La Rivista
Editoriali
L’eredità scomoda | L’eredità scomoda |
|
|
|
|
Il libro di Caselli e Ingroia Presentato a Catania di Lorenzo Baldo Catania, 1 giugno 2001. Ore 21.30, sala “Libero Grassi” a Palazzo dei Chierici. Molta attesa per la presentazione del libro “L’eredità scomoda”, fra il pubblico diversi volti noti di una Catania “combattente” sul fronte dell’antimafia. Molti anche i semplici cittadini venuti ad ascoltare un pezzo di storia decisamente scomodo. Poco dopo l’orario prestabilito Dario Montana, fratello del dirigente di polizia Beppe Montana, assassinato dalla mafia il 28 luglio ’85, dà inizio all’incontro introducendo il tema della serata. Si parte dal processo Andreotti, al quale è dedicato un intero capitolo del libro, poiché i difensori dell’onorevole si sono domandati se la presentazione de “L’eredità scomoda” fosse poi così necessaria. <<Noi - ha spiegato Montana - a differenza del collegio di difesa dell’onorevole Andreotti, consideriamo sempre opportuno interrogarci e ragionare su un libro. Dobbiamo chiederci come mai in questo momento le librerie vedano contemporaneamente la presenza di libri scritti dall’attuale e dal precedente procuratore della Repubblica di Palermo: proprio quando l’allarme sociale non è destato da morti eccellenti, quando non si uccidono poliziotti o magistrati; alla fine di una campagna elettorale nazionale che ha sostituito i temi della lotta alla mafia con una più tranquillizzante e generica esigenza di sicurezza contro gli immigrati e gli scippatori; all’inizio di una campagna elettorale per le regionali che vede il candidato della Casa delle Libertà invocare, quale sua prima dichiarazione, la fine dell’antimafia parolaia>>. In un simile contesto “L’eredità scomoda” certamente è utile, poiché <<è un libro che dimostra che la battaglia contro la mafia può e deve essere vinta!… basta volerlo>>. Costruito attorno alle riflessioni dei due magistrati sui sei anni che hanno visto a capo della Procura di Palermo Caselli, trova la sua conclusione proprio nelle vicende del processo Andreotti e <<tiene assieme, da un lato, una ricostruzione delle vicende umane e delle emozioni vissute dai due magistrati, dall’altro spunti di riflessione sull’abbassamento del livello delle indagini su Cosa Nostra e sullo smantellamento delle leggi antimafia>>. Liggio e Dell’Utri avrebbero sostenuto che la mafia esisterebbe poiché esiste l’antimafia… ma quali sono le nostre responsabilità? Forse è il caso che cominciamo a chiedercelo. Il clima di isolamento e linciaggio, intollerabile per uno Stato di diritto, che si scatena nei confronti del magistrato che indaga su un potente o un politico, è dovuto anche alla nostra disattenzione, la stessa per cui <<viene eletto chi afferma che si è costretti a fare politica per legittima difesa, mentre la scelta di candidarsi alle elezioni é presentata come una sorta di risarcimento politico/giudiziario>>. Montana conclude il suo intervento con la citazione di una pagina dei “Promessi Sposi” dove, con grande ironia, Manzoni si riferisce a quella giustizia umana che difende gli interessi dei potenti di turno: sostiene che “la forza legale non protegge in alcun modo l’uomo tranquillo, inoffensivo. Contro i poveri c’è sempre giustizia”. <<Di certo Manzoni del concetto di giustizia qualcosa doveva sapere, visti i suoi rapporti di parentela con Cesare Beccaria! E oggi abbiamo il fondato timore che si voglia realizzare, da parte di molti, una giustizia implacabile “da tolleranza zero” nei confronti dei poveri e dei diseredati, e il massimo di impunità penale, politica, amministrativa e contabile per i politici e i potenti di turno>>. La parola passa a Giorgio Bongiovanni che inizia il suo discorso affermando che i due magistrati dovrebbero essere ringraziati per il loro impegno, ma questo <<libro ha scatenato una serie di polemiche sulla stampa come quelle, ingiuste, riguardanti il processo Andreotti>>. Ne “L’eredità scomoda” poi <<sono raccontate tante situazioni, tra cui le indagini e i successi straordinari ottenuti contro la mafia durante la gestione della Procura di Gian Carlo Caselli: gli arresti dei capi di Cosa Nostra, i grandi processi, gli ergastoli... . Ma si parla anche dell’umanità di queste persone che hanno rischiato e rischiano la vita. La televisione mostra solo gli attacchi subiti da questi uomini – dice Bongiovanni –, ma penso che i cittadini siano comunque in grado di comprendere certe situazioni e farsi una propria idea al di là della