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Editoriali
Suicidato dalla mafia? | Suicidato dalla mafia? |
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E' la storia di un giornalista scomodo che, con i propri articoli, seminava lo scompiglio tra i potenti di Termini, Cefalù e delle Madonie. La tesi del suicidio che ha retto fino ad oggi. Ma anche tanti dubbi mai fugati. Le inquietanti similitudini con il caso di Peppino Impastato Di Giuseppe Francese Dal periodico 'L'Inchiesta' del 22 aprile- 5 maggio 1998 Cosimo Cristina venne trovato morto sui binari della galleria Fossola, a Termini Imerese, un pomeriggio dell'ormai lontano 1960 - Il professore Cappuzzo, recentemente scomparso, avrebbe voluto rievocare il 'caso' Voleva tornare a raccontare il 'caso' di Cosimo Cristina, il giovane giornalista morto in circostanze alquanto strane. Aveva anche telefonato al nostro periodico annunciando la ricostruzione di una vicenda della quale era stato tra i protagonisti. Parliamo di Giovanni Cappuzzo, noto critico letterario di Palermo. Ma il professore non ha avuto il tempo di tornare a rievocare una storia che all'epoca fece scalpore. Cappuzzo che fu grande amico e collaboratore di Cosimo Cristina è morto qualche tempo fa. Noi abbiamo tentato di ricostruire una vicenda che rimane ancora avvolta da moltissime ombre e pochissime luci. Rivediamo i fatti. Cosimo Cristina era nato a Termini Imerese l'11 agosto del 1935. Terminati gli studi aveva intrapreso l'attività giornalistica. Tra il 1955 e il 1959 aveva collaborato come corrispondente per il giornale 'L'Ora' di Palermo, per 'Il Giorno' di Milano, per l'agenzia Ansa, per 'Il Messaggero' di Roma e per 'Il Gazzettino' di Venezia. Giovane ed ambizioso, aveva anche fondato e dirigeva il periodico 'Prospettive Siciliane'. Il pomeriggio del 5 maggio del 1960, ad appena venticinque anni, Cosimo Cristina fu rinvenuto privo di vita nel tunnel ferroviario di contrada Fossola a Termini Imerese. "Si tratta di un palese suicidio", sentenziarono sicuri gli inquirenti intervenuti sul luogo del ritrovamento, tanto che non predisposero nemmeno l'autopsia. Eppure quel 'presunto suicidio' lascia a tutt'oggi aperti tanti dubbi. La mattina del 3 maggio, alle 11 circa, Cosimo Cristina uscì di casa ben vestito, con il solito cravattino, rasato di fresco e accuratamente profumato. Strano per chi ha deciso di farla finita: in genere chi si vuol togliere la vita non cura il proprio aspetto. Quella sera, i genitori e le tre sorelle, non vedendolo rincasare si preoccuparono, ma non eccessivamente: sapevano che Cosimo era giornalista ventiquattr'ore su ventiquattro ed altre volte era capitato che rientrasse a casa fuori orario. Poi, una volta a casa, raccontava di avere fatto un grande servizio o scoperto chissà quali verità. Ma quella volta le cose andarono purtroppo diversamente. Cosimo fu rinvenuto morto due giorni dopo la sua scomparsa. Il suo corpo fu ritrovato alle 15,35 del 5 maggio dal guardialinee Bernardo Rizzo di Roccapalumba. Tra i primi a correre sul luogo del ritrovamento fu proprio il padre, impiegato delle ferrovie, che avendo appreso alla radio della presenza di un cadavere sui binari, accorse immediatamente sul posto. Mai avrebbe immaginato il signor Luigi di trovare su quei binari il proprio figlio. Il corpo di Cosimo Cristina, al momento del ritrovamento, si presentava perfettamente integro. Soltanto sulla testa appariva una evidente ferita all'altezza della nuca. Cristina fu ritrovato al centro dei binari con la testa poggiata al binario di destra. Ma il fendente, che era visibile sulla testa, era sulla parte sinistra. Inoltre, il convoglio che avrebbe dovuto investirlo proveniva da