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I falsi amici di mio padre PDF Stampa E-mail


Dopo otto anni dall’uccisione di Beppe Alfano la giovane figlia manifesta la determinazione e la forza di chi non vuole dimenticare


di Tindaro  Bellinvia


Sonia Alfano è figlia del giornalista barcellonese Beppe Alfano ucciso dalla mafia  nel 1993. Ora ha 29 anni, è madre di due belle bambine, Monica e Giulia, e lavora per il dipartimento regionale di Protezione Civile. Il suo lavoro è anche la sua più grande passione, con essa ha vissuto importanti esperienze partecipando tra l’altro  alla Missione Arcobaleno per la Regione  Siciliana, e tra circa un mese dovrà sostenere l’esame per diventare  “coordinatore e gestore dei soccorsi in protezione civile”. Dedica gran parte del limitato tempo libero di cui dispone alla sua famiglia. Nei ritagli di tempo cerca di studiare visto che dopo essersi diplomata al Liceo Classico L.Valli di Barcellona si è iscritta alla facoltà di Giurisprudenza e tra i suoi sogni nel cassetto c’è certamente anche quello di laurearsi. In tutti questi anni in lei non è mai venuta meno la fame di giustizia per suo padre e la convinzione di doversi impegnare affinché non venga dimenticato il sacrificio di un uomo colpevole solo di aver preso troppo sul serio il mestiere di corrispondente.

Sono passati più di otto anni dall’omicidio di tuo padre, che ricordo conservi di quell’8 gennaio  e dei giorni successivi ?
Purtroppo i ricordi che conservo, ovviamente, non sono assolutamente belli; la drammaticità di quei momenti ricorre spesso nel la mia mente, ed il tempo sicuramente può contribuire a lenire il dolore, ma non certo a fare dimenticare l’odio e la cattiveria di cui è stato vittima mio padre.
Ricordo quella sera in ogni minimo ‘particolare, e rivedo le sequenze di quei momenti come se fossero accadute ieri. Soprattutto non potrò mai dimenticare con quanta “delicatezza” gli inquirenti, ed erano veramente troppi e di ogni forza, hanno  letteralmente svaligiato  casa mia per poi appropriarsi di ogni oggetto che appartenesse a mio padre. Proprio  in merito a questo devo dire che a distanza di ben otto anni non sono stati  restituiti alcuni effetti personali e oggetti di una certa  importanza. I giorni seguenti sono stati di un grigiore incredibile. Può  sembrare assurdo, ma l’unica nota positiva è stata poter constatare l’incredibile presenza di gente ai funerali di mio padre, forse però una buona parte di quelle persone hanno ritenuto  di dover  partecipare  solo per formalità- anche se continuo a sperare che non sia così – dal momento che subito dopo il vuoto attorno a noi è stato  piuttosto evidente.

Chi vi è stato vicino in questi anni?
Le persone che hanno ritenuto necessario starci vicino non sono molte. A Barcellona, al di là dei parenti e dei pochi amici con i quali c’è un rapporto fraterno, non frequentiamo altre persone, forse perché Barcellona al contrario di Palermo non è abituata ad avere cittadini come noi. A Palermo è tutta un’altra storia, la gente non ha paura a confrontarsi con chi ha subito certe disgrazie. Devo dire che ci siamo trovati vicino persone come Leoluca Orlando, Giustino Blandi, Tano Grasso, Nello Musumeci e Nichi Vendola, che hanno sempre dimostrato il loro affetto soprattutto  al riparo degli obiettivi dai mass media. Sicuramente ci avrebbe fatto piacere poter  dire che anche a Barcellona abbiamo tanti amici così.

In famiglia parlavate spesso dei rischi che correva tuo padre per le informazioni di cui era in possesso e per i suoi articoli su questioni scottanti?
Mio padre di ciò che era a conoscenza parlava a tutti tramite i suoi articoli sul giornale, non ha mai fatto mistero di ciò che accadeva a Barcellona.

Nel suo libro-inchiesta Gli Insabbiati, sulla storia degli otto giornalisti uccisi dalla mafia in Sicilia, Luciano Mirone racconta come anche tuo padre fu vittima due volte perché ci fu un tentativo di far passare un omicidio di mafia per un delitto passionale…
Credo che questo sia un tentativo che regolarmente la mafia adotta proprio per depistare le indagini e per fare apparire fatti che non esistono.

