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Un eroe dei nostri tempi PDF Stampa E-mail

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di Marco Travaglio - 24 maggio 2008
Come alla nascita di ogni regime, anche stavolta si riscontra tutt’intorno ai nuovi padroni del vapore uno spaventoso affollamento di cortigiani, sicofanti, voltagabbana, ma soprattutto di reduci antemarcia.




Il reduce antemarcia è una figura tipicamente italiota, che a ogni cambio di governo resetta il proprio passato e s’inventa a tavolino una nuova biografia a immagine e somiglianza del nuovo potere. «Sire, io l’ho sempre pensata come lei, da prima che lei nascesse...». Quando da una parte c’era la sinistra e dall’altra il centro o la destra, era più semplice, anche perché in ogni albero genealogico c’è un nonno o uno zio che ha fatto la Resistenza (o dice di averla fatta) e un altro che ha fatto la marcia su Roma (o dice di averla fatta). Basta estrarre il nonno giusto al momento giusto. Ora che non si capisce bene dove finisca la maggioranza e dove cominci l’opposizione, per il reduce antemarcia il gioco si complica. Bisogna dimostrare di essere sempre stati sia di destra sia di sinistra, o almeno favore- voli al dialogo e all’inciucio. Impresa titanica, almeno per chi non è editorialista del Corriere o del Riformista. E per chi non si chiama Pierluigi Celli. Fino al 2001 fu direttore generale della Rai perché - lo disse lui stesso - «mi chiamò D’Alema». Ma non dispiaceva neppure a Berlusconi, che quando si tratta di Rai, essendo il padrone della concorrenza, ha sempre avuto voce in capitolo. Infatti Celli regalò Rai1 al superberlusconiano Saccà. Poi, nel febbraio 2001, alla vigilia dell’annunciata vittoria elettorale del Cavaliere, si trovò una nicchia sicura a Telefonica, la compagnia spagnola che controllava la Endemol, a sua volta guidata in Italia da Marco Bassetti, marito di Stefania Craxi, fornitrice di format alla Rai. Con quella mossa elegantissima, Celli lasciò la Rai in pasto agli epuratori. Oggi, con una biografia così, non gli servirebbe alcun riposizionamento. Ma l’altroieri racconta al Giornale berlusconiano la sua storia: «Mi sono dimesso da direttore generale proprio alla vigilia degli interventi di Marco Travaglio a Satyricon e di Michele Santoro, perché ero contrario. Sono convinto che una tv pubblica non deve essere di parte, ma deve mantenere il suo equilibrio. Il loro è stato, come dire, un errore di grammatica. Non si fa». Ecco: era contrario in cuor suo, ha sofferto in silenzio per anni, e solo ora ha deciso di uscire allo scoperto. In tempi non sospetti, direbbe qualche buontempone. Purtroppo, la sua versione dei fatti ha un problema
di consecutio temporum. Occhio alle date. Celli annuncia le dimissioni dalla Rai l’8 febbraio 2001. Il Satyricon di Daniele Luttazzi che ospita il sottoscritto per presentare L’odore dei soldi sulle origini e i misteri delle fortune di Berlusconi (scritto con Elio Veltri) è del 14 marzo: 5 settimane dopo. Le puntate di Raggio verde di Santoro sul caso Berlusconi-Dell’Utri sono quella del 16 marzo e quelle successive. Come poteva Celli essere contrario agli «errori di grammatica» di Luttazzi, Travaglio e Santoro un mese e mezzo prima che venissero commessi? Si dirà: erano già nell’aria a febbraio. Impossibile.
L’odore dei soldi esce in libreria a metà febbraio, una settimana dopo le dimissioni di Celli. E viene presentato nella saletta di Montecitorio a fine febbraio. Luttazzi legge una cronaca del Manifesto, legge il libro e mi invita a presentarlo a Satyricon per il 14 marzo. E Santoro? Si era per caso già occupato del caso Berlusconi, in quella campagna elettorale, prima del Satyricon sull’Odore dei soldi? Nossignori. Tant’è che ancora il 10 gennaio 2001 Celli si complimentava per la squadra di Santoro per il documentario Sciuscià sui ricconi in Costa Smeralda («Riteniamo di dover esprimere un riconoscimento pubblico, a nome dell’azienda tutta, al gruppo di sciuscià per la straordinaria qualità del reportage realizzato e per la professionalità»). Il 26 gennaio, due settimane prima delle dimissioni di Celli, Raggio verde si occupava della mucca pazza. Il 2 febbraio, sei giorni prima delle dimissioni di Celli, dell’abusivismo nella valle dei templi di Agrigento. Ora, può
darsi che noi non conosciamo la grammatica. Celli però non conosce il calendario. Ma è ancora giovane, si farà.

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  • Editoriale

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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

    Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri umani.


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    Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt.
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    Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi.
    Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo.
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