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Antimafia Duemila

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Jul 05th
Home arrow La Rivista arrow Editoriali arrow Rassegna stampa N°13
Rassegna stampa N°13 PDF Stampa E-mail


LA LOTTA A COSA NOSTRA,  UN PROBLEMA …
5 aprile  2001

Palermo. Il sostituto procuratore della Dda di Palermo Antonio Ingroia in una intervista rilasciata al quotidiano L’Ora ha messo in evidenza che in campagna elettorale è calata una sorta di silenzio sul tema della lotta alla criminalità mafiosa, e ciò è la conseguenza di <<una specie di amnesia collettiva che affligge l’Italia. Il problema di fondo è che la questione è stata sempre affrontata come un problema di ordine pubblico, una sorta di emergenza che viene a galla solo quando ci sono i morti per le strade>>. Secondo il magistrato la diminuzione dei collaboratori di giustizia in quest’ultimo periodo è dovuta al fatto che <<si assiste ad una progressiva perdita di credibilità dello Stato a causa di quell’amnesia che ha prodotto anche conseguenti  interventi legislativi. L’azione antimafia si è trovata disorientata e Cosa Nostra ha ripreso ad organizzarsi>>. La normativa sui collaboratori di giustizia – ha osservato il giudice  - all’inizio aveva dato i suoi buoni frutti, poi si è pensato di modificarla e si è impiegato molto tempo e contemporaneamente <<c’è stato anche un bombardamento informativo volto ad attaccare quanti collaborano con lo Stato>>. Sulle presunte ipotesi di una trattativa tra lo Stato e i boss Ingroia afferma perentoriamente che nessuna trattativa può essere stipulata con i mafiosi e l’unica strada per agevolare le defezioni di Cosa Nostra è collaborare con la giustizia. Ha poi rimarcato che <<la mafia viene considerata come un problema di ordine pubblico, mentre si deve avere la consapevolezza che invece si tratta di un fenomeno che pervade la società e che va sradicata a tutti i livelli. La magistratura da sola non può sconfiggerla, è necessario che ognuno faccia la sua parte. Avevamo vissuto una stagione di impegno concreto nei quattro anni successivi alle stragi, ma dopo questo periodo i magistrati sono tornati lavorare da soli>>.
                                                           Anna Petrozzi


EMANUELE BRUSCA AL PROCESSO IMPASTATO
6 aprile 2001

Palermo. La Corte d’Assise di Palermo presieduta dal presidente Claudio Dall’Acqua nel corso del processo sul delitto Impastato ha respinto la richiesta dell’avvocato del boss di Cinisi Tano Badalamenti di sospendere il dibattimento per un mese. Una richiesta, questa, inoltrata dal legale perché non riesce ad organizzare la difesa al meglio per le difficoltà di comunicare con il suo assistito. E’ stato poi interrogato il collaboratore di giustizia Emanuele Brusca che ha dichiarato: <<Una volta, era il 1978, Leoluca Bagarella mi disse che considerava un gesto di vigliaccheria il fatto che un personaggio del calibro di Badalamenti avesse mascherato l’omicidio di Impastato, spacciandolo per un atto terroristico>>. Ha poi aggiunto: << Bagarella mi confidò che Impastato era stato punito, ma anche che un personaggio della portata di Badalamenti avrebbe fatto meglio ad ucciderlo platealmente in modo che tutti sapessero che era stato lui. Invece cercò di farlo spacciare per un attentato politico>>. M.C.
                                                          

LE ACCUSE DI CASSON
11 aprile 2001

Milano. Si scatena la polemica nell’aula bunker di Mestre, dove si sta parlando dei veleni del Petrolchimico di Marghera, una inchiesta lunga e controversa di cui si è interessata anche l’opinione pubblica. Il presidente del Tribunale Ivano Nelson Salvarani vuole portare la sentenza a casa al più presto e dà al giudice Casson solo qualche giorno per preparare la sua requisitoria. Il Pm protesta dichiarando: <<Io ho solo una testa e due mani e ho ricevuto un aiuto pressoché nullo dalla Procura di Venezia in questi anni. Chiedo solo di essere messo in condizioni di lavorare. Con tutto il rispetto per il Tribunale non potrò fare il mio lavoro di Pm. Ho consapevolezza dei limiti miei e del mio ufficio>>. Infuria la polemica con il resto dei suoi colleghi che rispondono con toni accesi e costringono a scendere in campo il procuratore capo Renato Gavagnin, che dichiara: <<Casson ha già spiegato di essere stato male interpretato. La sua frase si riferiva semplicemente al fatto che, fisicamente, il processo del Petrolchimico ha dovuto seguirlo da solo, mentre nel caso di grossi processi vengono normalmente costituiti pool di colleghi. Tutto qui. Il caso per me è chiuso>>. Il magistrato Carlo Norbio aggiunge: <<Ho incontrato il collega e Casson mi ha espresso tutto il suo disappunto. Non desiderava certo che il suo discorso filtrasse sui giornali. Anche per me il caso è archiviato e non merita tutta questa attenzione>>.
                                                           Maria Loi


LA MADRE DI PEPPINO IMPASTATO E MARIO FRANCESE
12 aprile 2001

Palermo. La signora Felicia Impastato, la mamma di Peppino, ricorda Mario Francese che una mattina si sedette accanto a lei su una panca del palazzo di giustizia a Palermo e le chiese se conoscesse Cesare Manzella. Lei non aveva voglia di parlare. Ma Francese non si arrese. Il giornalista sapeva che Manzella, ammazzato nelle campagne di Cinisi, era parente della donna. Così le raccontò la storia di una madre a cui avevano ucciso tre figli facendoglieli trovare sotto casa. In una intervista realizzata nel 1996, raccolta da una ricercatrice della facoltà di scienze della Formazione, Alessandra Dino, e che verrà pubblicata integralmente su Meridiana, la madre di Peppino Impastato ricorda quell’incontro che le diede la forza di schierarsi contro i mafiosi che le avevano ammazzato il figlio ed afferma che <<prima di quell’incontro avevo paura a parlare>>. J.P.


BERLUSCONI E PREVITI PROSCIOLTI
12 aprile 2001

Roma. Il gup del Tribunale di Roma Laura Capotorto ha prosciolto Silvio Berlusconi e Cesare Previti dall’accusa di aver diffamato alcuni magistrati della procura di Palermo. Per la stessa vicenda Marcello Dell’Utri è stato rinviato a giudizio. Il pm Silverio Piro ha chiesto il rinvio a giudizio per Dell’Utri all’indomani della richiesta del parlamento di autorizzazione al suo arresto, firmata il 22 gennaio ‘99 dall’allora procuratore capo di Palermo Giancarlo Caselli e dai pubblici ministeri Guido Lo Forte, Domenico Gozzo, Antonio Ingroia, Mauro Terranova, Lia Sava e Umberto Di Giglio. Il pubblico ministero ha sostenuto che nei giorni successivi in diversi quotidiani Berlusconi, Previti e Dell’Utri offesero la reputazione dei giudici. Dell’Utri affermò che i giudici di Palermo << sono dei pazzi, pazzi come Milosevic…la loro è una reazione infantile, cominciano a capire che il castello che mi hanno costruito addosso sta crollando e allora ne fanno uno nuovo…i pentiti sono come jube box, metti il gettone e loro dicono tutto ciò che vuoi. Ma io non ho gettoni, la procura sì>>. Per le dichiarazioni rilasciate alla stampa sono stati coinvolti nel procedimento gli onorevoli Gianfranco Fini, Beppe Pisanu, Marco Follini, Marcello Pera e Tiziana Maiolo, per i quali il Parlamento aveva ravvisato la scriminante dell’articolo 68 (insindacabilità  delle opinioni dei parlamentari), ma il Gup ha ritenuto che non si configurasse e che ci fosse un conflitto di attribuzione e ha inviato gli atti alla Corte Costituzionale.
                                                           Lorenzo Baldo


PROCESSO DI MAFIA
12 aprile 2001

Messina. Il pentito messinese Mario Marchese, nel processo per l’uccisione di Graziella Campagna, la stiratrice di 17 anni assassinata il 12 dicembre del 1985 sui colli Sarrizzo, a Villafranca, ha tirato in ballo un commerciante, un magistrato ed un politico. Marchese ha parlato dell'imputato, il figlio del vecchio Gerlando Alberti che <<contattò il giudice istruttore Marcello Mondello e l’attuale deputato nazionale Domenico Nania>>.


BENI PER 15 MILIARDI
13 aprile 2001

Palermo. Il 13 aprile scorso le Fiamme Gialle hanno sequestrato beni immobili e terreni per un valore complessivo di 15 miliardi. I beni appartenevano a Giovanni Listro e ai fratelli Filippo, Giuseppe e Salvatore Tarantino, probabilmente prestanome della famiglia mafiosa gestita da Tommaso Spadaro. Le indagini, che hanno portato alla confisca di 18 appartamenti, tre ville a Santa Flavia e cinque società, - quattro a Palermo e una a Bagheria -, sono state coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e dal sostituto procuratore Egidio La Neve.
<<Sulle confische dei beni ancora non ci siamo >> ha dichiarato il Ministro Enzo Bianco; vi è un forte abisso tra teoria e pratica e hanno inciso inoltre le lungaggini burocratiche, su 130 beni confiscati, 105 non sono ancora utilizzati e 19 sono quelli consegnati a chi ne ha fatto richiesta  Per esempio, Virga e i suoi figli sono stati arrestati ma le loro famiglie continuano a vivere in un palazzo confiscato in via definitiva e che il 3 febbraio 2000 è stato destinato ad una comunità per tossicodipendenti gestita da padre Lo Bue che non ci ha ancora messo piede. Il primo commissario, il generale Castore Palmerini ha provato a realizzare la mappa di queste terre e, stando a questa relazione i beni della mafia sarebbero risultati 5.809 a marzo del 2000. Di questi, solo 1.160 sono stati valutati per un valore di 275 miliardi. Alla fine solamente 418 sono stati destinati a fini sociali, per un valore di 167 miliardi.
Nella zona di Salerno, Palmerini ha scoperto che il boss della Camorra Antonio Galasso vendeva autocarri in un immobile che gli era stato confiscato nel 1995. Nel resto dell’Italia le cose non vanno certo meglio. A Reggio Calabria lo Stato ha lasciato un palazzo in mano alla cosca Labbate (Pietro Labbate era stato arrestato nel 1999 ma l’appartamento era stato confiscato nel 1993). Poi ancora c’è il caso di Girolamo Biondino, fratello del braccio destro di Totò Riina. Nel mese di luglio il suo attico è stato confiscato ma continuano a goderne dei benefici. Singolare anche il caso dei D’Anna ai quali furono sequestrati, nel 1997, beni per 200 miliardi, quattro anni dopo essi occuparono la villa senza un decreto di autorizzazione. E ancora: nel villino in cui fu arrestato Riina, costruito dalla famiglia Sansone, che riciclava i soldi della mafia, continuano ad abitarvi. Insomma anche se lo Stato sequestra i beni, normalmente il mafioso continua ad usufruirne.  
                                                           Mara Testasecca

