veramente perplessità che ci sia voluto tanto tempo perché tutti quanti ce ne rendessimoconto. Ecco allora che è importante la creazione di strutture che consentano queste elaborazioni di questi fenomeni, delle notizie, di tutti i dati riguardanti queste organizzazioni perché solo così si potranno adottare le opportune strategie di contrasto. E ' falso ritenere che si possa lottare la mafia allo stesso modo della camorra o della 'ndrangheta o della miriade di altre organizzazioni criminose dedite al traffico di stupefacenti e che stanno invadendo il meridione d'Italia. Io certe volte guardo con sgomento alla totale disinformazione a livello generale che c'è su questi problemi che invece ci toccano tutti da vicino. Proprio stamattina ho letto un qualcosa che mi ha fatto rabbrividire e cioè che in Italia il vero problema della droga riguarda soltanto l'eroina e ciò proprio nel momento in cui sappiamo per certo che oltre un quarto della produzione di cocaina colombiana si sta riversando in Europa e che in questo business di proporzioni gigantesche indubbiamente la mafia siciliana avrà, e in parte ha di già, le sue sicure cointeressenze. Ecco, questi sono i fenomeni gravi, gravissimi con cui bisogna confrontarsi e tutto il resto sono chiacchiere. Sono i problemi concreti che vanno individuati e risolti in una strategia che deve essere differenziata ma allo stesso tempo guidata da un intelligente uso delle risorse e della distribuzione delle possibilità di intervento. Perché se aspettiamo sempre a dire che il problema è un altro, non è il coordinamento - l'Italia è un Paese in cui appena si cerca di affrontare un problema ci sarà sempre chi insorge per dire che il problema è sempre un altro e quindi non si fa mai un passo avanti -, se si continua a sbranarci fra di noi senza tenere conto che il nemico, io credo, è la mafia e non le istituzioni fra di loro, ecco credo che continueremo a non fare passi avanti. Io ricordo, e mi avvio rapidissimamente alla conclusione, che c'è stato quasi un desiderio insano di liquidare il maxiprocesso come, fra virgolette, un enorme buco nell'acqua. E' stato detto questo forse con una certa, troppa rapidità perché non si è tenuto conto che ancora c'era un giudizio di cassazione che, per fortuna o per capacità di chi ci ha lavorato, comunque ha reso irrevocabili quelle sentenze di condanna e non si è tenuto conto che si sono ottenuti dei risultati che fino a poco tempo prima venivano ritenuti assolutamente impensabili. Si è processata la mafia in quanto tale, l'organizzazione siciliana denominata Cosa Nostra, la più pericolosa esistente al mondo e spero che non ci sia qualcuno che pensi che io lo dica con orgoglio di siciliano, perché capita anche questo. Ecco, tutto questo significa, contro certo sfascismo di bassa lega, che sono stati effettuati notevoli passi. Si tratta ora di prodursi in uno sforzo ulteriore perché queste conoscenze e queste acquisizioni possano essere utilmente valorizzate in quella lotta contro il crimine organizzato che ormai è assolutamente improcrastinabile. Grazie.

Tavola rotonda dal titolo "Criminalità, giustizia" tenutasi a Palermo, in vista delle elezioni politiche, il 27 marzo del 1992.
Da archivio sonoro Radio Radicale Ca n° 104989. Trascrizione a cura di Monica Centofante.
La trascrizione è fedele al documento sonoro, con alcuni interventi a discrezione dell'operatore: 1) l'apposizione della punteggiatura; 2) l'inserimento di parole, comprese in parentesi quadre, per aiutare la comprenslità del testo; 3) la correzione delle deformazioni fonetiche dialettali.

Articolo pubblicato sul numero di ANTIMAFIAduemila ottobre 2000

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