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Antimafia Duemila

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Jul 05th
Home arrow La Rivista arrow Editoriali arrow Rassegna stampa n°14
Rassegna stampa n°14 PDF Stampa E-mail


PUTIN SI CONGRATULA CON BERLUSCONI
19 maggio 2001


Roma. Il portavoce del ministero degli esteri della Russia Aleksandr Iakovienko a nome di Putin si congratula con il leader del polo delle libertà Silvio Berlusconi  per il risultato elettorale dello scorso 13 maggio ed afferma << Mosca rispetta  pienamente la scelta democratica  del popolo italiano>>. Le relazioni tra il presidente di Forza Italia e il Cremlino sono state ottime infatti, nel 1994, Silvio Berlusconi, a quel tempo presidente del consiglio, firmò a Mosca un tratto  bilaterale di amicizia e cooperazione. Un trattato, questo, che permise agli imprenditori italiani di entrare nel mercato russo. Dopo il crash finanziario dell’agosto del 1998, oggi l’interscambio tra Russia  e Italia ammonta a 55 miliardi di dollari all’anno. Putin, un liberista convinto, è ben lieto di poter dialogare con il futuro presidente del consiglio italiano e l’anticomunismo di Berlusconi non è affatto un problema. Ma.c.


PENTITI SI ACCORDANO IN TRIBUNALE
22 maggio 2001

Palermo. Il mancato rispetto del regolamento che fissa le modalità della testimonianza in video conferenza dei collaboratori di giustizia ha riaperto il dibattito sull’attendibilità dei pentiti. Il collaboratore di giustizia Giuseppe Arena, nel corso di un processo contro una cosca mafiosa di Palermo che taglieggiava  i commercianti, ha modificato la precedente deposizione e si è lasciato sfuggire un riferimento alle tesi poco prima esposte da Marcello Fava, un collaboratore di giustizia che deponeva dalla stessa sede. Secondo il regolamento Arena non poteva aver ascoltato Fava. Il processo è stato sospeso. La Procura ha annunciato un’indagine. L’avvocato Fragalà chiede che si faccia chiarezza, vuole <<nomi e cognomi di quanti inquinano i processi e alterano la verità con l’utilizzazione strumentale dei pentiti>>. A.P.


INDAGINI CRISTALLINE  SULLA STRAGE DI VIA D’AMELIO
25 maggio 2001


Caltanissetta. Il vicequestore Gioacchino Genchi, al processo d’Appello bis per la strage di via D’Amelio, ha sostenuto che le indagini sarebbero state “anomale” e “frenate”. Il  funzionario ha poi parlato dell’arresto affrettato di Pietro Scotto e della procura nissena che si sarebbe “chiusa a riccio”  dopo che erano emersi contatti fra i boss e apparati dei servizi segreti. Secondo il vicequestore la bomba fu fatta esplodere dai killer di Cosa Nostra dal castello Utveggio, un luogo, questo, dove vi era un gruppo del Sisde. Il procuratore aggiunto a Palermo Annamaria Palma, che per anni ha lavorato nel pool di indagine sulle stragi a Caltanissetta, ha replicato a Genchi <<queste affermazioni sono gravissime perché provengono da un funzionario di polizia. Genchi ha svolto solo una perizia regolarmente retribuita, e conclusa nel febbraio del ‘93. Poi non si è occupato di stragi. Le sue sono gravi affermazioni che insinuano il sospetto di una dolosa omissione nelle indagini della Procura nissena, al limite della calunnia. Lui non poteva sapere del fermo di Scotto perché avvenne nel maggio del ‘93. Per quanto riguarda il pulsante del telecomando schiacciato al castello Utveggio vi sono le dichiarazioni di diversi collaboratori che affermano il contrario e sono state riscontrate. Biondino ad una riunione di Cosa Nostra disse: “ i ragazzi che erano là hanno  rischiato di rimanere schiacciati da un muro”. Per quanto riguarda la telefonata di Scotto al Cerisdi è vera, ma è stata fatta nel gennaio del ’92, quando la strage non era ancora stata ideata. E ancora. I telefoni clonati. Il collaborante Ferrante lo smentisce e noi abbiamo accertato che quelli  usati erano tutti intestati a mafiosi. Le dichiarazioni su presunti contatti tra boss e servizi segreti? Genchi non conosce le indagini che abbiamo portato avanti e ancora proseguono sui mandanti esterni. Poi mi meraviglio come un teste possa esprimere in un dibattimento opinioni  e non invece riferire fatti”>>.
Maria Loi


STRAGI DEL ‘93
27 maggio  2001


Firenze. Il 26 maggio scorso, nel corso di un suo intervento nel Salone dei Cinquecento, ricordando la strage di via de’ Georgofili il sindaco di Firenze Leonardo Domenici ha sottolineato che <<grazie al lavoro di poliziotti, carabinieri e magistrati sappiamo chi ha messo la bomba e quali sono stati i mandanti diretti della strage dei Georgofili. Come ci ha ricordato Piero Luigi Vigna per primo, ci sono i mandanti dal volto nascosto che stanno sullo sfondo di questa come di altre stragi. Personaggi  che fino ad ora non sono venuti  alla luce. C’è un qualcosa che deve essere  illuminato>>. Il sindaco, rivolgendosi ai numerosi studenti presenti in sala, ha poi aggiunto: <<Nel nostro paese c’è stata una linea rossa, rossa di sangue, che ha segnato la storia recente. Una linea fatta di bombe nelle piazze, sui treni, nel cuore di città come la nostra. Ricordare questi attentati, ricordare la strage dei Georgofili, vuol dire pensare a qualcosa di più grande. Vuol dire sapere che nel nostro paese, in alcuni momenti difficili della nostra storia politica e istituzionale, c’è stato chi ha pensato di usare le bombe per condizionare la vita civile e democratica del nostro paese. E’ come se avessimo una di quelle malattie che stanno lì e ogni tanto si risvegliano e si riattivano. Siamo riuniti oggi non solo per ricordare Dario Capolicchio, Angela Fiume, Caterina, Fabrizio e Nadia Nencioni, ma per dire che non bisogna abbassare la guardia. Dobbiamo avere la coscienza e la consapevolezza che la forza della nostra democrazia è riuscita a respingere i tentativi stragisti. Noi siamo qui per discutere ma anche per trasmettere a tutti voi il senso e la coscienza  di quanto è accaduto>>. E’ poi intervenuta Giovanna Chelli, portavoce dell’associazione vittime di via dei Georgofili (sua figlia rimase ferita nell’attentato dove morì il fidanzato di quest’ultima) che ha dichiarato: <<Sappiamo, anche per logica deduzione che devono esserci delle indagini in corso da tempo sui mandanti esterni a Cosa Nostra e il fatto che ancora non si sia arrivati a nulla ci mette in forte apprensione>>.  Il legale di parte civile per il Comune di Firenze Danilo Ammannato ha reso noti alcuni passaggi delle motivazioni della sentenza della Corte  d’Assise d’Appello contro gli esecutori e i mandanti delle stragi del ’93. <<Nella motivazione della sentenza - ha detto Ammannato- la Corte definisce esecutori e mandanti delle stragi personaggi rozzi e incolti, veri e propri tagliagola di medievale memoria, e Toto Riina uomo di basso quoziente di intelligenza. E se c’è ampia prova che gli attentati furono eseguiti da loro, è del tutto evidente che obiettivi così raffinati, come l’Accademia dei Georgofili e San Giovanni al Velabro a Roma, possono soltanto essere stati suggeriti dall’esterno>>. 
Lorenzo Baldo


INTIMIDAZIONE A MICHELE GERACI
27 maggio 2001


Caccamo. Il giorno dell’anniversario della strage di Capaci è stata fatta trovare una  corona di  fiori davanti alla sede Uil intitolata a Domenico Geraci, barbaramente ucciso nell’ottobre 1998.  Un messaggio chiaro arrivato  proprio mentre circolava la voce di una eventuale candidatura  di Michele Geraci alle politiche regionali tra le fila del centrosinistra. Le liste dei candidati sono state presentate il 25 maggio scorso mentre la corona di fiori è stata trovata davanti alla sede del sindacato due giorni prima. Michele Geraci ha così rinunciato. Il fratello Domenico, sindacalista, aveva deciso tre anni fa di concorrere alla carica di Sindaco di Caccamo ma fu ucciso dalla mafia. Anche a lui, prima di essere ucciso, recapitarono una corona di fiori. Domenico Geraci, che denunciava  le collusioni fra le istituzioni e la mafia di Caccamo, aveva dimostrato coraggio  e pochi mesi prima dell’agguato, in un convegno antimafia organizzato dall’Ulivo, ad un amico aveva detto <<Mia moglie piange perché non voleva che venissi  qui. Mio padre  mi ha scongiurato di non esserci. Ma per me è importante essere qui>>. 
Anna Petrozzi


L’AGGUATO A DALLA CHIESA RICOSTRUITO AL COMPUTER
1 giugno 2001


Palermo. L’agguato del 3 settembre del 1982  in via Isidoro Carini, in cui vennero uccisi Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo, è stato ricostruito al computer dai tecnici dell’Unità di analisi del crimine violento della Polizia scientifica. La ricostruzione verrà depositata dalla Procura agli atti del processo in corso in Corte d’Assise nei confronti di quattro degli esecutori materiali dell’eccidio. Alla sbarra di fronte ai giudici  della Corte d’Assise, come esecutori materiali, oltre ad Anzelmo e Calogero Ganci ci sono ora Antonio Madonia, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo e Raffaele Ganci. M.C.


RICICLATI DECINE DI MILIARDI IN SVIZZERA
2 giugno 2001


Milano. Dalla Sicilia al Canton Ticino un flusso di miliardi da “ripulire” guidato da persone insospettabili. Al vertice dell’organizzazione Emilio Perego, commercialista milanese, che aveva ingaggiato una squadra di persone le quali trasportavano in Svizzera sacchi di miliardi di lire percorrendo in auto, ed alcune volte anche a piedi, i passaggi montani nelle provincie di Varese e Como. A Mendrisio, Vincenzo Montini contattava cambisti e uomini d’affari svizzeri per piazzare i capitali. Una volta avvenuto il riciclaggio i soldi ripuliti in dollari ritornavano alla famiglia di Cosa Nostra del trapanese di Paolo Rabito, che insieme al fratello Leonardo e al figlio Maurizio si occupavano di trasferirli in Sicilia. Il collaboratore di giustizia Balduccio Di Maggio ha indicato il boss trapanese Paolo Rabito come uno dei testimoni del presunto colloquio tra il senatore a vita Giulio Andreotti e Totò Riina. Nel 1994 Rabito è stato condannato con il rito abbreviato a cinque anni e quattro mesi per associazione mafiosa. Il pm afferma che il boss trapanese è stato l’autista dell’esattore Ignazio Salvo, come lui legato alla cosca mafiosa di Salemi; che avrebbe aperto il cancello della casa dell’esattore all’arrivo della Golf guidata da Di Maggio con a bordo Riina; che avrebbe poi accompagnato il boss nella sala in cui lo attendevano Salvo Lima e Andreotti.. Il tribunale, come si ricorderà, assolvendo Andreotti non ha creduto al racconto di Di Maggio. Tornando al riciclaggio specifichiamo che la banda milanese percepiva una commissione tra il 3 e il 7 per cento. La Squadra Mobile, con un blitz ha stroncato questo traffico che avrebbe fruttato decine di miliardi di lire. Un giro, questo, iniziato nell’estate del ’99 e dalle intercettazioni recentemente effettuate dalla polizia milanese risulta che nel corso di 50 giorni l’organizzazione ha cambiato 4 miliardi di lire. Il pm Ilda Boccassini ha firmato sette ordini di custodia per riciclaggio aggravato.
Lorenzo Baldo


ARRESTATO IL NEO DEPUTATO DI FORZA ITALIA FRIGERIO
2 giugno 2001


Milano. Gianstefano Frigerio, neo-eletto deputato di Forza Italia con tre condanne passate in giudicato, (concussione, corruzione, ricettazione e finanziamento illecito ai partiti per un totale di 6 anni e 5 mesi di reclusione ), è stato arrestato su richiesta della Procura generale di Milano. Gli avvocati difensori del politico hanno inoltrato una domanda  al Tribunale per l’affidamento  ai servizi sociali, domanda che è stata respinta in quanto la somma delle condanne inflitte a Frigerio è superiore al tetto massimo consentito per l’ottenimento del beneficio. L’arresto dell’onorevole, nonstante la Carta Costituzionale preveda la <<necessaria l’autorizzazione delle Camere>> è stata possibile grazie all’art. 68 della Costituzione che in merito all’impossibilità di arrestare un deputato recita: <<salvo che si tratti dell’esecuzione di una sentenza definitiva o di un arresto in flagranza di reato>>. M.T.