SILENZIO SUL FILM BRANCACCIO
14 maggio 2001

Palermo. Il 10 maggio scorso nel centro  sociale Padre Nostro è stata trasmessa  in anteprima la fiction “Brancaccio". Il cardinale  De Giorgi alla fine  della proiezione ha lasciato l’auditorum “Di Matteo” e ha detto: <<Andiamo a riflettere>> senza esprimere  un giudizio.
Il responsabile del centro Maurizio Artale a tal riguardo ha dichiarato: <<Come cristiano mi sento mortificato da questo silenzio. Un cardinale che si alza e scappa non si era mai visto. Pensavo che si fermasse almeno un minuto. Come pastore doveva esprimere un parere, anche negativo, anziché lasciarci soli con le polemiche su un film che il nostro Centro ha sostenuto. Ora il quartiere è tutto contro di noi perché non avremmo dovuto ospitare l’anteprima. Sono veleni che stanno uccidendo padre Puglisi per la seconda volta. E io sono sul punto di lasciare il quartiere>>.
Molti abitanti di Brancaccio, infatti, si sono sentiti offesi per l’etichetta di quartiere brutto e sporco che emergerebbe dal film di Gianfranco Albano. Artale, però, ricorda che in una intervista padre Puglisi <<parla del Brancaccio che ha trovato, quello delle case senza docce e senza luce, quello delle famiglie di quattordici persone costrette in una stanza>>. E poi continua: <<Ho lavorato per otto anni nella colonia e ho tolto tanti  pidocchi dalla testa di tanti bambini del quartiere…vorrei ricordare che don Pino non è morto scivolando su una buccia di banana ma è stato ucciso dalla mafia di Brancaccio. Io credo che il film di Raiuno sia stato anche troppo tenero>>.
Il senatore  radicale Piero Milio non si sorprende del silenzio della Curia: <<Quale è la novità, si chiede. Muta e assente allora, dovrebbe adesso sbilanciarsi per una fiction?>>. Il parlamentare contesta la scelta di costruire una fiction <<sul sangue>> di padre Puglisi ed afferma: << Non possiamo lasciare la memoria dei nostri eroi nelle mani di chi in realtà la conosce per sentito dire>>. Gianfranco Albano, regista del film, risponde agli attacchi: <<Padre Puglisi possiamo averlo tradito in tante cose ma non nel suo spirito profondo>>. Il silenzio della Curia sui contenuti del Film ha irritato Albano che attendeva almeno che il cardinale dicesse qualcosa. <<Avrei accettato qualsiasi critica - ha detto il regista - ero pronto anche a farmi insultare. A questo punto mi arrendo di fronte alla voglia di non assumersi responsabilità nei confronti del film>>. La risposta del cardinale De Giorgi arriva dopo due giorni: <<Si voleva  trascinare il vescovo nella polemica, ma il vescovo è sempre al di sopra della polemiche e dona la pace a tutti, a quelli che gli vogliono bene e a quelli che non gli vogliono bene>>. Il successore di padre Puglisi padre Golesano ribadisce: <<Non potrei pensare alla mia presenza a Brancaccio senza essere in comunione con il vescovo. In questo quartiere io lo rappresento e, se il vescovo si è sentito offeso da qualcuno, io sono pronto a chiedergli scusa. Tutto il resto sono chiacchiere inutili che non ci aiutano a lavorare e non aiutano Brancaccio>>.
                                                           Marco Cappella


NIPOTI  DI PROVENZANO SCARCERATI
15 aprile 2001

Palermo. I nipoti di Bernardo Provenzano Michele Arcangelo Gariffo e il cugino Antonino Gariffo coinvolti nel crac della <<Edilgamma>> sono stati scarcerati. Resta in carcere il commercialista Saverio Sagona. L’azienda di materiale edile è considerata una delle ditte di Bernardo Provenzano. I due Gariffo, arrestati due settimane fa per bancarotta fraudolenta, hanno avanzato una istanza per patteggiare una pena a due anni. Carmelo Gariffo, fratello di Michele Arcangelo, sta finendo di scontare una condanna a 4 anni e mezzo per associazione mafiosa. Secondo l’accusa, dietro consiglio del commercialista e seguendo le direttive del detenuto, i due cugini ora scarcerati avrebbero cercato di occultare i beni della società trasferendoli a un’altra. Le intercettazioni nella sede dell’azienda e nella sala colloqui del carcere hanno svelato i loro piani. L’amministratore della <<Edilgamma srl>> Giovanni Spatafora fu ucciso a San Giuseppe Jato nel gennaio 1999 cinque mesi prima della dichiarazione di fallimento.
                                                           Marco Cappella


OPERAZIONE “PORTO 2”
15 aprile 2001

Reggio Calabria. Alla legge del pizzo non sfuggiva nessuno. Il prezzo: 3% dell’importo dei lavori eseguiti conto terzi. Alla vigilia delle festività era richiesto un “fiore” da destinare ai detenuti. Lo scenario: l’area portuale di Gioia Tauro dove il potente casato dei Piromalli e le Famiglie Pesce-Bellocco di Rosarno la fanno da “padroni”. Un imprenditore siciliano ha raccontato ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia le continue richieste di denaro ed è così scattata l’operazione  “Porto 2”.  Pasquale D’Agostino e Domenico Bellocco sono stati presi in flagrante mentre  intascavano 7 milioni di lire versati da G.M. amministratore di una ditta incaricata di realizzare un capannone nell’area portuale. Le forze dell’ordine hanno eseguito l’ordinanza di custodia cautelare a carico di Salvatore Giuliano, Cosimo Romagnosi, Salvatore Passalia, Agostino Loiacono, Felice Catanea, Francesco De Maria, accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso e (per alcuni) concorso in estorsione. All’arresto sono sfuggiti Antonio Piromalli, figlio di Giuseppe, il boss catturato due anni fa dai carabinieri e Clementina Copelli titolare di un’impresa sequestrata nell’ambito dell’operazione “Porto”, in cui sono coinvolti due suoi fratelli. Dalle indagini delle forze di polizia è emerso che l’imprenditore G.M. aveva dovuto accettare le offerte di forniture di materiale edile da ditte imposte da personaggi legati alle cosche della Piana. Nel corso della conferenza stampa il sostituto procuratore della Dda Roberto Pennisi si è rivolto alla classe imprenditoriale calabrese definendola <<codarda perché nega le estorsioni >>. Ha poi aggiunto: <<a noi non servono eroi, ma cittadini che prendano atto dell’attività delle istituzioni. Avessimo la collaborazione degli imprenditori il nostro lavoro sarebbe più facile>>.
                                                           Anna Petrozzi

 
MAFIA E NORMALITA'
17 aprile 2001

Palermo. <<…la mafia prospera nella normalità della vita di tutti i giorni. Quelle processuali sono pagine di vita che danno l'esatta dimensione organizzativa di Cosa Nostra che troppe volte sfugge all'analisi di chi sale in cattedra per dare lezioni di mafia. La condizione "normale" del mafioso, di tragica e inquietante normalità, è quella più pericolosa, proprio perché insidiosa e in un certo senso accattivante (...)>>. A parlare è il sostituto procuratore di Palermo Massimo Russo che prosegue: <<All'imprenditore conviene molto più l'"efficiente" sistema di Cosa Nostra che, con i suoi atipici sistemi criminali gestisce e pianifica le assegnazioni delle varie gare d'appalto assicurando lavoro a tutte le ditte che lo accettano, rifiutando il sistema previsto dalla legge che vede l'aggiudicazione della gara a chi fa la migliore offerta>>. Secondo Massimo Russo è importante quindi che, dove finisce l'azione giudiziaria inizi quella politica <<E' evidente. Non compete alla giurisdizione quanto piuttosto alla vera politica assumersi l'impegnativo compito di promuovere lo sviluppo della cultura della legalità. E questo compito, per essere recepito dai cittadini, per risultare credibile, non può che esser adempiuto con l'esempio civico. In questo senso la politica deve accompagnare l'azione giudiziaria, fermo restando che sono e restano due espressioni diverse dello stesso stato di diritto>>. Il giovane sostituto spiega perché molti giovani continuano  ad arruolarsi nelle fila di Cosa Nostra: <<Il rapporto con gli "uomini d'onore" prima, l'affiliazione poi, segnano la conquista di una identità umana e sociale che consente al giovane di uscire dall'anonimato per entrare a far parte di un'associazione in cui "conta", dove sarà "rispettato" e molto presto, diventerà un punto di riferimento per la comunità in cui vive, ergendosi a risolutore di conflitti. Cosa Nostra è un'associazione che si fonda su falsi valori che tuttavia sono la distorsione dei valori positivi della società quali amicizia, rispetto, onore, dignità, solidarietà. Il connotato più forte che attrae i giovani è, forse, quel potere assoluto, divino, di vita e di morte che essa esercita nei confronti di chiunque non sottostà alle sue leggi e ne sia intralcio>>.
                                                           Anna Petrozzi

 
PROCESSO ANDREOTTI
18 aprile 2001

Palermo. Chissà se la Corte d'Appello presieduta da Salvatore Scaduti, riuscirà a districarsi tra le numerosissime carte processuali, - circa un milione di pagine -, nel processo contro il senatore Giulio Andreotti! <<Sembra soltanto una formalità>> dichiara il giornalista Francesco La Licata; sarà un processo sulle carte dove non si registrano supplementi né di indagine, né di prova e Giulio Andreotti non sarà presente in aula. In una lettera ai giudici spiega di non ritenere opportuna la sua presenza dal momento che si è in piena campagna elettorale. M.C.
 

I GIOVANI ACCETTEREBBERO LAVORO DAI BOSS
18 aprile 2001

Palermo. Un sondaggio condotto dal periodico della diocesi di Cefalù rivela che un campione di 100 ragazzi di 14 anni delle Madonie, invitati a parlare del loro futuro, hanno affermato che chiederebbero aiuto alla mafia per cercare lavoro. I ragazzi intervistati sono studenti che frequentano l'ultimo anno delle superiori. Come leggere questo dato? L'educazione alla legalità si è impegnata da anni nella promozione di una cultura nuova in cui il rispetto delle regole deve essere alla base di una società civile…
<<La risposta a questo questionario - dice il procuratore aggiunto Sergio Lari - è interessante, perché rivela un dato di cui noi ci siamo resi conto già da tempo, e cioè di quanto sia grande l'infiltrazione nell'economia siciliana da parte di Cosa Nostra. I giovani sono lo specchio della società, non è che vivono chiusi nell'aula della scuola, portano dentro anche quegli input che ricevono nella famiglia e nel mondo in cui vivono>>. Il sindaco di Cefalù, Simona Vicari dichiara: <<Sono dati allarmanti, che vanno presi con le pinze. Non credo che la cultura mafiosa faccia parte dei giovani delle Madonie, però questo sondaggio deve far riflettere. La mafia non porta vita né benessere, ma morte. Scuola ed istituzioni devono lavorare insieme per diffondere e sfruttare le potenzialità del territorio. E' invece davvero allarmante che il 49,7 per cento dica di non sentirsi pronto ad affrontare il mondo del lavoro. E' la dimostrazione di come la scuola non sia al passo con l'evoluzione della società>>.
                                                           Maria Loi


STRAGISMO IL CASO ITALIA
19 aprile  2001

Roma. Il senatore dei Verdi Athos De Luca presenta un opuscolo di 64 pagine di notizie date e nomi legati alle stragi compiute in Italia durante gli anni di piombo. Il parlamentare ha spiegato che l’obbiettivo della pubblicazione intitolata  Stragismo, il caso Italia è quello di <<evitare che si metta una pietra tombale>> sul periodo stragista. L’autore ha poi precisato che il libro <<vuole essere un contributo semplice e chiaro per far conoscere ai cittadini i fatti, i protagonisti, gli apparati dello Stato, le vittime, le sentenze e gli interrogativi che restano aperti>>. <<Penso - ha affermato De Luca - che si debba abolire il segreto di Stato, ridefinire i rapporti di collaborazione e trasparenza con gli alleati Nato nella ricerca dei responsabili di stragi e di terrorismo, istituire il reato di depistaggio e realizzare un costante ed efficace coordinamento tra le Procure della Repubblica>>. J.P.


