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Editoriali
La posta del Direttore n°13 | La posta del Direttore n°13 |
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Cari lettori, vi ringraziamo per le numerose lettere che ci inviate, tuttavia vorremmo comunicarvi qualche avvertenza. Visto che siete in molti a voler pubblicati i propri scritti, vi preghiamo vivamente di essere concisi, altrimenti non possiamo dare spazio a tutti e creare quel dibattito costruttivo che vorremmo istaurare con voi. Sicuri della vostra comprensione e pazienza, aspettiamo di ricevere i vostri pensieri, considerazioni, domande... In ricordo di Pietro Scaglione, magistrato e di Antonio Lo Russo, agente di custodia. Alle ore 10.55 del 5 maggio 1971, persone ignote segnalavano telefonicamente all’ufficio di pronto intervento della Questura che, nella via Cipressi di Palermo, era avvenuta una sparatoria. Il personale di polizia intervenuto sul posto, rinveniva l’autovettura (Fiat 1300) del servizio di Stato e, a bordo della stessa, moribondi il dottor Pietro Scaglione, Procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, e Antonio Lo Russo, agente di custodia con funzione di autista, entrambi «colpiti in regioni vitali da numerosi proiettili di arma da fuoco... Trasportati immediatamente al pronto soccorso dell’ospedale civico, entrambi vi giungevano cadaveri». Nel trentunesimo anniversario del vile attentato voglio ricordare il sacrificio di mio padre Pietro Scaglione e di Antonio Lo Russo, che furono tra i primi di una purtroppo lunga serie di rappresentanti dello Stato a cadere vittime della mafia. Tutti noi familiari proviamo una profonda amarezza in quanto gli autori dell’efferato delitto non sono stati individuati e condannati nonostante le lunghe indagini svolte, a seguito di rimessione del relativo procedimento penale, della competente autorità giudiziaria di Genova. Troviamo però consolazione nel fatto che tutta la più rigorosa verità, nelle diverse sedi giurisdizionali ed istituzionali, è sempre emersa a positivo conforto della figura del magistrato ucciso, confermando ulteriormente in tal modo l’incisivo ruolo da Lui svolto nella prevenzione e repressione della criminalità comune e mafiosa. In occasione della ricorrenza, è stata celebrata una messa in forma privata nella Chiesa di Sant’Espedito di Palermo, mentre nel corso dell’anno sarà organizzata una pubblica commemorazione. Il sacrificio del procuratore Scaglione, vittima del dovere, è tra l’altro, ricordato da una lapide collocata in via Cipressi, luogo dove avvenne il duplice omicidio, e da un’aula del palazzo di giustizia di Palermo a lui intestata. Palermo, 26 maggio 2001 Distinti Saluti Antonio Scaglione Egregio Dottor Scaglione, pubblichiamo con vero piacere il comuncato da lei inviatoci in ricordo di suo padre. Ci uniamo alla sue parole di commemorazione, sperando di rendere giustizia al sacrificio di un fedele Servitore dello Stato con il nostro, seppur limitato, impegno. Giorgio Bongiovanni e la redazione di ANTIMAFIA Duemila. Pubblichiamo stralci del contenuto della conferenza tentutasi a Firenze in ricordo delle vittime della strage di via dei Georgofili gentilmente inviatoci dalla signora Maggiani Chelli, presidente del comitato «Vittime di via dei Georgofili». A tutti i familiari la nostra solidarietà. Firenze 25 maggio 2001 Prima di portare la mia testimonianza sulla notte del 27 maggio 1993, desidero ringraziare quanti hanno contribuito ad organizzare questa manifestazione in ricordo della strage di Firenze e tutti coloro che sono presenti. Voglio esprimere la totale solidarietà alla Magistratura e a quanti hanno lavorato in questi anni e continuano a lavorare, per la ricerca della verità sulla strage di Via di Georgofili. Mi scuso fin d'ora se nel mio dire scivolerò inevitabilmente in chiave politica, ma su questo punto, insisto ormai da lungo tempo, non è colpa nostra se per "difendersi" oggi si va in Parlamento, piuttosto che nelle aule di giustizia. Inoltre il Padre di Dario, Guerrino Capolicchio mi ha pregato di rivolgere una domanda