L’EX DIRIGENTE DIA CONFERMA  ACCORDI MAFIA E POLITICA
2 giugno 2001


Reggio Calabria. Il primo giugno scorso, nel processo contro i presunti appartenenti al “comitato d’affari” scaturito dal filone  principale dell’inchiesta sulla Tangentopoli reggina, presso il Tribunale di Reggio Calabria (Giuliana Campagna presidente, Melidona e Grieco a latere) è stato interrogato dal pm Francesco Mollace il colonnello Antonio Pellegrini. L’ex capo del centro operativo della Dia, sollecitato dalle domande del magistrato, ha parlato dei primi contatti tra mafia-imprenditrice e politica in città, dei contatti tra personaggi come Lodovico Ligato e Giorgio De Stefano. L’alto funzionario della Dia ha sostenuto che durante il dominio della famiglia De Stefano gli imprenditori tenevano determinati comportamenti cambiarono in seguito alla vittoria dello schieramento di Pasquale Condello. L’evoluzione della guerra di mafia, secondo Pellegrini, è stata in linea con l’evoluzione nei rapporti tra mafia e imprenditoria con i De Stefano, soppiantati dallo schieramento Serraino-Condello-Rosimini e Araniti. Ma.C.


SIINO DEPONE SULL’OMICIDIO DI FRANCESE
5 giugno 2001


Palermo. Nel corso del processo in Corte d’Assise a Bernardo Provenzano il collaboratore di giustizia Angelo Siino, nella deposizione sull’omicidio del cronista Mario Francese del Giornale di Sicilia, ha dichiarato: <<Francese aveva compreso che  i tre pastori, accusati del delitto dell’ufficale dell’Arma, erano soltanto capri espiatori e che Russo era stato eliminato per le sue  inchieste>>. Il “ministro dei Lavori pubblici” di Cosa Nostra, ha poi aggiunto, che gli articoli  di Francese sulla diga Garcia davano molto fastidio: <<Bontade  mi raccontò che attraverso  il boss della Kalsa Tommaso Spadaro, si tentò  di parlare con Francese per convincerlo a non occuparsene più, ma non ci fu nulla da fare. Bontade mi disse che Mario Francese era dedito al ricatto ma io sono certo che era una falsità, perché del giornalista sapevo che era un uomo integro e conosco bene la pratica mafiosa di diffamare con ogni mezzo i nemici di Cosa Nostra>>. Il processo  proseguirà il prossimo 9 luglio. A.P.


TRAFFICO DI DROGA PATTO TRA ORGANIZZAZIONI CRIMINALI
5 giugno 2001


Cosenza. Un mercato europeo della droga gestito da Camorra, Sacra Corona Unita e ‘Ndrangheta. Negli seconda metà degli anni Novanta grosse quantità di eroina, cocaina, ed ecstasy sarebbero state messe in circolazione in numerose città d’Italia da una probabile rete di spacciatori e narcotrafficanti che su aerei privati, navi, treni e autovetture trasportavano grossi carichi di stupefacenti. La presunta organizzazione di narcos operava a Vietri sul Mare, Sala Consilina, Atena Lucana, Milano, Torino, Scalea, Peschiera sul Garda, Petilia, Padula, Desenzano sul Garda. Al centro dell’inchiesta una serie di personaggi: lo sloveno Tomaz Iansa, i croati Robert Milat e Dominique Goluza, gli albanesi Nikolin Palushi Leonard, il rumeno Nicolae Olaru e il colombiano Eduardo Garcia Morales. Nello scorso settembre, dopo una inchiesta condotta dalla Dda di Salerno, furono arrestati Morales e Nicolae Olaru mentre per tutti gli altri è scattato il mandato di cattura internazionale. L’inchiesta ha avuto dei grossi sviluppi  grazie alle confessioni  rese dai collaboratori di giustizia  Vito Gallo, Roberto Laino e Demetrio Casella, tutti campani.  Il gup di Salerno ha accolto le richieste del pm antimafia Erminio Rinaldi ed ha rinviato a giudizio settantadue persone. Il 31 gennaio prossimo, al Tribunale di Sala Consilina compariranno  tra gli imputati i calabresi Giuseppe Crimini, Raffaele Procopio, FrancoValente, Rocco Modafferi e Pietro Valente oltre ad importanti esponenti di spicco della criminalità campana come Mario Ascione, Pietro Capri, Felice Balsamo. 
Lorenzo Baldo


MAFIA A MISILMERI
5 giugno 2001


Palermo. Il 4 giugno scorso, nella terza sezione del Tribunale di Palermo, i pm Michele Prestipino  ed Alessia Sinatra hanno chiesto per Valentino Picone, ex sindaco di Misilmeri, accusato per concorso in associazione mafiosa una condanna a quattro anni e sei mesi di carcere. Il primo cittadino Misilmeri era stato arrestato nel 1999. Il collaboratore di giustizia Cosimo Lo Forte è stato il primo a fare delle rivelazioni sulla guerra di mafia combattuta a Misilmeri tra il’90 ed il ’95. Il pentito, figlio acquisto dal guardaspalle di Pietro Lo Bianco, ha deciso di collaborare spinto dal timore di essere ucciso visto che il padre era sparito insieme a Lo Bianco, nel ’95, per lupara bianca. Cosimo Lo Forte ha ricostruito gli equilibri mafiosi della zona ed ha fatto scoprire agli inquirenti un arsenale di armi nascosto nelle campagne di Belmonte. Ha poi raccontato dei favori che l’ex sindaco di Misilmeri avrebbe fatto a Cosa Nostra. Picone avrebbe garantito agli uomini d’onore l’aggiudicazione di piccoli appalti limitando il numero delle imprese invitate a partecipare alle gare. Accuse, queste, confermate da Angelo Siino che per anni ha gestito gli appalti per conto di Totò Riina. Siino racconta, infatti, che Picone gli venne presentato da Lo Bianco come la persona a cui si sarebbe dovuto rivolgere per la “programmazioni dei lavori  pubblici”. M.L.


CONDANNATI MAFIOSI DI SAN LORENZO E RESUTTANA
6 giugno 2001


Palermo. La quinta sezione del Tribunale di Palermo presieduta da Salvatore Barresi, nel procedimento denominato “San Lorenzo” ha accolto le richieste dei pm Domenico Gozzo e Gaetano Paci. I giudici hanno affrettato i tempi separando le posizioni di dodici imputati accusati  di associazione mafiosa e incendio doloso da altri trenta accusati anche di estorsioni. Tutto ciò è avvenuto affinché non scadessero i termini di custodia cautelare. A Diego Di Trapani, considerato il reggente del mandamento di San Lorenzo, è stata inflitta una pena di 10 anni, mentre sei anni e otto mesi li hanno avuti Domenico e Gaspare Caravello; sei anni Giuseppe Bruno, Tommaso Contino, Cosimo Cusimano, Guido D’Angelo e Salvatore Lo Cricchio; cinque anni e quattro mesi Vincenzo Vallelunga. Gli assolti sono Antonio Maltese, difeso dall’avvocato Giovanni Di Salvo, Giovanni Russo, assistito dall’avvocato Claudio Gallina Montana, e Francesco Franzese il cui avvocato è Fabio Ferrara. Gli arresti erano avvenuti nel corso di due blitz entrambi a luglio, nel 1998 il primo e nel 1999 il secondo. Le operazioni di carabinieri e polizia, che vennero denominate San Lorenzo uno e due, decapitarono la potente cosca del quartiere con un centinaio di arresti. I pm Gozzo, Paci, Marcello Musso e Vittorio Teresi (oggi in Procura generale) avevano dimostrato, basandosi sul contributo di collaboratori di giustizia come Antonino Avitabile, Giovan Battista Ferrante, Francesco Onorato, e con l’ausilio anche di Isidoro Cracolici (coinvolto nel blitz dell’estate ‘98 e poi pentitosi), che le estorsioni ai danni dei commercianti e delle imprese della zona erano gestite a tappeto dall’organizzazione mafiosa. M.T.


RICICLAGGIO CON CARTE DI CREDITO
7 giugno 2001


Palermo. I finanzieri del Nucleo speciale di Polizia valutaria, su ordine di custodia cautelare del gip Florestano Cristodaro, hanno arrestato Roberto Maranzano e Stefano Montalbano. Entrambi accusati di aver riciclato denaro per conto del clan mafioso dei Marsalone. Dalle indagini condotte dalla DDA i due insospettabili avrebbero utilizzato carte di credito dell’American Express per gli acquisti mentre le rimesse dirette a copertura dei debiti avvenivano alla sede romana della società. I soldi per i pagamenti circolavano in una serie di conti correnti, circa una cinquantina accesi a Palermo o attraverso una serie di prestanomi. I due, in un anno e mezzo, con il sistema delle carte di credito e dei conti correnti avrebbero fatto girare circa un miliardo e mezzo di lire. Soldi, questi, frutto del traffico di stupefacenti dei fratelli Rocco e Salvatore Marsalone, uomini d’onore della famiglia di Santa Maria di Gesù, i quali due anni fa finirono in carcere. Il procuratore aggiunto Guido Lo Forte ha dichiarato: << In questo tipo d’indagini anti-ricilaggio è difficile provare le transazioni ingiustificate e la provenienza illecita del denaro, visto che Cosa Nostra ora cerca di svolgere le sue attività senza clamore. L’indagine è esemplare per il coordinamento tra accertamenti di polizia giudiziaria, con intercettazioni e pedinamenti, e quelli specificamente tecniche ed economiche>>. 
Marco Cappella


PETROLCHIMICO DI PORTO MARGHERA: UNA QUESTIONE DI SOLDI
7 giugno 2001


Mestre. Il pubblico ministero Felice Casson, al processo per la strage colposa e il disastro ambientale causati a Porto Marghera dai vertici della chimica Italiana, il 6 giugno scorso ha anticipato la richiesta di condanna per i 28 imputati. Nel corso della requisitoria il magistrato ha affermato: <<In questa situazione di scontro e di confusione, chi ha perso furono i singoli lavoratori, prima tenuti all’oscuro di tutto, poi ingannati, presi per i fondelli, svillaneggiati, sfruttati, ricattati e, peggio ancora, fatti morire o ammalare, mentre un direttore di stabilimento, oggi imputato, li accusava sul giornale di essere degli scansafatiche e dei vagabondi, mandava la visita medica fiscale a uno di loro deceduto pochi mesi dopo per due patologie tumorali. Altri direttori dal 1973 al 1999 lanciavano accuse di sabotaggio per sviare l’attenzione della gente e degli inquirenti. Per questi operai, a tutela della loro integrità e della loro dignità, per questi uomini lasciati soli in fabbrica per portare a casa un tozzo di pane, chiedo che il tribunale voglia emettere una sentenza di condanna nei confronti degli imputati>>.
Casson ha poi definito le dichiarazioni spontanee di Eugenio Cefis <<fandonie offensive e avvilenti>>. Il magistrato ha identificato in Cefis, unico imputato dei 28 che si è presentato in aula, il caposcuola di una linea: non investire in nuovi impianti  più sicuri, contemporaneamente tagliare la manutenzione di quelli vecchi.
Lorenzo Baldo


