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Antimafia Duemila

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DEPOSITATA LA MOTIVAZIONE DELLA SENTENZA D’APPELLO DELLA STRAGE DI CAPACI

Falcone fu ucciso perché aveva scoperto il rapporto tra mafia, politica, imprenditoria ed alta finanza.
 
Il giudice estensore Vincenzo Pedone e il presidente del Tribunale Giancarlo Trizzino hanno depositato le motivazioni della sentenza d’appello della strage di Capaci. A emettere la sentenza, il 7 aprile del 2000, era stata la Corte di Assise di Appello di Caltanissetta. Le richieste della pubblica accusa, rappresentata dal Procuratore generale Luca Tescaroli e Enza Sabatino, sono state accolte nella quasi totalità dal Tribunale che ha condannato all’ergastolo la cupola cioè la commissione provinciale e regionale di Cosa nostra al completo.
Dalla motivazione si evince che il giudice Giovanni Falcone fu ucciso per vendetta, perché era il nemico storico e numero uno di Cosa nostra ma, soprattutto, perché indagando sugli appalti illeciti in Sicilia avrebbe definitivamente scoperto il rapporto tra mafia, imprenditoria, alta finanza e politica.
Infatti, quando il giudice Falcone pronunciò la famosa frase: << la mafia è entrata in borsa>> Totò Riina, Bernardo Provenzano, il capomandamento Salvatore Buscemi e tutta la cupola di Cosa Nostra iniziarono a preoccuparsi perché capirono che Falcone aveva intuito come veramente stavano le cose.
La sentenza dimostra inoltre la credibilità e l’importanza delle rivelazioni dei collaboratori di giustizia, in particolare di Giovanni Brusca e Salvatore Cancemi, le cui dichiarazioni sono state considerate complementari e convergenti. Per ciò che concerne le rivelazioni di Brusca, che a causa delle sue contraddizioni erano state ritenute poco credibili in primo grado ma che in appello sono state dichiarate attendibili, hanno fornito preziose indicazioni sui moventi dell’omicidio e sulle responsabilità nello stesso dei membri delle commissioni provinciale e regionale di Cosa Nostra. A Salvatore Cancemi è stato invece riconosciuto il merito di aver confidato che non fu solo Cosa Nostra ad eseguire la strage, ma che esistono mandanti dal volto coperto. I nomi da lui citati: Berlusconi e Dell’Utri.
Malgrado i giudici non si pronuncino (rimandano alla procura competente l’approfondimento delle indagini) su questi personaggi eccellenti, confermano la sicura esistenza di interessi convergenti a Cosa Nostra nell’organizzazione della strage, i cosiddetti mandanti esterni, da identificarsi sicuramente nel mondo dell’alta finanza, dell’imprenditoria, della politica e della massoneria deviata.
La sentenza evidenzia inoltre che la corrente Lima – Andreotti era legata alla mafia e, ancora, riconosce che Vittorio Mangano aveva realmente avuto rapporti con Berlusconi e Dell’Utri.
Si fa infine riferimento alla strage del giudice Borsellino. Quest’ultimo, proseguendo l’opera di Falcone, interessandosi degli appalti, stava giungendo a smascherare il rapporto tra mafia, politica, imprenditoria ed alta finanza. Le stragi Falcone e Borsellino sono quindi collegate da questo movente.
I giudici concludono che un altro movente della strage di Capaci risiede nel fatto che il magistrato Giovanni Falcone sarebbe divenuto Procuratore nazionale antimafia e che quindi, da questa alta sede istituzionale, avrebbe coordinato le indagini su Cosa Nostra e sulla mafia in genere presente su tutto il territorio nazionale e approfondito, come abbiamo già detto, il rapporto mafia, imprenditoria, politica e alta finanza.
Quindi è stato ucciso anche per questa ragione.
Nelle circa 1410 pagine i moventi della strage del giudice Falcone sono complementari e  molteplici.
Si tratta di uno dei rari casi in cui, nella storia di Cosa Nostra, una sentenza definitiva nel merito condanna tutta la commissione regionale, i mandanti e gli esecutori di una strage e apre una nuova pista: quella sui mandanti esterni.
La rivista ANTIMAFIA Duemila pubblicherà nei prossimi numeri stralci di questa sentenza.