Palermo. Il cadavere era posto in modo tale che i piedi si trovavano in direzione della città, mentre le spalle verso Termini Imerese. Tutti gli oggetti appartenenti alla vittima furono ritrovati tra il cadavere e il lato dal quale era giunto il convoglio, sovvertendo tutti i principi relativi allo spostamento d'aria il cui risucchio porta un qualsiasi oggetto lungo la scia della direzione di marcia. Come si può notare, emergevano da subito alcune incongruenze. Sul corpo, inoltre, furono riscontrati parecchi ematomi ed ecchimosi che non potevano giustificarsi in un cadavere che aveva subito un forte dissanguamento come nel caso di Cristina. Ferite, quindi, che potrebbero essere state provocate prima del 'suicidio'. Sulle gambe furono rinvenute alcune macchie di defecazione. Queste ultime causate, probabilmente, da avvelenamento. Il povero Cristina, stando ad ipotesi per altro mai appurate, potrebbe essere stato costretto ad ingerire forti dosi di medicinali che lo avrebbero stordito. E' difficile, inoltre, comprendere come un corpo finito sotto un treno o che abbia impattato violentemente su di esso, non presentasse nessuna evidente frattura. Filippo Cristina, zio di Cosimo, fece subito notare agli inquirenti le palesi anomalie richiedendo l'autopsia, ma gli investigatori non ritennero opportuno ricorrere all'esame del cadavere. Va rilevato inoltre che in una tasca della giacca fu trovato un biglietto nel quale il giovane avrebbe scritto poche parole per il fraterno amico Giovanni Cappuzzo, invocandone il perdono per l'irreparabile gesto. Il biglietto conteneva anche un accenno alla sua fidanzata, pregando l'amico di volerle dare un bacio per lui. Nessun riferimento alla madre, ed è molto strano, dato che Cristina era legatissimo alla famiglia. Dell'autenticità del biglietto, sia la famiglia che la giovane fidanzata, la sartina romana Enza Venturella, non furono mai convinti. Altro particolare strano, nelle tasche fu anche ritrovata una schedina giocata da qualche giorno: chi ha deciso di togliersi la vita non tenta la fortuna al gioco. Dalla scomparsa al ritrovamento del giovane trascorsero due giorni. Cosa avvenne nel frattempo? Da quanto tempo il povero Cristina giaceva su quei binari? E' lecito pensare che Cosimo Cristina sia stato tramortito con un colpo sulla nuca e solo successivamente sia stato trasportato su quei binari? Tanti interrogativi e tanti particolari che lasciano dubitare che possa essersi trattato di suicidio. Ma allora se non fu suicidio chi decise e chi attuò la sentenza di morte del giovane giornalista? Cosimo Cristina si era occupato, come collaboratore di alcuni giornali, ma soprattutto attraverso 'Prospettive Siciliane' - il periodico che aveva fondato e che dirigeva - di diverse vicende scottanti. Fatti avvenuti a Termini Imerese e nei centri delle Madonie. Vogliamo ricordare alcuni titoli apparsi su 'Prospettive Siciliane': "La strada della droga passa per Palermo", "Agostino Tripi e stato ucciso dalla mafia?", "La verità sull'omicidio dell'industriale Pusateri". Particolare interesse suscitarono in Cosimo Cristina la serie di estorsioni e gli attentati avvenuti a Mazzarino alla fine degli anni '50, culminati con l'omicidio del cavaliere Angelo Cannada, avvenuto il 5 maggio del 1959 (esattamente un anno prima il ritrovamento del corpo di Cosimo Cristina) e col tentato omicidio del vigile urbano Giovanni Stuppìa. A Mazzarino regnava il terrore e l'omertà era assoluta. Fin quando un'improvvisa svolta nelle indagini portava all'arresto dell'ortolano del convento dei monaci, tale Carmelo Lo Bartolo. Il magistrato non fece in tempo ad interrogarlo: lo trovarono cadavere dentro la sua cella. Asfissia da ostruzione