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Anniversario Falcone: stragi del ’93 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Anniversario Falcone: stragi del ’93
Pagina 2

Beh, la sua è una risposta molto interessante.
Se da una parte Riina si reputa innocente per le stragi del ’93, quando esordisce quella specie di proclama nel quale si autodefinisce “il parafulmine d’Italia” e indica lui stesso spunti di indagine come il castello Utveggio…. Sembra abbastanza evidente che ci vuole dare dei messaggi, delle indicazioni. Giusto?

Non sono io a dovermi fare portavoce della parte, non ho questo mandato. Certamente per la difesa del Riina che io ho interpretato processualmente fino alla Cassazione e anche nella fase successiva dell’Olimpico dobbiamo intendere quelle dichiarazioni aprendo, sulle vicende del ’93, una pagina diversa sotto un duplice profilo: uno contestuale e uno diacronico.
Rispetto al primo, se prendiamo in esame le deposizioni di Brusca e anche quella del capitano De Donno in buona sostanza ben più importante rispetto a quella del generale Mori emergono elementi che vale la pena sottolineare.
Quando De Donno riferì del colloquio con Vito Ciancimino disse testualmente che questi, dialogando sulla causale della stragi del ’92, gli spiegò: “Avete tolto le ruote alla macchina, la macchina deve girare. O le indagini su Tangentopoli finiscono o le stragi non finiranno”.
Da un punto di vista diacronico invece, a mio modesto avviso, significa accorgersi che fino a quel punto, siamo nel 1992, appena dopo il crollo del muro di Berlino, l’Italia era un paese a democrazia bloccata. Si hanno accenni a questi collegamenti nel libro e nel film Romanzo Criminale e in un film che vidi una notte e poi non ne seppi più nulla, si intitolava Uno a me, uno a te, uno a Raffaele nel quale si tracciava un collegamento tra gli attentati e le opere d’arte.
Cosa intendo dire con questo? Che se si legge la storia anche in senso diacronico si constata che le bombe del ’93 sono ad oggi interpretate ufficialmente a matrice ridotta rispetto a quelle precedenti, pur recando chiari segni, anzi, di un ampliamento della prospettiva politica.

Vuol dire che Cosa Nostra si è limitata ad agire come manovalanza?
Io in aula ho sostenuto che vi sono prove non seriamente discutibili sul trasporto dell’esplosivo (per stessa ammissione dei pentiti che si sono autoaccusati), mentre sono molto molto discutibili quelle relative l’aspetto organizzativo per non parlare di quello ideativo. Cioè, sulle fasi superiori non vi è alcun elemento in grado di stabilire al di là di ogni ragionevole dubbio come si siano svolti i fatti.
Sono davvero troppi gli elementi che a mio avviso non sono stati scandagliati a dovere e che lasciano aperti molti interrogativi.
Partiamo da Antonio Scarano il quale sostiene che faceva “da tassinaro” che cioè accompagnava gli altri per Roma e che si incaricò di trovare il magazzino in cui depositare l’esplosivo. Questa persona, proprio nei giorni delle stragi, era intercettata dai carabinieri. Io ho sempre chiesto perché non sia mai stata fatta una consulenza sulle intercettazioni di Scarano. Poniamo per mera supposizione, solo una supposizione sia chiaro e ci tengo a sottolinearlo, che un consulente scopra che quelle intercettazioni siano state manipolate o tagliate espressamente ove si parlasse di stragi, magari anche indirettamente, beh sarebbe un enorme passo avanti.
C’è poi tutta la questione del cellulare clonato di Giovanni Brusca per cui non ci fu verso di ottenere dati precisi che ci furono sempre riferiti dal dottor Gratteri dello Sco, così come le famose intercettazioni tra La Barbera e Gioè di via Ughetti.
Un altro aspetto oscuro è la storia di Corsi Giuseppe, un impiegato della società di Roma di cui fu presa la macchina, la fiat uno, per compiere l’attentato ai danni di Maurizio Costanzo. Questa società aveva il nulla osta sicurezza e lavorava con il Sismi. Questo Corsi sparisce da casa (noi veniamo a conoscenza di questo fatto e apriamo l’ istruttoria sul punto) la famiglia, temendo per la sua vita, denuncia questa scomparsa e informa gli inquirenti della sua collaborazione con i servizi segreti. Viene poi ritrovato e tratto in arresto poiché aveva della droga in macchina. Come stiano realmente le cose non si sa, ma sappiamo che l’auto della bomba in via Fauro era una macchina dei servizi segreti.

