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La lunga storia di“El patron” PDF Stampa E-mail
Vita e morte di Pablo Escobar
di Monica Centofante

<<Non so come ricordarlo mio fratello. Non so da dove cominciare. Se dall'inizio, come tutti facciamo o dalla fine, dove tutti arriviamo. Ho tutto il tempo del mondo per farlo. E so che potrei impegnare il resto della mia esistenza in questo esercizio ma comunque il tempo mi mancherebbe. Preferisco quindi ricordare degli aneddoti. Quelli che vissi accanto ad un uomo che ancora oggi considero un grande essere umano che molto ha fatto per la Colombia. Con tutti i suoi errori. Con tutte le sue virtù. Accanto al genio, al narcotrafficante che con l'astuzia e la malizia "di paese" mise in scacco le potenze della terra e ingannò le tecniche più sofisticate; al politico, che arrivò a trattare alla pari con i presidenti della terra, con i capi più influenti; al padre, che nel pieno della sua tragedia non smise un istante di amare; al marito, innamorato della sua abnegata María Victoria; al figlio, ossessionato dalla disperazione per avere la madre a pochi metri ma di fatto non poterla avere; all'amico, fedele e leale; al fratello, una strana combinazione tra amore e amicizia>>.
Roberto
Escobar Gaviria

Il corpo di Pablo Escobar Gaviria fu ritrovato scalzo, con il volto coperto di sangue e la pistola stretta nella mano. Era morto in guerra. La sua guerra. Quella che non aveva mai smesso di combattere neppure di fronte a quei diciotto uomini, troppi anche per lui, che gli diedero la morte la sera del 2 dicembre 1993. L'ultima macabra immagine del Patròn sfilò su tutti i principali quotidiani della Colombia, forse del mondo e per sorte, ancora una volta, a vincere era stato lui. Migliaia di persone attesero il feretro grigio uscire dalla piccola cappella di Jardines Montesacro, qualcuno invocava il suo nome, qualcun altro chiedeva la testa dei politici, altri ancora piangevano domandandosi soltanto il perché di quel triste finale. Era nata in mezzo a loro, agli emarginati e ai poveri, la leggenda di Pablo Escobar, da profanatore di tombe a politico al servizio del popolo. La sua carriera criminale comincia in tenera età con qualche "tiro" di marijuana e piccoli furti che lasceranno spazio a grandi operazioni di contrabbando e traffico di stupefacenti. A soli 22 anni è sospettato di aver preso parte al sequestro e successivo omicidio di Diego Echavarrìa, un personaggio di spicco nel mercato tessile colombiano, ma non verrà inserito nella lista degli indagati mentre finirà più volte in carcere per diversi reati. Tra questi il furto di alcune auto denunciato, sotto interrogatorio, da due dei suoi complici, tali Pizano e Cadavid. Entrambi uccisi sei anni e mezzo più tardi a colpi in testa il primo e a colpi di arma da fuoco il secondo. La sua entrata ufficiale nel grande traffico di stupefacenti è targata 1975 e segna la tappa iniziale del suo grande impero economico e della sua fama di benefattore. Non ostenta la ricchezza, aiuta chi ha bisogno e tratta con il dovuto rispetto il personale impiegato nella sua tenuta di campagna (i cui lavori di costruzione iniziano nel 1979) dotata, come spiega il fratello Roberto <<di tutto ciò che amano le persone che sanno apprezzare il gusto della vita>>. Su circa 3.000 ettari di terreno sono disposte abitazioni dotate di aria condizionata, sale gioco, piscine, campi da tennis e da calcio, enormi sale da pranzo, un teatro, una discoteca, aeroporti ed eliporti personali e ancora tratti di fiumi, laghi, animali provenienti dall'Africa, piste da motociclismo e molte altre cose che qui sarebbe troppo lungo elencare. Per la città di Medellin sovvenziona la costruzione di un piccolo stadio di calcio, contribuisce a finanziare i lavori di ristrutturazione delle strade, costruisce luoghi di svago nei quartieri dimenticati e di tanto in tanto visita le zone malfamate per distribuire denaro ai più poveri. In cambio riceve consenso, protezione e appoggio sia dalla classe dirigente che dagli stessi compaesani e continua ad organizzare indisturbato il traffico di droga in collaborazione con altri boss emergenti nel mercato della cocaina, in particolar modo i fratelli Ochoa. Nella sua epoca di massimo splendore e tranquillità (1977-1981) non manca però di aggiustare vecchi conti e tra questi Carlos Gustavo Monroy Arenas, del DAS, che verrà ucciso da tre colpi di pistola il 25 agosto del 1981. La sua colpa era quella di aver