VERTICE CON IL PROCURATORE NAZIONALE ANTIMAFIA VIGNA
7 giugno 2001


Catanzaro. Il 6 giugno scorso è stato sottoscritto un protocollo d’intesa al palazzo di giustizia  di Catanzaro dal procuratore nazionale  Piero Luigi Vigna, dal procuratore generale Domenico Pudia e da tutti i procuratori dei distretti di Cosenza, Castrovillari, Paola, Rossano, Vibo Valentia, Lamezia Terme, Crotone. Il Procuratore nazionale antimafia ha dichiarato: <<L’intesa sottoscritta rappresenta un modello di migliore organizzazione delle indagini perché prevede il flusso di notizie che riguardano la criminalità anche potenzialmente mafiosa dalle procure del territorio alla Procura distrettuale e viceversa. Il procuratore generale  può anche applicare un magistrato di procura ordinaria presso la distrettuale per seguire una singola indagine e  potrà riunire i procuratori  del distretto, anche per giungere ad una interpretazione univoca delle norme sempre più complesse>>. L ‘alto magistrato ha affermato di essere un garantista ma non condivide l’eccesso di garanzie  e la loro strumentalizzazione, come lo sciopero degli avvocati a Napoli durato quattro anni. Ha poi preso spunto dall’operazione “Luce”, effettuata il 6 giugno scorso, dove tra gli arrestati figuravano due collaboratori di giustizia ed ha sottolineato che <<vanno ad onore dei Pm che non si appiattiscono e non diventano schiavi dei pentiti. Dimostra che il sistema dei collaboratori di giustizia presenta opportune  garanzie per evitare che approfittino della loro situazione>>.  Ha poi continuato ricordando che la legge sull’utilizzo dei collaboratori <<ha determinato un netto miglioramento della situazione  per quanto riguarda in particolare la protezione dei testimoni di giustizia>>.
Maria Loi



PROCESSO ARMONIA: LA SENTENZA DEL GUP
7 giugno 2001


Reggio Calabria. Il processo denominato “Armonia” nato da una inchiesta della DDA sulle attività della cosca facente capo a Giuseppe Morabito “u tiradritto” si è celebrato davanti al gup Adriana Costabile. Trentotto assoluzioni e sedici condanne per gli imputati che hanno scelto il rito abbreviato. Sono stati condannati a nove anni di reclusione con il rito abbreviato, Filiberto Maisano, Antonio Pelle, Giuseppe Pelle, Pasquale Errante e Leone Mauro, mentre a sei anni Silvestro D’Aguì, Vincenzo Ferraro, Saverio Maisano, Francesco Raschellà, Antonio Romeo (cl.’47), Antonio Romeo (cl.’56) Sebastiano Stelitano, Giovanni Tripodi e Fabio Trunfio. A 8 anni ed ottanta milioni di multa Domenico Antonio Versace e a tre anni di reclusione per associazione a delinquere per Vittorio Lo Monaco. A tutti gli altri è stata riconosciuta l’accusa di associazione mafiosa. Il Gup ha assolto per non aver commesso il fatto, Giovanni Alampi, Matteo Alampi, Domenico Barbaro (cl. ‘57), Giuseppe Barbaro (cl. ‘56), Giuseppe Barbaro (cl. ‘48), Pasquale Barbaro, Rocco Barbaro, Angelina Cara, Demetrio Chiecco, Francesco Chiecco, Luciano Criseo, Francesco Gattuso (cl. ‘74), Francesco Ferraro (cl. ‘27), Francesco Gattuso, Sebastiano Giampaolo, Filippo Gironda, Francesco Maisano, Giuseppe Maisano (cl. ‘67), Antonino Marino, Francesco Marino, Paolo Meduri, Arcangelo Mollica, Domenico Mollica, Carmelina Morabito, Rocco Morabito, Saverio Nocera, Antonio Olivieri, Armando Vincenzo Olivieri, Giuseppe Olivieri, Raffaele Olivieri, Domenico Pellegrino, Michele Perre, Gaetano Piemonte, Domenico Antonio Provenzano, Pietro Raschellà, Natale Rodà, Giuseppe Suraci e Pietro Verno. Giuseppe Domenico Tortorella è stato assolto perché il fatto non sussiste.
Il gup ha dichiarato il non doversi procedere nei confronti di Vittorio Lo Monaco per mancanza di querela e, infine, dichiarando cessata l’efficacia della misura cautelare ha ordinato la scarcerazione di Francesco Gattuso, Giuseppe Maisano (cl. ‘67), Paolo Meduri, Domenico Mollica, Rocco Morabito, Michele Perre, Gaetano Piemonte, Giuseppe Suraci (cl. ‘52), Pietro Verno.
Monica Centofante


MAFIA E MALGOVERNO  DIETRO LA CARENZA  DI ACQUA
8 giugno 2001


Palermo. Il 7 giugno scorso il presidente del Cepes Nicola Cipolla ha aperto i lavori nel convegno- dibattito organizzato dal Forum ambientalista siciliano. Nell’incontro si è parlato della situazione di alcune province in cui l’erogazione dell’acqua avviene qualche ora al giorno ogni 10,15 giorni e che è quindi necessario garantire ed estendere l’irrigazione delle campagne e lo sviluppo industriale,  e difendere il patrimonio idrogeologico del territorio. Un altro obbiettivo importante è puntare allo sviluppo del rimboschimento a cominciare da quello necessario alla sicurezza delle dighe e delle sorgenti. Per ottenere ciò il Forum ambientalista siciliano ritiene che occorra considerare demanio pubblico inalienabile tutto il patrimonio acquedottistico costruito con finanziamenti pubblici, bloccando i processi di privatizzazione, che si tradurrebbero in affari di mafia e arricchimenti illegali. Chiesta , inoltre, la costituzione di un’autorità democratica unica su tutta la regione con il compito di programmare e gestire le risorse idriche e controllare gli enti di distribuzione per gli usi civici, irrigui e industriali, assicurando una tariffa unica, equa e socialmente compatibile. Infine, assicurare il controllo democratico degli utenti su organi di distribuzione è la “ricetta” per evitare speculazioni  ed infiltrazioni mafiose.
Jessica Pezzetta


RINVIO A GIUDIZIO DI LUCCHESE  E MADONIA
8 giugno 2001


Palermo. Dopo la condanna del collaboratore di giustizia Salvatore Cucuzza killer di Cosa Nostra riconosciuto colpevole dell’assassinio di Pio La Torre e di Rosario Di Salvo, la Procura vuole rinviare a giudizio Giuseppe Lucchese e Nino Madonia, anche loro accusati di aver partecipato all’agguato di piazza Generale Turba, in cui furono uccisi il segretario regionale del Pci e il suo autista. L’udienza preliminare è fissata per il 17 luglio, davanti al giudice Marcello Viola. L’indagine è condotta dal pubblico ministero Maurizio De Lucia. L.B.


DROGA DALLA COLOMBIA
9 giugno 2001


Messina. Nel giugno del 2000 una operazione antidroga denominata “Supermercato” ha scoperto una intera organizzazione che gestiva un traffico di stupefacenti tra la Colombia, la Spagna e la Sicilia. Il sostituto procuratore Vito Di Giorgio ha chiesto 23 rinvii a giudizio. Una inchiesta coordinata dal sostituto procuratore della Dna Carmelo Pietralia in cui, dopo un anno di indagini, gli investigatori scoprirono dei veri e propri viaggi della cocaina in tutta Europa. E ci fu un sequestro in Piemonte di oltre 6 chili di polvere bianca.
Secondo l’accusa al centro della organizzazione vi sarebbe un insospettabile autotrasportatore di Scala Torregrotta, Francesco Cavarra, definito dai magistrati  <<promotore ed organizzatore>>. Tra gli elementi di spicco della banda la colombiana Liliana Bautista e Josè Antonio Rodriguez Rebollo. Costoro erano i referenti internazionali del traffico che procuravano le grosse quantità di eroina e cocaina. M.L.


CATTURATO LATITANTE
9 giugno 2001


Caltanissetta. L’8 giugno scorso i carabinieri hanno arrestato a Gela Vincenzo Di Giacomo, fuggito il 31 marzo scorso da un blitz della polizia. Il 30 marzo scorso il Gip di Caltanissetta aveva emesso l’ordinanza di custodia cautelare  a conclusione di una indagine condotta dal commissariato di polizia di Gela e dalla squadra mobile nissena. A Vincenzo Di Giacomo è stato imputato il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso.


UN ESPONENTE DI COSA NOSTRA COLLABORA
10 giugno  2001


Gela. Luigi Celona, ex esponente di Cosa Nostra, da qualche mese ha iniziato a collaborare con la giustizia. Il pentito ha parlato degli anni più cruenti della guerra di mafia, dalla prima faida tra Cosa Nostra e Stidda, alla frattura interna tra il gruppo Rinzivillo e gli Emannuello, autoaccusandosi di numerosi omicidi. E’ stato un lungo racconto, che ha compreso il periodo dal 1994 al 1999 (successivamente Celona è stato arrestato). Si è personalmente accusato di essere stato sia il mandante che l’esecutore di almeno cinque omicidi.
Ha inoltre confermato che i fratelli Emannuello hanno provocato la sanguinosa faida che tra il luglio e l’agosto del 1999 che causò la morte di quattro persone in pochissimi giorni. In particolare ha accusato Alessandro ed il latitante Daniele Emannuello di aver attuato una strategia omicida per contrastare il potere dei Rinzivillo. <<Gli Emannuello volevano comandare, avere maggiore potere rispetto ai Rinzivillo -ha detto Luigi Celona - . Sono stati loro a programmare un feroce attacco al gruppo dei Rinzivillo>>. Secondo il collaborante furono proprio i fratelli Emannuello a volere l’omicidio di Maurizio Morreale, ucciso nel dicembre del 1995 da Giovanni Rubino. Morreale rappresentava un collante all’interno del clan, uno che gestiva con equilibrio e moderazione il potere. <<Non ho mai condiviso la linea omicida degli Emannuello, seminavano terrore e panico>> ha dichiarato il collaboratore, il quale ha anche accusato uno dei suoi fratelli, Angelo, di quattro omicidi.
Mara Testasecca


IL SISDE FINALMENTE AMMETTE  IL RUOLO DI EMANUELE PIAZZA
12 giugno 2001


Palermo. I giudici della seconda sezione della Corte d’Assise di Palermo hanno interrogato l’ex capo del centro Sisde palermitano, Giorgio Santantonio chiedendogli, se avesse conosciuto Emanuele Piazza assassinato nel marzo del ’90. Un particolare: Francesco Onorato ex amico di Piazza, su ordine del capo Salvatore Biondino, ha teso un tranello a Piazza ed insieme ad un gruppo di mafiosi lo ha strangolato e il corpo è stato poi sciolto nell’acido. L’alto funzionario del Sisde che ha diretto il centro di Palermo dal 1985 al 1993 ha dichiarato di non averlo mai conosciuto ma che il nome di Piazza gli era stato fatto dal capitano Grignani che lo aveva proposto come collaboratore esterno e che Piazza prima di essere stato ucciso aveva riferito al Capitano Grignani che stava lavorando su un traffico di droga e di armi su alcuni latitanti <<sui quali poteva fornire notizie per l’arresto>>. Emanuele Piazza, ex collaboratore del Sisde vittima della “lupara bianca” nel marzo 1990, secondo alcuni collaboratori di giustizia sarebbe stato ucciso perché impegnato nella caccia ai boss latitanti. M.C.