ai convitati che oggi parteciperanno a questo incontro. Mi ha dato questo compito e io ben volentieri lo svolgo, mi rivolgo quindi agli studiosi: - Cosa c'era dentro l'Accademia dei Georgofili per giustificare un simile attentato? Perché lui non crede, e io non posso dargli torto, che fossero gli Uffizi la destinazione dell'ira di Riina contro lo Stato. E uscito dal processo di Firenze per le stragi che riguardano, un dato che fa riflettere. I collaboratori di giustizia affermano che nel 1993 l'ordine per chi votare uscì dal carcere. Se non fosse perché essere eletti con i voti della mafia, non è un reato, varrebbe la pena di capire se in seguito vi siano state reiterazioni di quell'ordine. Anche perché guardando allo stato attuale delle cose i morti di Firenze dell'anno 1993, possono apparire più i martiri di una seria rivoluzione oggi legalizzata, piuttosto che degli innocenti capitati nel posto sbagliato, mentre era in atto una guerra fra bande di delinquenti, peraltro non ancora tutti raggiunti da azione penale, con un denominatore comuni, gli sporchi affari che hanno caratterizzato questo Paese negli anni settanta, ottanta e novanta, affari quasi sicuramente non ancora conclusi neppure ai giorni nostri. Guardando poi là dove vi sono stati tentativi, prima di una sentenza definitiva, di salvare dall'ergastolo uomini di "cosa nostra" rei di strage, e le successive modifiche apportate alla legge sui così detti "pentiti", le quali in realtà non sembrano essere state correzioni atte a meglio regolare la difficile materia, e favorire in ogni modo le collaborazioni in favore della giustizia, bensì un chiaro invito al silenzio e al rientro nei ranghi mafiosi dei collaboratori stessi, s'intravede il completamento di un disegno ad ampio consenso, che poco ha a che fare con le pretese di democrazia del nostro Paese, tanto ostentate ai tavoli europei. (...) Perché ormai, non è solo un dubbio, non fu solo la mafia a volere la strage di Firenze e le altre di quell'anno, perlomeno non solo quella mafia intesa come braccio armato, peraltro già condannata nei suoi uomini d'onore più importanti, attraverso vari ergastoli confermati in appello. (...) Noi le vittime non possiamo minimamente pensare che questi efferati fatti di sangue, omicidi di bambini e ragazzi, abbiano pagato così tanto e ottenuto un tale consenso da porre dei limiti affinché la giustizia non faccia il suo corso fino in fondo. (...) E’ sempre più evidente per quello che riguarda le stragi in questione, come la verità fino in fondo, veramente in pochi abbiano il coraggio di guardarla in faccia. Si vuole assolutamente nascondere il perché e il movente di quei delitti, e forse proprio per questo si è arrivati al punto di mettere in gioco sacrosanti diritti di giustizia e libertà. (...) Rivolgo a tutti voi un appello, supportate costantemente con tutte le vostre azioni la magistratura che indaga sui «mandanti esterni» a Cosa Nostra per la verità sulle stragi del 1993. Pretendere tutta quella verità completa su Via dei Georgofili non è indispensabile solo per noi parenti dei morti e dei feriti, anche se questo si vuol far credere. L’unica strada per scrivere fino in fondo la storia di vita di Caterina Nencioni, Nadia Nencioni, Dario Capolicchio, Angela Fiume e Fabrizio Nencioni, morti la notte del 27 maggio di otto anni fa e per chiedere conto di tutto il sangue versato è la totale indipendenza della magistratura. Giovanna Maggiani Chelli Perché? Gentile Redazione, sono un vostro lettore. Non è mia abitudine esternare, ma nel vostro caso mi va di farlo e lo faccio dal mio punto di vista di semplice cittadino di trent’anni. Spero che vi sia gradito. In quella giornata di Maggio di nove anni fa, allora ventunenne, anch’io sono stato fulminato dalla notizia della bomba di Capaci. Non ho potuto sottrarmi al brivido sinistro che immagino abbia percorso la pelle di milioni di italiani. Ero interdetto, in quel momento non riuscii a focalizzare ciò che era effettivamente accaduto e capirne fino in fondo il tragico significato. Due mesi dopo l’altra mazzata: Borsellino. Poi