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Antimafia Duemila

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Cosa nostra non ha mai accettato rapporti di subalternità PDF Stampa E-mail
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Cosa nostra non ha mai accettato rapporti di subalternità
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Meno significativo, rispetto al traffico dell’eroina, è stato, almeno inizialmente, il coinvolgimento di Cosa Nostra nel commercio di altre droghe. Ma per quanto riguarda hashish e cocaina, alcune strutture, soprattutto nella Sicilia orientale, sono da tempo addette a questo tipo di droga a notevoli livelli con collegamenti con la Camorra ormai noti da tempo. Si tratta, dunque, di strutture molto articolate e solo apparentemente complesse che per lunghi anni hanno funzionato egregiamente consentendo alla mafia ingentissimi guadagni. Un discorso a sé merita il riciclaggio del denaro. Cosa Nostra ha utilizzato organizzazioni internazionali operanti in Italia di cui si serviva già fin dai tempi del contrabbando di tabacchi, ma è ovvio che i rapporti sono divenuti assai più stretti e frequenti per effetto degli enormi introiti derivanti dal traffico di stupefacenti. Ed è chiaro altresì che, nel tempo, i sistemi di riciclaggio si sono sempre più affinati in dipendenza sia delle maggiori quantità di danaro disponibili, sia soprattutto della necessità di eludere investigazioni sempre più incisive. Per un certo periodo, bisogna riconoscerlo, il sistema bancario ha costituito canale privilegiato per il riciclaggio del danaro. Senza dire che non poche attività della mafia, di per sé illecite e costituenti di per sé autonoma fonte di ricchezza, come ad esempio le cosiddette truffe comunitarie, hanno costituito il mezzo per consentire l’occultamento del fluire, in Sicilia, di ingenti quantitativi di danaro già ripuliti all’estero, quasi per intero provenienti da traffico di stupefacenti. Di recente è stato addirittura accertato il coinvolgimento di interi paesi in operazioni bancarie di cambio di valuta estera – ci si può immaginare cosa comporta questo in tema di indagine relativa -. Quali effetti ha prodotto, in seno all’organizzazione di Cosa Nostra, la gestione del traffico degli stupefacenti? Contrariamente a quanto ritenevano taluni mafiosi più tradizionalisti, la mafia non si è rapidamente dissolta, ma ha accentuato le sue caratteristiche criminali. Le alleanze orizzontali tra uomini d’onore di diverse famiglie e di diverse province hanno favorito il processo, già in atto da tempo, di gerarchizzazione di Cosa Nostra, e al contempo hanno indebolito la rigida struttura di base con la conseguenza che hanno alimentato mire egemoniche. Infatti, nei primi anni ’70, per assicurare un migliore controllo dell’organizzazione, veniva costituito un nuovo organismo di vertice, la cosiddetta Commissione Regionale, composta dai capi delle province mafiose siciliane, col compito di stabilire regole di condotta e di applicare sanzioni negli affari concernenti Cosa Nostra nel suo complesso. Ma le fughe in avanti di ben individuati gruppi di uomini d’onore erano difficilmente controllabili, ed esplodeva così, nel ’78, una violenta contesa culminata negli anni ‘81-’82. Due opposte fazioni si sono affrontate in uno scontro di una ferocia senza precedenti che ha investito tutte le strutture di Cosa Nostra causando centinaia di morti. I gruppi avversari, ecco la novità, aggregavano uomini d’onore, ciascuno di essi appartenenti alle più varie famiglie, spinti dall’interesse personale a differenza di quanto era avvenuto nella prima guerra di mafia caratterizzata dallo scontro tra famiglie, e ciò a dimostrazione inequivoca del superamento della rigida compartimentazione in famiglie di un tempo. La sanguinosa faida non ha determinato, come ingenuamente si affermava, un indebolimento complessivo di Cosa Nostra, ma, al contrario, un rafforzamento e un rinsaldamento delle strutture mafiose, che depurate degli elementi più deboli, eliminati nel conflitto, si sono compattate sotto il dominio di un gruppo egemone, accentuando al massimo la segretezza ed il verticismo. Ed il nuovo gruppo dirigente ha fornito ben presto una sinistra dimostrazione della sua potenza e vitalità e fin dall’aprile ’82 ha scatenato una violenta offensiva contro le istituzioni, con la eliminazione di chiunque poteva costituire un ostacolo alle sue finalità. Gli omicidi di Pio La Torre, di Dalla Chiesa, di Chinnici, di Ciaccio Montalto, di Montana, di Cassarà, al di là delle specifiche ragioni della eliminazione di ciascuno di essi, testimoniano una drammatica realtà. E tutto ciò mentre il traffico di stupefacenti e le altre attività illecite continuavano ad andare a gonfie vele, nonostante