DELITTO D’ALEO
12 giugno 2001


Palermo. Il 13 giugno del 1983 il capitano dei carabinieri Mario D’Aleo e i due militari Pietro Morici e Giuseppe Bommarito furono uccisi, in via Scobar, da un commando mafioso. Dopo diciotto anni ancora oggi non è stata fatta piena luce. L’omicidio del capitano D’Aleo, che comandava la compagnia di Monreale, e dei suoi due collaboratori è stato inserito nel procedimento “Tempesta”, nel quale ci sono 150 imputati per 122 delitti compiuti tra il 1974 e il 1992. Il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca nelle sue dichiarazioni ha sostenuto di non aver preso parte all’agguato, ma secondo Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci l’ex boss di San Giuseppe Jato avrebbe svolto un ruolo d’appoggio e fornito preziose informazioni ai sicari. Le indagini del capitano D’Aleo sulla “famiglia” di San Giuseppe Jato e sulle sue attività economiche, come quella dell’azienda edile Litomix, sarebbero il nocciolo del movente dell’omicidio. Secondo gli investigatori la sera del 13 giugno dell’83 a far fuoco in via Scobar sarebbero stati Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci, Salvatore Biondino, Michelangelo La Barbera e Domenico Ganci. Spararono all’impazzata, usando anche un fucile a pompa.
Marco Cappella


UN PIANO PER AGGREDIRE I PATRIMONI MAFIOSI
12 giugno 2001


Catanzaro. L’11 giugno scorso il commissario di governo per la Calabria Corrado Catenacci ha convocato in prefettura un summit. Nella riunione si sono delineati alcuni obbiettivi, tra cui quello di aggredire i “patrimoni mafiosi” dei clan della ‘ndrangheta lametina. E stato poi deciso di utilizzare più uomini in divisa sulla strada. Toglierli da dietro le scrivanie e renderli operativi e visibili. Per dare un segno che lo Stato c’è. Il primo segnale in questo senso arriva da un’azione combinata della Dda, la direzione distrettuale antimafia catanzarese che ha competenza su quattro procure e otto tribunali, e procura ordinaria lametina e delle forze di polizia che nella città della Piana possono contare su un “esercito” di 500 uomini. Beni immensi (che danno l’esatta misura della potenza delle cosche) già sotto sequestro, stanno per essere requisiti come patrimonio dello Stato. Operazione complicata e pericolosa tanto che un tecnico nominato amministratore di uno dei palazzi confiscati nelle scorse settimane ha rinunciato all’incarico per delle presunte minacce. Da pochi giorni è stato creato un vero e proprio pool interforze di investigatori che faccia le pulci ai clan, setacciando conti bancari sporchi e proprietà immobiliari in odore di mafia. L’11 giugno scorso i primi risultati, è avvenuto infatti il sequestro di due ville e alcuni terreni situati nelle contrade Lenza e Barbuto di Lamezia e appartenenti a Salvatore Torcasio, un sorvegliato speciale che ha sposato la figlia del presunto boss Giovanni Torcasio ucciso nella Piazza Mercato di Nicastro alla vigilia dello scorso Natale.
Anna Petrozzi


LA STRAGE DI PIZZOLUNGO
12 giugno 2001


Palermo. Su richiesta della procura di Caltanissetta il gip Leopoldo De Gregorio ha firmato 4 ordinanze di custodia cautelare per la strage di Pizzolungo, il fallito attentato al giudice Carlo Palermo in cui morirono Barbara Asta e i suoi due gemellini, Giuseppe e Salvatore. I provvedimenti di custodia cautelare in carcere sono stati notificati dalla Dia nissena a Totò Riina, Antonino Madonia, PietroVirga e Balduccio Di Maggio. Dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia risulta che l’attentato al giudice Carlo Palermo è rientrato nella strategia criminale di Cosa Nostra indirizzata a colpire i magistrati impegnati nella lotta contro la mafia. Il giudice Carlo Palermo doveva saltare in aria come il suo collega Rocco Chinnici ucciso il 29 luglio 1983. Una macchina imbottita di esplosivo parcheggiata sulla strada di Pizzolungo fu fatta esplodere la mattina del 2 aprile 1985, mentre l’auto blindata del giudice Palermo si dirigeva al palazzo di giustizia di Trapani. Il Giudice usci illeso dall’attentato  ma l’onda d’urto della deflagrazione dell’autobomba colpì una macchina sulla quale viaggiava Barbara Asta, di 42 anni, e i suoi gemellini di 6 anni, tutti massacrati dall’esplosione. Il giudice Palermo si convinse di essere diventato bersaglio della strategia del terrore-mafioso  anche per le inchieste coordinate dalla procura di Trento sul traffico d’armi, che avevano toccato personaggi eccellenti  della finanza italiana. Il primo processo per la strage di Pizzolungo si è concluso nel 1988 con tre ergastoli inflitti ai presunti attentatori Gioacchino Calabro’, Vincenzo Milazzo (deceduto) e Filippo Melodia. I tre sono stati assolti in secondo grado, e successivamente, nel ‘91, anche in Cassazione. Nel ‘93 Nunzio Asta, marito della donna e padre dei gemellini uccisi, muore a Palermo in una corsia dell’ospedale “Cervello” per problemi cardiaci. Nello stesso anno si riaprono le indagini sulla strage, mentre Carlo Palermo ripercorre la propria storia di bersaglio mancato scrivendo il libro L’attentato. Nel ‘99 il pentito Giovan Battista Ferrante fa altri nomi e indica come i killer di Pizzolungo Nino Madonia, Calcedonio Bruno e Giuseppe Giacomo Gambino.
Marco Cappella


GERMANA’ALLA DIA
13 giugno 2001


Roma. Calogero Germanà è stato nominato dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza dirigente del reparto investigazioni giudiziarie della DIA. Un riconoscimento che premia le notevoli doti umane e professionali che l’investigatore ha dimostrato sul campo. Capo della squadra mobile di Trapani è stato lui, per primo, a prendere le impronte digitali di Matteo Messina Denaro nel corso di una perquisizione nella casa del padre Francesco, ha inoltre redatto numerosi rapporti su mafia appalti e  sul traffico degli stupefacenti. Pietro Rampulla, tra gli autori della strage di Capaci, è stato arrestato grazie alle indagini che Germanà aveva condotto anni prima. Il 14 settembre del 1992 l’investigatore Calogero Germanà è riuscito a sfuggire alla vendetta di Cosa Nostra . <<Credo che la Promozione di Rino segni una vittoria per lo Stato e sia il modo migliore  per ricordare il nono anniversario della morte di Paolo Borsellino>> è stato il commento del sostituto procuratore  della DDA  di Palermo Massimo Russo. M.T.


IL MAGISTRATO EMILIANO: IL SILENZIO DEGLI IMPRENDITORI
14 giugno 2001


Bari. In seguito all’operazione dei Carabinieri che ha sgominato  un’associazione mafiosa nel barlettano, che taglieggiava imprenditori del nord, il barese Michele Emiliano, pm della Dda di Bari, ha rilasciato una dichiarazione all’Ansa in cui ha sottolineato che  << nessuna autorità  politica  ha minimamente supportato le investigazioni  a carico della camorra barlettana>>. Ha detto poi: <<Di fronte alle sollecitazioni provenienti dalla Procura  e dai Carabinieri  di favorire  un’aggregazione degli imprenditori  per spingerli  a denunciare  le estorsioni subite, la risposta è stata un silenzio assordante>>. Ed infine ha messo in evidenza le difficoltà  nelle indagini durate tre anni in cui sono state impiegate ingenti energie umane per accertare <<ciò che gli imprenditori vittime delle estorsioni avrebbero potuto denunciare in un pomeriggio>>.  M.L.


UCCISO A  QUATTRO ANNI  DAI KILLER DELLA MAFIA
14 giugno 2001


Palermo. L’intera commissione di Cosa Nostra si riunì per deliberare che nessuno poteva derubare i Tir. Una riunione questa che avvenne per i ripetuti furti che avevano sollevato numerose lamentele di chi pagava il pizzo. Salvatore e Giuseppe Savoca furono uccisi nel 1991. Morì anche Andrea di 4 anni e mezzo figlio di Giuseppe Savoca. Per tali delitti la Corte D’Assise ha condannato all’ergastolo i boss Giovanni Battaglia, Michelangelo La Barbera, Santino Pullarà, Matteo Motisi e Antonino Erasmo Troia. Due collaboratori di giustizia, Giovanbattista  Ferrante nel comando che uccise Salvatore Savoca, e come mandante Salvatore Cancemi ex reggente di Porta Nuova, sono stati condannanti rispettivamente a 10 e 11 anni di reclusione.La ricostruzione del duplice omicidio è stata fatta per primo da Giovambattista Ferrante nell’estate del 1998. E poi, successivamente, ne hanno parlato Francesco Onorato, Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi e Giovanni Drago. Salvatore Savoca  era stato chiamato per un incontro da Santino Pullarà che con un pretesto, lo condusse in un negozio dei Troia a Capaci e dove fu strangolato. Il cadavere fu poi sciolto nell’acido in un casolare di Giovanni Battaglia. Dopo due giorni, il 26 luglio 1991, un commando in moto affiancò il fratello di Salvatore Giuseppe Savoca e gli sparò nove colpi di cui uno si conficcò nel collo del figlio Andrea di 4 anni e mezzo. La madre Diana, durante i funerali, perdonò gli assassini del marito e del figlio. I due fratelli Savoca erano i nipoti del boss Enzo Savoca e alla riunione della commissione, quando fu decisa la loro eliminazione, Totò Riina a disse: <<Ci penso io per mio compare; se ha qualcosa da dire>>. Enzo Savoca, informato del motivo dell’uccisione dei suoi congiunti - raccontano i collaboranti -  “allargo le braccia” scegliendo come sempre le  ragioni  di Cosa Nostra piuttosto che i vincoli di sangue.
Monica Centofante


COSA NOSTRA A BARI: UNA TRUFFA DI 14 MILIARDI
14 giugno 2001


Bari. La magistratura, al termine di una indagine su una truffa da 14 miliardi per  l’allargamento del molo Pizzoli di Bari, ha emesso dei provvedimenti  nei confronti di cinque imprenditori  arrestati tra  Palermo, Ancona  e Loreto. L’imprenditore anconetano Corrado Maria Cipriani è in carcere mentre sono finiti agli arresti domiciliari Mascia Malizia di Ancona e Marcello Fasso di Loreto oltre ai palermitani Luigi Salvatore Ferruggia e Benedetto D’Agostino. Quest’ultimo, nel 1997,  era stato già arrestato per concorso in associazione mafiosa nell’ambito di una inchiesta sua mafia e appalti coordinata dalla Procura di Palermo. Secondo le rivelazioni dei <<pentiti>> Salvatore Lanzalaco, Salvatore Barbagallo, Giovanni Brusca e Angelo  Siino, il sistema degli appalti in Sicilia era gestito dalla mafia con la complicità di alcuni imprenditori tra i quali D’Agostino, definito dai collaboratori di giustizia <<a disposizione di Cosa Nostra>>.
Secondo il pm Gianrico Carofiglio del Tribunale di Bari, gli arrestati avrebbero truffato alle amministrazioni  locali 14 miliardi di lire per compiere lavori di allargamento del molo Pizzoli e di completamento dell’ansa di Marisabella.
Jessica Pezzetta


MAXI PROCESSO <<CIAK>>
14 giugno 2001


Catanzaro. La DDA di Catanzaro nell’inchiesta denominata <<Ciak>>  ha esposto una tesi secondo la quale le cosche, per anni, hanno gestito appalti e sub appalti delle grandi opere pubbliche, fino ad estorcere anche poche migliaia di lire agli ambulanti della Fiera di San Giuseppe. I nomi dei personaggi della malavita in contatto con imprenditori e uomini d’affari sono conosciuti e da molti anni circolano nelle aule giudiziarie del cosentino. Una tesi, questa, che ha trovato un parziale riscontro dibattimentale. Oltre alle numerose intercettazioni ambientali ai riscontri delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia è illuminante la dichiarazione di Francesco Tedesco: <<Le ditte più grosse, quando scendevano a lavorare in Calabria, prevedevano nelle spese un due per cento in più. Serviva a pagare la “tranquillità”>>. Per molti capi d’accusa contestati agli imputati, a conclusione del dibattimento, non è stato trovato l’adeguato livello di prova. Le confessioni dei collaboratori di giustizia sono apparse al Tribunale rispetto a molte contestazioni prive dei cosiddetti <<riscontri>> oggettivi e individualizzati.  
Mara Testasecca


BLITZ DELLA POLIZIA A BRANCACCIO
14 Giugno 2001


Palermo. Il 13 giugno scorso la polizia  ha effettuato decine di controlli nel quartiere Brancaccio feudo dei fratelli Graviano. Gli agenti hanno ispezionato abitazioni di persone agli arresti domiciliari, autorimesse e sale giochi. Gli investigatori hanno messo i sigilli su 13 videopoker e 6 video giochi i quali sarebbero stati installati illegalmente. In una inchiesta a carico dei boss Filippo e Giuseppe Graviano è emerso il forte interesse della mafia verso il business delle macchinette elettroniche, le quali secondo gli investigatori venivano istallate solo previo consenso della mafia che poi avrebbe riscosso mensilmente la percentuale. L.B.