stampa che segue questo o quell’altro potere>>. Tuttavia nel nostro Paese si sono commessi e si commettono dei gravi errori, infatti non solo non abbiamo memoria, ma siamo anche molto superficiali poiché, quando alla televisione si sentono pronunciare frasi contro questo o quel magistrato, siccome lo dice la tv, forse le cose stanno veramente così! Ed è sbagliato. Come già detto, nel libro si raccontano alcuni episodi che ci dimostrano che questi personaggi <<sono persone come noi, ma che hanno fatto una scelta>>. Scelta che, oggi, tutti siamo chiamati a fare <<soprattutto in Sicilia. Dobbiamo decidere definitivamente di stare dalla parte della legalità e contribuire così al lavoro dei magistrati e delle forze dell’ordine, poiché il consenso alla mafia lo possiamo togliere solamente noi cittadini>>. Si tratta di una scelta che certamente costa sacrificio, <<ma è l’unico modo per liberare la nostra terra da questo cancro>>. Come ha affermato lo stesso procuratore Grasso, mai Cosa Nostra si è sentita forte come ora, grazie anche alla nostra irresponsabilità. La magistratura e le forze dell’ordine assistono al continuo cambiamento delle norme processuali e del diritto penale e si vedono attaccate da tutte le parti, e questo <<tutti lo sappiamo>>, afferma Peter Gomez, moderatore della serata. Poi, rivolgendosi a Caselli chiede se, visto come vanno le cose, si sarebbe anche potuto non processare Andreotti, poiché tutto questo nasce proprio dai processi contro i potenti. Ma Caselli replica che il suo libro non fa altro che ripercorrere sette anni di esperienza giudiziaria a Palermo <<e il capitolo dedicato al processo Andreotti non è né il più lungo né il più importante. Semplicemente, non si poteva non parlarne. Sarebbe stato un po’ prendere in giro gli autori stessi nonché i lettori, poiché nei sette anni a Palermo si inserisce anche tale processo >>. Poi spiega che, <<al tempo delle stragi del ’92, il nostro Paese era letteralmente in ginocchio e stavamo aspettando il colpo definitivo, pensando che non ci fosse niente da fare: due stragi, quella ferocia, quella voglia evidente di Cosa Nostra di porsi non soltanto come soggetto criminale, ma anche come soggetto politico. La mafia ci sembrava inarrestabile, e invece le istituzioni in quel momento erano assolutamente unite. Le forze dell’ordine, anche aiutate da leggi pensate sulla necessità specifica della lotta a Cosa Nostra, come la legge sui pentiti e il 41 bis, e poi la società civile che si è mobilitata non solo con manifestazioni, ma anche organizzandosi in tanti modi significativi di partecipazione e sostegno>>. I risultati raggiunti sono stati davvero grandi <<ma, invece di riconoscerlo, c’è una tendenza forte, sostenuta a suon di colpi di trasmissioni televisive e di inchieste, si fa per dire giornalistiche secondo cui, in questi anni, si è perso tempo, si è sprecato denaro pubblico e, invece di realizzare un riscatto di fronte allo strapotere mafioso, si è semplicemente realizzato un arretramento della magistratura. Sono bestemmie largamente diffuse con mezzi potenti, tanto diffuse che ci è sembrato utile ripercorrere questi anni di esperienza. Tutti gli indagati per fatti di mafia, i miliardi sequestrati dalla Procura Distrettuale Antimafia, i latitanti arrestati, costituiscono i percorsi professionali che abbiamo fatto Ingroia ed io insieme a tanti altri colleghi. Un lavoro – dice ancora Caselli – che riteniamo di poter rivendicare con orgoglio, fermo restando la necessità di essere grati a coloro che ci hanno consentito di svolgerlo: le forze dell’ordine innanzitutto e la società civile nel momento in cui ci ha sostenuti>>. E prosegue, spiegando che <<nel 2000 la corte d’Appello di Palermo ha pronunziato 116 condanne all’ergastolo per delitti di mafia. E’ un numero che davvero parla da solo e si cita anche con fatica poiché gli ergastoli sono ergastoli, si tratti o no di mafiosi… . E’ un’inversione di tendenza rispetto allo strapotere della mafia, un riscatto di legalità. A fronte di tutto questo il negazionismo incentrato su alcuni processi e in particolare quello che Peter Gomez ha citato>>. Si tratta di <<processi sui quali ci si deve interrogare, che hanno suscitato tanto clamore in Italia quanto all’estero e che, quando si concludono in primo o secondo grado in Cassazione, devono essere discussi>>. E infatti sono stati discussi, ma come se il loro esisto <<comportasse un fallimento totale del lavoro della Procura nel corso di questi anni>>. E