TRAFFICO D’ARMI  E  MAFIA RUSSA
20 aprile 2001

Torino. Grazie ad una indagine della Dia e della Direzione Distrettuale Antimafia di Torino è stato scoperto un traffico internazionale di armi. Sei le persone arrestate, fra cui il petroliere russo Alexander  Zhukov fermato il 7 aprile scorso e considerato il capo dell’organizzazione. Gli altri arrestati sono tre russi, un ex agente del Kgb, un noto trafficante d’armi belga e un croato. Le navi cariche di armi partivano da Kiev, Ucraina, ufficialmente dirette verso i Paesi africani, invece si dirigevano verso i porti di Venezia e Ancona e, da lì, le armi finivano in Croazia. Tra il ’92 e il ’94  sono stati accertati una ventina di viaggi. Nel marzo del ’94 le forze Nato che pattugliavano l’Adriatico per fare rispettare l’embargo bellico imposto ai Paesi dell’ex Jugoslavia bloccarono la nave Jadran Express. Su di essa trovarono 133 container pieni di armi, il carico sequestrato è stato poi inviato nei depositi Nato della Sardegna. L’inchiesta denominata <<Operazione Valda>> è partita nel ’97 da una investigazione su due società torinesi con un notevole giro d’affari. Gli investigatori negli uffici della <<Gei>> (impresa di sistemi industriali) e della <<New Stilmat>> (specializzata in prodotti per cancelleria) trovarono soltanto dei fax poichè in realtà si trattava di società fantasma. Un bulgaro titolare di una delle due società  fermato per una infrazione stradale venne trovato in possesso di un sofisticato software per i sistemi di puntamento di aerei da guerra e in quella occasione dichiarò di essere dipendente della <<Sintez>>  una multinazionale petrolifera con sede a Kiev e ramificazioni in Europa. Gli agenti investigativi hanno cosi scoperto che i dipendenti della Holding provenivano dal KGB e che alcuni manager avevano legami con <<Solnetsevskaja>> (Brigata del Sole) uno dei più potenti clan della mafia russa. A Torino affluiscono i rapporti dell’interpol della polizia francese tedesca e austriaca  e gli investigatori della Dia hanno scoperto che nella capitale dell’Ucraina sono in ballo grossi interessi. A Kiev si sta decidendo la partecipazione agli utili per la costruzione miliardaria dell’oleodotto che collega la capitale ucraina con Mosca. Per entrare nell’affare un dirigente della Sintez ha costituito una nuova società, la Global Tecnology International, con sede a Panama e a Vienna e sottoposta a pressioni politiche, ha organizzato un gigantesco traffico d’armi. Il cerchio però, si è chiuso e sono scattate le ordinanze di custodia cautelare eseguite in mezza Europa. Oltre a Zkhov, presidente della <<Sintez>>, finisce in manette, tra gli altri, Gedda Mesozu, considerato uno dei maggiori trafficanti  d’armi al mondo.<<Dobbiamo dire grazie – ha commentato il pm torinese Paolo Tamponi, cui è affidata l’inchiesta – al trattato di Schengen, che ha permesso la collaborazione delle polizie di molti Paesi europei. Siamo così riusciti ad arrivare a risultati una volta impensabili>>.
                                                           Lorenzo Baldo


PRESENTATO IL LIBRO DI CASELLI
21 aprile 2001

Palermo. Il 20 aprile scorso i giudici Gian Carlo Caselli e Antonio Ingroia hanno presentato a Palermo il libro L'eredità scomoda. Da Falcone ad Andreotti, sette anni a Palermo, editato dalla Feltrinelli. Tema di fondo del libro, a cura di Maurizio De Luca, sono gli anni delle stragi in cui persero la vita i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. L'incontro, che si è svolto presso l'Aula Magna della Facoltà di Scienze Politiche, ha avuto una grande affluenza di pubblico: tantissimi studenti ed esponenti dell'antimafia (Scarpinato, Musso, Lo Forte, Rovello, il sindaco di Corleone Cipriani, il presidente del consiglio Comunale di Palermo Costantino Garaffa, i giornalisti di Rai 3 e diverse associazioni). Gian Carlo Caselli, attualmente impegnato all’Eurojust, dichiara che <<Falcone e Borsellino sono stati spazzati via, noi no e oggi non c'è il vuoto pneumatico: si continua a lavorare e bene. Solo nel 2000 ci sono state 116 condanne all'ergastolo. Eppure c'è una corrente di pensiero "negazionista".… E' l'amarezza di aver avuto la sensazione che in una certa fase storica si fosse determinato un cambiamento di marcia sul fronte della legalità. Poi ci si è fermati, abbiamo fatto grossi passi indietro, c'è stata una caduta verticale della credibilità delle istituzioni. Non c'è più la sensazione di un impegno collettivo del Paese>>.
Insieme agli autori del libro sono intervenuti Rita Borsellino, il giornalista Maurizio De Luca, Francesco La Licata, Pasquale Scimeca (regista del film "Placido Rizzotto"), nonché il vicesegretario dell'ONU Pino Arlacchi che ha dichiarato: <<Sono orgoglioso di essere un professionista dell'antimafia. Significa essere protagonista di diritti civili e di democrazia>>. Presente anche il successore di Caselli, il procuratore Pietro Grasso: <<Certo le condizioni normative di oggi sono più difficili di ieri. Il Parlamento ha vomitato norme che hanno reso più complicato il nostro compito>>. Non sono mancati i riferimenti alla riforma del giudice unico, alla legge Carotti, alle norme sui collaboratori di giustizia, tutti fattori che hanno contribuito a rendere il lavoro della magistratura ancora più difficile.
                                                           Tita Levi
 

VIOLANTE: NON BLOCCARE LO SVILUPPO  PER PAURA DELLA MAFIA
23 aprile 2001

Roma. Luciano Violante, presidente della Camera dei deputati ha rilasciato una intervista al quotidiano L’Unità in cui ha affermato: <<Quando parlo ai giovani, li metto davanti alla realtà, senza compiacimenti. Dico: Guardate che la Sicilia è cambiata, non è più quella dei boss, ma quella delle giovani intelligenze e della voglia di fare. Chi ha un progetto oggi può realizzarlo senza mediazioni mafiose o clientelari. Un imprenditore che assume, risparmia nei primi dieci anni circa 200 milioni per ogni lavoratore rispetto al suo collega del nord>>. Ci sono circa centomila miliardi di fondi dell’Unione Europea da spendere entro il 2006 e la mafia non starà a guardare. Violante a tal proposito ha voluto precisare che è giusto tenere alto l’allarme, ma non si deve bloccare lo sviluppo per paura della mafia. Ha poi sottolineato che <<repressione dei fenomeni mafiosi e sviluppo devono camminare insieme. Trovo superficiale e stantio l’allarme mafia sul ponte tra Messina e Reggio Calabria. Perché, se facciamo autostrade, aeroporti o edifici scolastici non c’è il rischio mafia. Si facciano le grandi opere e si combatta bene la mafia. Questa è la risposta giusta>>.
                                                           Mara Testasecca


ARRESTATO IL SINDACO DI TRAPANI
24 aprile 2001

Trapani. Il 15 ottobre scorso è stato arrestato l’ex assessore di Forza Italia Vito Concitello per avere riscosso cinque milioni in contanti da parte di due imprenditori che speravano di ottenere un appalto. Concitello ha deciso di parlare. L’inchiesta ha così portato in cella il sindaco di Trapani, Nino Laudicina, ed altre sei persone. Rispunta la vecchia indagine sulla “Iside Due”, la loggia super segreta di cui facevano parte - negli anni Settanta ed Ottanta- politici, professionisti, boss e killer di mafia. Negli elenchi di quella loggia c’era il nome del funzionario comunale Pippo Sparla. Gli investigatori sono partiti anche da questo elemento e dalle dichiarazioni di Conticello hanno ricostruito i collegamenti di affari ed interessi illeciti che gestisce Trapani. Un intreccio che ha avuto una battuta di arresto con il sindaco Mario Buscaino tra il ‘93 ed il ‘98. Il sindaco arrestato era figlio d’arte in quanto il padre Domenico era già stato sindaco di Trapani  dal 1956 al 1957. Il procuratore di Trapani Gianfranco Garofolo ha richiesto sette provvedimenti di custodia cautelare firmati dal gip di Trapani. Il provvedimento è stato inoltrato nei confronti dell’assessore al bilancio Salvatore Bonfiglio (An) e all’urbanistica Giuseppe Scalabrino (Fi), al consigliere comunale Mario Toscano (Ccd) al segretario del Comune Giuseppe Galfano il funzionario comunale Pippo Sparla e al presidente di una cooperativa giovanile Claudio Meloni. Tra i reati contestati agli arrestati ci sono quelli di corruzione, falso e turbativa d’asta.
                                                           Marco Cappella


RIAPERTE LE INDAGINI SUL DELITTO TRIOLO
24 aprile 2001

Caltanissetta. Le procure di Palermo e Caltanissetta hanno riaperto le indagini sul delitto del vice pretore onorario di Prizzi Ugo Triolo, ucciso a Corleone, nel 1978. Il sindaco di Corleone tramite gli avvocati Carmelo Franco e Mario Milone, ha chiesto di far luce sull’assassinio. << Le indagini condotte oltre venti anni fa - ha affermato Cipriani - furono lacunose. Il clima a Corleone allora era molto pesante e le pressioni dei boss come Totò Riina e Luciano Liggio rendevano molto difficile condurre un’inchiesta su fatti di sangue>>.  La prima inchiesta sull’assassinio si è conclusa con l’archiviazione. Le prime dichiarazioni sull’omicidio sono state rilasciate dal boss Giuseppe Di Cristina e negli ultimi tempi del fatto ha parlato anche l’attuale collaboratore di giustizia Giovanni Brusca che ha indicato in Totò Riina e Bernardo Provenzano i responsabili del delitto.  A.P.


PRESUNTI ESPONENTI DI COSA NOSTRA A MILANO
25 aprile  2001

Milano. Il 24 aprile scorso i giudici della terza sezione del Tribunale di Milano hanno assolto Nicola Sartori, Antonino Currò e Daniele Formisano dall’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso. Il pm Maurizio Romanelli ha raccolto le dichiarazioni del collaboratore di giustizia La Piana che ha riferito di incontri tra Sartori e Dell’Utri. Un colloquio è avvenuto in un ristorante dove si sarebbe parlato di stupefacenti. Il magistrato, riallaciandosi ad una vicenda processuale palermitana, aveva chiamato in causa Marcello Dell’Utri e Vittorio Mangano. Al termine del processo Romanelli aveva richiesto otto anni e mezzo per Sartori, sette per Antonio Currò e sei e mezzo per Formisano. Assolti dall’accusa di associazione mafiosa i tre imputati sono stati ritenuti responsabili di altri reati. Sartori è stato condannato a quattro anni e nove mesi di carcere per corruzione e favoreggiamento personale. Curtò a due anni e mezzo per favoreggiamento e Formisano a cinque anni per traffico di stupefacenti. Quest’ultimo era implicato in un traffico di stupefacenti tra Milano e Messina. Secondo la procura milanese Curtò e Sartori erano ritenuti i punti di riferimento per i presunti mafiosi Enrico Di Grusa e Mangano e avrebbero favorito la latitanza di Grusa, genero dello stesso Mangano. 
                                                           Monica Centofante                                                      


SEQUESTRATI BENI AI FRATELLI LO CICERO 
25 aprile 2001

Palermo. La Dia ha scoperto che i fratelli Giovanni e Salvatore Lo Cicero avrebbero riciclato denaro per conto di Cosa Nostra. Miliardi che sarebbero stati ripuliti con investimenti ufficialmente leciti.
Gli uomini della Dia hanno sequestrato beni per un valore di venticinque miliardi tra cui un aereo, due grosse imbarcazioni e tre negozi di abbigliamento. 
I fratelli Lo Cicero, arrestati nel 1993 nel corso di un’inchiesta sul cosiddetto racket della costruzione delle tombe al cimitero di Rotoli, sono stati indicati da alcuni collaboratori di giustizia Francesco Onorato, Vito Lo Forte, Marco Favaloro come affiliati al clan mafioso capeggiato dai Galatolo e dai Madonia. Il collaborante Alberto Lo Cicero, cugino dei due imprenditori ha riferito che Giovanni e Salvatore Lo Cicero oltre ha svolgere attività nel campo delle sepolture ed in quello   dell’edilizia avrebbero riciclato svariati miliardi per conto dei Madonia, Bonanno e Galatolo.
                                                           Maria Loi