ARRESTATA MARIA LICCIARDI
16 giugno 2001


Napoli. La regina della camorra, Maria Licciardi, capoclan di Secondigliano, inserita nella lista dei 30  più pericolosi latitanti d’Italia è stata arrestata dopo essere sfuggita alla cattura per ben sette volte nel giro di due anni. Maria “A piccirella” si stava spostando da un covo ad un altro, con un auto guidata da un operaio Salvatore De Martino con a bordo sua moglie. Il questore di Napoli Nicola, Izzo, ha spiegato che per l’operazione sono stati utilizzati sistemi investigativi “di tipo tradizionale”. Pedinamenti, controlli e un notevole impiego di microspie nascoste nel fortino di Secondigliano ed anche al cimitero intorno alla tomba del fratello boss, Gennaro Licciardi. Gli agenti della Mobile, coordinati dal vicequestore Giuseppe Fiore, hanno avvistato la Licciardi a Melito, comune al confine con Napoli. Due poliziotti in moto hanno affiancato la macchina per verificare la presenza della latitante e poco dopo è scattata la trappola. Maria Licciardi aveva raccolto l’eredità del comando della fazione camorristica di Secondigliano dopo la morte del fratello Gennaro ‘a Scigna’ e la magistratura l’8 giugno del 1999 aveva spiccato un mandato di cattura. Gli investigatori sanno che questo arresto creerà un riassetto degli equilibri di potere all’interno dei clan camorristici. Secondo alcuni inquirenti il nuovo asse comincia con la Sanità, con il clan Misso il cui boss Giuseppe ‘o nasone vide morire la moglie Assunta, sotto i colpi di kalashnikov un omicidio che, secondo le accuse di un pentito l’omicidio sarebbe stato commissionato da Maria Licciardi. Giuseppe Misso è libero e vive tranquillamente nel suo appartamento a ridosso dell’edificio della Curia in largo Donnaregina. Suo «ospite» ai Miracoli l’ex vicino di casa ed alleato di Maria “A piccirella”, Salvatore Lo Russo, dopo la rottura con i Licciardi per una partita di eroina killer. Considerato il braccio armato di Secondigliano, ora sarebbe passato dalla parte dei Misso.
Marco Cappella


L’APPELLO DELL’ARCIVESCOVO GIUSEPPE AGOSTINO: PENTITEVI!
19 giugno 2001


Cosenza. Nella festa del Corpus Domini l’Arcivescovo Giuseppe Agostino lancia il suo anatema  contro la ‘ndrangheta e manda alle sue parrocchie una pastorale intitolata <<Lettera aperta a Caino>>, che i sacerdoti dovranno leggere. <<Voglio scrivere - afferma l’Arcivescovo - ai caini senza volto. Ne avverto il bisogno ed il dovere. Utilizzo la via di questa lettera che sarà letta nelle chiese e, spero, ampiamente diffusa, perché sia ascoltata da voi, caini senza volto…Vi coprite emblematicamente anche il volto quando uccidete. Voi fate la scelta dell’illegalità, dell’immoralità e la sostenete con la via della morte. Voi siete la criminalità organizzata che riproponendosi crudelmente a Cosenza… è triste purtroppo che la città non abbia una forte reazione. C’è un ‘rosario’ sempre più lungo di morti ammazzati e di feriti. Cosenza ed il suo comprensorio, a riguardo, sono divenuti terra di frontiera. Le nostre strade sono, non di rado, covi di violenza. A voi, caini nascosti , dico: se vi è dato, comunque di leggere o ascoltare il mio messaggio, vi esorto a ripensarlo nel cuore, nel vostro segreto che, sono certo, è di solitudine, di tensione, di paura. Vi domando: come  avete il coraggio di uccidere? Come arrivate a tanto? Non avete una coscienza? Non vi disturba la professione di caino?…Vi macchiate le mani di sangue per uno strano e paradossale rispetto ad un codice che chiamate “di onore”. Così, capovolgete il male in bene, per affermare i vostri intrighi e traffici giocate con la morte. Dovete riflettere molto e uscire dalla spirale della violenza per entrare nell’onestà, nella legalità, nella via della vita. Dovete  avere il coraggio, anzitutto di non farvi incantare da ciò che si mostra facile, comodo e dovete avere il coraggio di uscirne nel modo più intelligente possibile>>.
Mara Testasecca


GLI INTERESSI DI PROVENZANO SU UN OSPEDALE
20 giugno 2001


Palermo. L’Ospedale della Guadagna per le malattie infettive avrebbe dovuto essere chiuso ma una vecchia strada investigativa spiega che dietro c’è una trama di appalti, interessi e mafia. Un paio di assessori, infatti, tenevano in vita l’ospedale con progetti di ristrutturazione, per cui era stato calcolato un impiego di 44 miliardi, di cui la mafia voleva l’appalto. Angelo Siino, “ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra”, ricostruisce cosa è successo in un verbale del 1997: <<Fino a un certo punto c’era stato Ignazio Pullarà. Io lo conoscevo come il rappresentante di Santa Maria di Gesù. Lui mi aveva detto che mi potevo occupare di tutti i lavori che c’erano a Santa Maria di Gesù. Mi disse: “Quando ci sono lavori qua non te ne preoccupare, ne rispondo io, fai come se fossi a casa tua”>>. La voce che l’ospedale doveva essere interamente rifatto giunse velocemente all’orecchio attento di Siino che trovò subito il giusto accordo con Scianna, imprenditore, e Orobello, capo della cooperativa “La Sicilia”. Infatti disse al suo referente,<< il presidente del consiglio di  amministrazione dell’ospedale della Guadagna, un personaggio di Partinico che era stato anche segretario della Democrazia Cristiana di Partinico>>,di non muoversi. Arrivò, però, un contrordine direttamente da Provenzano tramite Ignazio Pullarà che << dopo qualche settimana mi portò un pizzino di Provenzano nel quale mi scriveva che essendo io una persona ubbidiente, che cioè tenevo conto degli input che arrivavano dall’alto lui non capiva come io avessi potuto andare a mischiarmi in una zona che non era la mia, non era di mia competenze. Io risposi che avevo avuto l’okay da Pullarà. E allora lui mi disse:” Non devi avere più okay da Pullarà, ma se hai bisogno ti devi rivolgere a Pitrineddu”, Pietro Aglieri. Andai da Pullarà e gli dissi: “ Ma che mi fai fare?”. E lui: “ Angelo effettivamente le cose sono così, tu da ora in poi ti devi rivolgere a Pitrineddu”>>. Il verbale, però, non è ancora stato inserito nell’inchiesta della procura di Palermo, avviata nello scorso febbraio, che il procuratore Pietro Grasso ha affidato al pool “sanità”, coordinato dall’aggiunto Paolo Giudici. Inoltre nel fascicolo aperto sotto l’ipotesi di reato di omissione di atti d’ufficio sono allegati gli esposti del Tribunale dei diritti del malato su quindici decessi sospetti per i quali sono in corso indagini della Guardia di Finanza. Le persone decedute non avrebbero avuto le necessarie cure per le carenze strutturali dell’ospedale.
di Lorenzo Baldo  Tratto da la Repubblica edizione Palermo 


BALDUCCIO DI MAGGIO E’ CREDIBILE
24 giugno 2001


Palermo. La Corte di Cassazione ha confermato 28 ergastoli per gli omicidi commessi dalla cosca di San Giuseppe Jato. Tre <<uomini d’onore>> Salvatore Lupo, Salvatore Damiani e Giuseppe Mannino, scarcerati conclusione del cosiddetto processo “Agrigento”, ora dovranno scontare pene tra dieci e dodici anni di carcere per associazione  per delinquere di tipo mafioso. Le accuse del pentito Balduccio Di Maggio sono state ritenute dalla Suprema Corte attendibili. Il verdetto definitivo della Cassazione è stato il suggello finale di una indagine condotta nel 1993 dal nucleo operativo dei Carabinieri di Monreale, che sfociò nell’operazione “Corleonesi”. L’inchiesta ha permesso di far luce su 27 omicidi commessi tra il 1981 e il 1989 e sulle dinamiche dell’organizzazione criminale negli anni del dominio incontrastato dei Brusca nella roccaforte dei corleonesi, a San Giuseppe Jato. Ma.C.


IL PENTITO CONTORNO INTERVISTATO A REBIBBIA
27 giugno 2001


Roma. L’ex killer di Cosa Nostra Totuccio Contorno, che prima di pentirsi chiese il permesso a Tommaso Buscetta e che per Ninni Cassarà era <<la fonte prima luce>>, intervistato dal giornalista Francesco Vitale ha affermato: <<Sono convinto che Provenzano è già preso. Non voglio essere frainteso, non voglio dire che lo hanno realmente arrestato, ma intendo piuttosto affermare che il sistema sa come acciuffarlo. Se ciò fino adesso non è accaduto vuol dire che fa comodo così a tutti quanti>>. Contorno ha poi aggiunto che <<se si vuole arrestare un latitante, in qualche caso, basta andare a bussare alla porta di casa sua. Di recente anche Nuvoletta è stato arrestato così>>. Il pentito è convinto che <<Cosa Nostra ha vinto. Hanno vinto i mafiosi anche nei confronti dei pentiti. Hanno vinto perché mi risulta che nei quartieri di Palermo sono tornati a girare vecchi latitanti e i loro parenti. Hanno vinto perché si sono riassestati, blindando l’organizzazione il cui zoccolo duro oggi è costituito da perfetti sconosciuti, gente incensurata. Non sparano più, ma è altrettanto vero che a Palermo scompare tanta gente e non se ne sa nulla…>>. Alla domanda del giornalista come facesse a sapere certe cose Contorno ha risposto che << le radici un siciliano vero non le abbandona mai, figuriamoci un palermitano. Conosco tanta gente, le cose si sanno... Inganno il tempo: cosa vuole che faccia uno come me che, dopo l’apporto che ha dato, è costretto a chiedere allo Stato la carità di farlo rientrare nel programma di protezione, che negli ultimi anni è stato concesso a chiunque...>>. Contorno ha definito Falcone e Borsellino due idealisti che hanno raggiunto dei grossi risultati e che avendo capacità e intelligenza <<avevano messo le mani dappertutto  pure all’estero>>. Su alcuni delitti  eccellenti Contorno ha detto: <<L’ assassinio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa ancora oggi non riesco a comprenderlo. Come Falcone, anche il generale poteva essere ucciso più comodamente a Roma. Invece no, doveva morire a Palermo e così lo hanno mandato in Sicilia. Ma Cosa Nostra non aveva alcun interesse ad eliminare Dalla Chiesa>>. Per il collaboratore di giustizia, la mafia in Sicilia è molto forte. <<Cosa Nostra palermitana - dice - può avere tutto quello che vuole, basta che allunghi una mano e può prendere perfino un elicottero corazzato. Perciò non mi impressiona sapere che in giro ci sono lanciarazzi e bazooka. Quando si fanno i miliardi, non ci sono problemi>>. Il suo ritorno in Sicilia nell’ 89, mentre collaborava con la giustizia, ed il suo arresto, è un altro dei punti affrontati. <<Si dissero tante cose sbagliate - dice Contorno - io ero rientrato dall’ America e non avevo una lira per sfamare la mia famiglia. Il dottor Sica, che all’ epoca era Alto commissario per la lotta alla mafia, mi disse che aveva 45 miliardi di lire da investire nella cattura dei latitanti. Io mi misi a disposizione ma giunto a Palermo mi vidi rifiutare da Sica perfino un milione>>. Contorno perché lei si penti ? <<Perché Giovanni Falcone mi guardò  negli occhi  e disse: Contorno la vogliono ammazzare; su di lei hanno messo una taglia di trecento milioni>>.
Mara Testasecca