portato all’arresto il Patron, per questioni di droga, a Itagüì. La scalata al potere è sempre più rapida e nel 1982 raggiunge la sfera politica: viene eletto nella Camera dei Rappresentanti dopo essersi presentato alle elezioni come leader di un movimento da lui stesso fondato e denominato “Civismo en Marcha”. La nuova carica gli conferisce prestigio e, al tempo stesso, la preziosa immunità che lo protegge da ogni eventuale problema giudiziario. Conquista la fiducia dei cittadini organizzando comizi non soltanto in periodi preelettorali ma anche in "tempi non sospetti" e gode dell'appoggio di uomini di Chiesa. L'idillio finisce però quando alcuni suoi colleghi cominciano ad occuparsi del "denaro sporco" e dell'indifferenza dimostrata da vari parlamentari nei confronti di questo tema. <<Considero indispensabile - dichiara l'on. Luis Carlos Galan nel corso della campagna presidenziale del 1982 - insistere sull'urgente esigenza di un progetto di legge che garantisca l'indipendenza e la credibilità dei partiti e dei dirigenti politici nei confronti del problema del narcotraffico>>. Ad appoggiare Galan il ministro della giustizia Rodrigo Lara Bonilla che in una non meglio precisata occasione dichiara: <<Il valore non sta nell'affrontare le persone che sono cadute in disgrazia ma coloro che gestiscono il potere del denaro, del traffico di droga, coloro che in virtù della loro potenza criminale ed economica hanno la possibilità di passare sopra lo Stato e calpestare il paese…>>. Sferra poi un attacco frontale a Escobar chiedendo al Congresso la provenienza del suo immenso capitale ed evidenziando la sua capacità di <<comprare le coscienze e creare gruppi criminali come il MAS>> (Morte Ai Sequestranti, un gruppo formato insieme ai fratelli Ochoa in seguito al rapimento di Martha Nieves Ochoa). E' la prima volta che El Patron viene denunciato pubblicamente come narcotrafficante. Lo stesso giorno la catena televisiva statunitense ABC trasmette un programma sul traffico della cocaina citando Escobar come uno dei capi dell'organizzazione malavitosa di Medellin e a questo si aggiungono le indagini giornalistiche condotte dal cronista Guillermo Cano, direttore del quotidiano El Espectador. Cano pubblica la notizia, al tempo sconosciuta, della detenzione di Escobar nel carcere di Itagui e, a seguire, le sue condanne per traffico di droga, furto di auto e reati minori oltre alle minacce da lui rivolte, in passato, ad un giudice che seguiva uno dei processi a suo carico. Ed ancora: il giudice Gustavo Zuluaga Serna rispolvera un vecchio caso, risalente al 1976 e riferito all'omicidio di due agenti per il quale chiede al Congresso di revocare l'immunità parlamentare e dare inizio ad un procedimento nei suoi confronti. Saranno le minacce rivolte alla moglie a far desistere il giudice dal procedere con l’inchiesta mentre il caso verrà chiuso per insufficienza di prove. Lara intanto non si ferma, continua ad indagare, si batte per l'estradizione negli Stati Uniti dei trafficanti colombiani, non teme le intimidazioni che si rendono sempre più numerose finché la notte del 30 aprile 1984 25 pallottole da 45 mm fermano la sua folle corsa contro i narcotrafficanti. In seguito al delitto il Presidente, costernato, annuncia: <<Basta ai nemici dell'umanità! La Colombia consegnerà i criminali reclamati da altri paesi perché il loro castigo serva da esempio>>. Il giorno seguente Escobar, sotto la falsa identità di Pedro Pablo Carrera si reca con la moglie a Panama dove viene protetto, insieme ad altri criminali, dal generale Manuel Antonio Noriega, a sua volta alleato del governo statunitense. Agli inizi di luglio del 1984 parla all'emittente radiofonica Radial che non riesce ad identificare il luogo dal quale proviene la voce: <<Solo la giustizia potrà dire chi uccise il ministro. Non possono farlo le persone, né i mezzi di comunicazione, né la polizia, né il governo. Mi stanno rivolgendo un'accusa gratuita e testarda. Il fatto che esistano mezzi di comunicazione che mi indicano come narcotrafficante non significa che io lo sia. Le persone che mi conoscono sanno molto bene che svolgo attività nel campo dell'industria, dell'edilizia e dell'allevamento di bestiame. Me ne sono andato dal paese nello stesso modo in cui lo hanno fatto migliaia di persone. Perché non avevamo garanzie di nessuna natura. E la cosa più grave, perché furono perseguitate le nostre famiglie, le nostre mogli e gli anziani indifesi. In