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Una piazza di Palermo per Falcone. Jovanotti grida: vaffanculo mafia PDF Stampa E-mail

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di Saverio Lodato - 24 maggio 2008
Palermo. Il ministro Alfano al Tribunale di Palermo si schiera: dialogherò con i magistrati, cercherò il consenso di tutti.





Trovare parole nuove, mai dette, persino originali, sul sacrificio di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinari, Rocco Di Cillo, Vito Schifani, in occasione di ogni anniversario - e questo è il sedicesimo- è impresa improba. E ancora di più lo diventerà con il passare degli anni. Ormai è il tempo dei bilanci. E i bilanci dovrebbero ispirarsi proprio a quella celebre frase di Falcone (che forse aveva davvero previsto tutto): «È tempo di andare avanti, non più confidando sull’impegno straordinario di pochi ma con l’impegno ordinario di tutti». In quest’ottica, allora si vedrà che in questi sedici anni di tempo se ne è perso fin troppo. Era questa la sensazione diffusa ieri mattina a Palermo, nell’aula magna del Tribunale - folto pubblico di magistrati (fra gli altri Giovanni Puglisi, presidente del Tribunale, e Francesco Messineo, procuratore capo) e avvocati (rappresentati da Enrico Sanseverino) - dove si celebrava sì l’anniversario della strage di Capaci, ma c’era anche attesa per conoscere, dalla viva voce del neo ministro della giustizia, Angelino Alfano, quale sarà la strada che vorrà percorrere il nuovo governo in materia di lotta alla mafia.
Anticipiamo subito, con una metafora canora, che il ministro non ha «steccato». E di questo, i magistrati gli hanno dato atto. Il palazzo di giustizia di Palermo, per un ministro, è un po’ come il Regio di Parma per un tenore: se «stecca» ha chiuso. Se va bene, può iniziare la sua carriera.
Alfano ha detto di avere ben presente lo scenario descritto da Gian Carlo Caselli, neo procuratore capo di Torino. E Caselli aveva ricordato sinteticamente, con il consueto puntiglio, in che modo venne scempiato e reso inoffensivo il mitico «pool antimafia» ideato da Falcone e Borsellino sotto l’attenta supervisione di Caponnetto. Come finirono nel tritacarne mediatico i collaboratori di giustizia, Tommaso Buscetta in primis, quando osarono avventurarsi sullo sdrucciolevole terreno del rapporto mafia e politica. E riferito le parole di Giuseppe Guido Lo Schiavo, procuratore generale di Cassazione negli anni 50: «La mafia ha sempre rispettato la politica e la magistratura e ha affiancato le forze dell’ordine». Giusto per dire: da dove veniamo; come eravamo.
Dove andiamo, ha provato a sintetizzarlo Alfano rivendicando con orgoglio i suoi primi provvedimenti: «Otto articoli su trenta, nel pacchetto sicurezza, sono dedicati alla lotta alla mafia. Le misure di prevenzione, fondamentali perché colpiscono i patrimoni mafiosi, rientreranno tra i poteri della Superprocura che potrà applicare i magistrati presso le singole Procure antimafia per seguirne gli esiti. Passa ai prefetti la competenza di decidere sui beni confiscati per renderli subito fruibili e colmare l’insopportabile intervallo che finora c’è stato tra la confisca e l’effettivo riutilizzo del bene. La confisca sarà possibile dopo la morte del proprietario. Si blocca così la trafila dei prestanome».
E ancora: «Le misure di prevenzione patrimoniali si potranno applicare indipendentemente da quelle personali. È un sistema di regole di straordinaria efficacia e di immediato impatto. E operativo in poche ore». E con i magistrati «occorre dialogare, parlare, trovare, nella gamma delle soluzioni possibili, le scelte che incontrino il più ampio consenso». Lo sbarco dalla «nave della legalità» di mille giovani ha colorato di speranza la giornata. Capitanati dal procuratore antimafia Pietro Grasso e dalla sorella di Falcone, Maria, hanno partecipato nell’aula bunker a un incontro in cui il ministro dell’istruzione Gelmini ha annunciato di voler «rafforzare l’ora di educazione civica». Quando il corteo è arrivato sotto la casa di Giovanni Falcone, la sorella Maria ha notato che negli anni scorsi le finestre restavano chiuse, mentre ora «c’è persino chi scende». Caldo il saluto di Jovanotti, che ha ricordato l’attentato di Capaci, ha cantato «Cuore» e «Fango» e alla fine ha gridato «Vaffanculo ai mafiosi». Poi Maria Falcone annuncia: piazza Magione si chiamerà «Giovanni Falcone».



L'UNITA'



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    di Giorgio Bongiovanni

    E così Cosa Nostra sarebbe in ginocchio. Tra arresti più o meno eccellenti e confische dei beni questo governo annuncia che passerà alla storia come quello che ha definitivamente debellato la mafia siciliana. E potrebbe anche riuscirci, complici la disinformazione e la conseguente scarsa consapevolezza culturale delle italiche genti rispetto alla questione mafiosa.
    Per quanto riguarda l’ottimo risultato raggiunto sul piano militare è forse riuscito a passare in qualche trasmissione televisiva o su pochi quotidiani il dato incontrovertibile, e persino banale, che le operazioni sul territorio vengono condotte da magistrati e forze dell’ordine con immensi sacrifici e che quindi il merito sia loro e non del governo.
      
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