ALLARME MAFIA NELLE MARCHE
28 giugno 2001


Ascoli Piceno. Un’operazione antidroga realizzata dagli uomini della Guardia di Finanza guidati dal capitano Massimiliano Salce e coordinate del procuratore di Fermo Raffaele Iannella ha fornito un quadro inquietante sulla presenza delle organizzazioni criminali presenti nelle Marche, e in special modo nel fermano. Secondo gli inquirenti in questa parte del territorio marchigiano, apparentemente immune da presenze mafiose, sembrerebbe che alcuni esponenti del clan del boss catanese Santapaola e di quello dei Pillera avrebbero dei forti interessi. Una serie di operazioni hanno portato gli investigatori a grossi sviluppi. Nello scorso dicembre le forze dell’ordine catturarono un uomo di spicco della mafia siciliana che gestiva lo spaccio degli stupefacenti nel fermano. Dopo una maxi retata a Porto San Giorgio alcuni agenti della Guardia di Finanza si trasferirono in Sicilia e catturano due personaggi di spicco che gestivano questo presunto spaccio. Le Marche sarebbero quindi punto di riferimento per mafia e ‘ndrangheta nel mercato della droga.
Mara Testasecca


ARRESTATO CAPO DEI VIGILI DI ERICE
28 giugno 2001


Trapani. La squadra mobile di Trapani ha arrestato Bartolo Sorrentino, comandante dei vigili urbani di Erice, con l’accusa di far parte di un gruppo che avrebbe gestito e pilotato alcuni appalti pubblici del trapanese. I sostituti della Dda Gabriele Paci e il pm di Trapani Andrea Torondo hanno notificato cinque ordinanze di custodia cautelare firmate dal gip di Palermo Gioacchino Scaduto. Oltre al comandante dei vigili, sono finiti in carcere gli imprenditori Leonardo Coppola, ritenuto vicino alla famiglia mafiosa di Trapani, Antonino Capuccio, Salvatore Di Girolamo, e Antonino Coppola, con l’accusa di associazione mafiosa, estorsione, turbativa d’asta e falso. L’inchiesta, che  ha preso il via nel maggio scorso con l’arresto del sindaco di Trapani, ha permesso agli investigatori di individuare un gruppo di persone che influenzavano l’amministrazione comunale di Trapani ed indicavano quali imprese si dovevano aggiudicare gli appalti. È stato scoperto che alcuni appalti sarebbero stati  pilotati da Cosa Nostra e dalle indagini emerge che le imprese che si aggiudicavano l’asta dovevano pagare una sorta di ‘pizzo’. Le investigazioni hanno riguardato le gare tenute negli ultimi anni per il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani nei Comuni di Trapani ed Erice. L’indagine - spiegano gli investigatori - è stata avviata <<in seguito alle preoccupazioni manifestate dall’associazione industriali e dalle forze sindacali di Trapani in merito al controllo esercitato da Cosa Nostra nel settore ecologico>>. Il procuratore aggiunto di Palermo Roberto Scarpinato, intervenendo a Trapani alla conferenza stampa sull’operazione antimafia ha dichiarato: <<Bisogna sfatare un luogo comune: non è vero che per combattere la mafia basta il lavoro. Senza democrazia economica lo sviluppo della Sicilia non può decollare>>. Ha poi spiegato: <<In Sicilia mancano la concorrenza e il libero mercato, perché il sistema degli appalti è sottoposto a condizionamenti mafiosi e a un monopolio sempre da parte delle stesse imprese controllate da Cosa Nostra. Questo impedisce una democrazia economica, e dunque anche una democrazia politica>>. Il magistrato ha osservato che le migliaia di miliardi di fondi strutturali in arrivo con agenda 2000 <<invece di essere volano per lo sviluppo dell’ isola rischiano di finire nelle tasche dei soliti noti>>. Scarpinato ha citato anche la conversazione intercettata tra due imprenditori coinvolti nell’inchiesta, definiti <<vittime – carnefici>> cioè prima taglieggiati e poi collusi, i quali affermano che in Sicilia le imprese sono condannate a rimanere piccole perché, in caso contrario, devono sottostare al ricatto della mafia che finisce anche per entrare in partecipazione nelle società controllandole di fatto.
Maria Loi


I MAGISTRATI DI PALERMO DISERTANO IL CONVEGNO ANM
30 giugno 2001


Palermo. I magistrati del capoluogo siciliano hanno disertato, per protesta, il convegno su <<Le priorità della giustizia>> che si svolge a Villa Igea a Palermo.
Il presidente della Anm del distretto di Palermo, Massimo Russo, ha scritto una lettera indirizzata al presidente nazionale dell’Associazione nazionale magistrati Giuseppe Gennaro in cui fa notare che <<la locale sezione non solo non è stata coinvolta nell’organizzazione dell’incontro, ma addirittura non ha avuto alcuna informazione dell’iniziativa>>. <<Ritengo - scrive Massimo Russo - che tale mancanza sia particolarmente grave non solo nei confronti della giunta distrettuale ma di tutti i magistrati del distretto che tale organismo hanno democraticamente eletto>>. L.B.


LIBERTA DI STAMPA, UN APPELLO
30 giugno 2001


Palermo. Un appello per la libertà di stampa nella lotta contro la mafia è stato lanciato nel corso di un incontro, svoltosi il 28 giugno 2001 nell’aula consiliare del Comune di Palermo. Obiettivi: sensibilizzare e mobilizzare l’opinione pubblica su questo tema e ottenere dal Parlamento una nuova organizzazione legislativa in materia di diffamazione a mezzo stampa e per la costruzione di un fondo di solidarietà. La conferenza stampa è stata promossa dalle associazioni: Arci, Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato”, Centro sociale S.Francesco Saverio, Libera, Palermo Anno Uno, Scuola di Formazione etico politica “Falcone”, Uisp, dalle testate giornalistiche: il Manifesto, Mezzocielo, Micromega, Narcomafie, Segno.  Sono intervenuti Rita Borsellino e Don Luigi Ciotti, dopo la relazione di Emanuele Villa, del Dipartimento Programmazione Regione Siciliana e di Alfio Foti, presidente dell’Arci Sicilia. Tutti concordi nel manifestare una seria preoccupazione per il clima d’intimidazione che progressivamente si va instaurando verso chi continua a studiare, approfondire, analizzare il fenomeno della contiguità tra politica, mafia e affari. E si parte da due recenti sentenze del Tribunale civile di Palermo, che hanno condannato Claudio Riolo, politologo dell’Università di Palermo e Umberto Santino, presidente del Centro di Documentazione “Peppino Impastato” al risarcimento danni da diffamazione a mezzo stampa. Il primo, Riolo, reo di aver commentato criticamente sulla rivista Narcomafie  la decisione di Francesco Musotto di mantenere la difesa di un suo cliente, imputato nel processo per la strage di Capaci, mentre nello stesso tempo la Provincia di Palermo, di cui era Presidente, si costituiva parte civile nello stesso processo. Riolo è stato condannato a pagare complessivamente 118 milioni. Il secondo, Santino, ha pubblicato alcuni stralci di un testo anonimo nel libro L’alleanza e il compromesso,  edito nel ’97. Ebbene, nonostante l’autore si fosse limitato ad analizzare criticamente il testo, prendendone le distanze, è stato condannato, su richiesta di Calogero Mannino, a pagare circa venti milioni. Queste sentenze purtroppo non rappresentano casi isolati ma si inquadrano in una generale tendenza alla limitazione del diritto, sancito dall’articolo 21 della Costituzione, di manifestare liberamente il proprio  pensiero. Al contrario, nella lotta contro la mafia, occorre allargare, non restringere la libertà d’informazione, di opinione, di critica per avere la facoltà di sottoporre l’operato di chi ricopre cariche pubbliche al vaglio critico dell’opinione pubblica. Occorre riaprire il dibattito in Parlamento, per approfondire gli aspetti tecnico-giuridici del problema, ristabilendo un giusto equilibrio tra diritto di cronaca e tutela della persona. Un altro obiettivo concreto: costituire un fondo di solidarietà sottoscrivendo questo appello con una quota base di adesione di centomila lire, verso chi è stato vittima di queste  sentenze. Tale fondo sarà gestito da un comitato di garanti, di cui faranno parte anche Rita Borsellino, Luigi Ciotti e Valentino Parlato (del Manifesto), per garantire appunto l’utilizzo corretto e congruo del fondo. Un momento più pubblico di riflessione, di analisi e di confronto sarà realizzato intorno al 20 luglio, data dell’anniversario della strage di Borsellino, anche per dare un segnale, essere presenti in questa forma a quel momento. A settembre sono inoltre previsti una serie di eventi culturali, per lanciare in maniera più ampia i contenuti di questa campagna e per raccogliere, in tempi medio-brevi, una quota significativa che permetta di raggiungere tali obiettivi. Non possiamo accettare che le sentenze chiudano la bocca all’opinione pubblica. 
Ndr. I promotori dell’appello: Arci, Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato”, Centro sociale “San Francesco Saverio”, Il Manifesto, Libera, Mezzocielo, Micromega, Narcomafie, Palermo anno uno, Promemoria Palermo , Scuola di formazione etico-politca “Giovanni Falcone” Segno Uisp. ANTIMAFIA Duemila  aderisce all’appello.
Tita Levi


DELITTO ROSTAGNO
2 luglio 2001


Palermo. Il Gip Mirella Agliastro, nel settembre del 1999, aveva concesso una proroga di indagine di dieci mesi nei confronti di Francesco Cardella, leader della comunità di recupero tossicodipendenti Saman. Gli avvocati di Cardella hanno chiesto al pm dell’accusa se avesse deciso di indagare ulteriormente o archiviare. Il pm non ha ancora deciso.
I difensori di Cardella hanno chiesto al Procuratore Generale di disporre l’avocazione dell’inchiesta, in quanto il pm non ha avanzato la sua richiesta al gip nè di rinvio a giudizio nè di archiviazione. Le indagini sull’omicidio Rostagno nel luglio del 1996 ha dei risvolti con l’operazione denominata <<Codice Rosso>>. Un filone investigativo che prendeva in considerazione la pista interna alla Saman. Mauro Rostagno sarebbe stato ucciso per il rancore di alcuni ex ospiti della comunità. Il 22 luglio 1996 erano stati arrestati Massimo Oldrini, Giuseppe Rallo, Giacomo Bonanno, Luciano Marrocco con l’accusa di avere fatto parte del commando che uccise Rostagno il 26 settembre del 1988. Un mandato di cattura era stato emesso anche nei confronti di Giuseppe Cammisa che però si trovava all’estero. Chicca Roveri, la moglie di Rostagno, e Monica Serra, la ragazza che si trovava in auto con il sociologo al momento del delitto furono arrestate con l’accusa di favoreggiamento. Nei confronti di Cardella venne emesso un avviso di garanzia per favoreggiamento. L’inchiesta si separò in due tronconi. Quella che prendeva in esame l’omicidio di Rostagno passò alla Dda in quanto alcuni <<pentiti>> parlarono del delitto. Nel 1999 il pm ha chiesto l’archiviazione, disposta dal gip, che ha concesso una proroga d’indagine per il solo Cardella, per il quale viene ipotizzata l’accusa di essere stato il mandante.
L’altra parte dell’inchiesta per gli illeciti finanziari che sarebbero stati commessi a Saman da Francesco Cardella, è quella in un processo, concluso in Tribunale con la condanna dell’imputato a 7 anni. Il pm aveva chiesto l’arresto per Cardella, che è stato respinto dal Tribunale. L’accusa ha presentato appello e il prossimo 12 luglio davanti al Tribunale della Libertà di Palermo si affronterà l’argomento.
Marco Cappella