uno dei principali sostenitori di questa teoria del fallimento è Lino Jannuzzi che, nel ’91, parlava di Giovanni Falcone e Gianni De Gennaro come di una coppia la cui strategia, passati i primi momenti di ubriacatura per il pentitismo e per i maxi-processi, è approdata al più completo fallimento: sono Falcone e De Gennaro i maggiori responsabili della débâcle dello Stato di fronte alla mafia… . <<Ubriacatura per il pentitismo, fallimento, débâcle, sconfitta, cupola mafiosa… le stesse identiche cose che stavano rovesciando su di noi, sulla Procura di Palermo dopo le stragi. E ci sarebbe persino da gloriarsi perché, se a noi vengono dette le stesse cose che erano state dette a Falcone, vuol dire che Falcone è stato unico e inarrivabile, ma qualcosa di buono, forse, siamo riusciti a fare se veniamo trattati allo stesso modo con il quale era stato trattato lui in vita>>. Caselli parla del fallimento di oggi poiché comunque il problema esiste. Infatti <<ci sono state 116 condanne all’ergastolo per mafiosi di strada e soltanto assoluzioni per imputati esterni all’organizzazione, gli imputati eccellenti>>. E questo <<vorrà ben dire qualcosa!>>. Non ci sono risposte, ma è lecito domandarsi come funziona la giustizia. Per trovare una risposta <<bisogna studiare le sentenze e la sentenza Andreotti non è stata studiata da nessuno. Così nel libro ci siamo dovuti occupare anche di questo>>. Quindi risponde alla domanda di Gomez. <<Nel nostro Paese l’azione penale è obbligatoria, il che significa che se sussistono determinati presupposti bisogna aprire un processo. E nel caso di Andreotti c’era davvero una montagna di elementi per aprirne uno. Se non avessimo esercitato l’azione penale avremmo agito in maniera illegale, disonesta, vile e delegittimante. Tutte le nostre altre inchieste non avrebbero avuto più alcuna credibilità. Sarebbero stati usati infatti, due pesi e due misure. Poi c’è stato il dibattimento che si è concluso con una sentenza di assoluzione, ma si è trattato di un’assoluzione che utilizza lo schema argomentativo tipico dell’insufficienza di prove, di un’assoluzione che, pur assolvendo, conferma vari punti significativi di quello che, tecnicamente, si chiama impianto accusatorio: rapporti con i Salvo, Lima, Sindona, Ciancimino, tutti soggetti definiti profondamente inseriti in Cosa Nostra, suoi stabili collaboratori, strettamente legati all’associazione mafiosa, parte integrante di un inestricabile intreccio che si è creato con esponenti politici mafiosi. Ho solo una certezza – afferma Caselli –, Falcone e Borsellino nel momento in cui, col maxi-processo, con sacrificio e capacità professionale altissima, stavano dimostrando che la mafia si può sconfiggere, invece di essere sostenuti sono stati cacciati via, professionalmente parlando. Sono stati attaccati quando hanno cominciato ad occuparsi dei Salvo, di Ciancimino, dei cavalieri del lavoro di Catania. Abbiamo temuto non soltanto i mafiosi di strada, ma anche altri soggetti>>. E conclude spiegando che <<noi ci siamo sempre ispirati, nonostante i nostri limiti, all’insegnamento di Borsellino e Falcone ed è per questo che riteniamo di aver semplicemente fatto il nostro dovere. E allora altro che chiedere scusa a chi ci ha calunniati soltanto perché abbiamo fatto il nostro dovere!>>. Gomez riprende la parola seguendo un po’ il filo del discorso di Gian Carlo Caselli, ricordando che, <<fra i vicini di casa di Ingroia, ci sono state delle proteste a causa delle misure di sicurezza adottate>> e chiedendosi <<cosa c’è in una parte della società siciliana, o italiana, che non funziona>>. La risposta arriva da Antonio Ingroia che spiega che <<la mafia non è un corpo estraneo rispetto alla nostra società. Cosa Nostra ha una storia secolare alle spalle proprio perché si è radicata all’interno della società siciliana, avendo goduto di complicità trasversali proprio al suo interno, nonché in ambiti istituzionali. Questo radicamento ha determinato difficoltà non solo alla magistratura e alle forze dell’ordine, ma anche di penetrazione per qualsiasi forma di legalità. Il problema dell’azione di contrasto al crimine mafioso non è soltanto repressivo, ma è anche e soprattutto un problema di contrasto a più ampio raggio che deve avere un momento sociale, politico, economico e culturale>>. È ovvio quindi che <<nella società vi siano resistenze e l’azione di contrasto alla mafia abbia un costo sociale per ogni cittadino>>. Peraltro, <<c’è stato un calo di attenzione