INCHIESTA SULL’IMPRENDITORE SCUTO
25    aprile 2001

Roma. Il 2 maggio prossimo nell’aula <<A>> bunker della seconda sezione della Corte d’Assise di contrada San Basilio a Roma i collaboratori di giustizia Alfio Giuffrida, Mario Basile, Salvatore Di Stefano, Salvatore Troina, Marino Testa, Giuseppe Catalano, Natale Di Raimondo, Giuseppe Lanza, Agatino Marino saranno sentiti in merito alle dichiarazioni rese sulla gestione delle attività illecite di Cosa Nostra, a cui appartenevano, sui loro rapporti con esponenti delle <<famiglie>> catanesi, soprattutto quella dei Laudani, con rappresentanti di famiglie di altre provincie e con esponenti della politica e su come venivano condizionati i pubblici poteri. Il gip Antonio Ferrara ha deciso di acquisire le prove con incidente probatorio a conclusione dell’inchiesta sull’ex sindaco Santo Trovato di San Giovanni la Punta (accusato di corruzione), dell’ex assessore della sua giunta Alfredo Quattrocchi (accusato di associazione mafiosa), dell’imprenditore Sebastiano Scuto (accusati di associazione mafiosa), del capo settori dell’ufficio Affari generali del Comune puntese Francesco Di Grazia, e la collaboratrice Antonella Miraglia ( accusati di peculato aggravato in concorso, concussione aggravata in concorso e falsità  materiale in atto pubblico).
                                                           Jessica Pezzetta


ASSOLTI  I COSTRUTTORI  GRAZIANO
25  aprile 2001

Palermo. La terza sezione del Tribunale di Palermo presieduta da Armando D’Agati ha assolto gli imprenditori edili palermitani Domenico e Camillo Graziano. Domenico Graziano era accusato di associazione mafiosa e riciclaggio, il figlio Camillo anche di favoreggiamento nei confronti del boss Salvatore Madonia. Padre e figlio erano a giudizio insieme con i boss Raffaele e Domenico Ganci del quartiere Noce, il capo mafia di Borgetto Francesco Rappa e quello di Resuttana Francesco Madonia. Tutti sono stati  riconosciuti colpevoli di estorsione e condannati a 1 anno in continuazione con  precedenti condanne per lo stesso reato. A Domenico Ganci sono stati inflitti nove anni. Il pm Marcello Musso ha commentato: <<Ormai è un trend. L’assoluzione dei colletti bianchi è una costante>>. E ha anche aggiunto che su queste assoluzioni << si dovrebbe riflettere con amarezza>>.  L.B.


MANNINO SAPEVA CHI ERA SIINO
25 aprile 2001

Palermo. Il pm Vittorio Teresi nella esposizione della  requisitoria contro l’ex  ministro DC Calogero Mannino accusato di concorso  di associazione mafiosa ha affermato: << Calogero Mannino conosceva le logiche spartitorie che regolavano il sistema degli appalti in Sicilia ed era perfettamente al corrente del ruolo di Angelo Siino nell’assegnazione dei lavori pubblici>>. Il magistrato ha parlato di un presunto intervento di Mannino a favore dell’imprenditore Lorenzo Rossano che ha riferito agli investigatori: <<Fui chiamato da Angelo Siino che mi riferì che l’ex ministro gli aveva parlato bene di me. Alla fine del nostro incontro Siino mi disse che poteva darmi una mano per l’aggiudicazione di lavori del consorzio Basso Belice e Carboj. Ebbi l’impressione che dietro la disponibilità di Siino ci fosse proprio l’intercessione di Mannino>>. M.T.


RUINI E BERLUSCONI
26 aprile 2001

Milano. E’ probabile che le scelte del clero siano rivolte un terzo per l’Ulivo mentre due terzi voteranno per Berlusconi e la Casa della libertà.
Il 28 marzo 2000, a Roma, in un incontro con la stampa in cui è stato illustrato il documento della conferenza episcopale in previsione delle elezioni regionali il vice di Ruini, monsignor Ennio Antonelli, segretario generale della Cei, ad una domanda di un cronista di cosa pensava di Berlusconi divorziato e, dunque per la Chiesa peccatore ha replicato: <<Chi è senza peccato, scagli la prima pietra>>. Poi il resoconto dell’ANSA: <<Nella scelta del candidato alle elezioni, i cristiani devono tenere presente il programma, le dichiarazioni pubbliche, il comportamento politico e soltanto dopo quello privato>>.  Nell’Espresso Giampaolo Pansa scrive: <<come giudica Ruini la robaccia che sua emittenza spaccia ogni giorno anche nelle case dei cattolici? Il sesso volgare del Grande Fratello, la fiera campionaria di tutti i culi le tette del mondo, la violenza fisica trasformata in spettacolo, la convinzione che il denaro guadagnato senza fatica sia un valore primario. Per non parlare dell’idea di fondo del programma berlusconiano: chi è povero giace e chi è ricco si dà  pace>>. Secondo Pansa il cardinale  Ruini ha deciso di essere accanto a Berlusconi il 13 maggio. E poi conclude: <<Il presidente della CEI è in grado di fornire alla Caserma delle libertà tutte le indulgenze plenarie che gli verranno gentilmente richieste… Berlusconi ha garantito che una volta a Palazzo Chigi provvederà lui a un milione di poveri in più che sono comparsi in Italia dopo i governi a guida comunista…ho già scritto questa sparata mi fa ribrezzo. Per il presidente della Cei  Lui dei poveri se ne frega. Lui è un Don Abbondio pronto a fare il compagno di merende a don Rodrigo>>.
                                                           Marco Cappella


E’ MORTO DE BONIS
26 aprile 2001

Città del Vaticano. Il Vescovo Donato De Bonis, numero due dello Ior è morto, aveva 71 anni. De Bonis subentrò a Marcinkus con l’incarico di prelato dopo la vicenda del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi; come consigliere del cardinale Casaroli fu una delle più importanti figure nell’opera di risanamento dell'Istituto bancario. Negli anni 1993 e 1994 il suo nome finì nelle inchieste di Antonio Di Pietro relative alla maxi tangente Enimont, ma ne uscì indenne. La notizia della sua morte è stata data a tumulazione avvenuta. M.L.


LA DIA LANCIA L’ALLARME DISSOCIAZIONE
26 aprile 2001

Roma. Il capo di Cosa Nostra Totò Riina avrebbe scelto la strada della dissociazione, cioè dell’apertura al dialogo con lo Stato. A lanciare l’allarme è la Direzione Investigativa Antimafia diretta da Tuccio Pappalardo, la cui relazione semestrale è stata consegnata di recente in Parlamento. Secondo la Dia non è da escludere che Cosa Nostra ipotizzi di <<ricorrere alla dissociazione che consentirebbe di sottrarsi ai rigori del regime detentivo speciale>>. Nel documento si legge che la dissociazione sarebbe compatibile con “la politica di convivenza parassitaria con lo Stato che attualmente Cosa Nostra cerca di seguire”. Cristoforo Fileccia, il legale di Riina dichiara : <<Escludo la dissociazione, lo vedrò lunedì prossimo e gli farò leggere la relazione della Dia, vedremo che cosa mi dirà>>. <<Lo Stato nei confronti di Riina deve essere severo. L'unica strada del boss o di altri capimafia è quella di collaborare, la dissociazione non può essere offerta a gente come lui, né sarà mai data fino a quando avremo responsabilità di governo>>, è stato il commento del presidente dell'Antimafia Giuseppe Lumia.
La relazione della Dia mette in evidenza che i capi vicini a Provenzano “si sono già organizzati per garantire la continuità della direzione di Cosa Nostra, vuoi predestinandosi ad una gestione collegiale vuoi predestinando un sostituto”. Si tratta di Nitto Santapaola, Giuseppe Madonia, Pietro Aglieri e Giuseppe Farinella, tutti detenuti… forse in cerca di condizioni più favorevoli.
                                                           Anna Petrozzi


BANDA DELLA MAGLIANA
27 APRILE 2001

Roma. La Banda della Magliana figura nei carteggi relativi a quasi tutti i grandi misteri d’Italia. Così ne parla il pm Libero Mancuso: <<La struttura illegale denominata Banda della Magliana, è una struttura che non può essere definita semplicemente “criminale”, pena la sottovalutazione della sua funzione di cerniera con i settori dell’eversione armata, dei servizi segreti, della politica, del Vaticano, delle banche>>. I personaggi legati alla banda figurano nel colpo al caveau della Banca di Roma, avvenuto nel ’99, nelle inchieste sull’omicidio nel ’78 di Mino Pecorelli, il direttore dell’agenzia scandalistica Op; nella strage di Bologna del 2 agosto 1980; nel rapimento del duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere avvenuto il 7 novembre ’77. La storia della banda, che risale alla prima metà degli anni '70 in un quartiere di periferia - la Magliana - sorto degradato grazie a spregiudicate operazioni di speculazione edilizia, è una vera e propria escalation di sangue e affari che non sembra essersi interrotta.
                                                           Monica Centofante


ALLARME NEL RAPPORTO DELLA DIA. IL GOTHA DI COSA NOSTRA
27 aprile 2001

Roma. E' arrivata la relazione semestrale che la Dia, direzione investigativa antimafia, ha presentato al Parlamento. Al suo interno viene segnalata la pericolosità soprattutto della malavita in Kosovo e in Albania che si sta espandendo a macchia d'olio. <<E' ormai palesemente manifesto il connubio sinergico d'affari che lega i gruppi criminali albanesi, con le consorterie mafiose autoctone tradizionali, sia pugliesi che napoletane, calabresi o siciliane specialmente per il traffico di stupefacenti, tabacchi lavorati e, talvolta, anche armi>>. Più preoccupante ancora <<l'evoluzione della delinquenza organizzata albanese verso forme tradizionali di delittuosità quali ad esempio il sequestro di persona a scopo di estorsione. In campo nazionale Cosa Nostra e 'Ndrangheta cercano di limitare i fatti cruenti allo scopo di abbassare la percentuale di allarme. Mentre per quanto riguarda la Camorra e la criminalità organizzata pugliese, queste aspirano ad avere il predominio <<in una data area geografica o in un certo settore, sempre più aspro e spesso foriero di fatti di sangue>>. Un altro tema affrontato è quello della dissociazione, alcuni boss cercherebbero la linea della dissociazione per evitare il carcere duro. Salvatore Riina potrebbe aprire un dialogo con lo Stato, ma il suo legale Cristoforo Fileccia smentisce tutto. Dal rapporto emerge inoltre che Cosa Nostra è in piena attività, tesa a garantirsi un futuro economico, a salvaguardare la sua caratteristica di organizzazione interprovinciale. Cosa Nostra <<tende ad assumere una connotazione di organizzazione “snella” formata da un livello di élite con pochi “uomini d’onore” accuratamente selezionati cui sono affidati gli affari più delicati. Dovendo continuare a gestire attività criminali per le quali occorre disporre di esecutori, demanda tali attività ad elementi esterni riservandosene il controllo>>.
Nella relazione si parla anche di Bernardo Provenzano, Matteo Messina Denaro, Antonino Giuffrè e Salvatore Lo Piccolo, i latitanti che compongono l'attuale dirigenza di Cosa Nostra con la collaborazione di alcuni capimafia che si trovano in carcere e gestiscono dall’interno attività criminali. In particolare: <<Santapaola e Madonia controllano gli appalti della Sicilia centro-orientale>>, mentre <<Farinella è l'esponente più importante del mandamento di Gangi, attraverso il quale Cosa Nostra palermitana esercita il controllo sulle imprese impegnate nei lavori di maggior rilievo nella provincia di Messina>>. Secondo la Dia il loro stato di detenzione <<potrà comportare la ricerca interessata di più favorevoli condizioni per i detenuti, specie per quelli che sono sottoposti alle restrizioni previste dal 41 bis>>.
                                                           Monica Centofante  