meccanica delle vie respiratorie, secondo la perizia del medico legale:"me lo hanno suicidato" continuava invece ad urlare la signora Teresa, vedova Lo Bartolo. Strana morte anche quella se consideriamo che la maggior parte degli impiccati muore non per soffocamento ma per rottura di una vertebra cervicale. Il 16 febbraio del 1960 il procuratore Lamìa spiccava ordini di cattura per quattro frati del convento di Mazzarino. L'accusa per tutti era di associazione per delinquere, simulazione di reato, omicidio, estorsioni e violenze private. Una vicenda che all'epoca fece scalpore e che divise l'Italia. Cosimo Cristina si dedicò anima e corpo a questa inchiesta. Il 26 febbraio del 1960 sulla prima pagina del suo periodico 'Prospettive Siciliane' appariva un titolo a nove colonne: "Noto avvocato di Mazzarino, corrispondente di un giornale siciliano, è il capo della famigerata banda dei monaci". Nell'articolo che ne seguiva, a firma del direttore, non veniva però indicato il nome del professionista coinvolto nella vicenda. A Mazzarino, in quel periodo, tre avvocati collaboravano per altrettanti giornali siciliani. Uno di loro, per la verità, non scriveva ormai da molto tempo. Dei tre, soltanto l'avvocato Alfonso Russo Cigna, collaboratore del 'Giornale di Sicilia', ritenendo l'articolo lesivo della sua onorabilità di professionista e di uomo, sporgeva formale querela per diffamazione a mezzo stampa nei confronti di Cosimo Cristina. Quest'ultimo era convinto di vincere la battaglia in tribunale dato che, nel contesto dell'articolo non era stato fatto alcun nome. Dopo un breve processo iniziato il 10 marzo del 1960 e conclusosi il 30 dello stesso mese, Cristina, ritenuto colpevole del reato ascrittogli, veniva condannato alla pena di un anno e quattro mesi di reclusione nonché al risarcimento di due milioni di lire. Cosimo Cristina, incredulo, amareggiato, ma per nulla rassegnato, attendava il processo d'appello. Era certo che ne sarebbe uscito indenne e stava preparando il materiale per la controffensiva. Sei anni dopo, a seguito di numerose indagini condotte dal 'Nucleo Antimafia' della questura di Palermo, diretto dal vice questore Angelo Mangano, veniva riaperto il 'caso Cristina'. Finalmente le prime mosse per riabilitare un coraggioso giornalista ritenuto sino a quel momento un suicida. Nel corso delle indagini fu più volte sentito dagli inquirenti il professor Giovanni Cappuzzo. Cappuzzo era amico d'infanzia di Cosimo Cristina ed insieme avevano cominciato le prime esperienze giornalistiche. Quando Cristina propose all'amico di fondare un nuovo giornale che potesse dare un contributo nella lotta alla mafia, Cappuzzo accettò subito l'invito e ne divenne il condirettore. Da quel momento condivisero tutto, guadagni (per la verità molto pochi), ma soprattutto guai. Sentito dal procuratore Macaluso, Cappuzzo avrebbe raccontato di essere stato avvicinato da un certo Accursio Mendola, il quale gli avrebbe 'consigliato' di stare molto attento per sé stesso e di abbandonare Cristina al suo destino (poiché era stata già decisa la sua morte). Mendola, ribattezzato il Valachi delle Madonie (Joe Valachi, è noto, è stato uno dei primi pentiti della mafia americana) dopo aver confermato l'episodio agli inquirenti, il 12 dicembre 1960 subì un attentato: gli vennero sparati addosso alcuni colpi di lupara e di pistola, ma riuscì a salvarsi miracolosamente. Il vice questore Mangano affermava di avere raggiunto le prove che Cosimo Cristina fosse stato ucciso per le sue inchieste sull'omicidio del pregiudicato Agostino Tripi. Sempre secondo il vice questore, Cristina sarebbe stato tramortito con un colpo di spranga in testa e successivamente gettato sui