da parte della società tutta>>, fatto che può essere considerato normale, poiché non si può stare sempre in stato di emergenza. Tuttavia <<occorre una continuità soprattutto da parte delle istituzioni politiche, che devono fungere da traino per i cittadini, mentre questi devono dare una spinta alla politica che deve tradurla in iniziative concrete. Il problema è che, ai risultati importantissimi a livello repressivo e giudiziario sul fronte della lotta alla mafia, non è seguita la fase in cui l’impegno antimafia, di reazione alla stagione stragista, si sarebbe dovuto trasformare in un tragitto di continuità sul piano legislativo, economico e di maggiore sensibilità. Allorquando la mafia è stata costretta a cambiare strategia per effetto della stretta repressiva dello Stato e ha abbandonato la stagione delle stragi, in quel momento, come se il problema fosse stato risolto, come fosse soltanto una questione di ordine pubblico, la legislazione è cambiata>>. Ad ogni modo, Ingroia ritiene che oggi Cosa Nostra non sia più forte di quanto non fosse nel ’92-’93. Infatti, <<in quella fase deliberò una strategia tra le più terribili, mettendo in atto omicidi e stragi di amici e nemici. Adottò una strategia unica nella storia della criminalità organizzata italiana proprio perché era tremendamente forte dal punto di vista militare e della capacità progettuale di una strategia così ambiziosa>>. Resta il fatto che oggi Cosa Nostra, pur non essendo forte come allora, si sente comunque molto potente. <<A questa domanda si possono dare tante risposte: una è certa. Ed è l’impressione che lo Stato abbia un po’ “mollato” la presa>>. Anche se questo <<non è vero per i magistrati che di mafia ancora si occupano e non è vero per tantissimi appartenenti alle forze dell’ordine, come dimostrano anche i recenti risultati sul fronte della cattura dei latitanti. È vero però, che sul fronte del cosiddetto carcere duro, sul tempo dei processi e sulla certezza della pena per i mafiosi, sono stati compiuti tanti passi indietro. Oggi lo Stato sembra meno credibile sia agli occhi del mafioso, che si sente più forte, che agli occhi del cittadino che, giorno per giorno, deve confrontarsi con una realtà dura e violenta quale è quella della mafia, sentendosi sempre più solo. E qui sta’ la responsabilità di tutti, come diceva Montana. Occorre quanto mai una grande istituzione di responsabilità, occorre riflettere sull’idea che magistratura e forze dell’ordine tanto non possono sconfiggere la mafia, occorre una maggiore presa di coscienza da parte della società italiana nel suo complesso, del mondo dell’informazione e, soprattutto, della politica. Non si chiedano ulteriori passi indietro alla magistratura! E la società compia passi avanti>>. |
| < Prec. | Pros. > |
|---|
|
In edicola dal 28 maggio 2008
|
|
| Leggi tutto... |
|
Baciamo le mani E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan. A inaugurare il nuovo metodo all’educato olio di ricino è stato Marco Travaglio. Che si è permesso ancora una volta di utilizzare la televisione come organo di informazione, cioè si è preso la briga, ad autentico sprezzo del pericolo, di dare ai cittadini una notizia. Per altro non esclusiva.
Invitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che
tempo che fa ha osato informare i cittadini italiani che il neo-presidente del
Senato Renato Schifani ha avuto, nel procedere della sua carriera, amicizie e
frequentazioni poco raccomandabili. Con boss mafiosi per l’esattezza. |
|
Inserto Terzo Millennio N. 58 In questo numero: Nell'ambito del simposio internazionale indetto a Torino lo scorso 28 e 29 marzo dal titolo “From Global Warning to global policy” Giulietto Chiesa ha parlato di recessione mondiale e crisi ambientale, energetica e finanziaria. Questioni cruciali che stanno scuotendo il mondo intero. Fame nel mondo e povertà estrema. Una realtà sempre più vicina a noi, ma di chi è la colpa? Il Kosovo come le ciliegie: un'indipendenza tira l'altra. Quali saranno le conseguenze? Dal sequestro di Ingrid Betancourt in Colombia all'elezione di Fernando Lugo in Paraguay: guerra, corruzione e speranza in America Latina. Libera l'Acqua: proseguono le iniziative delle associazioni del Cipsi per promuovere la campagna sull'oro blu. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. |
Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
| Home |
| Redazione |
| Scrivici |
| Informazione |
| La Rivista |
| Abbonamenti |
| Dossier |
| Documenti |
| Link |