PORTO EMPEDOCLE SOLDI ALLA MAFIA PER AVERE I VOTI
3 luglio 2001

 
Palermo. Nelle scorse elezioni politiche nazionali, e forse anche per le Regionali, Cosa Nostra ha studiato i candidati, ne ha valutato la disponibilità a farsi “avvicinare” e poi si è “proposta” con dei pacchetti di voti in cambio di denaro e favori. La Dda di Palermo ha condotto delle indagini nei confronti di Alfonso Lo Zito, candidato, e sconfitto, dell’Ulivo nella corsa per il seggio alla Camera; del consigliere comunale di Porto Empedocle Calogero Lavignani, esponente del Ccd eletto in una lista civica e sull’elezione all’Ars di Michele Cimino, di Forza Italia, confermato deputato il 24 giugno. Il 2 luglio scorso una operazione denominata “Fortezza” è sfociata con 10 arresti tra cui quello di Lo Zito. Quest’ultimo, esponente della Margherita, battuto da Giuseppe Scalia di An, avrebbe acquistato voti dalla “famiglia” di Porto Empedocle di Cosa Nostra Iannì-L’Abbate. Lo Zito è il primo politico arrestato per il reato previsto dall’articolo 416 ter, cioè voto di scambio con la mafia. Il procuratore della Repubblica di Palermo Pietro Grasso ha commentato: <<Fino ad oggi non avevamo trovato precedenti giurisprudenziali sull’articolo 416 ter perché non era stata mai provata l’erogazione di denaro. Riteniamo che stavolta abbiamo raggiunto la prova>>.
Lo Zito, attuale presidente provinciale dell’Udeur, avrebbe pagato alla cosca di Porto Empedocle la somma di cinque milioni, una parte dei 25 milioni che avrebbe pattuito per l’acquisto di un pacchetto di 350 voti. A fare da tramite tra l’aspirante deputato e la famiglia Iannì-L’Abbate sarebbe stato Calogero Lavignani, 47 anni, originario di Porto Empedocle, il quale è stato arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo la procura per l’elezione dell’esponente di Forza Italia  Michele Cimino la cosca Iannì avrebbe ricevuto da Salvatore  Lauricella, referente del politico, 40 milioni in cambio di voti. L’onorevole replica: <<E’ una vicenda che non sta né in cielo, né in terra. Non conosco nessuno di questi signori, conosco Salvatore Lauricella, che è un maresciallo in pensione dei vigili urbani, ma non ho mai consegnato soldi a nessuno né ho mai fatto politica con i soldi>>. Un importante contribuito all’operazione “Fortezza” è stato fornito dal collaboratore di giustizia Alfonso Falzone che ha consentito di conoscere il nuovo organigramma della famiglia mafiosa di Porto Empedocle.
<<Quello di Porto Empedocle è l’unico caso in provincia - dice il procuratore aggiunto Anna Maria Palma- grazie alle rivelazioni di Falzone siamo riusciti a individuare anche la riorganizzazione della cosca mafiosa. Cosa che non avviene negli altri paesi dove non essendoci collaboratori di giustizia è difficile conoscere i segreti delle cosche di cui conosciamo parte della storia ma sicuramente poco del modo con cui hanno reagito alle due operazioni Akragas>>. Il procuratore capo Pietro Grasso sottolinea che <<la mafia non bada al colore politico dei personaggi che potrebbero garantirle appoggi e favori di varia natura>> e aggiunge: <<Non è più come nel passato. Basta saper scegliere l’interlocutore giusto in modo tale che gli affari dell’organizzazione mafiosa possano andare avanti senza alcun problema. L’importante è che l’interlocutore riesca a mantenere le promesse pattuite con i boss>>.
Lorenzo Baldo                                      


IL BOSS GERACI E’ GRAVE
4 luglio 2001


Palermo. Secondo i giudici il vecchio boss di Partinico Nené Geraci, 84 anni, appartenente alla cupola di Cosa Nostra, deve restare in carcere. Decisione, questa, presa dal tribunale del riesame che ha rigettato l’istanza di scarcerazione o di concessione degli arresti domiciliari presentata dall’avvocato Ubaldo Leo. Geraci, secondo il medico legale Rosaria Caradonna e l’urologo Maurizio Cacciatore è “affetto da molteplici patologie organiche interessanti più organi ed apparati” e tali patologie hanno “carattere degenerativo senile” e alcune di queste sono “irreversibili”.  Geraci che faceva parte della Commissione di Cosa Nostra è stato condannato all’ergastolo per le stragi del ‘92, per gli omicidi politici ha avuto trent’anni l’omicidio Francese ed è imputato in numerosi processi. M.C.


BORSELLINO “BIS”  CANCEMI  CONFERMA…
5 luglio 2001


Caltanissetta. Il 4 luglio scorso nell’udienza del processo d’appello “Borsellino bis” sui presunti esecutori e mandanti della strage di via D’Amelio, (del 19 luglio  del ‘92 a Palermo) è stato  interrogato il collaboratore di giustizia  Salvatore Cancemi. Il pentito rispondendo alle domande del presidente della Corte d’Assise d’Appello, ha detto: <<Con le stragi Cosa Nostra  doveva levare di sella Andreotti e Martelli. Dovevano metterci Berlusconi e Dell’Utri>>. Dichiarazioni, queste, che sono state ritenute inattendibili dal procuratore capo di Caltanissetta Giovanni Tinebra che quattro  mesi fa ha chiesto al gip l’archiviazione delle posizioni di esponenti politici di Forza Italia, indagati  per concorso per strage. M.T.


IL SOTTOSEGRETARIO TAORMINA LEGALE DI PRUDENTINO
7 luglio 2001


Bari. Il 26 giugno scorso da poco sottosegretario all’Interno Carlo Taormina si è presentato al Tribunale di Bari in veste di avvocato difensore del “re” del contrabbando Francesco Prudentino. Acute e singolari osservazioni fatte dal consigliere del Csm Gianni Di Cagno che si domanda <<il capo delle guardie difende il capo dei ladri?>>  ha proseguito: <<Taormina – a suo avviso - confonde  il piano  dell’impegno professionale con il suo ruolo istituzionale>>. Ha poi concluso <<Mi chiedo se il sottosegretario  invocherà sanzioni per i giudici baresi, come ha fatto l’altro giorno dopo la sentenza che ha prosciolto a Palermo il suo ex cliente Calogero Mannino, in caso di condanna per Prudentino>>. M.T.


SPATARO: IL PROCESSO, UNA CORSA AD OSTACOLI…
8 luglio 2001


Palermo. Armando Spataro, componente del Consiglio superiore della magistratura nel suo intervento alla presentazione del libro La Repubblica delle Banane di Peter Gomez e Marco Travaglio ha affermato: <<Il nostro è un sistema giudiziario impazzito in cui, nonostante le parole di Pecorella, l’inflazione delle garanzie ha ridotto il processo a una corsa ad ostacoli dai tempi e dai risultati imprevedibili, ostacoli che però bisogna abbattere>>. Il neo presidente della Commissione giustizia al Parlamento, Gaetano Pecorella nei giorni scorsi ha dichiarato che oggi <<i potenti non sono garantiti>>. Invece secondo Spataro oggi: <<i processi creano delle guerre tra le parti politiche. E sarebbe auspicabile un intervento dall’alto al più presto>>. A.P.


UN SETTIMANALE  TEDESCO LANCIA L’ALLARME
8 luglio 2001


Palermo. Il prestigioso settimanale tedesco Der Spiegel  rilancia un allarme già sollevato in Italia che riguarda i 18 mila miliardi che l’Unione Europea ha stanziato per la Sicilia. <<Bocconi ghiotti per la mafia>> è il titolo del lungo servizio del giornale tedesco in cui focalizza i rapporti tra criminalità organizzata e politica italiana. Una inchiesta, questa, che oltre a parlare di Marcello Dell’Utri e degli aspetti poco chiari della nascita della Fininvest pone l’attenzione agli ingenti aiuti comunitari destinati alla Sicilia, che entro il 2006 dovrebbero contribuire a colmare le carenze strutturali dell’isola. 18 mila miliardi da sommare ai 27 mila stanziati dal governo italiano. Secondo il settimanale questi soldi rischiano di <<scomparire in canali oscuri>> come quello di Cosa Nostra, che può contare su <<ottimi contatti politici>>. La mafia può <<colonizzare nuovamente la politica>> e, sottolinea il giornale tedesco, se con 100 milioni di sussidi al Nord si creano tre posti di lavoro, in Sicilia con gli stessi contributi se ne crea uno solo. Gianfranco Miccichè, coordinatore siciliano di Forza Italia, non intende commentare mentre il neo presidente della Regione Siciliana Totò Cuffaro risponde: <<La legalità e la trasparenza sono in cima ai nostri pensieri ma nessuno immagini che gli allarmi sui rischi di infiltrazioni possano ostacolare lo sviluppo in Sicilia. Quei soldi arriveranno e li spenderemo dopo un attento controllo. Se i tedeschi pensano che i 18 mila miliardi possano prendere destinazioni diverse dalla Sicilia si sbagliano>>.
Il presidente della Regione annuncia a tal proposito l’istituzione di un super consulente che si occuperà del monitoraggio e della trasparenza su Agenda 2000.
Monica Centofante


CANNELLA DEPONE AL PROCESSO DELL’UTRI
10 luglio 2001


Palermo. Il 9 luglio scorso, nel corso del processo al politico di Forza Italia Marcello Dell’Utri il collaboratore di giustizia Tullio Cannella ha rivelato che il boss Stefano Bontade avrebbe affidato  tramite la loggia massonica e l’appoggio della P2, decine di miliardi provenienti dal narcotraffico ad imprenditori del Nord Italia. Tale informazione, afferma Cannella, gli è stata rivelata dal cognato di Bontade Giacomo Vitale il quale gli avrebbe offerto una “parcella” di dieci miliardi per controllare il flusso del denaro investito. Il collaboratore, in seguito alle domande dei pm, ha riconfermato le indicazioni che nel ‘94 i boss Brusca e Bagarella fornirono per votare Forza Italia. <<Chiesi a Bagarella - ha dichiarato Cannella- se potevamo infilare in lista uno della nostra formazione Sicilia Libera. Lui rispose che avrebbe parlato con una persona che poteva avere influenza su Gianfranco Miccichè che insieme a La Porta si occupava di formare le liste di Forza Italia. Dopo sette giorni mi rispose che non c’era più il tempo, la persona con cui Bagarella doveva parlare era Vittorio Mangano. Secondo Bagarella tra Mangano e Dell’Utri c’era tutta una storia di rapporti>>.
Il politico Salvatore Cintola, deputato regionale siciliano neo eletto nelle file del Cdu <<era nelle mani del boss Giovanni Brusca>>. E’ quanto ha dichiarato Cannella che ha poi spiegato che il politico era stato coinvolto nel progetto politico <<Sicilia libera>>. Il Cannella ha detto ancora che <<alla fine di gennaio del ’94 Cintola mi disse che nonostante fosse un socialdemocratico avrebbe  appoggiato in campagna elettorale Forza Italia. La decisione la prese dopo aver parlato con Brusca>>. Il deputato regionale ha replicato: <<Alle dichiarazioni di quel signore hanno risposto già i magistrati con una richiesta di archiviazione per un’inchiesta che mi riguarda e di cui ho appreso dagli organi di stampa. Di quell’inchiesta - aggiunge - non sapevo nulla prima di leggere il mio nome sui giornali. Lo stesso Brusca ha detto di non conoscermi, ho appreso sempre dai giornali>>.
Maria Loi