la storia che conosciamo: una storia di delitti ma anche di risposta delle istituzioni e una partecipazione popolare che non avevo mai visto prima. Lo Stato pulito ha risposto, galvanizzato dalla disperazione, ottenendo i risultati positivi che sappiamo. Si è cercato di affrontare il tema delle collusioni politiche e dei mandanti occulti dei delitti. E’ forse il problema dei problemi ed è ancora aperto ed attualissimo. Tralascio i commenti sulle questioni legislative per mia personale incompetenza. Vorrei invece dire due cose da uomo della strada. Il clima che ha acceso le coscienze, a lungo andare, si è raffreddato, nonostante i grossi nodi ancora da tagliare. Perché? Stanchezza? Rinuncia? Opinione diffusa che il più fosse risolto? Forse. Forse piuttosto grazie ad una azione concentrica degli organi di informazione, di tutti color che ritengono minacciati i propri interessi accogliendo o addirittura promuovendo il sabotaggio della macchina della giustizia. Questa giustizia che ha cominciato a far paura proprio perché funziona (laddove alcuni uomini organizzati in team hanno voluto che funzionasse). Detto questo credo che tra le ragioni profonde del riflusso dell’attenzione dell’opinione pubblica vi siano anche: · la miseria del linguaggio e di pensiero diffusi; · la scarsa coscienza dei pericolo determinati dalla presenza mafiosa su scala generalizzata: pericoli di inquinamento dell’economia, della politica, quindi della libertà e democrazia nel paese; · l’assenza di cultura della legalità in molti di noi e la lunga coda di paglia che ne deriva; · l’incapacità di capire che i grossi traguardi non si raggiungono con entusiasmi estemporanei, sull’onda dell’emozione del momenti, bensì con il lavoro quotidiano finalizzato e costante. Questo impegno credo di averlo ravvisato nel vostro lavoro che immagino faticoso, duro, e non privo di pericoli. Vi sono grato per l’esempio che date e la forza che siete in grado di trasmettere. Buona Fortuna Massimo Caro Massimo, grazie infinite per la tua lucida analisi e per l’apprezzamento del nostro lavoro. Anche se la situazione non si presenta affatto rosea, siamo convinti che con un impegno sempre più corale e costante, alla fine vinceremo questa guerra. Giovanni Falcone usava dire «C’è la consapevolezza nella necessità di un impegno difficile e protratto nel tempo che sarà sicuramente avaro di soddisfazioni nel breve termine...» Buon Lavoro. PIANO REGOLATORE GENERALE DI PALERMO: IL GIOCO DELLE PARTI di Tita Levi Un percorso accidentato quello del Piano regolatore generale di Palermo, che attraversa dal ’97 ad oggi un pezzo, non scritto, della storia urbanistica di questa città. Palermo ha un piano regolatore in itinere, la Variante Cervellati, elaborata su scala 1/5000, con funzione di salvaguardia fino al 13 marzo 2002. Se si farà decadere, scatterà l’altra variante Fazio che resterà in vigore, se il Piano verrà approvato, per altri dieci anni, con conseguenze dolorose per l’assetto urbanistico della città. POSIZIONE DELL’ASSESSORATO REGIONALE TERRITORIO E AMBIENTE; DELLA DIPARTIZIONE URBANISTICA DEL COMUNE E DEL GENIO CIVILE. La Regione dice, con colpevole ritardo e con una recita a soggetto, che l’unica soluzione sta nell’adottare il Piano del ’97 e aggiunge che la previsione del Piano su scala 1/2000 non può essere che un particolareggiare quello che aveva già deciso il Consiglio comunale. Giustissimo! Ma quale Piano, ci si chiede? Quello azzerato dallo stesso Consiglio comunale che lo aveva adottato? Con un semplice marchingegno: rinunciando all’elaborato al dettaglio, figlio legittimo e in perfetta sintonia della Variante generale Cervellati che, contestualmente, diceva che “le prescrizioni esecutive vanno estese a tutto il Piano regolatore su scala 1/2000”, proprio per non escludere nessuna parte del territorio da quella prescrizione. Di questa indicazione del consulente per la programmazione, Cervellati, si sono perse le tracce. Perché la conferenza dei capigruppo, così si giustifica il Comune, voleva esaminare le sole osservazioni. Quindi l’amministrazione