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Antimafia Duemila

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Condanna a sorpresa PDF Stampa E-mail
Ora la Cassazione giudicherà il suo aspirante primo presidente
di Jessica Pezzetta

Lo scorso 29 giugno i giudici della terza sezione della corte d’Appello di Palermo, dopo sole cinque ore e mezza di camera di consiglio, hanno deciso di condannare Corrado Carnevale per concorso esterno in associazione mafiosa a sei anni e nove mesi di reclusione, ribaltando la sentenza di primo grado. Carnevale, che ha presieduto per sette anni la prima sezione della corte di Cassazione, veniva chiamato il giudice “ammazzasentenze”, poiché “aggiustava” i processi per mafia; era solito vantarsi nel dire che, nella sua carriera, aveva annullato oltre quattrocento sentenze e non se n’era mai pentito, lui si limitava semplicemente <<ad applicare la legge>>. Ma la sua solita superbia, dopo la sentenza di condanna, è sembrata un po’ vacillare ed <<è incredibile>> è stato il suo unico commento.
L’inchiesta su Corrado Carnevale, in corsa per la nomina di primo presidente della corte di Cassazione, era stata aperta nel ’93, quasi contemporaneamente a quella riguardante Andreotti – con la quale peraltro, aveva molto in comune, soprattutto dal punto di vista giudiziario. Entrambi erano stati assolti con la formula per “insufficienza di prove” prevista dall’articolo 530 secondo comma del codice di procedura penale. L’inchiesta su Carnevale però, era stata archiviata nel ’95 per insufficienza di prove. Ora, dopo ben otto anni, è arrivata la condanna per quel giudice <<molto sensibile al potere politico>>, nonché <<sicuro punto di riferimento per i boss di Cosa Nostra>>, come è stato definito da ben 39 collaboratori di giustizia, tra cui Salvatore Cancemi, Giovanni Brusca, Giuseppe Marchese e Angelo Siino. A tali accuse Carnevale aveva risposto affermando che, a prendere le decisioni contestate in merito ai processi annullati, non era mai un solo magistrato – riferendosi ovviamente a sé stesso –, ma un intero collegio giudicante. Ma, a contestare queste sue dichiarazioni, c’erano le testimonianze di alcuni colleghi, tra cui Antonio Manfredi La Penna, il quale ha sostenuto che <<i magistrati della prima sezione penale, per non fare torto al presidente, seguivano la sua linea>>. Questi ha inoltre dichiarato di aver subito pesanti pressioni prima dell’annullamento del processo Basile, fatto su cui si è sorvolato silenziosamente. Secondo le testimonianze, raccolte dalla Procura di Palermo, il giudice si era creato un gruppo estremamente <<garantista che ricopriva un ruolo egemonico>>. Secondo l’ex procuratore generale Vittorio Sgroi, Carnevale disponeva di una sorta di <<partito patriottico della Cassazione>> che si scagliava contro le sentenze emesse dagli altri giudici. I pentiti sostengono che Carnevale avrebbe “aggiustato” addirittura sette processi, scegliendo determinati giudici anziché altri, per la composizione del collegio giudicante della Suprema Corte.