TOLTE  LE INCHIESTE A EMILIANO
28 aprile 2001

Bari. Il capo della procura della Dda di Bari Marzano ha assegnato ai pm Giuseppe Scelsi e Michele Emiliano il quarto e ultimo biennio (fino al 15 febbraio 2003). Un provvedimento questo notificato il 27 aprile scorso al procuratore generale della Corte d’Appello Riccardo Dibitonto e che gode del parere favorevole del capo dalla Direzione Nazionale Antimafia Piero Luigi Vigna. Il capo della procura nel decreto ha stabilito che <<non è prevista in linea di massima l’assegnazione di nuovi procedimenti>> ai due giudici. Nel caso specifico di Emiliano il procuratore capo della Dda di Bari ha distribuito ad altri magistrati una parte di procedimenti avviati da Emiliano gran parte dei quali è coperti da riservatezza in quanto in fase di indagini preliminari. Alcuni dibattimenti finora condotti da Emiliano (<<Carioca>> <<Lattanzio +10>> e <<Game Over>>) sono stati passati ad altri magistrati della procura. Il dottore Emiliano è stato sollevato anche dall’incarico di coordinatore della banca dati. Un archivio telematico, questo, in cui confluiscono le dichiarazioni dei pentiti. Il procuratore Marzano ha interpretato una risoluzione del Csm del 13 ottobre 1999, nella quale l’organo di autogoverno dei giudici fissa in otto anni di mandato, più uno di applicazione per completare il lavoro svolto. Secondo Giacinto De Marco, presidente della Corte d’Appello, Marzano ha interpretato correttamente la circolare del Csm ed ha detto che può esserci stato qualche disguido <<ma ritengo che occorra contemperare il bisogno di magistrati esperti con la necessità di assicurare una giusta osmosi fra gli incarichi>>.
                                                           Jessica Pezzetta


LE INTUIZIONI DI PIO LA TORRE
29 aprile 2001

Palermo. Il segretario  regionale e provinciale della Cgil Pio La Torre quando chiese alla direzione  nazionale del Pci di ritornare in Sicilia sapeva cosa rischiava. Nato in Sicilia il 24 dicembre 1927, è stato consigliere comunale e parlamentare nazionale, profondo conoscitore del fenomeno mafioso e anche promotore della proposta di legge per la confisca dei beni mafiosi. Pochi giorni prima di morire, parlando con Emanuele Macaluso dei delitti politici in Sicilia, disse: <<Ora Tocca a noi>>. Al nono congresso del Pci siciliano lo statista affermò: <<Forse noi comunisti siciliani non siamo ancora riusciti a fare emergere tutta la portata dell’azione svolta dal terrorismo mafioso per bloccare i processi di rinnovamento. Ci siamo trovati, ancora una volta, di fronte all’uso del terrorismo mafioso come strumento di lotta politica al servizio delle vecchie classi dirigenti e di oscuri disegni reazionari. Ciò spiega perché sono rimasti impuniti gli omicidi di Boris Giuliano, Michele  Reina, Cesare Terranova, del procuratore Costa e del capitano Basile>>.
Continuò: <<E’ provato che Sindona si trovava a Palermo nei giorni in cui veniva organizzato e attuato l’assassinio di Cesare Terranova e pochi mesi dopo si verificava l’assassinio del presidente della Regione Piersanti Mattarella. I gangster siculo-americani che hanno accompagnato Sindona, hanno affermato che dovevano compiere una missione politica di tipo anticomunista e la maestrina Longo ha ora dichiarato, che Sindona, mentre era suo ospite, teneva contatti con generali americani. Ecco perché gli omicidi politici del terrorismo mafioso in Sicilia, negli anni ’79 e l’80, non possono essere esaminati come singoli episodi>>.
<<La mafia - concluse Pio La Torre- non ha gli stessi obiettivi del terrorismo, tuttavia ci troviamo oggi di fronte ad una convergenza, ad un intreccio di rapporti. Si tratta di capire fino in fondo come si svolgano certe trame e che cosa ci sia dietro di esse. Invece, esiste il buio totale; forse abbiamo il timore di mettere le mani su qualcosa che non si sa dove vada a sfociare>>.
                                                           Lorenzo Baldo


LE ROTTE DELLA DROGA
29 aprile 2001

Cosenza. In un anno e mezzo nel cosentino sono stati sequestrati 726 chili di droga destinati al mercato calabrese e siciliano. I sequestri più consistenti sono avvenuti sull’asse viario che collega la Puglia alla Calabria. Un ruolo importante lo svolgono i gangster della criminalità albanese che attraverso corrieri spediscono droga ai referenti della ‘Ndrangheta. Le forze di polizia negli ultimi due anni hanno avviato controlli serrati sulla 106 ionica. Una via, questa, obbligata per i trafficanti che devono rifornire i referenti delle cosche calabre e di Cosa Nostra. Le recenti indagini condotte dalla Procura nazionale antimafia confermano che l’Albania è diventata una sorta di “Colombia” adriatica. Un crocevia di traffici d’ogni genere: prostituzione, armi e droga. Il prezzo degli stupefacenti (hascisc e marijuana) prodotto in Albania si triplica nei mercati italiani. Ciò consente ingenti guadagni da parte delle organizzazioni criminali. Secondo il Ros nella repubblica del Bosforo si concentrano gli interessi dei “narcos” curdi e pakistani e dei  faccendieri legati  all’organizzazione pseudo politica turca dei “lupi grigi”. Dalla Grecia salpano navi cariche di passeggeri ma anche mercantili battenti bandiere di piccoli Stati che nascondono l’eroina. La “merce” viene consegnata ai finti pescatori calabresi e siciliani che incrociano nelle acque del mediterraneo e agli acquirenti nei vari porti d’Europa. Per quanto riguarda i carichi di droga leggera indirizzati in Italia vengono utilizzati i velocissimi gommoni che dopo un’ora li scaricano nelle coste pugliesi. Le gang operanti a Brindisi, Taranto e Lecce consegnano la merce ai corrieri che in auto raggiungono la Calabria.
Nell’inverno del ’99 un blitz della polizia ha bloccato un progetto delle cosche del Rossanese che volevano impiantare sulle coste ioniche una postazione radar. L’obbiettivo dell’organizzazione criminale era quello di gestire il traffico direttamente al largo delle coste calabresi così da riuscire ad aggirare gli asfissianti controlli svolti sul tratto di mare che separa l’Italia dall’Albania.
                                                           Mara Testasecca


ARRESTATO ANTONIO SCHETTINI
30 aprile 2001

Milano. Il 28 aprile scorso nei pressi del casello autostradale di Melegnano è stato catturato Antonio Schettini, detto “Tonino il Napoletano”.
Il boss della ‘Ndrangheta lombarda, sotto protezione in qualità di collaboratore di giustizia, viveva a Pisa e si era dileguato con la nuova identità da pentito Antonio Nigro. Il boss si era autoaccusato di 59 omicidi commessi tra l’88 e il ’92 e per i quali la Corte d’Appello di Milano aveva emesso due provvedimenti di cattura per una pena di 36 anni di carcere. Da una indagine avviata alcuni mesi fa dalla procura milanese su un monitoraggio sui collaboratori di giustizia era emerso che Schettini  aveva contatti con pregiudicati ed era andato all’estero per rinsaldare vecchie amicizie malavitose. La Corte d’Assise d’Appello ricevuta la segnalazione dalla Procura  il 12 aprile scorso ha emesso due provvedimenti di cattura relativi a due condanne di 30 e 20 anni per omicidi. Tra l’elenco dei delitti imputati al boss della ‘Ndrangheta figurano Angelo Maccarane, Roberto Cutolo, figlio di Raffaele, Walter Strambi, Antonio Colia, Luigi Batti, Francesco Batti, Salvatore  De Vitis.
                                                           Marco Cappella


CONVEGNO SULLA CONFISCA DEI BENI
30 aprile 2001

Palermo. Il 30 aprile scorso, giorno della commemorazione della morte del giudice Pio La Torre, all’Hotel Jolly di Palermo si è parlato di confisca dei beni di mafia  Tra gli ospiti Alfredo Galasso, Rita Borsellino, Franca Imbergamo, Alfio Toti e tanti altri che ringraziamo per il loro contributo. Creare strutture investigative adeguate è stato uno dei punti fondamentali del dibattito. Il rappresentante dell’Arci, Alfio Toti, ha sottolineato l’importanza di un quadro legislativo di sostegno in cui bisogna restituire i beni della mafia alla società civile; purtroppo le procedure sono ancora “farraginose” ha dichiarato il vice prefetto di Palermo Ferro, e questo non fa che danneggiare l’immagine dello Stato e il lavoro della magistratura. Si tende a diventare rinunciatari, a delegare “a chi se ne deve occupare”, è il commento di Rita Borsellino. La memoria di Falcone e Borsellino non è intoccabile; quindi guardare al passato è importante se si ha la volontà di migliorare ciò che si è fatto.  
Secondo Beppe Lumia, per aggredire Cosa Nostra è decisiva la lotta ai patrimoni attraverso misure di prevenzione e indagini economiche patrimoniali. Bisogna  informatizzare e riorganizzare la ristrutturazione dei beni confiscati per far crescere la cultura della legalità; anche se il clima non è il più adatto dichiara Alfredo Galasso, nell’azione di contrasto alla mafia siamo in un clima di reflusso, occorre cambiare le premesse della legge. Secondo il Pm Franca Imbergamo aggredire i patrimoni sul fronte giudiziario è la vera frontiera, ma questo si può fare solo se abbiamo a disposizione strumenti adeguati. Ricordiamo che la mafia temeva la legge Pio La Torre e ha cominciato ad averne paura quando se ne discuteva in Parlamento, <<c’è lo raccontano sia Giovanni Brusca che Angelo Siino>>: <<Visto che lo Stato si è fatto la legge La Torre, noi ci faremo la legge Rognoni – La Torre a modo nostro>> (cioè a dire che se noi togliamo i patrimoni, loro cominceranno a toccare i nostri patrimoni). La normativa che abbiamo ereditato - per quanto riguarda l’attività della magistratura - è fondata sulla legge Rognoni – La Torre. Ma questa allo stato attuale non è più adeguata, occorre intervenire su alcuni punti che sono indubbiamente lacunosi.   
<<C’è bisogno di sperare che sul fronte della lotta alla mafia si continui efficacemente – conclude la Imbergamo -.Qualcosa deve cambiare: solo in questa maniera riusciremo a capire quello che funziona e quello che non funziona in un dibattito costruttivo, che va la di là della celebrazione, eventualmente, per porvi rimedio>>.
                                                           Tita Levi