questi giorni le autorità si vantavano di aver effettuato 1.300 aggiustamenti. Sono soprusi contro 1.300 famiglie colombiane>>. Noriega però, accusato dall'opposizione di aver truccato le recenti elezioni, non riuscirà ad assicurare il proprio appoggio ai narcos mentre un confidente della DEA, Barry Seal, parlerà dei rapporti tra il padrino della droga e i sandinisti. Verrà ucciso il 19 febbraio del 1986 a Baton Rouge, Louisiana: era il testimone chiave al processo istruito contro Jorge Luis Ochoa. Prima di ritornare in Colombia Escobar organizza a Panama un incontro con l'ex presidente Alfonso Lopez Michelsen al quale chiede di farsi tramite con il governo statunitense per la stipula di un accordo: la fine delle operazioni di narcotraffico in cambio della dichiarazione di incostituzionalità del patto internazionale che regola l'estradizione. In seguito ad un periodo di lunghe trattative il governo USA non accetta e da il via al primo grande processo per delitti di narcotraffico contro Pablo Escobar e Jorge Luis Ochoa. Il boss intanto fa rientro a Medellin, siamo nel 1984, in compagnia di Gonzalo Rodriguez Gacha “El Mexicano” per il quale nutre un particolare sentimento di amicizia. Insieme decidono di attuare con più forza un progetto iniziato anni prima: la conquista e il controllo del Magdalena Medio, la "valle ardente" nella quale si incrociano tutti i movimenti sovversivi che generano violenza in Colombia. El Patron acquista terreni, controlla il potere politico delle popolazioni poste intorno alle sue proprietà, sottomette forze di polizia, soldati, colonnelli e generali da Cimitarra, a Santander, fino a Puerto Triunfo, ad Antiouquia, da nord a sud. Compra terre e coscienze nell'area che circonda i comuni di Rio Claro, Puerto Triunfo, Doradal e Aquitania. Gacha nel frattempo si muove da sud a nord, da Pacho fino al territorio di Escobar. Giungono a dominare incontrastatamente un territorio di 50.000 chilometri quadrati, rifugio ideale per i capi del sempre più redditizio mercato della droga, e per ragioni di ordine pubblico si oppongono al potere esercitato in quelle zone dal FARC. A novembre del 1985, nel pieno della battaglia legislativa per l'estradizione, i guerriglieri del commando M-19 assaltano il Palazzo di Giustizia uccidendo, tra gli altri, 13 magistrati simbolo della lotta al crimine colombiano e riducendo ad un mucchio di cenere gli incartamenti relativi alle richieste di espatrio per Pablo Escobar e i suoi amici. I capi di tale operazione, Ospina e Fayad, negano di essere in collegamento con la mafia ma si rifugiano nella tenuta del Patron. Il capo della coca continua intanto ad avanzare pretese intonando discorsi di tipo politico-nazionalista e sfruttando il suo terribile potere criminale. Alle 7.30 del 31 luglio 1986, al nord di Bogotà, un gruppo di sicari uccide il magistrato Hernando Baquero Borda, uno dei superstiti dell’attentato al Palazzo di Giustizia. Il pericolo dell’estradizione diventa per Pablo Escobar una vera ossessione. Con l’avvento del nuovo Presidente crea un’organizzazione fantasma, Los Extraditables, la quale si rivolge alla Chiesa, al governo, ai giudici della Repubblica, alle forze progressiste del Congresso e all’opinione pubblica in generale per chiedere che nessuno possa essere privato dei propri affetti e deportato in una terra straniera. Ha inizio una vera e propria guerra: in poco tempo vengono assassinati magistrati, politici, giornalisti e rappresentanti delle forze dell’ordine tra i quali i giudici Gustavo Zuluaga Serna e Maria Elena Diaz, il magistrato Carlos Valencia Garcia, il colonnello Jaime Ramirez (né il governo né la polizia prenderanno le sue difese), il capo della polizia di Antioquia colonnello Valdemar Franklin Quintero, il giornalista Giullermo Cano. Si salva invece per miracolo il ministro della giustizia Enrique Parejo Gonzalez. Nel frattempo gli avvocati del padrino della droga riescono a fare assolvere il proprio assistito in molti dei processi nei quali è imputato mentre le forze di polizia organizzano diversi blitz ai quali Escobar e la cupola del narcotraffico colombiano riescono sempre a sfuggire. Quando la notte del 18 di agosto viene ucciso il politico colombiano Luis Carlos Galan Sarmineto il presidente passa al contrattacco e non soltanto rinnova le richieste di estradizione ma mediante un decreto esecutivo ordina il sequestro dei beni dei narcotrafficanti. A Bogotà migliaia di persone partecipano alla veglia funebre gridando giustizia per la morte annunciata di quell’uomo che significava molto nel futuro della Colombia. Prima di commettere l’assassinio Los Extraditables tentano per una seconda volta di stipulare un accordo con il governo statunitense ed esattamente 18 giorni prima dell’attentato viene diffuso il presente comunicato: “Noi davvero vogliamo la pace. La abbiamo gridata ma non la possiamo mendicare…
