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Antimafia Duemila

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Cosa nostra non ha mai accettato rapporti di subalternità PDF Stampa E-mail
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Cosa nostra non ha mai accettato rapporti di subalternità
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Pagina 3

falcone1.jpgdi Giovanni Falcone

 

 

 

 

[…] Vorrei iniziare proprio con quanto si legge nella relazione finale della commissione d’inchiesta Franchetti-Sonnino, […][dell’]ormai lontano 1875-76: “La mafia non è un’associazione che abbia forme stabilite ed organismi speciali, non ha statuti, non ha compartecipazioni di lucro, non tiene riunioni, non ha capi riconosciuti se non i più forti e i più abili. Ma è piuttosto lo sviluppo e il perfezionamento della prepotenza diretta ad ogni scopo di male”. Si legge ancora che “questa forma criminosa non sarebbe specialissima della Sicilia, tuttavia esercita, sopra tutte le varietà di reati, una grande influenza imprimendo a tutti quel carattere speciale che distingue dalle altre la criminalità siciliana e senza la quale molti reati o non si commetterebbero o lascerebbero scoprirne gli autori. Si rileva, inoltre, che i mali sono antichi, ma ebbero ed hanno periodi di mitigazione e di esacerbazione. E che già sotto il governo di re Ferdinando la mafia si era infiltrata, cosa che da alcune testimonianze è ritenuta vera anche oggidì”. Già nel secolo scorso, quindi, il problema mafia si manifestava in tutta la sua gravità. Infatti, si legge ancora in quella relazione: “Le forze militari concentrate per questo servizio in Sicilia ascendevano a 22 battaglioni e mezzo tra fanteria e bersaglieri, due squadroni di cavalleria e 4 plotoni di bersaglieri oltre ai carabinieri in numero di 3.120. Pareva di trovarsi in mezzo ad una fazione di guerra guerreggiata o in un paese sottoposto all’occupazione straniera. Eppure (come i tempi sono cambiati!) tranne qualche timida aspirazione nessuno osava domandare il ritiro o la diminuzione delle forze. Quasi tutti ripetevano dall’ostentazione di esse il sentimento di sicurezza che cominciava a penetrare nello spirito pubblico”. Da allora bisogna attendere i tempi del prefetto Mori per registrare un tentativo di seria repressione del fenomeno mafioso, ma i limiti di quel tentativo sono ben noti a tutti. Invece, nell’immediato dopoguerra e fino ai tragici fatti di sangue della prima guerra di mafia degli anni ’62 – ’63, gli organismi responsabili e i mezzi di informazione sembrano fare a gara per minimizzare il fenomeno. Al riguardo, mi sembrano significativi i discorsi di inaugurazione dell’anno giudiziario dei procuratori generali di Palermo. In quello del ’54, il primo del dopoguerra, si insiste nel concetto, assolutamente erroneo, come vedremo subito, che la mafia, più che un’associazione tenebrosa, costituisce un diffuso potere occulto. Ma non si manca tuttavia di fare un accenno alla gravissima vicenda del banditismo e ai “comportamenti non ortodossi”, cito testualmente, “di qualcuno che avrebbe dovuto e potuto stroncarne l’attività criminosa”. Il riferimento, è chiaro, riguarda il procuratore generale di Palermo, dottor Pili, di cui si parla da un po’ di tempo nella stampa locale, espressamente menzionato nella sentenza emessa dalla Corte di Assise di Viterbo il 3 maggio ’52. “Giuliano – anche qui riporto testualmente – ebbe rapporti, oltre che con funzionari di pubblica sicurezza anche con un magistrato, e precisamente con chi era a capo della procura generale presso la Corte di Appello di Palermo, Emanuele Pili”. Nelle relazioni inaugurali degli anni successivi gli accenni alla mafia, in piena armonia con un clima generale di minimizzazione del problema, sono fugaci e del tutto rassicuranti. E così, nella relazione del ’56, si proclama che il fenomeno della delinquenza associata è scomparso, in quella del ’57 si accenna appena a delitti di sangue da ascrivere, si dice, ad opposti gruppi di delinquenti. Nella relazione del ’67 si asserisce che il fenomeno della criminalità mafiosa è entrato in una fase di lenta, ma costante sua eliminazione e in quella del ’68 si raccomanda l’adozione della misura di prevenzione del soggiorno obbligato dato che, anche qui testualmente, “il mafioso fuori dal proprio ambiente diventa pressoché innocuo”. Questi brevissimi richiami storici ci danno la misura di come il problema mafia sia stato sistematicamente svalutato da parte degli organismi responsabili, benché il fenomeno, nel tempo, lungi dall’esaurirsi, abbia accresciuto la sua pericolosità. E non mi sembra azzardato affermare che una delle cause dell’attuale virulenza della mafia risieda proprio nella scarsa attenzione complessiva dello stato nei confronti di questa secolare realtà. Non si può comunque disconoscere che, specie negli ultimi anni, qualcosa sia cambiato. Ma, per contro, i livelli di intervento sono tuttora insoddisfacenti e procedono a correnti alternate. Debbo registrare con soddisfazione, dunque, il discorso pronunciato dal capo della polizia, prefetto Vincenzo Parisi, appena un mese fa, alla scuola di polizia tributaria della Guardia di Finanza. In tale intervento, particolarmente significativo per l’autorevolezza della fonte, il capo della polizia, in sostanza, individua nella criminalità organizzata e in quella economica i referenti della maggior parte delle attività illecite del nostro paese, tra le quali fanno spicco, soprattutto, il traffico di stupefacenti e il commercio clandestino di armi. La criminalità mafiosa è, come si sostiene in quell’intervento, la più significativa sintesi delinquenziale fra