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Antimafia Duemila

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Home arrow Dossier arrow Giovanni Falcone arrow "Mafia, poteri extraistituzionali e Stato ostacolano la democrazia e ispirano crimini"
"Mafia, poteri extraistituzionali e Stato ostacolano la democrazia e ispirano crimini" PDF Stampa E-mail
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"Mafia, poteri extraistituzionali e Stato ostacolano la democrazia e ispirano crimini"
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Le obiezioni più ricorrenti sono ben note e, a mio parere, non convincenti. Si sostiene talora che lo Stato, attraverso le dichiarazioni dei “pentiti”, viene strumentalizzato da costoro per la consumazione di sottili vendette personali, ma si dimentica che uno degli specifici compiti statuali è quello di sostituire alla vendetta la giustizia, impedendo che i cittadini ricorrano alla violenza. Inoltre, il fatto che, per la prima volta, autorevoli membri di organizzazioni criminali, che hanno sempre ritenuto disonorevole il ricorso all’autorità statuale, abbiano deciso di affidare allo Stato, implicitamente riconoscendone l’autorità, l’appagamento della loro sete di vendetta, lungi dal far gridare allo scandalo, dovrebbe far ritenere positivo questo fenomeno quale chiara espressione del declinare della tradizionale omertà.
Anche il timore che il pentitismo possa costituire una pericolosa ed illusoria scorciatoia nella via dell’accertamento della verità è, a mio avviso, infondato. Non si nega che talora non sia stato esercitato il necessario, rigoroso vaglio critico sulle dichiarazioni dei pentiti, e che le stesse siano da considerare, per ovvi motivi, delle fonti di prova sospette. Ma non mi sento di condividere le affermazioni di chi ne afferma l’inutilità o addirittura la dannosità per le indagini. Se ciò fosse vero, si dovrebbe ritenere che nei Paesi – come, ad esempio, gli Stati Uniti d’America - in cui la legislazione premiale è in vigore da tempo, gli  organismi repressivi non siano particolarmente efficienti, mentre è vero esattamente il contrario. Il problema della efficienza non viene, dunque toccato dalla legislazione premiale, ma ci riconduce, ancora una volta alla professionalità di polizia e di magistratura, necessaria in tema di criminalità organizzata più che in altri settori. Ma l’argomento ci porterebbe troppo lontano ed i ristretti limiti temporali di un intervento non consentono di esaminarlo approfonditamente. Qui basterà ricordare che la dichiarazione del “pentito” è solo uno dei tanti mezzi a disposizione del magistrato inquirente, e che l’esito positivo di un’indagine giudiziaria dipende dall’uso sapiente dei mezzi più appropriati, per cui le ammissioni e le chiamate in correità debbono costituire orientativamente conferma di risultati probatori acquisiti aliunde o spunto per ulteriori indagini.
Altra obiezione ricorrente è quella che le dichiarazioni dei “pentiti” siano la causa dei maxiprocessi, le cui difficoltà di gestione sono ben note perché occorra discuterne. In proposito, deve registrarsi una curiosa trasposizione dei termini del problema, poiché viene attribuito a volontà dei giudici ed alle dichiarazioni dei “pentiti” quello che è solo l’effetto di una realtà mostruosa: e cioè di organizzazioni criminali che hanno in mano il controllo di estese fasce del territorio nazionale, che operano ormai in tutto il Paese, ed anche all’estero, e commettono una serie impressionante di crimini. E’chiaro che le giuste esigenze di celerità e il diritto della difesa sarebbero meglio assicurati da processi meno elefantiaci e con un minor numero di imputati; tuttavia, senza negare che talvolta tali esigenze avrebbero potuto essere meglio garantite, dovrebbe essere altrettanto evidente che, quando i fatti sono collegati da indissolubili nessi probatori, qualsiasi separazione di procedimenti non potrebbe che essere arbitraria, e sarebbe di sicuro nocumento per l’accertamento della verità. E ciò non senza considerare che, in sedi come, ad esempio, quella di Palermo, in cui la criminalità mafiosa è particolarmente violenta, certamente non sono uno o più maxiprocessi a determinare intralci alla giustizia ma la serie impressionante di gravissimi delitti che richiedono improbi accertamenti giudiziari e che, spesso, rimangono impuniti. Forse, non si è attentamente considerato che se, in ipotesi, anziché un solo processo con circa cinquecento imputati, fosse stato possibile instaurare una decina di processi con cinquanta imputati ciascuno, sarebbe stato necessario costituire dieci Corti di assise che operano contemporaneamente o, comunque, in tempi molto ravvicinati; con quali costi e quali problemi per la giustizia e per gli stessi difensori è fin troppo agevole prevedere. Né si è considerato che le centinaia di omicidi e di altri gravi crimini commessi a Palermo in pochissimi anni richiederebbero, per una sollecita e doverosamente approfondita istruttoria, un numero ed una qualità di inquirenti di gran lunga superiore allo sparuto drappello di magistrati che quotidianamente è costretto a confrontarsi con problemi, anche organizzativi, drammatici.
Questi sono i problemi che affliggono la giustizia penale nel settore della criminalità organizzata, e mi sembra veramente riduttivo e fuorviante attribuire le cause ai maxiprocessi e alle dichiarazioni dei “pentiti”, confondendo l’effetto per la causa. Certamente, non si intende dare copertura ed appoggio ad eventuali abusi ed esagerazioni che, in materia, possono essere stati commessi. Ma da ciò trarre le premesse per ostacolare  il fenomeno del pentitismo sarebbe un errore di portata storica. E’ necessario che si discuta approfonditamente sulle eventuali norme più idonee ad assicurare che le propalazioni dei “pentiti” vengano assunte nel rigoroso rispetto della legalità democratica e del diritto di difesa. E si accerti pure col maggiore scrupolo quali possono essere i benefici più opportuni a favore dei “pentiti”, non in contrasto col principio costituzionale della obbligatorietà dell’azione penale. Ma mi sembrerebbe assurdo che, in virtù di malintesi principi garantistici, si dovesse rinunziare allo strumento del pentitismo che, sia pure tra luci ed ombre, ha consentito finalmente una chiave di lettura dall’interno della criminalità organizzata, aprendo importanti brecce nel muro dell’omertà, finora ritenuto impenetrabile.
Di fronte a fenomeni delinquenziali tuttora in atto, non è certo l’inasprimento delle pene – illusorio, e quasi mai seguito dalla pratica giudiziaria - che consente la soluzione dei problemi, ma solo una saggia politica legislativa che sappia armonizzare il rispetto dei principi costituzionali in tema di pena e di uguaglianza con quello, irrinunciabile, della difesa sociale.

Intervento di Giovanni Falcone al Convegno La legislazione premiale. Convegno in ricordo di Pietro Nuvolone (Courmayeur, 10-20 aprile 1986), Milano 1987 (“Centro nazionale di prevenzione e difesa sociale. Convegni di studio “Enrico de Nicola”. Problemi attuali di diritto e procedura penale, 15”). Tratto da Interventi e proposte, Sansoni Editore, per gentile concessione della “Fondazione Giovanni e Francesca Falcone”.


Articolo pubblicato sul numero di ANTIMAFIAduemila novembre 2001



 
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