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Editoriali
500 milioni e la strategia antipentiti | 500 milioni e la strategia antipentiti |
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La collaborazione di Giacomo Lauro di Roberto Gugliotta e Gianfranco Pensavalli Mezzo miliardo per ripagarlo della collaborazione con lo Stato. Giacomo Ubaldo Lauro, 58 anni, originario di Brancaleone, ovvero ad un tiro di schioppo da Africo, roccaforte della ‘ndrangheta reggina dello Jonio, non ha difficoltà ad ammettere di essere stato liquidato con una cifra che farebbe la fortuna di chiunque. Soldi da investire in una azienda agrituristica nel Centro Italia, ma evidentemente maledetti visto che gli hanno persino fatto riaprire le porte del carcere. Trecento omicidi sulle spalle, per sua stessa ammissione, qualcuno eccellente come quello dell’ex presidente delle Ferrovie dello Stato, Lodovigo Ligato o del magistrato di Cassazione Antonino Scopelliti. Una attività criminale con puntate anche all’estero, rapporti con il cartello di Medellin, traffici di droga con business a nove zeri. Giacomo Lauro ha nuotato nell’oro nel corso della sua vita e dopo l’arresto, avvenuto il 9 maggio del ’92 all’aeroporto di Amsterdam nonostante un passaporto ben contraffatto, decise subito di collaborare con la giustizia. Oggi forse se ne pente e decide di svelare cosa davvero si nasconde dietro la lotta alla criminalità organizzata. Lo fa partendo proprio da quei maledetti cinquecento milioni per poi puntare il dito su quella che definisce “una vera e propria strategia anti pentiti”. “La verità è che il collaboratore in Italia non è più gradito e la lotta alla mafia non tira più. Per accusare il sistema di aver creato dei mostri si parla tanto di stipendi miliardari per indennizzare chi ha il coraggio di saltare il fosso e raccontare cosa succede nel pianeta mafia. Non ho vergogna nel dire che, come pentito della ‘ndrangheta, ho ricevuto dallo Stato cinquecento milioni per rifarmi una vita. Seguendo i dettati della legge, ho investito tutto in una attività di agriturismo, promettendo che nulla avrei più richiesto. Ebbene, dopo aver intascato quei denari sono iniziate le mie nuove disavventure giudiziarie che mi hanno spedito in cella con l’accusa di truffa”. Le avranno contestato un reato di una certa gravità… Già, gli investigatori ritennero che avessi riciclato i soldi ricevuti per avviare la mia azienda in ben altri affari e così venni ristretto nel supercarcere di Paliano per quattordici mesi. Fu la stessa Procura antimafia di Roma ad accertare l’insussistenza delle accuse, ottenendo poi dal Gip del Tribunale l’archiviazione” E non ha ripensato ad interrompere la sua collaborazione? “Diciamo che alla fine prevale la convenienza di stare dalla parte dello Stato anziché ritornare nelle braccia della mafia. Il guado l’avevo passato da un bel pezzo e non mi è sembrato il caso di ritornare sui miei passi”. Lo Stato le ha elargito cinquecento milioni, seppur legalmente. Non le sembra un controsenso l’aver investito tanto denaro su un mafioso del suo spessore? “Ma davvero credete che uno si autoaccusi di aver compiuto degli omicidi solo per conquistare una cella più comoda, sapendo che lo Stato non è stato capace di trovare l’assassinio? La vita di un uomo non ha un prezzo: chi si pente non ha più un passato ed è giusto che si tuteli per il suo futuro. E poi, il mafioso non è uno stupido: nessuno dice niente per niente…Tutto ha un prezzo! Ma credete che in America il pentito parli in onore della Madonna Addolorata?…”. L’opinione pubblica, specie in una Nazione che ha oltre il 10 % di disoccupati, ritiene uno scandalo sborsare simili somme agli ex mafiosi per indurli a collaborare… “Volete forse farci credere che noi collaboratori siamo ricchi e magari trasferiamo i soldi nelle banche svizzere? Finiamola con questi discorsi qualunquisti: in Svizzera i conti bancari li avevo quando ero un vero <malandrino>. Oggi, se mi ammazzassero un fratello o il padre, pagherei di tasca mia per scoprire il colpevole. Esistono leggi, applichiamole, paghi chi sbaglia e non generalizziamo. Se un giudice è corrotto non vuol dire che tutta la magistratura lo sia…Se un pentito sgarra, viola le leggi non è giusto coinvolgere tutti i collaboratori. Ma vorrei che fosse chiaro che non si può fare a meno del contributo di noi pentiti se vuoi davvero smantellare organizzazioni come la ‘ndrangheta, Cosa Nostra, o la camorra”. Non tutti sono d’accordo con questa tesi. Tanti ritengono sia più giusto offrire un carcere meno duro e non soldi e libertà a chi accetta di fornire un contributo alla giustizia. “Offro io un’altra chiave di lettura: lasciamo stare il sistema americano se dobbiamo solo scimmiottarlo. Applichiamolo, invece, in toto. Noi collaboratori dobbiamo riferire tutto entro un anno dall’inizio del rapporto con lo Stato. Chi ha commesso certi reati, credetemi, non può dimenticarli, specie di notte quando rivivi certi incubi. Una volta accertata la valenza della collaborazione, si rispetti la parola