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Antimafia Duemila

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Condannato il collega ed amico di Bruno Contrada PDF Stampa E-mail

Ecco le prove della sentenza di primo grado che ha riconosciuto Ignazio D'Antone colpevole di concorso esterno in associazione mafiosa
di Monica Centofante Niente assoluzione per Ignazio D'Antone. A deciderlo la quarta sezione del tribunale di Palermo presieduta da Giuseppe Nobile a latere De Negri e Piras che, con l'accusa di concorso in associazione mafiosa, ha condannato il vicequestore a dieci anni di reclusione, tre mesi di libertà vigilata e interdizione perpetua dai pubblici uffici. La sentenza è stata emessa, dopo due giorni di camera di consiglio, lo scorso 22 giugno alle 18.15 nell'aula bunker del carcere di Pagliarelli e forse D'Antone, che alla lettura del verdetto non era presente in aula, un finale così non se lo aspettava. L'impianto accusatorio presentato dai pm Antonino Di Matteo e Annamaria Picozzi e formatosi nel corso dell'istruzione dibattimentale, durata due anni e rivelatasi particolarmente complessa e problematica, rappresenta infatti solo un quarto, per numero di accuse, testimonianze, pentiti e accertamenti fatti, di quello che è stato il processo all'ex collega e amico Bruno Contrada. Analoghe le accuse mosse contro i due funzionari, talvolta dagli stessi testi che in entrambi i procedimenti hanno denunciato l'esigenza, avvertita da molti all'epoca dei fatti, di operare nel più stretto riserbo soprattutto nel settore della ricerca latitanti per evitare "interferenze" dall'alto. Due in particolare le occasioni in cui l'intervento del D'Antone ha permesso la fuga dei mafiosi ricercati. Il primo risale al 24 dicembre del 1983, giorno in cui nella chiesa della Magione, a Palermo, veniva celebrato il battesimo del nipote del boss Pietro Vernengo. Un'intercettazione telefonica aveva rivelato la possibilità che il latitante presenziasse alla cerimonia e il commissario Beppe Montana, nonostante il dott. D'Antone gli avesse negato il permesso, si precipitò sul posto con una quindicina di uomini rimasti in servizio in quella notte di Natale. Tra questi gli agenti Roberto Antiochia, amico fidato, Fabrizio Mattei, Riccardo Cano e Pasquale Carlino. Solo Montana e Antiochia entrarono in chiesa ma non riuscirono a raggiungere i primi banchi, nei quali intravidero il Vernengo, perché cacciati proprio da D'Antone, la cui presenza serviva a garantire la serena celebrazione del battesimo. E' quanto emerge dalle deposizioni degli stessi Mattei e Cano e della signora Saveria Gandolfi, madre di Roberto Antiochia, ucciso nel 1985 in un agguato mafioso insieme a Ninni Cassarà. Pochi giorni dopo l'assassinio di Beppe Montana, la signora Gandolfi, la quale già nel 1986 informò dei fatti il prefetto Parisi che non avrebbe condotto alcuna indagine in merito, racconta di aver udito il figlio discutere con Cano dell'accaduto e di aver trovato alcuni fogli sui quali Roberto stilò un breve rapporto, consapevole che "<<loro>> avrebbero buttato via le carte". E così fu. E non solo nel singolo caso. Negli archivi di polizia e carabinieri non vi è infatti traccia dell'operazione denominata Hotel Costa Verde, risalente al gennaio del 1984 e citata anche nella motivazione della sentenza di primo grado che aveva condannato Contrada a dieci anni di reclusione. In quella data il commissario di polizia Ninni Cassarà individuò nell'Hotel Costa Verde di Cefalù la sede dei festeggiamenti per il matrimonio di Scavone Anna, figlia del boss Scavone Gaetano, e Spadaro Antonino, uomo d'onore e figlio del boss della Kalsa Spadaro Tommaso. Il giorno precedente il blitz, pianificato da Cassarà e per il quale furono impiegati circa un centinaio di uomini tra carabinieri e poliziotti, lo stesso Cassarà venne trasferito, per servizio, a Catania. <<Mi hanno mandato li tanto per non mandarmi al Costa Verde>> ebbe modo di commentare alla moglie, Laura Iacovoni, testimone al processo, prima di partire per la destinazione assegnatagli. Nel frattempo D'Antone, il quale non poteva "rischiare" che il comando del blitz passasse nelle mani del dott. Montana, come spiega il pm Antonino Di Matteo, fece una cosa <<che non aveva mai fatto prima e non avrebbe mai fatto dopo>>: diresse personalmente l'operazione. Quando il dott. Montana, insieme a quattro agenti della Mobile, fece irruzione nella sala del ricevimento i presenti cominciarono a urlare e si tranquilizzarono soltanto quando videro il dott. D'Antone. Questi si intrattenne con alcuni dei presenti e poi ordinò ai suoi uomini di uscire dalla sala e di attendere la fine della cena. Per ben due ore cento uomini rimasero ad aspettare e nessuno di loro fu incaricato di presidiare i due ascensori che collegavano la sala con le centinaia di camere dell'albergo e con la lavanderia. Un cuoco e un cameriere vennero spogliati del loro abito e quest'ultimo, Corrado Arcoleo, riferisce di aver notato persone che bruciavano bigliettini o aprivano freneticamente cassetti e mobili di servizio posti vicino ai tavoli, forse per nascondere qualcosa. Quando finalmente ebbero accesso al salone gli agenti trovarono i tavoli semivuoti e si limitarono ad annotare le generalità dei pochi presenti.