elementi atavici e acquisizioni culturali moderne e interagisce, sempre più frequentemente, con la criminalità economica che, dal canto suo, ha raggiunto livelli allarmanti, allo scopo di individuare nuove soluzioni per la ripulitura e il reimpiego del denaro sporco. L’analisi del prefetto Parisi, fondata ovviamente su dati concreti, ha riacceso l’attenzione sulla cruda realtà delle organizzazioni criminali nel nostro paese. E denuncia, con toni giustamente allarmati, il pericolo di una saldatura tra criminalità tradizionale e criminalità degli affari. Pericolo che minaccia la stessa sopravvivenza delle istituzioni democratiche, come ci insegnano le esperienze di alcuni paesi del Terzo Mondo in cui i trafficanti di droga hanno acquisito una potenza economica tale che si sono perfino offerti, ovviamente non senza contropartita, di ripianare il deficit del bilancio statale. Ci si domanda, allora, come sia potuto accadere che un’organizzazione criminale come la mafia, ritenuta generalmente per lungo tempo un fenomeno legato alla situazione di arretratezza socio-economica del Meridione, anziché avviarsi al tramonto in correlazione col miglioramento delle condizioni di vita e del funzionamento complessivo delle istituzioni, abbia invece vieppiù accresciuto la sua virulenza e la sua pericolosità. Un convincimento diffuso, che ha trovato ingresso perfino in alcune sentenze della Suprema Corte, è quello secondo cui oggi saremmo in presenza di una nuova mafia. Con connotazioni proprie di un’associazione criminosa, diversa dalla vecchia mafia, che non sarebbe stata altro che l’espressione, sia pure distorta ed esasperata, di un comune sentire di larghe fasce delle popolazioni meridionali. In altri termini, la mafia tradizionale non esisterebbe più e dalle sue ceneri sarebbe sorta una nuova mafia, quella mafia imprenditrice per intenderci, di cui tanto bene ha parlato il professor Arlacchi. Tale opinione è antistorica e fuorviante. Anzitutto, occorre sottolineare con vigore che Cosa Nostra, perché questo è il vero nome della mafia, non è, e non si è mai identificata, con quel potere occulto e diffuso di cui si è favoleggiato fino ai tempi recenti, ma un’organizzazione criminosa unica ed unitaria ben individuata ormai nelle sue complesse articolazioni, che ha sempre mantenuto le sue finalità delittuose. Con ciò, evidentemente, non si intende negare che negli anni Cosa Nostra abbia subito, a livelli strutturali ed operativi, delle modificazioni e che altre ne subirà. Ma si vuole sottolineare che tutto è avvenuto nell’alveo di una continuità storica e nel rispetto delle regole tradizionali. Ed è proprio questa una delle particolari capacità della mafia: quella di modellare con prontezza ed elasticità i valori arcaici alle mutevoli esigenze dei tempi. Se, oltre a ciò, si considerano la sua capacità di mimetizzazione nella società, la tremenda forza di intimidazione derivante dalla inesorabile ferocia delle punizioni inflitte ai trasgressori o a chi si oppone ai suoi disegni criminosi, l’elevato numero e la statura criminale dei suoi adepti, ci si può rendere conto dello straordinario spessore di questa organizzazione, sempre nuova e sempre uguale a sé stessa. Altro punto fermo da tenere ben presente è che al di sopra dei vertici organizzativi non esistono terzi livelli di alcun genere che influenzino e determinino gli indirizzi di Cosa Nostra. Ovviamente può accadere, ed è accaduto, che in determinati casi, e a determinate condizioni, l’organizzazione mafiosa abbia stretto alleanze con organizzazioni similari o abbia prestato ausilio ad altri per fini svariati e di certo non disinteressati. Gli omicidi politici commessi in Sicilia, specie negli ultimi anni, sono la dimostrazione più evidente di specifiche convergenze di interessi fra la mafia ed altri centri di potere. Cosa Nostra, però, nelle sue alleanze, non accetta posizioni di subalternità, pertanto è da escludere in radice che altri, chiunque esso sia, possa condizionarne e dirigerne dall’esterno le sue attività. E in verità, in tanti anni di indagini specifiche sulle vicende di mafia, non è emerso nessun elemento che autorizzi nemmeno il sospetto dell’esistenza di una sorta di direzione strategica occulta di Cosa Nostra. Gli uomini d’onore che hanno collaborato con la giustizia, alcuni dei quali sono figure di primo piano dell’organizzazione, ne sconoscono l’esistenza. E lo stesso dimostrato coinvolgimento di personaggi di spicco di Cosa Nostra in vicende torbide ed inquietanti, come il cosiddetto Golpe Borghese o il falso sequestro di Michele Sindona, non costituiscono un argomento contrario perché hanno una propria specificità e una peculiare giustificazione in armonia con le finalità dell’organizzazione mafiosa. E se è indubbiamente vero che non pochi uomini politici siciliani sono stati, e alcuni lo sono ancora a tutti gli effetti, uomini d’onore, è pur vero che in seno all’organizzazione mafiosa non hanno goduto di particolare prestigio in dipendenza della loro estrazione politica. Insomma, Cosa Nostra ha forza, compattezza ed autonomia che può dialogare e stringere accordi con chicchessia, mai però in posizione di subalternità.


 
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  • Editoriale

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    Gioco criminale

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    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan.

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  • Terzo Millennio

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    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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