torna indietro e rinuncia all’elaborato al dettaglio e in un’unica soluzione approva la delibera delle controdeduzioni alle osservazioni dei cittadini e il Piano al 2000. Per procedura, invece, l’amministrazione comunale doveva presentare gli elaborati al Piano previsti nella legge e cioè: le prescrizioni esecutive, le osservazioni controdedotte ed il Piano di dettaglio, il Piano regolatore su scala 1/2000. Tutto questo è stato azzerato dalla dipartizione Urbanistica, capeggiata da Schemmari, che dice in proposito: <<L’indicazione di Cervellati e dell’Ufficio del Piano era quella di arrivare contestualmente alle osservazioni e a quelle del Piano del 2000, che già conteneva le risposte alle osservazioni presentate col 5000>>. In un unico atto si chiudeva così l’iter, si completava tutto. Una geniale mistificazione, suggerita dal tecnico-giuridico, avv. Nicola Maggio, che tradisce in pieno l’indicazione del consulente Cervellati. In realtà il Consiglio si doveva esprimere sulle osservazioni dopo, quanto deciso dal Consiglio, veniva calato nel 2000. Era questa la procedura corretta da seguire: i cittadini osservano il Piano e il Consiglio comunale, in assoluta autonomia, decide quali osservazioni accogliere e quali non accogliere. Fatto questo, il Piano del 2000 veniva elaborato con le nuove osservazioni accolte, si riportava in Consiglio e il Consiglio riapprovava il 2000 con un atto deliberativo chiaro. Al contrario cosa ha fatto Schemmari, su consiglio del tecnico-giuridico? Dice che l’Ufficio elaborava il 2000 dentro il quale si trovavano le osservazioni e, in unico pacchetto ben confezionato, approvava osservazioni e 2000. Elaborando così un Piano che era diverso dal 5000, in quanto lo modificava intervenendo su strategie politiche-economiche studiate a tavolino. Questo Piano oggi è rimesso in campo, per prendere o, meglio, per perdere tempo, perché si tratta di un nuovo Piano regolatore che richiederà tutti i procedimenti e i tempi tecnici necessari per un’improbabile, quanto discutibile, approvazione da parte della Commissione regionale urbanistica. Un Piano che non ha alcuna valenza, volto solo a giustificare tutto l’abusivismo edilizio, perpetrato dal ’97 ad oggi. POSIZIONE DEL GENIO CIVILE. Ignara e polemica in direzione Ufficio Urbanistica. “La Variante Cervellati – fa notare l’ingegnere-capo Lo Monaco – è stata approvata nel ’97, però lo studio geologico fatto dal Comune da un certo geologo Todaro viene inviato, incompleto e irregolare, al Genio Civile nel ’99: non è proprio consequenziale!”. Mentre invece sappiamo che la relazione geologica è uno strumento propedeutico a qualsiasi Piano, perché solo esaminando l’aspetto geologico e geognostico, i progettisti del Piano possono decidere, insieme a tutti gli altri aspetti, quale deve essere il progetto. Quindi ritardi, diatribe tra i due uffici affidate alla stampa e rimpallo di responsabilità per una mancata (in pieno) coordinazione tra i due aspetti del Piano. Altro braccio di forza, un nodo che verrà al pettine: il Genio Civile disconosce i Prusst, i cosiddetti Piani di riqualificazione urbana e di sviluppo sostenibile del territorio (Cervellati li definisce piani speciali dalla sigla poetica e dal contenuto infame), privi di progettualità ma in compenso legati ad iniziative precise che, secondo i Verdi, nascondono interessi alle soglie della speculazione. Portati avanti dall’amministrazione come se fosse il nuovo Piano regolatore tutti in variante alla Variante Cervellati. Se ne chiederà il parere in conferenza di servizio, dopo al Genio Civile, che invece approva il Piano della mobilità, dove in campo sono previsti da Roma 2000 miliardi di spesa per interventi sui collegamenti veloci, sulle tramvie e sui metrò. Nessuna coordinazione col Piano regolatore generale, tutto “sic et simpliciter”, senza coniugare tutti gli interessi del territorio. Quindi, riepilogando, opere pubbliche importanti per la città, legate al Piano della mobilità, tutte da realizzare con provvedimenti distinti e separati e soprattutto in difformità agli strumenti urbanistici