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Antimafia Duemila

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Falcone: l'inefficenza dello Stato ostacola la lotta alla mafia
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Le due questioni sono più interconnesse di quanto potrebbe sembrare a prima vista, poiché l’attuale intensificata pressione delle organizzazioni criminali sulle categorie degli imprenditori trova attendibile spiegazione non soltanto nella maggiore ferocia delle prime, ma anche nella necessità di reinvestimento di ingenti quantità di danaro di provenienza illecita. In altri termini, l’immissione del dirty money nei circuiti del mercato lecito passa anche attraverso l’utilizzo di imprese appartenenti ad onesti imprenditori; e ciò si realizza costringendo questi ultimi, non tanto a pagare il tradizionale “pizzo”, ma a soggiacere a richieste ben più penetranti, che non di rado si risolvono in una conduzione associata delle imprese con la drammatica prospettiva di una futura totale estromissione dell’imprenditore onesto.
Si comprende meglio allora il perché di tante uccisioni di imprenditori; un’ingerenza mafiosa nelle attività imprenditoriali ben più grave delle solite richieste di “pizzo”. Queste, infatti, normalmente provocano attentati e danneggiamenti di cose, ma ben di rado l’uccisione della vittima per non far venir meno una fonte di reddito. A scanso di equivoci, va ribadito che il tradizionale “pizzo” non solo è praticato su larga scala in molte regioni del nostro Paese, ma si va progressivamente estendendo a zone fino a pochi anni addietro ritenute indenni da fenomeni del genere; tuttavia, l’intensificata pressione sulle categorie imprenditoriali e il preoccupante aumento delle uccisioni di imprenditori trovano spiegazione, almeno in parte, in richieste estorsive di natura parzialmente diversa e più gravi rispetto a quelle tradizionali, finora ritenute equiparabili, in alcune parti del Paese, ai costi di produzione. Si dovrebbe evitare, poi, di cadere nell’errore di valutare allo stesso modo tutte le richieste di “pizzo”, accomunandole in un giudizio di non straordinaria pericolosità criminale.
Non c’è dubbio che alcune richieste di “pizzo” provengono da piccole organizzazioni criminali e sono dirette all’acquisizione dei mezzi finanziari per l’ingresso in attività illecite ben più lucrose; in questo caso si può concordare con il giudizio di non eccessiva pericolosità di tali manifestazioni di criminalità, che potrebbero essere non difficilmente contenibili. Il discorso cambia completamente, invece, quando si è  in presenza di grosse organizzazioni criminali che gestiscono un racket delle estorsioni di grandi dimensioni e che, in tal modo, riescono anche ad interferire in settori estesi del mercato legale. Il discorso è ancora più grave quando il cosiddetto pizzo è gestito da organizzazioni verticistiche ed unitarie, che controllano in maniera capillare estese zone del territorio. In quest’ultimo caso il pagamento del “pizzo” è il riconoscimento tangibile dell’autorità dell’organizzazione criminosa nel territorio e, in questo senso, costituisce una sorta di tassa a favore dell’organizzazione che lo controlla.
Così stando le cose, si può comprendere appieno il gravissimo disvalore, per un’organizzazione come Cosa nostra, di un atteggiamento come quelli di Libero Grassi, che non solo non aveva chinato la testa alle richieste estorsive, ma addirittura aveva collaborato all’individuazione degli “esattori” e si era pubblicamente vantato di ciò, incitando gli altri imprenditori a seguire il suo esempio. In breve, ciò significava un incitamento alla rivolta contro l’organizzazione mafiosa e doveva essere esemplarmente punito.
Solo se ci si rende conto di ciò si può comprendere allora l’altissimo rischio che comportano atteggiamenti coraggiosi come quelli di Libero Grassi e l’assurdità quindi di certe pretese istituzionali, se dirette soltanto a provocare generiche reazioni degli imprenditori senza collegamenti con strategie di contrasto da parte degli organismi di polizia. Grassi era ben consapevole dei rischi che correva e per ovviarli era favorevole ad una risposta collettiva delle associazioni di categoria, come ad esempio assicurazioni collettive (“così, anche se la mafia minaccia di dar fuoco al magazzino, si può rispondere picche. E subito dopo l’incendio ricominciare da capo”).
Credo che sia proprio questa la strada da seguire, e di ciò vanno convincendosi le forze politiche ed imprenditoriali, tanto che si tenta adesso una manovra legislativa che preveda, piuttosto che il ricorso a forme assicurative, la creazione di un fondo di solidarietà che incentivi la resistenza alle pretese estorsive. Sarebbe necessario, inoltre, affidare, mediante una opportuna estensione del segreto professionale, alle associazioni di categoria la gestione delle notizie riguardanti le estorsioni ai singoli imprenditori, così evitando che gli stessi possano essere costretti a  correre i rischi derivanti dalle denunce e consentendo, però, agli organismi di polizia di poter venire a conoscenza di quei dati sulle estorsioni indispensabili per una efficiente opera di prevenzione e repressione.
Se questi sono soltanto accenni a tematiche che richiedono un ben diverso approfondimento, si deve, però, osservare che al centro di qualsiasi manovra antiracket deve esservi un intervento coordinato ed efficace delle associazioni di categoria e degli organismi di polizia, e non un mero ed inutile appello alla “resistenza civile” degli imprenditori senza un contemporaneo ed effettivo impegno delle istituzioni.
Se poi si passa ai probelmi del riciclaggio ci si rende conto che la situazione è non meno grave di quella del racket delle estorsioni. I media hanno riferito recentemente che, secondo il presidente della Unioncamere, l’economia criminale ha raggiunto in Italia il livello del 12% del prodotto interno lordo; in pratica, una lira su otto proverrebbe in Italia da fonte illecita e il provento delle attività illecite sarebbe superiore a quello dell’Iri e della Fiat messe insieme. Ovviamente, non tutto è riferibile ad attività di pertinenza della criminalità organizzata, ma ciò, a mio avviso, rende la situazione ancora più inquietante, poiché significa che la criminalità organizzata è inserita in un sistema di illegalità diffusa. L’autorevolezza della sede da cui provengono questi dati dovrebbe far comprendere l’urgenza di intervenire. Certamente non ci si illude che in poco tempo le strutture istituzionali saranno in grado di funzionare efficacemente in questo settore, ma occorre ribadire che l’azione repressiva è assolutamente necessaria.

 
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