Nel corso dell'udienza del 21 gennaio del 2000, il collaboratore di giustizia Emanuele Di Filippo racconta di aver saputo dai boss Beniamino Lo Giudice e Pippo Calamia che alla festa erano presenti i latitanti Vincenzo Buccafusca e Vincenzo Spadaro entrambi fuggiti vestendosi da camerieri. Un ulteriore riscontro, in questo senso, è emerso dall'accertamento dei numeri di targa delle auto parcheggiate davanti all'Hotel: una era intestata alla moglie di Vincenzo Buccafusca, un'altra alla nuora di Vincenzo Spadaro. Secondo quanto rivelato dal teste Accordino, alto funzionario della Mobile, a partire da quel momento Cassarà chiese ai suoi collaboratori il massimo riserbo, anche all'interno dell'ufficio e nei confronti del dirigente, su tutte le attività d'indagine più delicate e addirittura, come racconta la Iacovoni, arrivò a programmarsi l'esecuzione delle operazioni più difficili in occasione delle ferie del D'Antone.
E il nome di quest'ultimo è collegato anche ad un altro blitz, verificatosi questa volta nel 1981. Il 19 ottobre di quell'anno la Squadra Mobile di Palermo fu protagonista di quello che passò alla storia come il blitz di Villagrazia. Il dott. Accordino, nel giorno in questione di servizio in questura, ricevette una telefonata anonima che informava di un summit mafioso in corso in un'abitazione sita in Villagrazia, a Palermo. Dovendo agire d'urgenza non ebbe la possibilità di avvisare il dott. D'Antone e insieme ad una squadra di poliziotti individuò nella villa indicata per telefono la presenza di numerosi uomini d'onore del mandamento di S. Maria del Gesù. Dopo un conflitto a fuoco vennero arrestati una ventina di mafiosi tra i quali Pietro Lo Jacono, Salvatore Profeta, Giovanbattista Pullarà e Gambino "u cuvattu". In seguito all'accaduto il dott. D'Antone, informato dei fatti, presentò un semplice rapporto informativo senza preoccuparsi di elaborare ulteriormente le indagini e tramite un amico, il giornalista del Giornale di Sicilia Monteaperto Giuseppe, presentò le proprie scuse al boss Gaetano Cinà spiegando la sua assoluta estraneità alla vicenda. Tale episodio viene riferito dal collaboratore di giustizia Di Carlo Francesco e per questo, nell'ambito del processo in questione, è unico nel suo genere. Le prove presentate dai pm Annamaria Picozzi e Antonino Di Matteo si basano infatti su testimonianze qualificate e disinteressate, su documenti dal contenuto e significato inequivoco, su intercettazioni telefoniche e su una ferrea logica mentre le rivelazioni dei pentiti, tra i quali ricordiamo Salvatore Cucuzza, Angelo Siino e Salvatore Cancemi, fanno da riscontro. Sono però i pentiti ad indicare il D'Antona come uomo vicino ai capomafia Stefano Bontade e Saro Riccobono. A riscontro di tale affermazione vi è una lettera, presentata in aula, inviata da Bontade a Innocenzo Pasta nella quale il boss lo invita a far intervenire il dirigente della Mobile per una sua scarcerazione. Interessante anche la trascrizione di due telefonate intercorse tra tale Diliberto Giuseppe e il boss Carlo Castronovo e risalenti al 1984. Nella discussione tra i due interlocutori emerge chiaramente il rapporto di amicizia esistente tra il mafioso e il dott. D'Antone. Da non sottovalutare il fatto che nella notte tra l'8 e il 9 aprile dello stesso anno, nell'ambito del procedimento Pizza Connection, la Polizia Giudiziaria delegò alla Mobile di Palermo l'esecuzione di alcuni fermi tra i quali compariva anche il nome di Castronovo, che però non venne catturato.
Queste, in sintesi, alcune delle prove fornite dai 62 testi presentati da accusa e difesa per i quali il PM ritiene sia totalmente da escludere l'ipotesi della vendetta dal momento che nessuno di questi ha mai ricevuto alcun pregiudizio, diretto o indiretto, dall'attività dell'imputato. Le polemiche per la sentenza di condanna non hanno tardato comunque ad arrivare e proprio per bocca di Bruno Contrada che ai giornalisti, indignato, dichiara: <<Ma non sono venuti in aula il capo della polizia in carica e il vicecapo della polizia in carica a testimoniare in favore del dottor Ignazio D'Antone? E ora come la mettiamo? Dobbiamo forse ritenere che abbiano dichiarato al tribunale cosa non vera?>>. E ancora: <<Ho avuto rapporti per oltre vent'anni con Ignazio D'Antone e posso affermare, in piena coscienza, che pochi funzionari di polizia e poche persone ho conosciuto quali galantuomini come lui>>. Ma la presa di posizione di Contrada è comprensibile se si pensa che molti dei testimoni presenti al processo D'Antone erano gli stessi che di lui avevano parlato come di un soggetto nella piena disponibilità di Cosa Nostra. E se come ha sostenuto il dott. Di Matteo nella requisitoria, nell'esprimere un giudizio è importante contestualizzare sempre i fatti in discussione non possiamo tralasciare di ricordare che nel periodo di attività di Contrada e D'Antone a Palermo la mafia uccise, tra gli altri, i funzionari Chinnici, Basile, Montana, Giuliano, Cassarà, Zucchetto e Antiochia. E questo anche perché, continua Di Matteo, facendo sempre un passo indietro personaggi come il D'Antone hanno permesso il loro isolamento, rendendoli facili bersagli da colpire.
Nel frattempo i legali di D'Antone, Ninni Reina e Giuseppe Galliano, preannunciano appello contro il verdetto: <<Una denuncia che non ci aspettavamo - ha commentato Reina - e adesso attendiamo di leggere le motivazioni, per capire quale sia stata la ragione che ha spinto i giudici ad emettere questa sentenza>>.