Non accettiamo e non accetteremo mai le numerose e arbitrarie separazioni dalle nostre famiglie, i saccheggi, le detenzioni repressive, le montature giuridiche, le estradizioni antipatriottiche e illegali, le violazioni di tutti i nostri diritti. Siamo disposti ad affrontare i traditori e i venduti. Non abbasseremo la bandiera. Lo facciamo in difesa delle nostre famiglie, dei nostri diritti giuridici, della nostra libertà, dei nostri diritti di nazionalità e di patria e delle nostre vite.
Chiediamo al signor Presidente della Colombia: cosa c’è di più importante per il suo governo della pace del suo popolo?
Visto che siamo cittadini colombiani esigiamo almeno una risposta.
Vogliamo la pace. Vogliamo dialogare ma non abbasseremo la bandiera”.
La guerra continua: assassinii, attentati, minacce e sequestri sono all’ordine del giorno. Per sostenere la spesa dei combattimenti la cupola dell’organizzazione esige, pena la morte, una quota mensile da tutti gli impresari e gli industriali che hanno intrattenuto un qualsiasi tipo di rapporto con la mafia oltre all’impegno economico di tutti i membri dell’organizzazione. Di contro, i vari corpi di polizia si lanciano in una vera e propria caccia all’uomo, sequestrano i boss criminali e sottopongono a tortura chi non fornisce informazioni sui capi della cupola. Una scia infinita di terrore e di sangue che raggiunge anche le famiglie dei politici le quali cominciano a cedere all’ipotesi di contrattare con i potenti narcotrafficanti. Il Congresso si divide in due correnti: una vuole l’accordo, un’altra preferisce continuare con la linea dura. Durante tutto il periodo delle negoziazioni la mafia sospende la sua azione repressiva e per dimostrare l’assoluta onestà delle sue proposte di interscambio rilascia alcuni sequestrati eccellenti e ribadisce che <<la causa essenziale della nostra lotta è stata e sarà sempre: la nostra famiglia, la nostra libertà, il nostro popolo, la nostra vita e i nostri diritti di nazionalità e di patria>>. Il Presidente nordamericano Bush nel corso di un suo viaggio a Cartagena chiede però alla Colombia, a nome della Casa Bianca, di mantenere una linea dura contro i narcotrafficanti. Il governo dello stato sudamericano rimane quindi diviso in due opposti poli. Nel primo semestre del 1990 Escobar avanza una dura critica contro il governo statunitense: <<Da nessuna parte si parla di controllare la distribuzione e soprattutto il consumo di droga negli stessi USA […] Ma la cosa più dolorosa non è ciò che vogliono fare nel nostro territorio ma ciò che riescono a far fare ai nostri governi servili […] per imporre la propria volontà. Il trucco più usato è quello della pressione economica. Usano le nostre necessità, la nostra povertà, i nostri dubbi per imporre, in cambio di prestiti, le più nefaste condizioni […] I nostri governi hanno sempre piegato le ginocchia[…] Lunga vita a Fidel che sarà l’unico ad alzare la voce per noi…>>. La trattativa si risolve in un assoluto insuccesso per i narcotrafficanti e in un nuovo scandalo per il governo di Barco Vargas mentre il fuoco incrociato di gruppi di guerriglieri, paramilitari, narcos, sicari, estremisti di destra e forze dell’ordine continua a mietere numerose vittime. El Patron però non si dà per vinto e attende le elezioni del nuovo presidente per ritentare l’accordo e allontanare da sé lo spettro dell’estradizione. Frattanto non frena la sua offensiva contro lo Stato e solo tra maggio e giugno del 1990 esplodono a Cali, Cartagena, Bogotà, Medellin e Pereira ben 18 bombe che provocano 93 morti, 450 feriti e danni per 3.000 milioni di pesos, mentre sotto i colpi delle mitragliatrici continuano a cadere politici, magistrati o chiunque tenti di ostacolare l’irrefrenabile ascesa al potere del cartello di Medellin. Il principale obiettivo è quello di distruggere l’immagine del governo agli occhi dell’opinione pubblica e dimostrare il potere del terrorismo. Il 7 agosto di quell’anno la Colombia saluta il nuovo presidente Cesar Gaviria Trujillo che esordisce con un discorso contro