Sia lei, sia l’avvocato Pepi avete spesso fatto riferimento al coinvolgimento di servizi segreti deviati, dei poteri forti e della massoneria, quali indizi vi hanno spinto in questa direzione?

Ci siamo addentrati ad esplorare questi altri ambiti perché subito ci è apparso evidente che le stragi del ’93 erano di matrice così raffinata da non poter provenire da soggetti avvezzi ad un crimine comune e non di tipo eversivo. Vi sono concreti elementi in tal senso, ma forse i tempi non sono maturi, per una verità completa. Forese questa nostra Italietta, per dirla con Moretti, non è pronta per guardarsi allo specchio.

Vale a dire che Cosa Nostra, secondo lei, è rientrata in un progetto destabilizzante con finalità molto più ampie?

Non possiamo trascurare un dato storico, per cui ormai sappiamo che le organizzazioni criminali venivano usate dalla Cia per il compimento di operazioni illegali che servivano al contrasto al c.d. “partito arancione”. Ancora oggi noi non sappiamo bene come sia andata veramente a Portella della Ginestra, ad esempio.
Siccome l’attentato così come il modo di far politica, è quello tipico in Italia dagli anni Cinquanta in avanti allora avrei voluto che  si provasse ad introdurre una similitudine operativa tra l’attentato del luglio ‘93 quando ad essere colpite furono le due chiese di Roma e il padiglione d’arte contemporanea a Milano (sulla scelta degli obiettivi si dovrebbe poi discutere a lungo) e quella che si delineò per la strage di Piazza Fontana. Ad oggi nessuno ha inteso rispondere: ma la questione rimane.
Le faccio un altro esempio: si fa oggi un gran parlare della figura di Gardini, morto in circostanze tragiche il 23 luglio del 93. La difesa del Riina all’epoca provò a dire:  guardate che una causale di attentato in quel di Milano, visto quello che dice De Donno sulle indagini di Tangentopoli, potrebbe rinvenirsi ragionevolmente nella questione degli interrogatori di Carlo Sama e Giuseppe Garofano, stretti collaboratori di Gardini che proprio in quei giorni ricostruivano quella che poi venne chiamata la madre di tutte le tangenti: la vicenda Enimont. Non vi è mai stata letteralmente risposta.

Allora, in quale senso, secondo lei, Riina dice di essere stato venduto?
Mah, se lui lo dice ha sicuramente un’idea chiara su come ha perso la sua libertà.
Anche qui, si comprende come il taglio diacronico non sia stato scandagliato, forse c’era urgenza di dare una risposta al paese questo io lo capisco, però così non è stato valutato un altro dato importante: fatti del genere smuovono interessi molto grossi. Se poco poco entriamo nella questione Ciancimino, quell’esempio delle “ruote della macchina”, che egli avrebbe fatto al Cap.  De Donno, quando questi si recò da lui a trattare l’arresto di Riina, sono questioni enormi.
Allora quello che noi chiamiamo oggi Stato, nel quale solitamente si inseriscono lo stato e l’antistato i deviati e i regolari, non è fatto di gente. Il testo primo che bisogna scegliere è un Kafka. Nel senso che proprio questa attenzione alla procedura, alle cose fatte in un certo modo, anche quando si tratta di fatti così eclatanti.
Dove porta questo discorso, mi dirà lei?
Porta che esplodono le bombe del ‘92, un evento enorme e come si reagisce? Come quando si doveva fermare il bandito Giuliano dopo la strage di Portella della Ginestra.
Per questo io in aula ho detto: “il colonnello Mori ha cantato e portato la croce”, intendendo con ciò dire che l’Arma dei Carabinieri fino a quegli anni avesse avuto un ruolo particolare. Cioè come dire: qui c’è materiale radioattivo ci mandiamo i carabinieri fedeli e affidabili e gli diamo un mandato che loro usano, usi a obbedir tacendo.



 
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