DELITTO LA TORRE 19 ANNI DOPO
1 maggio 2001

Palermo. Il 30 aprile 1982, in un agguato, uomini di Cosa Nostra hanno assassinato il segretario regionale del Pci Pio La Torre e il suo autista Rosario Di Salvo. Mandanti del delitto la cupola mafiosa composta da Toto Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Bernardo Brusca, Francesco Madonia, Nenè Geraci, tutti condannati con sentenza definitiva. Secondo gli investigatori il delitto sarebbe stato deciso perché Pio La Torre si era fatto promotore in Parlamento della legge sulla confisca dei beni ai mafiosi. Fino al 1997 era mistero su come e chi avesse eseguito l’agguato al leader del Partito Comunista Italiano. Il 14 marzo 1997 il boss Salvatore Cucuzza - dal natale del ‘96 collaboratore di giustizia - nel corso di un’udienza del processo d’Appello nell’aula bunker di Santa Verdiana a Firenze, rivela di aver commesso lui il delitto. L’avvocato Armando Sorrentino, già allora legale parte civile per i Ds, dopo una attenta valutazione delle dichiarazioni di Cucuzza ha cercato di individuare possibili interessi esterni a Cosa Nostra. Il collaboratore sull’argomento ha dichiarato: <<Non posso dire se ci sono altri referenti, oltre Cosa Nostra, nella decisone di uccidere La Torre>>. A 19 anni dall’omicidio l’avvocato Sorrentino è convinto che ci siano punti oscuri da chiarire, a partire dalle armi utilizzate che erano in dotazione all’esercito Usa nella seconda guerra mondiale. Secondo il segretario regionale di Rifondazione Francesco Forgione << La Torre è morto nel vivo dello scontro sui patrimoni mafiosi e delle lotte contro l’installazione dei missili americani a Comiso. Al di là del ruolo di Cucuzza e degli altri killer di Cosa Nostra, chiediamo tutta la verità sui rapporti tra la mafia, i servizi segreti civili e militari e gli uomini della Cia che in quegli anni avevano in La Torre il nemico principale>>.
                                                           Marco Cappella


PROCESSO SANTA PANAGIA
1 maggio 2001

Siracusa. Il 30 aprile scorso il pubblico ministero Luca Bertuzzi, della Direzione distrettuale antimafia di Catania, ha dato inizio alla requisitoria al processo contro sei imputati del maxiprocesso Santa Panagia. Sono Antonino Dell’Arte, Roberto Cherubino, Angelo Formica, Stefano Giarratana, Antonino Sinatra e Gianfranco Visicale, che hanno chiesto di essere giudicati con il rito abbreviato.
Il clan Santa Panagia è un’organizzazione che gestisce a Siracusa attività illecite, come estorsioni, spaccio di droga, gioco d’azzardo, per conto delle cosche Nardo di Lentini, Trigila di Noto ed Aparo di Solarino. A contrastarla nel controllo di queste attività è il clan Urso-Bottaro, con il quale ha combattuto una lunga guerra di mafia; l’ultima risale al 1995, a questa fa riferimento l’inchiesta che sta cercando di fare chiarezza. Il maxi processo è suddiviso in tre tronconi, il primo riprenderà a giorni, sono previste le deposizioni dei pentiti Francesco Marino, Giovanna Cretto e Lorenzo Vasile, molta attesa anche per il pentito Massimiliano Ricciardetto.
                                                           Anna Petrozzi


LA CANDIDATURA DI GIANSTEFANO FRIGERIO
3 maggio 2001

Milano. L’ex segretario regionale della Dc lombarda Gianstefano Frigerio pluricondannato per reati contro la pubblica amministrazione è stato candidato in Puglia nelle liste proporzionali di Forza Italia. Il tribunale di Milano il 21 ottobre del 2000 ha iniziato ad esaminare le sue sentenze definitive per decidere il cumulo di pena. I giudici non hanno però terminato i calcoli. La pena resta sospesa e di conseguenza anche l’eventuale sua interdizione dai pubblici uffici. Intanto Frigerio è libero di correre per una poltrona da deputato in Parlamento. Forza Italia spiega ai giornalisti di avere in lista Carlo Frigerio (il soprannome di Gianstefano). M.C.

 
FRANCESCO DI CARLO AL PROCESSO IMPASTATO
3 maggio 2001

Palermo. Nel processo per l’uccisione di Peppino Impastato il collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo, interrogato dal pm Franca Imbergamo, ha sostenuto che il capo mafia di Cinisi, Tano Badalamenti, non ebbe mai rapporti diretti con le forze dell’ordine. Il collaborante dichiara: <<Erano i cugini Salvo ad avere contatti con le istituzioni: politici, polizia e carabinieri. Totò Riina - secondo Di Carlo - ha accusato sempre Badalamenti di essere confidente dei carabinieri. Ma io so per certo che non era così: non ne aveva bisogno, c’erano gli esattori ad occuparsi di questo>>.M.L.



FASSINO SULLA CAMORRA
3 maggio 2001

Napoli. Il ministro della Giustizia Piero Fassino, candidato vice-premier dell’Ulivo, risponde all’allarme lanciato su il Mattino dal procuratore generale Agostino Cordova. Il ministro sostiene che se la camorra cerca di mettere le mani sulla campagna elettorale, la risposta non può che essere una lotta senza quartiere. E poi precisa che <<la malavita ha tentato anche in passato di condizionare il voto, come ha dimostrato da alcune clamorose indagini della magistratura. Oggi, però, lo Stato dispone di maggiori e migliori strumenti rispetto a una decina di anni fa>>. Fassino sottolinea il ruolo importantissimo che le Procure hanno nell’azione di contrasto contro la criminalità organizzata e ricorda gli importati successi ottenuti contro la criminalità organizzata, sia mafiosa che camorristica. Infatti - puntualizza il ministro - la stessa introduzione del reato di voto di scambio è indice di un cambio di rotta. Il Procuratore Cordova sostiene che gli strumenti legislativi sono insufficienti a partire dal reato di voto di scambio. Il ministro risponde: <<Se il procuratore ha una proposta concreta per migliorare quella norma, la presenti: troverà massima attenzione da parte nostra. Non è vero, però, che oggi ci sono meno strumenti a disposizione nella lotta contro la criminalità. E’ vero il contrario: si è esteso il campo di applicazione del 41 bis ( il carcere duro per i boss), si sono estesi i reati associativi a prostituzione e pedofilia, sono state corrette alcune norme per evitare la scarcerazione di mafiosi per decorrenza dei termini>>.
                                                           Maria Loi


OMICIDIO SPARATORE
5 maggio 2001

Palermo. Il 4 maggio scorso è stato ucciso Angelo Sparatore, fratello di Concetto che il giorno prima a Siracusa ha deposto nel corso di un processo sulla cosiddetta strage di San Marco. Il procuratore aggiunto Ugo Rossi di Catania ha commentato: <<Non possiamo non cogliere la casualità temporale tra la deposizione in aula e l’omicidio>>. Angelo Sparatore, pregiudicato per reati contro il patrimonio, non era sottoposto al programma di protezione previsto per i parenti. Infatti quando il fratello Concetto decise di collaborare con la giustizia, l’uomo rifiutò il servizio di tutela. Gli inquirenti ipotizzano che il movente dell’agguato possa essere individuato in un rilancio della campagna terroristica avviata dalla mafia vent’anni fa con le vendette trasversali. L’8 novembre 1981 è stato ucciso il cognato di Tommaso Buscetta. L’11 settembre 1982 eliminati due figli del boss e nello stesso anno sono stati uccisi in una sparatoria il genero di don Masino e due collaboratori. 11 i parenti di Buscetta uccisi da Cosa Nostra. Il collaborante Contorno ha subito lo stesso trattamento: una trentina di persone uccise tra cui uno zio due cugini e un cognato. La storia si ripete anche per Francesco Marino Mannoia. La vendetta è scattata il 23 novembre 1989 a Bagheria dove sono state assassinate la madre, la sorella e la zia del pentito. Sembra che la mafia abbia  ripreso la strategia delle vendette trasversali per arginare il fenomeno dirompente dei collaboratori di giustizia che stanno sgretolando le fondamenta dell’organizzazione.
                                                        Jessica Pezzetta


LUMIA: RISPETTARE SEMPRE LA MAGISTRATURA
5    maggio 2001

Roma. Il Presidente della commissione antimafia, Giuseppe Lumia, in una intervista al Gr3 sulla assoluzione di Bruno Contrada ha dichiarato: <<Bisogna sempre rispettare la magistratura, sia la magistratura che accusa sia la magistratura che giudica, sia quando condanna, sia quando assolve. Il concorso esterno è un reato difficile da dimostrare. Però guai a trarre conclusioni sbagliate. Ad esempio che Cosa Nostra non ha rapporti con la politica, con l’economia…>>.  Lo Stato - ha detto Lumia - nei confronti dei pentiti deve assumere un atteggiamento rigoroso. Non dobbiamo fare l’errore di considerali  <<scarpe vecchie e buttarli in soffitta. Non dobbiamo fare questo errore, perché la mafia non lascia delle tracce scritte>>. L.B.


SCONTO DI PENA PER DI MAGGIO
5 maggio 2001

Palermo. Balduccio Di Maggio, ex collaboratore di giustizia, è stato arrestato nuovamente per omicidio (13 anni di reclusione); a chiedere una attenuante della pena è la procura di Palermo in quanto Di Maggio avrebbe fornito all’autorità giudiziaria <<elementi decisivi per l’accertamento dei fatti>>. E' quanto emerso nel processo <<Tempesta>> in cui 27 dei 35 imputati sono stati condannati all’ergastolo con isolamento diurno. Tra questi vi sono: Procopio Di Maggio, Salvatore Lo Piccolo, Vito Palazzolo e Giovanni Motisi. Anche per i pentiti Vito Lo Forte e Domenico Cancelliere, imputati nello stesso procedimento, è stata chiesta l’attenuante, mentre per Salvatore Contorno l'assoluzione in quanto il delitto sarebbe caduto in prescrizione. Per Luigi Abbate e Giovanni Torregrossa sono stati chiesti invece 28 anni di carcere. La Corte d’Assise di Palermo, presieduta da Giacomo Montalbano, ha analizzato uno dei tre tronconi del dibattimento che si riferiscono agli omicidi compiuti tra gli anni ’60 e ’90, tra i delitti quello del capitano dei carabinieri Mario D’Aleo, ucciso il 13 giugno ’83 con altri due militari e quello dell’agente di polizia Calogero Zucchetto, assassinato nel 1982 in via Notarbartolo a Palermo. Gli altri due stralci del processo Tempesta sono invece in corso, uno con il rito ordinario e l’altro con l’abbreviato presso la Corte d’Assise presieduta da Claudio Dell’Acqua.
                                                           Mara Testasecca



MEDICI DI MAFIA
5 maggio 2001

Palermo. Nei prossimi giorni nelle librerie di Palermo si troverà il libro Bisturi  e Nuvole scritto da Michele Vullo, sindacalista Cgil, in collaborazione con il medico Clini. L’autore ricostruisce la storia della sanità siciliana con dati e storie in cui la mafia è protagonista e ripercorre le vicende dei boss Pippo Calò, Francesco Madonia, Bernardo Brusca, Vittorio Mangano, così gravemente malati, da non poter stare in cella. Il medico Claudio Cini racconta che il 16 gennaio 1996 mentre visitava Vittorio Mangano nel carcere di Pisa, quest’ultimo affermò: <<Quale stalliere, io ero l’amministratore delegato di una società di cavalli di razza di Silvio Berlusconi>>.  Su Bernardo Brusca, uomo della commissione di Cosa Nostra e killer fedele di Toto Riina, si racconta che invitasse molti primari nella sua casa di campagna, a San Giuseppe Jato. A tal proposito Clini ha scoperto che Brusca venne  ricoverato “con urgenza” in un ospedale (Ingrassia) di Palermo <<perché soffriva di acidità di stomaco>>, scrive il medico << forse dovuta ad un ernia iatale>>.  Trasferito al Civico un primario dopo numerose visite conclude di non essere in condizione di <<poter relazionare sulle attuali condizioni fisiche>> di Brusca. Quindi venne presa in considerazione la diagnosi precedente. Brusca rimase in ospedale per mesi e il primario che prestava servizio all’Ingrassia e che scrisse la diagnosi per Brusca, fu poi arrestato perché in visita ad un latitante.
L’autore del libro scrive: <<Non possiamo dimenticare che gli ospedali  palermitani, oltre che luoghi di svago, erano centri di smistamento di ordini per pericolosi uomini di Cosa Nostra. Né che numerosi medici palermitani sono stati condannanti per mafia>>. Ha poi spiegato: <<L’affiliazione  di uomini della sanità siciliana nella massoneria deviata e la presenza nelle stesse logge di noti mafiosi, ha cementato un patto che ha garantito carriere, fortune economiche, affari e scalate politiche>>.
                                                        Marco Cappella


SULLA QUESTIONE LATITANTI
5 maggio 2001

Palermo. Il Presidente della Commissione antimafia Giuseppe Lumia ha dichiarato che <<mettere le mani avanti, definire scenari complottistici nella cattura dei latitanti è un modo che denota una scarsa attenzione alla necessità di dare segnali forti nella lotta alla mafia… Gli arresti si devono fare in qualunque fase – ha dichiarato Lumia – anche se ci fossero le condizioni in questi giorni: catturare i latitanti non è motivo di strumentalizzazione, è motivo di crescita della democrazia>>.