l’ondata di violenza generata dal narcoterrorismo e che il 5 settembre annuncia l’entrata in vigore del decreto 2047: annullamento dell’estradizione, ribassi di pena e buon trattamento ai narcotrafficanti che si consegnano spontaneamente, confessano tutti i propri delitti, restituiscono i beni provenienti da traffici illeciti e forniscono informazioni su altri boss della malavita. E’ un primo passo verso la negoziazione ma Escobar punta a maggiori garanzie e per raggiungerle si avvale di una delle sue armi più efficaci: il sequestro. In breve tempo dispone di un buon numero di prigionieri eccellenti sulla vita dei quali gestisce i negoziati con il potere politico. Verso la metà di dicembre invia un comunicato a nome de Los Extraditables nel quale, per la prima volta, accenna alla possibilità di sottomettersi alla giustizia a precise condizioni: <<Siamo disposti ad accettare il decreto 2047 e a presentarci di fronte alla giustizia del nostro paese sempre e quando ci saranno date garanzie processuali delle quali abbiamo diritto in quanto cittadini colombiani e se ci sarà garantita l’incolumità fisica per noi e per le nostre famiglie. Come riconoscimento alla sua lotta per la difesa dei diritti umani in Colombia e in vari paesi dell’America latina procediamo alla liberazione del giornalista tedesco Hero Buss>>. In quegli stessi giorni i fratelli Ochoa, stanchi di una latitanza che durava ormai da troppi anni in un clima di vera e propria guerra, decidono di consegnarsi alla giustizia mentre il governo emette un successivo decreto, il 3030, secondo il quale è sufficiente che i mafiosi confessino uno solo dei loro delitti per ottenere i vantaggi già precedentemente concordati. Il pericolo di un trasferimento in un carcere straniero si sarebbe presentato soltanto in caso di fuga o di falsa testimonianza. El Patron però non si accontenta: desidera la totale abolizione dell’estradizione e per ottenerla continua il suo braccio di ferro con la classe politica. Scorre altro sangue innocente finché il governo promulga il decreto 303 che prevede l’abolizione in ogni caso dell’estradizione. A questo punto il re della cocaina annuncia la sua imminente consegna alla giustizia a patto che, per motivi di sicurezza personale, il luogo della sua detenzione sia il centro di riabilitazione per tossicodipendenti situato in una zona montagnosa nei dintorni di Envigado. Una fortezza, per la sua ubicazione, difficile da attaccare. Il governo accetta e il 19 giugno del 1991 Pablo Escobar Gaviria fa il suo ingresso a La Catedral. Sarà uno dei periodi più tranquilli e redditizi della sua vita criminale. Il 23 gennaio del 1992, quando i funzionari dell’ufficio del procuratore legale visitano il carcere rimangono esterrefatti di fronte alle comodità e al lusso nel quale Escobar trascorre la sua detenzione: all’interno della struttura, completamente rimodernata, i funzionari scattano 126 fotografie che testimoniano la presenza di impianti stereo, televisori giganteschi, tappeti, vasche da bagno, dipinti di rinomati artisti, sculture e ogni genere di libro. Ma ancora più sconcertante è ciò che gli increduli visitatori non possono vedere. Pablo Escobar entra ed esce dalla Catedral senza alcun tipo di controllo (a quel tempo gli ufficiali guadagnano 400 dollari al mese, i soldati 150 e non è difficile per il Patron superare questa cifra), i militari impiegati nel carcere somigliano più a guardie del corpo al servizio del boss che a guardie carcerarie. Le giornate di Escobar si svolgono nella più assoluta tranquillità: la mattina il Patron dorme; nel pomeriggio riceve parenti, amici, avvocati, calciatori professionisti, giovani donne con le quali passa ore in allegria; la sera organizza feste o partite di calcio. L’ingresso al carcere, anche nel caso di autorità governative, è permesso solo in seguito ad una precisa richiesta rivolta al “detenuto” eccellente nella quale devono essere spiegate le motivazioni della visita. Ad eccezione dei familiari, chiunque entri a La Catedral viene sottoposto a rigidi controlli da parte delle guardie carcerarie. Un passaggio segreto situato sul retro della struttura e controllato direttamente da El Patron permette invece l’ingresso a persone di massima fiducia attraverso le quali ordina sequestri, omicidi e gestisce l’intero traffico internazionale di stupefacenti di Antioquia, della Costa, di Bogotà. Esercita un controllo diretto su tutti i gruppi di narcotrafficanti i quali vengono