l’impegno delle forze dell’ordine. L’ultimo laboratorio di eroina scoperto in Sicilia rimonta appena all’aprile ’85, ma, nell’anno successivo, sono stati effettuati sequestri di consistenti partite di droga in partenza da Palermo. La collaborazione di alcuni elementi di spicco di Cosa Nostra e la conclusione di inchieste giudiziarie approfondite hanno inferto indubbiamente un duro colpo alla mafia. Ma se la celebrazione, tra difficoltà di ogni genere, di questi processi ha indotto Cosa Nostra ad un ripensamento di strategie, certamente non ha segnato l’inizio della fine del fenomeno mafioso. Il declino della mafia, più volte annunciato, non si è verificato e non è purtroppo prevedibile nemmeno oggi. E’ vero che non pochi uomini d’onore, diversi dei quali di importanza primaria, sono in atto detenuti, tuttavia, i vertici di Cosa Nostra sono latitanti, e non vi sono elementi che possano farci ritenere che siano costretti all’angolo. Le indagini di polizia giudiziaria, ormai da qualche anno, hanno perso di intensità e di incisività, a fronte di un’organizzazione mafiosa sempre più impenetrabile e compatta, talché le notizie in nostro possesso, sull’attuale consistenza dei quadri mafiosi e sui nuovi adepti, sono veramente scarse. Né è possibile trarre buoni auspici dalla drastica riduzione dei fatti di sangue peraltro circoscritti al palermitano, perché, solo in minima parte, è da ascrivere all’azione repressiva. La tregua infatti, purtroppo, è frequentemente interrotta da assassini di mafiosi di rango, segno che la resa dei conti è tutt’altro che finita, e soprattutto da omicidi che hanno creato notevolissimo allarme sociale. Si pensi all’omicidio di Roberto Parisi, avvenuto nel febbraio ‘85, agli omicidi di Giuseppe Insalaco e di Mondo, consumati appena qualche mese addietro. In particolare, gli omicidi di Insalaco e di Parisi costituiscono l’eloquente conferma che gli antichi, ibridi connubi tra criminalità mafiosa e occulti centri di potere, costituiscono tuttora nodi irrisolti con la conseguenza che fino a quando non sarà stata fatta luce su moventi e su mandanti dei nuovi come dei vecchi omicidi eccellenti non si potranno fare significativi passi avanti. Malgrado i processi e le condanne, risulta da inchieste giudiziarie ancora in corso che la mafia non ha abbandonato il traffico di eroina, ed anzi comincia ad interessarsi sempre di più alla cocaina. Si ha, cioè, notizia precisa di transazioni, avvenute in America, tra mafia ed altre organizzazioni similari concernenti lo scambio di eroina con cocaina, fatto piuttosto inquietante per le nuove possibilità concesse alla criminalità. Le indagini, poi, concernenti la individuazione dei canali di riciclaggio del danaro proveniente dal traffico di stupefacenti, sono rese molto difficili, sia a causa di una cooperazione internazionale ancora insoddisfacente, sia per il ricorso, da parte dei trafficanti, a sistemi di riciclaggio sempre più sofisticati. Per quanto riguarda, poi, le altre attività illecite va registrato che accanto ai crimini tradizionali, come ad esempio le riscossioni sistematizzate, le intermediazioni parassitarie, nuove e più insidiose attività cominciano ad acquisire rilevanza. Mi riferisco ai casi sempre più frequenti, anche se non denunziati, di imprenditori non mafiosi che subiscono da parte dei mafiosi richieste perentorie di compartecipazione all’impresa. E ciò anche allo scopo di eludere le investigazioni patrimoniali rese obbligatorie dalla normativa antimafia. Questa, in brevissima sintesi, è la situazione attuale che, a mio avviso, non legittima alcun trionfalismo. Sono in corso investigazioni di polizia giudiziaria e inchieste giudiziarie che verosimilmente daranno buoni risultati, ma lo scenario è tutt’altro che confortante, se si tiene conto che di fronte alla necessità di un’attività repressiva ancora più efficace e professionale di prima le forze in campo vanno progressivamente scemando per quantità e per qualità. Mi rendo conto che la fisiologica stanchezza, conseguente ad una fase di tensione morale, eccezionale e protratta può aver  determinato un generale clima, se non di smobilitazione, certamente di disimpegno e, per quanto mi riguarda, non ritengo di aver alcun titolo di legittimazione per censurare chicchessia o per suggerire rimedi. Ma ritengo mio preciso dovere sottolineare, anche a costo di passare per profeta di sventure, che continuando a percorrere questa strada, nel futuro prossimo saremo costretti a confrontarci con una realtà sempre più difficile.
(Giugno 1988, Palermo. Intervento di Giovanni Falcone al convegno dal titolo “Lotta alla droga: verso gli anni 90”)
Giovanni Falcone


Articolo pubblicato sul numero di ANTIMAFIAduemila maggio 2002



 
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