L’accusa ha sottoposto all’esame della corte l’annullamento della sentenza, nel febbraio ’87, con cui erano stati condannati all’ergastolo Giuseppe Madonia, Vincenzo Puccio e Armando Bonanno, killer del capitano Emanuele Basile, comandante dei carabinieri di Monreale. Le condanne per i tre mafiosi vennero annullate due volte per vizi di forma dalla sezione della Cassazione presieduta proprio da Carnevale. Ma di esempi di sentenze annullate ce ne sono tanti: nel 1986 Carnevale cancellò l’ergastolo per Michele e Salvatore Greco, ritenuti i mandanti dell’omicidio del giudice Rocco Chinnici; successivamente annullò la sentenza sulle stragi dell’Italicus e del rapido “904”. Tuttavia la Corte, nel processo di primo grado contro di lui, aveva respinto le testimonianze dei pentiti definendole poco attendibili. Peraltro Carnevale era stato sottoposto a diverse inchieste anche da parte del Consiglio superiore della magistratura: una di queste, relazionata a due incarichi extragiudiziali assunti dal giudice senza autorizzazione, si era chiusa con la sospensione dalle sue funzioni e dallo stipendio. Tra le altre cose, in qualità di presidente del comitato di sorveglianza per il fallimento della flotta Lauro, aveva favorito alcuni personaggi ed era accusato di interessi privati nella vendita della flotta. Processato, era stato sospeso, su richiesta del ministro Claudio Martelli, dall’incarico e dallo stipendio. Venne assolto definitivamente da queste accuse lo scorso anno, dopodiché era tornato alle sue funzioni. Inoltre, era stato iscritto nel registro degli indagati per l’omicidio del sostituto procuratore generale della Suprema Corte Antonino Scopelliti. Ma era sempre riuscito ad essere assolto.
<<Godo della garanzia dell’inamovibilità>> aveva commentato nel momento in cui il Consiglio superiore della magistratura aveva preso in considerazione la possibilità di un suo trasferimento ad altra sede, <<e non ho presentato alcuna richiesta di essere spedito da qualche altra parte. Intendo rimanere a Roma>>. E aveva continuato a presentarsi regolarmente nel suo ufficio per lavorare. 
Tutti coloro che avevano avuto l’occasione di incontrare Carnevale hanno riferito che era sempre occupato a parlar male di colleghi o di sentenze. E a proposito di sentenze, era capace di annullare inchieste costate anni di lavoro solo per un aggettivo o una data sbagliata, per un evidente errore di battitura. Tutti lo ricordano come un giudice che faceva sempre in modo di avere ragione dal punto di vista formale, senza prendere in considerazione gli esiti e al di là delle gravi conseguenze provocate da ogni suo intervento. È quindi chiaro il motivo per cui era definito un “ammazzasentenze”, ma qualcuno gli chiese, un giorno, quante sentenze avesse ammazzato e lui rispose che <<per ammazzare qualcosa, bisogna che quel qualcosa sia vivo>>.
<<La Costituzione vuole il magistrato in toga, non in divisa>>, aveva detto una volta questo magistrato, per un decennio tanto odiato quanto venerato, ed il riferimento a Giovanni Falcone, che lui definiva <<un cretino>>, fu subito chiaro. Diceva che il lavoro svolto da Falcone e Borsellino, i <<due dioscuri>>, così li chiamava, non poteva certamente essere ben fatto. Al processo di primo grado per l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa in cui venne assolto, aveva spiegato che quelle cose le aveva dette poiché giudicava negativamente Falcone e Borsellino, <<ma nessuno, a parte il Papa, è infallibile, e il mio era un giudizio prevalentemente tecnico-professionale>>.
Dopo tanti anni e tanti processi andati a vuoto però, la condanna è arrivata per Carnevale come un fulmine a ciel sereno. Non se l’aspettava, infatti se n’era rimasto tranquillamente a casa ad aspettare la buona notizia di una seconda assoluzione in appello, notizia che non è arrivata. Peraltro era stato proprio lui a chiedere, il 7 maggio scorso, maggiore rapidità poiché, tra i suoi impegni immediati, c’era quello di assumere la carica di primo presidente della corte di Cassazione. Il suo nome era stato inserito dal Csm nella lista dei 26 candidati aventi i requisiti per tale nomina. L’accusa aveva chiesto otto anni, ma gliene sono stati inflitti due in meno. Comunque c’è da star