costretti, pena la morte, a corrispondere al boss un fisso mensile pari a 100.000, 200.000 o 300.000 dollari. <<Il traffico lo ho organizzato io – ripete frequentemente - la guerra contro l’estradizione l’ho vinta io, la pace è stata possibile solo perché io mi sono consegnato e questo vi permette di lavorare in assoluta libertà. Il padrone sono io. Tutti mi devono pagare>>. Molti dei trafficanti, per sfuggire al pagamento di questa sorta di pizzo, si spostano verso Pereira, Armenia e Cali. In questo periodo di tranquillità, oltre a gestire il traffico di droga, Escobar riprende in mano il controllo delle sue proprietà, molte delle quali abbandonate o dimenticate. Installa vari computer attraverso i quali tiene sott’occhio i movimenti del denaro depositato nelle banche di Uruguay, Panamà, Svizzera, Hong Kong… supervisiona le sue proprietà nel Magdalena Medio, a Urabà, nel sud di Antioquia, a Bogotà, Cordoba e San Andres oltre a quelle in Australia, Stati Uniti, Brasile e Centroamerica, dove possiede una piccola isola acquistata negli anni Ottanta.
Nel frattempo, sul versante della giustizia, un magistrato onesto e deciso, Gustavo de Greiff apre un’inchiesta sulla base di alcune testimonianze, in seguito avvalorate da riscontri probatori, relative alle condizioni di carcerazione di Pablo Escobar. Le indagini sono parallele a quelle condotte dalla DEA e denominate <<L’hotel a cinque stelle di Envigado>>. Il 21 luglio del 1992 il generale Gustavo Pardo Ariza, comandante della IV brigata circonda La Catedral ma El Patron riesce a fuggire. Riprende la latitanza e con essa i tentativi di accordo con lo Stato. Una nuova scia di violenza investe il paese ma questa volta lo Stato non è solo nella lotta contro il boss. Parallelamente alle forze dell’ordine combattono, nella clandestinità, uniti sotto il nome di Pepes – Perseguitati da Pablo Escobar - i gruppi che negli anni di massimo splendore del Patron avevano subito ogni tipo di sopruso. I Pepes conoscono le strategie del boss e i luoghi nei quali è solito nascondersi e rispondono a tono ai suoi violenti attacchi. Nel giro di pochi mesi le perdite in termini di affetti e di beni materiali sono incolmabili. Il vuoto creato intorno a Escobar lo rende pericolosamente vulnerabile fino a che il 2 dicembre del 1993 grazie all’intercettazione di due telefonate il più grande capomafia nella storia della Colombia, l’uomo che da solo aveva affrontato e vinto la guerra dell’estradizione contro gli Stati Uniti, lo stratega che aveva messo in scacco il proprio governo, viene localizzato e poche ore dopo ucciso da un commando di 18 uomini. Nel libro che in segreto stava scrivendo il Patron si chiedeva quale sarebbe stato il significato della sua morte. Gli rispose la sua gente che, lentamente, si avvicinò al suo corpo senza vita per dargli l’estremo saluto: <<Pablo, che la tua morte possa essere il seme che porterà la pace>>.

 Monica Centofante
 
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    In questo numero:
    Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale.
    La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato.
    Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni.
    Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione.
    Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi.
    Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo.
    Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità.
    Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro.
    Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti.
    Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica.
    Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina.
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  • Editoriale

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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

    Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri umani.


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    Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt.
    Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico.
    Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali.
    Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto.
    Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi.
    Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo.
    Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico.
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