divenuti, per difetto, manutenzione ordinaria. Ognuno rivendica le sue competenze… Comune, Regione e Genio Civile, tutti in contrasto decisionale tra loro. Stesso discorso per il Piano parcheggi che il Comune si è autoapprovato il 31 gennaio 2000 senza il parere, d’obbligo, del Genio Civile, che oggi afferma che “il Piano parcheggi doveva essere coordinato al Piano della mobilità. Cosa c’è sotto? Si presume che ci sia un altro Piano, mosso da leve forti, quali lo Stato ed il Ministero, che finanziano opere pubbliche da realizzare in difformità agli strumenti urbanistici. Sotterrata la pianificazione urbanistica corretta del territorio, si affida ai soggetti locali la priorità di scelte che esulano dagli interessi generali, privilegiando decisioni che nulla hanno da spartire con la sfida che l’Urbanistica, oggi in crisi, affida a politici e amministratori per non avere città assediate. Senza trasformazione dei modi decisionali e della vita politica non si potrà avere né un’organizzazione equilibrata dello spazio, né una concezione armoniosa della città: l’Urbanistica è in primo luogo una scelta politica. Ci ritroviamo con una ricetta che ha come ingredienti 2.000 miliardi di spesa, aree soggette a tale destinazione, progetti da approvare, appalti e collaudi; quale esecuzione 2.000 miliardi finanziati dal ministero dei Lavori Pubblici (ministro Nesi), in assenza di coordinamento tra Ministero, Regione, Province e Comuni, aree soggette alla destinazione dei fondi. Quali sono le scelte? Chi le decide se gli Uffici preposti a farlo non comunicano tra loro? E la scelta delle aree è sempre in sintonia con le condizioni delle esigenze reali del territorio? E, ancora, chi si occuperà degli appalti miliardari se già nell’ambito delle approvazioni dei progetti c’è la più completa dissonanza tra i vari organi competenti? Errata corrige Nel numero scorso abbiamo attribuito ad Umberto Santino un aneddoto raccontato invece da Max Weber. Si tratta della risposta ai dubbi sull’efficacia della Camorra in riferimento all’impresa, espressa da un fabbricante napoletano: <<Signore, la Camorra mi prende x lire al mese, ma garantisce la sicurezza – lo Stato me ne prende dieci volte tanto, e garantisce niente>>. L’episodio risalirebbe ai primi anni del secolo XX. Ce ne scusiamo con l’autore. |
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In edicola dal 28 maggio 2008
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Baciamo le mani E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan. A inaugurare il nuovo metodo all’educato olio di ricino è stato Marco Travaglio. Che si è permesso ancora una volta di utilizzare la televisione come organo di informazione, cioè si è preso la briga, ad autentico sprezzo del pericolo, di dare ai cittadini una notizia. Per altro non esclusiva.
Invitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che
tempo che fa ha osato informare i cittadini italiani che il neo-presidente del
Senato Renato Schifani ha avuto, nel procedere della sua carriera, amicizie e
frequentazioni poco raccomandabili. Con boss mafiosi per l’esattezza. |
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Inserto Terzo Millennio N. 58 In questo numero: Nell'ambito del simposio internazionale indetto a Torino lo scorso 28 e 29 marzo dal titolo “From Global Warning to global policy” Giulietto Chiesa ha parlato di recessione mondiale e crisi ambientale, energetica e finanziaria. Questioni cruciali che stanno scuotendo il mondo intero. Fame nel mondo e povertà estrema. Una realtà sempre più vicina a noi, ma di chi è la colpa? Il Kosovo come le ciliegie: un'indipendenza tira l'altra. Quali saranno le conseguenze? Dal sequestro di Ingrid Betancourt in Colombia all'elezione di Fernando Lugo in Paraguay: guerra, corruzione e speranza in America Latina. Libera l'Acqua: proseguono le iniziative delle associazioni del Cipsi per promuovere la campagna sull'oro blu. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. |
Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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