data con il denaro che dovrà servire per intraprendere una nuova vita. Magari cambiando identità, come prescrive la legge del 1992” Soldi, massoneria, intrighi e misteri: le sue dichiarazioni rese ai magistrati hanno di fatto riaperto vecchie ferite. Lei parla di una miscela esplosiva, di complotti tra servizi segreti, logge e criminalità organizzata… “Esistono dei poteri forti. Una organizzazione dedita al crimine deve avere per forza un supporto di complicità varie, altrimenti non potrebbe sopravvivere. Pensate ad un fiore piantato in mezzo al deserto…”. Si spieghi meglio… “Volete un esempio? Prendiamo l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Mentre ero latitante, siamo alla fine degli anni Settanta, mi raggiunse nel rifugio da me utilizzato Tonino Saccà, un uomo legato ai servizi deviati. Mi disse che si doveva eliminare il direttore di Op e la sua morte doveva avvenire per mano dei calabresi. Con Saccà ero in ottimi rapporti visto che ero latitante grazie alla sua copertura. Dopo qualche giorno ci recammo a Roma per parlare con un Generale della Guardia di Finanza: l’incontro si svolse in Sicilia. Tonino Saccà mi presentò all’alto ufficiale: <Questa è la persona che fa per noi per quel lavoro…>. Si riferiva, come dicevo, all’omicidio Pecorelli anche se non chiesi nulla all’uomo dei servizi o al generale. Se prendi certi incarichi non devi chiedere mai il motivo”. Perché non eseguì l’omicidio? “Subito dopo quell’incontro rientrai in Calabria perché ero rimasto scioccato. Capivo l’importanza della posta in palio e così andai ad Africo e ne parlai con Peppe Morabito, detto il Tiradritto, uno dei più sanguinari padrini della ‘ndrangheta ancora oggi latitante. Peppe mi consigliò di tirarmi fuori: <Compare, una volta che voi fate questo lavoro… poi quelli vi fanno a voi… Statevi attento>. Aveva davvero ragione. Preso dal panico salii in macchina per andare a nascondermi a Milano. Stranamente, però, non appena imboccai l’autostrada venni arrestato da Gianni De Gennaro, oggi capo della Polizia. Credete che sia stato solo un caso? Qualcuno mi vendette, anche se ovviamente si parlò di intercettazioni ambientali. Comunque, sarà una coincidenza, ma ad una settimana dalla mia cattura uccisero Mino Pecorelli!”. Spesso si dice: se non è possibile individuare gli assassini bisognerebbe indagare sulle vittime. Chiunque può sapere qualcosa… “Sono convinto che siamo tutti destinati a morire, in un modo o nell’altro. Quello che succede non avviene mai per caso. Prendete me: collaboro con la Giustizia, racconto di certi incontri tra magistrati, massoni ed uomini delle cosche e cominciano a capitarmene di tutti i colori. Direi, anzi che i misteri aumentano. Un altro esempio? La morte del notaio reggino Pietro Marrapodi, rimasto vittima di se stesso dopo aver spifferato al procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Salvo Boemi, di certi affari tra giudici e mafiosi con la complicità delle logge. Se devo dire la verità, non credo proprio al suo suicidio perché lui viveva per godersi la rivincita. E riflettete sulla fine di questa storia: il notaio Marrapodi è finito appeso ad una corda, io ristretto in una cella del super carcere di Paliano ed il giudice Boemi è stato clamorosamente abbandonato dalle istituzioni. Tutti vittime degli stessi nemici”. |
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In edicola dal 18 luglio 2008In questo numero: Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale. La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato. Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni. Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione. Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi. Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo. Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità. Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro. Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti. Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica. Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina. Ed altro ancora... |
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La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.
Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la
terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in
diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai
primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello
Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri
umani.
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In questo numero: Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt. Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico. Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali. Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto. Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi. Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo. Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. LEGGI TUTTO... |
Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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