Dopo tutti questi anni si è avuta un’unica certezza processuale per l’uccisione di tuo padre, ovvero la condanna definitiva di Giuseppe Gullotti a trent’anni di carcere, mentre per il presunto killer Merlino si dovrà pronunciare la Corte d’Appello di Reggio Calabria e Mostacci, ex presidente dell’AISAS, è stato  completamente scagionato dall’accusa di essere il mandante dell’omicida. Che idea ti sei fatta dal lavoro svolto dai p.m. Canali e Minasi?
Colgo l’occasione per ringraziare  pubblicamente il Dott. Marcello Minasi in quanto  il suo operato non ha conosciuto interferenze, e soprattutto perché se non ci fosse  stato lui a capovolgere le premesse del processo di 1° grado sicuramente non ci sarebbe stata neanche la condanna di Gulloti. Sono sicura che se la magistratura italiana potesse godere di più uomini del calibro del Dott. Minasi sarebbe giusto  credere nella giustizia.

L’8 gennaio di quest’anno avete ricordato tuo padre a Palermo…Perché la città di Palermo e non Barcellona? Perché erano presenti Leoluca Orlando, Nichi Vendola, Nello Musemeci e non Mimmo Nania, Giuseppe Buzzanca, Franco Speciale…?
Ho già detto che tipo di rapporto affettivo mi lega a queste tre persone; purtroppo non posso dire lo stesso di Nania, Buzzanca e Speciale. Mi dispiace pensare che mio padre sia morto credendo che fossero suoi “fraterni amici”, perché non è esattamente quello che gli stessi hanno dimostrato in questi lunghissimi anni. Anzi, proprio in relazione alle carte processuali è saltato fuori qualcosa di poco chiaro in merito ad alcuni soggetti che mio padre ingenuamente riteneva  amici. Di Speciale non ho niente da dire, perché non si è mai interessato a questa vicenda.
La scelta di Palermo è stata quasi obbligata visto che l’Amministrazione Comunale  di Barcellona non ha mai mostrato, neanche  negli anni precedenti, il minimo interesse nel ricordare questa data. E poi a Barcellona ho in mente di fare altre cose, dettate dalla mia esigenza di riavvicinarmi a questa terra, nel tentativo di ricucire una ferita dolorosa; spero di percorrere questa strada con tutta la gente pulita e onesta di Barcellona, e credo che sia tanta, forse c’è solo tanta paura. 

Nichi Vendola, anche in occasione dell’incontro da te organizzato a Palermo, è stato durissimo nei confronti della classe dirigente barcellonese. Condividi la sua durissima analisi?

Se dire la verità significa fare un’analisi durissima, allora si che condivido. Non posso però accettare il tentativo di far passare cioè che l’On. Vendola ha detto come un’accusa a tutta la città, perché non è così. Certo non si può dimenticare che il giorno della morte di mio padre Giuseppe Gullotti, la cui sentenza di condanna è divenuta esecutiva, era iscritto ad uno dei sodalizi più noti della società civile barcellonese.

La politica, la magistratura, l’informazione, la società  civile, pensi che la situazione in Sicilia sia migliorata dal ‘93 ad oggi?
Dobbiamo volere fortemente che la situazione migliori per poterci credere. Ed io sono fermamente convinta che la situazione stia cambiando anche a Barcellona. Soprattutto credo nell’esigenza che questa città ha di rinascere.

Per gentile concessione della Città

 
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    La relazione della Commissione Antimafia sulle grandi capacità d’infiltrazione della ‘Ndrangheta.
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    Baciamo le mani

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    E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan.

    A inaugurare il nuovo metodo all’educato olio di ricino è stato Marco Travaglio. Che si è permesso ancora una volta di utilizzare la televisione come organo di informazione, cioè si è preso la briga, ad autentico sprezzo del pericolo, di dare ai cittadini una notizia. Per altro non esclusiva.

    Invitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che tempo che fa ha osato informare i cittadini italiani che il neo-presidente del  Senato Renato Schifani ha avuto, nel procedere della sua carriera, amicizie e frequentazioni poco raccomandabili. Con boss mafiosi per l’esattezza.


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    Fame nel mondo e povertà estrema. Una realtà sempre più vicina a noi, ma di chi è la colpa?
    Il Kosovo come le ciliegie: un'indipendenza tira l'altra. Quali saranno le conseguenze?
    Dal sequestro di Ingrid Betancourt in Colombia all'elezione di Fernando Lugo in Paraguay: guerra, corruzione e speranza in America Latina.
    Libera l'Acqua: proseguono le iniziative delle associazioni del Cipsi per promuovere la campagna sull'oro blu.
    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.
     
 

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