binari della galleria. Il 12 luglio del 1966 il corpo di Cosimo Cristina veniva riesumato per l'autopsia. Le relazioni depositate a seguito dell'autopsia effettuata dai periti, in contrasto con la tesi del nucleo di coordinamento regionale per la lotta alla criminalità, stabilivano che si trattava di un suicidio. Ma l'autopsia, bisogna ricordalo, fu predisposta soltanto a sei anni dalla morte ed eseguita su uno scheletro. Il caso fu pertanto nuovamente archiviato con la tesi ufficiale del suicidio. Diciotto anni dopo la morte di Cosimo Cristina moriva un altro giovane giornalista, Peppino Impastato, impegnato sul fronte della controinformazione. Dalla sua 'Radio Aut' tuonava denunce contro il potere politico-mafioso e contro i boss del calibro di Gaetano Badalamenti. Il corpo di Impastato, con una singolare analogia con Cristina, venne ritrovato (questa volta dilaniato da una esplosione) lungo la linea ferroviaria Palermo-Trapani a due passi da Cinisi. Per tanti anni hanno provato a farci credere che Peppino Impastato si fosse suicidato, o peggio ancora, che fosse morto nel tentativo di compiere un atto terroristico, essendo militante della nuova sinistra. In realtà gli assassini, per depistare le indagini, dopo averlo colpito in testa, misero il suo corpo sui binari, quindi piazzarono l'ordigno per la spettacolare messa in scena. Cosimo e Peppino, due giovani giornalisti uniti nello stesso tragico destino? Oggi, mentre per Peppino Impastato, dopo più di venti anni, si è celebrato un primo processo con il rito abbreviato, che ha visto la condanna di Vito Palazzolo ad anni trenta di reclusione, ed è in corso un secondo processo con rito ordinario che vede imputato Gaetano Badalamenti quale mandante dell'omicidio, per Cosimo Cristina dopo più di quaranta anni 'forse' è troppo tardi. A noi, comunque vada, piace ricordarlo come un coraggiosissimo giornalista ucciso per la verità. Giuseppe Francese |
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In edicola dal 28 maggio 2008
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Baciamo le mani E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan. A inaugurare il nuovo metodo all’educato olio di ricino è stato Marco Travaglio. Che si è permesso ancora una volta di utilizzare la televisione come organo di informazione, cioè si è preso la briga, ad autentico sprezzo del pericolo, di dare ai cittadini una notizia. Per altro non esclusiva.
Invitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che
tempo che fa ha osato informare i cittadini italiani che il neo-presidente del
Senato Renato Schifani ha avuto, nel procedere della sua carriera, amicizie e
frequentazioni poco raccomandabili. Con boss mafiosi per l’esattezza. |
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Inserto Terzo Millennio N. 58 In questo numero: Nell'ambito del simposio internazionale indetto a Torino lo scorso 28 e 29 marzo dal titolo “From Global Warning to global policy” Giulietto Chiesa ha parlato di recessione mondiale e crisi ambientale, energetica e finanziaria. Questioni cruciali che stanno scuotendo il mondo intero. Fame nel mondo e povertà estrema. Una realtà sempre più vicina a noi, ma di chi è la colpa? Il Kosovo come le ciliegie: un'indipendenza tira l'altra. Quali saranno le conseguenze? Dal sequestro di Ingrid Betancourt in Colombia all'elezione di Fernando Lugo in Paraguay: guerra, corruzione e speranza in America Latina. Libera l'Acqua: proseguono le iniziative delle associazioni del Cipsi per promuovere la campagna sull'oro blu. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. |
Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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