BOX1

Ignazio D'Antone

Ignazio D'Antone, 60 anni, catanese fu nominato capo della Squadra Mobile di Palermo in seguito all'uccisione di Boris Giuliano. Ha poi diretto la Criminapol, ha prestato servizio nell'ufficio dell'Alto Commissario Antimafia ed è stato infine chiamato al Sisde. Le tappe della sua carriera sono state sempre caratterizzate dall'amicizia e dalla collaborazione con l'ex numero 3 del Sisde Bruno Contrada, condannato a dieci annib di reclusione con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e assolto con formula piena in appello.

 
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    Baciamo le mani

    Eccoci qui con il nostro governo nuovo di zecca. Ha stravinto il Partito delle libertà di Berlusconi con l’apporto fondamentale della Lega Nord, il Partito Democratico di Veltroni ha subito una pesante sconfitta e i partiti di estremità sia a destra che a sinistra sono scomparsi dal parlamento. E’ il volto della nuova Italia bipolare nella quale, come già ci hanno dimostrato, si va d’accordissimo, c’è pace e dialogo perché il paese ha bisogno di stabilità e non c’è tempo da perdere.

    E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan.

    A inaugurare il nuovo metodo all’educato olio di ricino è stato Marco Travaglio. Che si è permesso ancora una volta di utilizzare la televisione come organo di informazione, cioè si è preso la briga, ad autentico sprezzo del pericolo, di dare ai cittadini una notizia. Per altro non esclusiva.

    Invitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che tempo che fa ha osato informare i cittadini italiani che il neo-presidente del  Senato Renato Schifani ha avuto, nel procedere della sua carriera, amicizie e frequentazioni poco raccomandabili. Con boss mafiosi per l’esattezza.


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    Fame nel mondo e povertà estrema. Una realtà sempre più vicina a noi, ma di chi è la colpa?
    Il Kosovo come le ciliegie: un'indipendenza tira l'altra. Quali saranno le conseguenze?
    Dal sequestro di Ingrid Betancourt in Colombia all'elezione di Fernando Lugo in Paraguay: guerra, corruzione e speranza in America Latina.
    Libera l'Acqua: proseguono le iniziative delle associazioni del Cipsi per promuovere la campagna sull'oro blu.
    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.
     
 

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