PADRE FRITTITA: LO RIFAREI
7 maggio 2001

Palermo. Padre Mario Frittita, arrestato nel ‘97 per aver portato la comunione e il conforto della religione all’allora latitante Pietro Aglieri, ha dichiarato: <<Io rifarei di nuovo tutto quello che ho fatto. Tanto è vero che sono stato assolto, quindi devo continuare a farlo. E poi intendiamoci: non sono il solo a fare questo. Ci sono tanti altri sacerdoti che l’hanno fatto a Palermo. Per me Pietro Aglieri è un uomo bisognoso di redenzione. Lui ha cercato la redenzione, io ho fatto il mio dovere dandogliela. L’ho confessato, certo. E l’ho anche assolto. E’ un uomo che ha avuto una sua storia, e che ha voluto voltare pagina>>. Il sacerdote nei confronti di quanti lo hanno arrestato e accusato ha dichiarato: <<Non provo niente, ma certo prego per loro. Poiché penso che abbiano bisogno anche loro della misericordia di Dio>>. Comunque per il magistrato Alfonso Sabella rimarrebbe un favoreggiatore della mafia. M.T.


SEQUESTRATI 20 CHILI DI EROINA
8 maggio 2001

Milazzo. Lo scorso 7 maggio la Guardia di Finanza ha messo le mani su 20 chili di eroina che si trovavano nella imbarcazione Pink Panter, ormeggiata nel porto di Milazzo. Il sequestro è uno dei più grossi mai effettuati nelle acque italiane. La barca a vela, che doveva raggiungere la Sardegna, non era riuscita a salpare dal porto di Reggio Calabria a causa di un naufragio che stava imperversando tra la Sicilia e la Calabria. Il marinaio Enrico Giglio, 22 anni, non riuscendo a procedere nella navigazione, ha lanciato il <<may day>> e l’imbarcazione è stata rimorchiata fino al molo Marullo di Milazzo. Le Fiamme Gialle tenevano d’occhio l’imbarcazione da parecchio tempo e vedendola ormeggiata hanno deciso di effettuare un’ispezione a bordo. Nel frattempo però il comandante ed il marinaio erano spariti.
Un altro sequestro di droga è avvenuto a fine aprile, a Milazzo in provincia di Messina. L'operazione è stata portata a termine dalla Guardia di Finanza che ha trovato oltre un chilo di cocaina purissima sul treno per Palermo. Sull'operazione la Finanza non ha fornito altre spiegazioni in quanto non si è ancora conclusa.
                                                           Anna Petrozzi


ACCUSE PER PRINZIVALLI
8 maggio 2001

Palermo. L’ex procuratore della Repubblica di Palermo Giuseppe Prinzivalli condannato il 29 aprile del 1998 a dieci anni di reclusione per concorso in associazione mafiosa è nuovamente nei guai. Ad indagare sul suo conto, questa volta, è la procura di Caltanissetta. E’ sospettato di avere intascato una tangente di 500 milioni di lire nell’appalto per la costruzione della nuova Procura di Termini Imerese agli inizi degli anni ’90. Le indagini su Prinzivalli avevano preso le mosse, oltre che dalle accuse di alcuni collaboratori di giustizia, da quelle dei suoi ex sostituti Luca Masini e Alfonso Sabella, in quanto Prinzivalli avrebbe fatto di tutto per ritardare le indagini a carico della mafia delle Madonie guidata dal boss Giuseppe Farinella di San Mauro di Castelverde. A parlare dell’ex magistrato è anche Tullio Cannella, collaboratore di giustizia, che dichiara di aver accompagnato Prinzivalli da un personaggio che per conto di qualcuno offriva compensi miliardari per “l’aggancio”.
                                                           Monica Centofante


CASO MORO, NUOVE VERITA’
9 maggio 2001

Milano. Emergono nuove verità e sconvolgenti rivelazioni sul sequestro più misterioso d’Italia, il “Caso Moro”. A quanto pare il Sisde avrebbe avuto la disponibilità di un appartamento nel Palazzo Antici Mattei in via Gaetani a Roma, di fronte al luogo in cui il 9 maggio 1978, le Brigate Rosse parcheggiarono la Renault 4 con all’interno il cadavere di Moro. L’ipotesi fatta proviene da due consulenti della Commissione  parlamentare d’inchiesta sulle stragi. Nel documento, Valter Bielli parla di un appartamento che il Sisde avrebbe occupato dal 1984 ufficialmente abitato da una persona che vi mantenne la residenza fino al 1992, anche dopo che l’appartamento fu assegnato al servizio segreto civile. <<Appare evidente – rileva Bielli – l’anomalia di tale condotta, così come non trova giustificazione apparente la presenza al medesimo indirizzo di diverse società mai registrate alla Camera di commercio. Non può tacersi inoltre, il dato, sufficiente da solo a richiedere approfondimenti, della scelta di via Gaetani quale luogo per l’installazione di un ufficio coperto del Sisde, anche volendo accreditare la data ufficiale del 1984. A 23 anni dall’omicidio di Aldo Moro, sono ancora molte le zone d’ombra che pesano su quella vicenda>>. Il documento si aggiunge agli altri pezzi di verità che rendono il delitto del famoso statista italiano uno dei casi più controversi.
                                                           Maria Loi


CONDANNA PER IL FIGLIO DI RIINA
9 maggio 2001

Palermo. I pm di Palermo, Vittorio Teresi e Alessandra Serra, hanno chiesto l’ergastolo per Giovanni Riina, il figlio venticinquenne di Totò Riina, nel processo che lo vede imputato di partecipazione a tre omicidi. Il primo è quello di Antonino Di Caro, figlio del capomafia di Canicattì, fatto sparire alla fine del 1994 (il figlio di Riina avrebbe partecipato personalmente, tirando la corda che strangolò l’uomo e poi trasportando il cadavere nel bagagliaio dell’auto) al quale segue duplice delitto Saporito-Giammona, avvenuto a Corleone il 25 febbraio del 1995 (di questi delitti sarebbe il mandante). Contro Giovanni Riina ci sono le testimonianze di tre collaboratori di giustizia tra i quali Giovanni Brusca. Il Pm ha chiesto tre ergastoli anche per i boss Vito e Leonardo Vitale.


L'EURO ABBANDONATO
9 maggio 2001

Milano. L'Euro rischia di rimanere solo; a farne una stima è il quotidiano statunitense progressista Washngton Post. Nonostante la campagna pubblicitaria di oltre 120 miliardi di dollari della Banca centrale europea, il 70% delle aziende comunitarie non è ancora pronto ad operare con la nuova valuta e il 90% dei cittadini europei continua a fare i conti con le vecchie monete. Secondo il quotidiano americano ad influire sull'Euro sarebbero principalmente due fattori: innanzitutto che la mafia russa e balcanica cambiano in dollari i proventi delle proprie attività illecite (per il momento investiti in marchi tedeschi); un secondo effetto è che l'Europa dell'Est dubita che l'Euro possa raggiungere gli stessi standard del mercato tedesco. Basti pensare che quest’ultimo sposta 90mila miliardi di lire ogni mese verso l'area del dollaro.
Anche se il costo del denaro, in Europa, è più basso, non consente un'impennata dell'Euro, il suo valore rimane inchiodato sotto la soglia dei 90 centesimi di dollaro, circa il 28% in meno rispetto a quanto era stato stabilito nel 1999, quando c'era stato l'esordio nei mercati valutari.
                                                           Jessica Pezzetta


LE DICHIARAZIONI DI GRADO
9 maggio 2001

Palermo. La collaborazione di Gaetano Grado ebbe inizio due anni fa, ma è stata tenuta segreta fino alla settimana scorsa, quando i magistrati palermitani hanno depositato il verbale dell'interrogatorio del processo “Tempesta”. Gaetano Grado, soprannominato "Tanino occhi celesti", cugino di Totuccio Contorno, boss trafficante di droga in Italia e all'estero ha cominciato a raccontare tutto ai magistrati di Palermo. Sarebbe stata una donna misteriosa a convincere Gaetano Grado a collaborare. Grado, esponente di spicco della mafia di Stefano Bontate sconfitta dai corleonesi, ha tante cose da raccontare alla giustizia, a cominciare dal fallito sequestro del principe D'Angerio perpetrato nel 1974, alla sua uscita dalla tenuta di Silvio Berlusconi ad Arcore (Grado allora era legato al boss Gaetano Fidanzati e al fattore Vittorio Mangano). Ha iniziato a deporre nel settembre del 1999 e in questi due anni la squadra mobile di Palermo ha eseguito numerosi accertamenti e riscontri alle sue dichiarazioni. Le sue parole potrebbero risultare molto importanti per quanto concerne una vicenda mai chiarita: quella in cui fu bloccato il 26 maggio del 1989, insieme a Contorno a San Nicola L'Arena, in provincia di Palermo, una zona in cui nei giorni precedenti erano stati uccisi una quindicina di loro nemici giurati; c'è un 'altra vicenda ancora più recente: un summit di Totuccio Contorno con i vecchi perdenti, tenutosi a Marsiglia nel 1994.
Per il momento Grado ha parlato di una strage del 1973 contestata nel processo "Tempesta" a Pietro Vernengo: l'uccisione di Tommaso Santoro, Giuseppe D'Amore e Francesco Paolo Morana, assassinati davanti ad una pescheria. Era stato Riina a decidere il delitto poiché voleva fare “piazza pulita” di una cosca spontanea sfuggita al controllo dell'organizzazione. Grado ha rivelato anche il luogo in cui sarebbe stato seppellito il giornalista de L'Ora Mauro De Mauro, ucciso la sera del 16 settembre 1970 a Palermo. Le dichiarazioni sono state acquisite nel fascicolo della procura che ha riaperto l'inchiesta, in tal modo verrebbero smentite le affermazioni del pentito Di Carlo. Secondo Grado il corpo si troverebbe in un agrumeto alla periferia di Palermo; quest'ultimo ha indicato anche le persone che avrebbero sequestrato e poi ucciso il giornalista. Ha rivelato anche l’esistenza di un cimitero di mafia situato sotto un tratto di autostrada; sembrerebbe che molte vittime della guerra tra clan degli anni Settanta siano state sepolte all’interno dei piloni di cemento armato della A19 Palermo-Catania, che dal capoluogo porta a Villabate.
                                                           Lorenzo Baldo