CHIESTA TRASPARENZA NELLA GESTIONE DEI PENTITI
10 luglio 2001


Roma. Tutto ha inizio con un articolo che ripropone una vicenda che risale al 1994, si tratta di un’inchiesta giudiziaria sul servizio di protezione per i collaboratori di giustizia. Nello stesso giorno il pentito di mafia Tullio Cannella, che ha deposto a Palermo a carico di Marcello Dell’Utri, ha dichiarato che Leoluca Bagarella (cognato di Totò Riina) gli confessò che Cosa Nostra nel 1994 stava appoggiando Forza Italia. Sempre nello stesso giorno due deputati di An, gli onorevoli Fragalà e Lo Presti annunciano una interrogazione parlamentare per chiedere, in relazione ai fatti di sette anni fa, di <<migliorare la legge sui collaboratori, garantendo trasparenza e certezza del diritto per chi, come i testimoni, rappresenta un alto coraggio civile, a differenza dei pentiti>>.
Non stiamo parlando come di boss e gregari che hanno deciso di passare dalla parte dello Stato, ma di uomini che hanno deciso di rompere il muro dell’omertà decidendo di rilasciare dichiarazioni importanti contro le organizzazioni criminali. E’ vero che le loro dichiarazioni dovranno essere messe al vaglio ma non dimentichiamoci che il pentitismo ha permesso di infliggere duri colpi alla mafia…  L’opinione dei due onorevoli è che i testimoni sarebbero <<fortemente discriminati>> rispetto ai <<pentiti di seria A>>. Questi <<sono gestiti dai pm e concertano le proprie dichiarazioni per istruire processi politici>>
A riguardo, più precisamente alla fine dell’ultima legislatura, il Parlamento ha varato una normativa che diversifica la protezione, che deve essere accordata ai pentiti, da quella che va garantita ai testimoni di giustizia per i quali è stata istituita una sezione presso il servizio centrale del Viminale. Mentre la destra annuncia una campagna anti-pentiti, al Viminale prosegue lo scontro tra Mantovano di An e l’avvocato sottosegretario Taormina, di Firenze. Quest’ultimo, nemico dichiarato del pentitismo, potrebbe ricevere con la delega alla Pubblica Sicurezza la gestione dei collaboratori di giustizia. Anzi sono in tanti a scommettere che avrà lui la meglio.      
Jessica  Pezzetta


OMICIDIO FAVA TRE IMPUTATI ASSOLTI  IN APPELLO
11 luglio 2001


Catania. Il 10 luglio scorso la seconda sezione della Corte d’Appello di Catania, presieduta da Maiorana,  giudice a latere Castro, ha confermato le condanne all’ergastolo inflitte dalla Corte d’Assise a Benedetto Santapaola e Aldo Ercolano quali mandanti dell’omicidio del giornalista Giuseppe Fava. Sono stati invece assolti i componenti del commando che uccise il giornalista. Assoluzioni per Marcello d’Agata, Franco Giammusso e Vincenzo Santapaola, accusati dal pentito Avola di avere ucciso il giornalista e già condannati all’ergastolo nel giudizio di primo grado. Come unico esecutore materiale del delitto, con sentenza passata in giudicato, rimane Avola.
Il collaboratore di giustizia si era accusato di aver fatto parte, insieme ad Ercolano, d’Agata Santapaola e Giammusso del gruppo che fece fuoco sul giornalista. La figlia del giornalista ucciso Elena Fava presente all’aula bunker Bicocca ha dichiarato: <<Dopo diciassette anni dall’omicidio e sei di dibattimento esco con animo sereno da questo processo perché è stata comunque riconosciuta la matrice mafiosa del delitto, ma sarei stata più serena se fossero stati condannati anche gli autori del delitto>>.
Anna Petrozzi


CLAMOROSA OPERAZIONE DELLA POLIZIA A NAPOLI
11 luglio 2001


Roma.  Il 10 luglio scorso il gip della procura di Napoli, Sergio Beltrani, ha emesso 12 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di imprenditori, pregiudicati vari e due carabinieri dei Ros (questi ultimi avevano il compito di recuperare notizie riservate in cambio di assegni mensili o altri favori). Secondo le indagini della Dia si trattava di una vera e propria organizzazione che serviva a raccogliere informazioni da usare come arma di ricatto contro imprenditori, procuratori, pubblici ufficiali e rappresentanti delle istituzioni. A capo dell’organizzazione Renato D’Andria, imprenditore, più volte indagato e arrestato. Quest’ultimo ha chiamato il suo avvocato, il sottosegretario all’interno Taormina , per raccontargli dell’arresto imminente che gli era stato notificato da un maresciallo della Dia. I tentacoli di questa organizzazione malavitosa si erano infiltrati fino agli ambienti neofascisti, ai servizi segreti e alle diplomazie internazionali. Tra i clienti un funzionario del Ministero del Tesoro, Vincenzo Chianese.
Mara Testasecca


SCIDA’ E MARINO  RISCHIANO IL TRASFERIMENTO
11 luglio 2001


Catania. La Prima Commissione del Csm ha aperto una procedura di trasferimento nei confronti del presidente del Tribunale dei Minorenni, Giovan Battista Scidà, e il sostituto procuratore della DDA catanese Nicolò Marino per incompatibilità. I due magistrati, che all’inizio dell’anno con le loro dichiarazioni avrebbero fatto scoppiare il cosiddetto caso Catania, ora dovrebbero rispondere alle accuse che hanno rivolto ai vertici della Procura di Catania bollate dal plenum del Csm del marzo scorso come  mere <<insinuazioni>>. La decisione è stata presa il 10 luglio scorso e segna l’avvio dell’istruttoria il cui primo passo sarà l’audizione dei due magistrati  prevista  per settembre.
N.D.R. La redazione di ANTIMAFIA Duemila  riconosce ed appoggia  il lavoro professionale dei due giudici Giovan Battista Scidà e Nicolò Marino e non è d’accordo con la decisione presa dalla prima Commissione del Csm.  M.C.


IL GIUDICE MOLLACE E’ STATO CORRETTO SULLA GESTIONE SPARACIO
11 luglio 2001


Catania. Il procuratore aggiunto Enzo D’Agata e il sostituto Giovanni Cariolo hanno indagato su eventuali irregolarità che il magistrato della DDA di Reggio Calabria Francesco Mollace avrebbe commesso nella gestione dell’ex collaboratore di giustizia Luigi Sparacio. Una indagine, questa, scaturita da una denuncia presentata dall’avvocato Colonna in cui si ipotizzava il reato di abuso di ufficio per alcuni provvedimenti adottati in favore della suocera di Sparacio e per la restituzione allo stesso boss messinese di assegni  per un valore complessivo di duecento milioni di lire. IL Gip Dorotea Quartataro, del Tribunale di Catania, ha accolto la richiesta di archiviazione  inoltrata dai  magistrati D’Agata e Cariolo. L.B.


<<ATTENTI AL REVISIONISMO SU COSA NOSTRA>>
Polemica dei giudici dopo la proposta di Galasso.


Bisogna cancellare il reato di concorso in associazione mafiosa, oppure è necessario renderlo più chiaro. E’ quanto sostiene l’avvocato Alfredo Galasso, difensore del collaboratore di giustizia Angelo Siino, nonché figura di spicco dello <<storico>> fronte antimafia, ex militante Pci, poi nelle file della Rete, ed ex deputato siciliano e nazionale. Per il professionista questa accusa dovrebbe essere <<espulsa dalle aule giudiziarie>>. La proposta arriva dopo la condanna in appello del giudice Corrado Carnevale e l’assoluzione dell’ex ministro Calogero Mannino, imputati del reato per il quale Galasso adesso ne richiede la revisione. All’iniziativa si oppone il pm Antonio Ingroia, allievo di Paolo Borsellino, toga di punta nella Procura di Gian Carlo Caselli, oggi rappresentante della pubblica accusa nel processo per mafia a carico di Marcello Dell’Utri. <<Non posso neppure supporre che Galasso - dice Ingroia - voglia chiedere al controllo di legalità di fare un passo indietro sul terreno della verifica giudiziaria>>. E ancora: <<Mi rifiuto di pensare che egli crede davvero che l’abolizione del reato di concorso esterno sia la panacea di tutti i mali>>. Il penalista invoca una norma che definisca in maniera più chiara <<quali comportamenti esterni acquistano rilevanza penale>>.
Il magistrato teme un’ondata di <<revisionismo storico>> che spazzi via le conquiste raggiunte nel campo della lotta giudiziaria a Cosa Nostra. E’ polemica a distanza fra il difensore di Siino e il pm antimafia. Galasso esprime la sua opinione in un articolo: <<Al di fuori della partecipazione organica (a Cosa Nostra; n.d.r.), nella zona di confine della contiguità, la natura dei fatti e più ancora il criterio di valutazione si presentano tendenzialmente ambigui, comunque opinabili>>. Sulla stessa configurabilità del reato di concorso esterno, argomenta Galasso, <<la Corte di Cassazione ha esitato a lungo>>. Il legale conclude: <<Si tratta di avere il coraggio di affermare con chiarezza che il fiancheggiamento della mafia non è penalmente rilevante e va espulso dalle aule giudiziarie>>. Antonio Ingroia non ci sta e in base a quello che scrive Galasso si convince che dietro la richiesta di abolizione del reato di concorso esterno, di un paladino dell’antimafia, c’è una <<evidente finalità provocatoria>>. Non è possibile, secondo il magistrato, <<dimenticare che fu Giovanni Falcone, nel 1987, ad individuare proprio nella condotta di fiancheggiamento alla mafia uno snodo cruciale della strategia giudiziaria di contrasto a Cosa Nostra>>. Se si ritiene che il concorso esterno sia uno strumento usurato, suggerisce Ingroia, sarebbe opportuno <<discutere della proposta di indurre una nuova norma incriminatrice del sostegno esterno all’associazione mafiosa, contenuta nei lavori di due commissioni ministeriali, rispettivamente presiedute da penalisti di valore come Carlo Federico Gros e Giovanni Fiandaca>>.   
Tratto da La Stampa dell’11 luglio 2001 di  Lirio Abbate
 
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    Pericolosi risvolti nella procura calabrese al centro di importanti inchieste. Dalle cimici, ai corvi è come un assedio.
    Calcestruzzi spa sotto inchiesta. Contatto con Cosa Nostra. Nuove collaborazioni e successivi arresti. E’ la fine del sistema Lo Piccolo. Proseguono i grandi processi a Palermo. Da Mercadante a Borzacchelli. Nuova inchiesta su Cuffaro.
    La relazione della Commissione Antimafia sulle grandi capacità d’infiltrazione della ‘Ndrangheta.
    Csm e Anm sotto accusa. Responsabilità e i silenzi nel caso De Magistris. Speciale droga. Le sostanze che invadono l’Europa.
    Le ultime novità del processo “De Mauro”.
    Ed altro ancora…

     

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  • Editoriale

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    Baciamo le mani

    Eccoci qui con il nostro governo nuovo di zecca. Ha stravinto il Partito delle libertà di Berlusconi con l’apporto fondamentale della Lega Nord, il Partito Democratico di Veltroni ha subito una pesante sconfitta e i partiti di estremità sia a destra che a sinistra sono scomparsi dal parlamento. E’ il volto della nuova Italia bipolare nella quale, come già ci hanno dimostrato, si va d’accordissimo, c’è pace e dialogo perché il paese ha bisogno di stabilità e non c’è tempo da perdere.

    E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan.

    A inaugurare il nuovo metodo all’educato olio di ricino è stato Marco Travaglio. Che si è permesso ancora una volta di utilizzare la televisione come organo di informazione, cioè si è preso la briga, ad autentico sprezzo del pericolo, di dare ai cittadini una notizia. Per altro non esclusiva.

    Invitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che tempo che fa ha osato informare i cittadini italiani che il neo-presidente del  Senato Renato Schifani ha avuto, nel procedere della sua carriera, amicizie e frequentazioni poco raccomandabili. Con boss mafiosi per l’esattezza.


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  • Terzo Millennio

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    Inserto Terzo Millennio N. 58

    In questo numero:


    Nell'ambito del simposio internazionale indetto a Torino lo scorso 28 e 29 marzo dal titolo “From Global Warning to global policy” Giulietto Chiesa ha parlato di recessione mondiale e crisi ambientale, energetica e finanziaria. Questioni cruciali che stanno scuotendo il mondo intero.
    Fame nel mondo e povertà estrema. Una realtà sempre più vicina a noi, ma di chi è la colpa?
    Il Kosovo come le ciliegie: un'indipendenza tira l'altra. Quali saranno le conseguenze?
    Dal sequestro di Ingrid Betancourt in Colombia all'elezione di Fernando Lugo in Paraguay: guerra, corruzione e speranza in America Latina.
    Libera l'Acqua: proseguono le iniziative delle associazioni del Cipsi per promuovere la campagna sull'oro blu.
    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.