Giorgio Bongiovanni



Il pm Marino: <<Certi magistrati tutelano l’interesse dei colletti bianchi>>.
13 luglio 2001

Catania. Le prime violente accuse sul <<caso Catania>> le aveva lanciate in Commissione Antimafia il presidente del Tribunale dei minori, Giovambattista Scidà. Il 23 gennaio scorso, in seduta segreta il pm Nicolò Marino le ha confermate, scatenando un vero e proprio putiferio. La denuncia riguarda presunte irregolarità nella gestione dei pentiti e di certi processi scomodi per alcuni politici. Ora il Csm, secondo indiscrezioni giornalistiche, nonostante l’inchiesta pendente avrebbe avviato la procedura di trasferimento d’ufficio per Marino che con forza ha dichiarato: <<Se ho deciso di parlare è solo perché questa non è la prima volta che dalla stampa apprendo notizie che riguarderebbero l’inizio di un procedimento per il mio trasferimento senza che mi siano stati notificati atti ufficiali e poiché tali notizie sono state a volte accompagnate da dichiarazioni, non smentite, di membri del Csm, ho motivo di ritenere che esse siano assolutamente fondate>>. Esigo chiarezza, ribadisce Marino, <<mai ho rilasciato dichiarazioni sull’argomento, neppure quando il mio Ufficio, approfittando delle indiscrezioni trapelate dal Csm, di recente ha ritenuto di delegittimare pubblicamente una delle mie ultime indagini sul filone mafia-imprenditoria legata all’arresto di un certo Scuto. Ma adesso basta, parlo io. In questi ultimi anni ho avuto la fortuna di coordinare, con altri colleghi, le più importanti indagini portate della Dda di Catania e devo dire che non ho mai avuto problemi sino a che le investigazioni non hanno interessato la cosiddetta mafia dei colletti bianchi, allorché sono stato costretto a segnalare agli organi istituzionali competenti interventi di colleghi in favore di indagati e tentativi di condizionare un sereno svolgimento delle indagini. Che cosa avrebbe dovuto fare un magistrato che si fosse accorto degli allarmanti segnali provenienti dai vertici del suo Ufficio, se non rivolgersi ai propri referenti istituzionali come la Procura generale?   … Credo che la mafia abbia un solo volto, sia che spari con le pistole nei quartieri degradati di una città come la nostra, sia che vesta in doppiopetto firmati e ricicli i miliardi provenienti da traffici illeciti in appalti pubblici o altrove. Se l’aver fatto il mio dovere e pretendere di farlo anche nei confronti dei potenti, se l’aver denunciato che mi si voleva impedire di portarlo a compimento, significa essere incompatibili, ebbene, io credo che con questo sistema io sia veramente incompatibile (…) Mi si impedisce di portare a compimento importanti interrogatori di pentiti col pretesto che ne avrei concentrati ben 2 nello stesso giorno presso una struttura di carabinieri e poi il mio ufficio ne convoglia addirittura 10 in tre giorni, interrogandone alcuni con intervalli temporali ristrettissimi e in un caso anche cinque in un giorno, senza che qualcuno abbia a lamentarsi. Ma allora non sono i metodi sbagliati, sono le mie indagini che non vanno bene. Capisco che possa apparire disdicevole indagare i parenti di un collega. (…) Ma non è colpa mia se a Catania non sono il solo a ritenere che la Giustizia non sia un fatto di bon ton>>. M.L. 

PER L’EX MINISTRO
DEL TESORO PERICOLO
DI RICICLAGGIO
13 luglio 2001

Roma. Il Ministro Giulio Tremonti informa il paese del <<buco>> di 45-62 mila miliardi che mancano nei conti pubblici. Infuria la polemica. L’ex ministro del Tesoro Vincenzo Visco lancia pesanti accuse al suo successore Giulio Tremonti e si dichiara stanco degli insulti rivolti al governo di centrosinistra definito con <<dati di fantasia su quello che Tremonti chiama buco>>. Il fatto che il governo abbia inserito una manovra per favorire il rientro dei capitali esportati senza dichiararli potrebbe consentire  a qualcuno di riciclare facilmente il denaro, sottolinea con preoccupazione Vincenzo Visco. In sostanza, continua Visco, <<questa sanatoria per il rientro dei capitali non è altro che un condono. Buona parte dei capitali, peraltro, sono già rientrati. Io non vorrei, piuttosto, che questo finisse per favorire il riciclaggio del denaro sporco>>. M.L.

 
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    Invitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che tempo che fa ha osato informare i cittadini italiani che il neo-presidente del  Senato Renato Schifani ha avuto, nel procedere della sua carriera, amicizie e frequentazioni poco raccomandabili. Con boss mafiosi per l’esattezza.


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