LE DICHIARAZIONI DELLA VEDOVA BONSIGNORE
9 maggio 2001

Palermo. <<La verità sull’assassinio di mio marito si saprà tra qualche decina di anni, quando io non ci sarò più>>, a parlare è Emilia Midrio vedova di Giovanni Bonsignore. Che dichiara: <<Dopo undici anni si conosce solo quello che virtualmente dovrebbe essere il mandante dell’uccisione di mio marito>>, e poi continua: <<Lo sanno tutti che soprattutto negli anni '90 senza l’avallo di Cosa Nostra a Palermo non poteva essere ucciso nessuno>>. La signora Midrio è convinta che Antonino Velio Sprio, dipendente della regione Sicilia, accusato di essere il presunto mandante dell’omicidio, non può aver ideato tutto da solo.
<<Tempo fa avevo deciso di lasciare Palermo e di tornare nella mia città natale in Veneto. Ma quando è arrivato il momento di organizzare il trasloco non me la sono sentita più di andare via. Dopo quarant’anni questa città la sento ormai mia, nonostante il dramma che ho vissuto. Chiedo ai magistrati di indagare più a fondo. Non voglio che l’omicidio di mio marito, al pari di molti altri, rimanga impunito>> ha concluso la donna.
                                                           Mara Testasecca


IN MEMORIA DI GENNARO MUSELLA
11 maggio 2001

Reggio di Calabria. “Post-mortem, per lo speciale contributo apportato al lavoro delle Nazioni Unite per la diffusione della pace e della Giustizia nel mondo”.Con questa motivazione l’O.N.U., a firma del Sottosegretario Generale, Prof. Pino Arlacchi, ha assegnato alla memoria di Gennaro Musella, una pergamena di riconoscimento. A riceverla è stata la figlia Adriana, che, inconsapevole, si è vista recapitare da Vienna, una busta indirizzata a suo Padre. “In un primo tempo, nel leggere l’indirizzo,” ci ha detto “ho pensato ad uno sbaglio; poi ho capito e la commozione è stata grande. Ho dedicato la vita a ricordo di mio padre e tante sono state le rinunce, le mortificazioni, i sacrifici, per non parlare della domanda rituale (ma chi te lo fa fare?). Ad un tratto, però, mi è stato confermato quello che intimamente ho sempre sperato e che mi ha  sostenuto nell’andare avanti: ne vale la pena! Trasformare la memoria ed il dolore in impegno, ha dato senso ad una morte, altrimenti dimenticata, nonché ad una scelta certamente non indolore che ha avuto ed ha i suoi costi, ma che da vita alla mia vita, rendendola utile. A margine del vertice O.N.U. sulla criminalità organizzata,  tenutosi a dicembre a Palermo ed  al quale ho partecipato, ho ricordato mio padre riflettendo sulle morti per mafia della gente comune, quasi sempre dimenticate, e sul ruolo dei familiari delle vittime, le mie parole evidentemente non sono state vane. Ringrazio l’ONU ed il Direttore Generale per l’attenzione e la sensibilità dimostrata. Salerno, la mia città natale, intitolerà a mio padre una via. La sua memoria è viva, a dispetto di chi lo ha ucciso e di quanti hanno negato giustizia alla sua morte. 
                                                           “Riferimenti” Coordinamento nazionale di impegno civile


PARLA IL FIGLIO DI CALVI
12 maggio 2001

Roma. Il 18 giugno 1982, sotto il ponte di Black Friars, nel cuore di Londra, venne trovato impiccato il presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi. La magistratura britannica archiviò la pratica come un caso di suicidio, ma le ultime perizie hanno invece accertato che Calvi, fu assassinato. Il figlio Carlo ha rilasciato un'intervista al quotidiano La Repubblica rivelando retroscena di cui era a conoscenza: <<L'omicidio di mio padre così come l'attentato al Papa dell'anno precedente servirono a scongiurare la rivelazione dei rapporti tra politica, economia e criminalità. Più violenta si fece la pressione esercitata su mio padre affinché mantenesse il segreto sull'uso che si faceva dell'Ambrosiano, e quindi dello Ior, per finanziare attività politiche e progetti occulti, lui pensò di difendersi informandone il Papa. E lo fece all'insaputa di tutti, anche di Marcinkus (…) Papa Giovanni Paolo II, una volta eletto,… venne informato da mio padre del complesso meccanismo di triangolazione chiamato "conto deposito", che consentiva al Banco Ambrosiano di Nassau di finanziare lo IOR tramite la panamense United rading Company con conto presso la Banca del Gottardo di Lugano>>.
All'indomani di quel 13 maggio 1981 (attentato al Papa) mio Padre accennò i nomi dei presunti mandanti che <<collocava all'interno del Vaticano, lacerato dalle lotte di potere, dove i rapporti, esasperati, assumevano forme di vera e propria violenza>>. Secondo me, dichiara Carlo Calvi, i mandanti dell'attentato al Papa furono gli stessi che uccisero mio padre, in questo concordo con le dichiarazioni del mafioso turco Oral Celik. << Chi ha colpito Wojtyla ora mi sta facendo la guerra>> sono state le parole del banchiere, <<fu allora - continua il figlio- che lui, fortemente preoccupato per la nostra incolumità, fece pressioni affinché anche mia madre e mia sorella lasciassero l'Italia>>. Mio padre, conclude Carlo Calvi, inquadrò gli eventi nello stesso contesto in cui avvenivano gli episodi di aggiotaggio miranti a colpire lui personalmente. Stesso contesto, stessa regia.
                                              Marco Cappella


LA POLITICA  NON SI INTERESSA DI MAFIA
13 maggio 2001

Roma. Sembrerebbe proprio che la politica non si interessi più di mafia. Di fronte alle sentenze di assoluzione di Carnevale, Andreotti e, adesso, di Contrada , Berlusconi ed i suoi alleati esultano e parlano di una sconfitta dell'antimafia e addirittura di una macchinazione dei magistrati. E se i processi contro l'ala militare di Cosa Nostra si chiudono con pesanti condanne, non trovano invece conferma le cosiddette "aree grigie" che mirano ad accertare le collusioni di rappresentati delle istituzioni, politici e imprenditori. Eppure nella sentenza di assoluzione di Andreotti vi è più di un elemento per chiamare in causa gravi responsabilità politiche e quindi per astenersi dalla politica. La stessa cosa bisognerebbe chiederla a Dell'Utri. La lotta alla mafia non è più nelle priorità dell'agenda politica del Paese.  A.P.


LINO JANNUZZI IN PARLAMENTO
16 maggio 2001

Roma. Lino Jannuzzi, noto giornalista e commentatore politico, è stato eletto nel collegio uninominale di Milano-Palmanova. <<Quando fui eletto per la prima volta senatore - dichiara Jannuzzi - avevo appena i quarant’anni necessari. Alla prima seduta mi fecero fare il segretario>>. Nonostante l'impegno politico il giornalista ha dichiarato che continuerà a dirigere Il Velino, l’agenzia stampa a carattere politico diffusa per abbonamento. Il suo impegno parlamentare è improntato soprattutto sul fronte della giustizia: <<la separazione delle carriere dei giudici, l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, l’abolizione del regimi dei pentiti, anche se graduale>>. M.C.


OMICIDIO OIENI
17 maggio 2001

Palermo. Giovanni Brusca, attualmente collaboratore di giustizia, è stato condannato a dieci anni di reclusione dai giudici della quarta sezione della Corte d’Assise di Palermo per l’omicidio di Giuseppe Oieni e del suo accompagnatore, Marco Grasso. I due scomparvero il 29 novembre del 1990 nelle campagne palermitane con il metodo della lupara bianca. La scomparsa dell’imprenditore è collegata ad una grossa somma di denaro, che Oieni avrebbe tenuto per sé, ma che in realtà era destinata ai Corleonesi. La ricostruzione dei fatti è stata fornita da Brusca, il quale ha ricordato che Farinella gli chiese aiuto per eliminare entrambi. Dalle indagini è emerso anche che Oieni aveva contatti con esponenti dei servizi segreti; secondo Brusca è per questo motivo che la famiglia Farinella decise di eliminarli. Mentre Marco Grasso fu eliminato invece perché era a conoscenza di tutti gli spostamenti di Giuseppe Oieni. Entrambi sapevano troppe cose e la mafia temeva una loro collaborazione con la giustizia.
                                                           Maria Loi


BAIO E LO IACONO
17 maggio 2001

Palermo. Gaetano Baio, 42 anni, di Porto Empedocle, e Maurizio Lo Iacono, 30 anni,  originario di Partinico, si nascondevano in Brasile. Sono stati rintracciati in seguito ad una inchiesta durata tre mesi che ha portato all'arresto di tre persone tra camorristi e 'ndranghetisti. I due erano ricercati dal 1999 per associazione per delinquere di stampo mafioso mentre si trovavano tra Rio de Janeiro e San Paolo, dove vivevano sotto falso nome. Il personaggio di spicco è senza dubbio Maurizio Lo Iacono, figlio di un boss mafioso di Partinico, Francesco, legato ai "Corleonesi" e a Bernardo Provenzano. Il boss, ricercato dal 1997, era stato visto in Spagna ma in seguito aveva fatto perdere le sue tracce. Attualmente “collaboratore di giustizia” ha fornito una mappa aggiornata delle cosche mafiose palermitane. L.B.


IL VESCOVO PARLA DI CUTOLO
19 maggio 2001

Napoli. Il Vescovo di Caserta Monsignor Raffaele Nogaro, ha scritto la prefazione al libro del giornalista Francesco De Rosa Un'altra vita. La verità sulla vita di Raffaele Cutolo, in cui viene raccontata la vita del boss che, negli anni Settanta, fondò la Nuova Camorra Organizzata scatenando una delle più sanguinose guerre di mafia. Cutolo si è convertito in carcere: <<Io sto sempre con Gesù, ma mai con Giuda>>, spiega, e definisce i collaboratori <<juke box di alcuni pm>>. Il Vescovo di Caserta dichiara che Cutolo merita sentimenti di rispetto e amicizia. <<Si è convertito - spiega il prelato nella prefazione -, e ripetutamente ho sollecitato le persone e gli organi competenti a mitigare la severità della sua pena, ma non ho ottenuto risultati. La sua sofferenza però non può lasciarmi indifferente>>. M.T.


ARRESTATO SANTAITI
20 Maggio 2001

Reggio Calabria. Giuseppe Gaetano Santaiti, 34 anni, capo del clan Santaiti-Gioffré una delle più potenti cosche della 'Ndrangheta calabrese è stato arrestato lo scorso 19 maggio in contrada Sant'Elia di Seminara. Ricercato da otto anni era inserito nella lista dei 30 latitanti più pericolosi d'Italia redatta dal Ministero degli Interni e la sua cattura è stata possibile solo grazie all'esemplare collaborazione di Polizia e Carabinieri che - spiegano i procuratori Salvatore Boemi e Giuseppe Verzera, il questore Giuseppe Maddalena, il capo della Squadra mobile Giuseppe Cucchiara e il dirigente della Squadra catturandi Renato Panvino - hanno seguito un protocollo speciale di ricerca. Condannato nel 1992 a 24 anni e 7 mesi di reclusione per associazione mafiosa, traffico d'armi e droga, estorsioni e altro l'uomo - che in passato aveva deciso l'eliminazione del collaboratore di giustizia Gioffré in quanto le sue rivelazioni misero in pericolo gli interessi della cosca - era protetto da un gruppo di fedelissimi amici e parenti. Il procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria Boemi ha dichiarato che l'arresto, che<<dimostra la presenza dello Stato e delle istituzioni sul territorio>> attraverso il coordinamento di Polizia e Carabinieri è importante perché toglie dalla circolazione <<non un capo, ma un mafioso pericolosissimo anche nell'agire da solo>> e ora la popolazione di Seminara <<potrà fare un sospiro di sollievo>>. Ma <<nella cattura di uno come Santaiti - continua Boemi - il lavoro da solo non basta: ci vuole anche un po' di sana fortuna>>.
                                          Marco Cappella


ARRESTATO IL LATITANTE  VITO DI EMIDIO
30 maggio 2001

Bari. Il 29  maggio scorso il numero uno della Sacra Corona Unita, Vito Di Emidio, 34 anni, è stato arrestato a Brindisi, nei pressi del rione S.Elia al termine di