contenti, viste le ultime “assoluzioni eccellenti”. I giudici della sezione promiscua della corte d’Appello erano Vincenzo Olivieri, il presidente, Biagio Insacco, il giudice a latere, ex Pm della DDA e Rosalba Grimaldi Terrasena. Alla condanna si è arrivati senza che la sentenza di primo grado venisse ribaltata, come ha spiegato il Pm Gaetano Paci, che ha sostenuto l’accusa in primo grado: <<Lo hanno giudicato sulla base delle stesse prove e stavolta è stato ritenuto colpevole>>. Infatti, hanno semplicemente riesaminato le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, quelle dei testimoni citati in primo grado, gli atti depositati, le 700 pagine delle motivazioni della sentenza emessa l’8 giugno 2000. Quel giorno i giudici della terza sezione del Tribunale di Palermo, presieduta da Giuseppe Rizzo, lo avevano assolto, così come avevano fatto con Francesco Musotto. Sono rimasti di ghiaccio gli avvocati di Carnevale, Giuseppe Gianzi, Raffaele Bonsignore e Salvino Mondello, suo genero. Quest’ultimo ha avuto il compito di comunicargli l’esito della sentenza che, comunque, <<non va commentato>> come ha affermato Bonsignore: <<attenderemo di leggere le motivazioni e poi impugneremo>>. E non ha perso l’occasione per parlare della separazione delle carriere: <<Al di là del fatto concreto e senza alcun intento polemico nei confronti della corte che ha giudicato il presidente Carnevale e che, ne sono certo, ha emesso la sentenza senza alcun condizionamento, mi auguro che da questa sentenza in poi si eviti che ex Pm facciano parte di organi giudicanti, e che la separazione delle carriere venga attuata>>. Ovviamente anche Mondello ha detto la sua: <<Il giudice Carnevale è costernato, esterrefatto, poiché non credeva che la sentenza di primo grado potesse essere ribaltata, dato che era stata motivata molto bene>>.
Andreotti ha risposto all’esito della sentenza con un <<no comment>>, probabilmente a causa della sua preoccupazione per essere atteso all’appello a Perugia e Palermo.
Ma se le polemiche non le hanno fatte gli avvocati difensori, né tantomeno Andreotti, ci ha invece pensato Carlo Taormina, l’attuale sottosegretario all’Interno, che ha protestato per il fatto che il giudice a latere fosse un ex Pm della DDA: <<Formalmente non sta bene. Ma così è, e sarà, pure nei giorni e nei processi a seguire se non si risolverà l’arcano della separazione delle carriere>>. Ha inoltre spiegato che, <<se a questo si aggiunge quanto illustri osservatori vanno denunciando circa l’avvio di una nuova strategia giudiziaria lanciata ancora una volta dal papà del partito dei giudici Luciano Violante, c’è da aspettarsi il peggio. Infatti a sinistra, persa la battaglia politica, si punta alla rivincita in Tribunale>>. Anche l’ex funzionario del Sisde Bruno Contrada si è detto sorpreso per il capovolgimento di questa sentenza: <<Resto assolutamente convinto della sua estraneità ai fatti>>. Per Marco Pannella <<possono aver pesato concorsi di varia natura in associazioni mafiose di varia natura>>, ma non crede assolutamente che <<questo alto magistrato, per anni al centro di una campagna di linciaggio e di sospetto politici, abbia potuto responsabilmente concorrere all’opera della mafia. È un’esecuzione che segna il trionfo del neofascimo etico della giustizia illegale>>. Questa vicenda <<mi appare ignobile>>, ha dichiarato Fragalà perché quale <<credibilità può avere una sentenza emessa da una corte giudicante che, fra i suoi componenti, vede la presenza di un alto esponente di quella Procura diretta da Gian Carlo Caselli che aveva dato la stura alla stagione dei processi politici contro Andreotti, Musotto, Contrada e, ora, Carnevale?>>. E poiché Nando dalla Chiesa ha detto che si tratta del giusto riconoscimento della serietà del lavoro svolto dalla Procura guidata da Caselli, è presto giunta la risposta da Taormina: <<Questa è l’ennesima conferma che la riscossa della sinistra è partita>>. Maria Falcone si è detta soddisfatta poiché <<è stata riconosciuta la sua colpevolezza di “ammazzasentenze”>>.
Nel frattempo dalla Procura di Palermo il pubblico ministero Antonio Ingroia si esclama: <<Avete visto che non erano processi politici fondati sul nulla?>> riferendosi al fatto che la sua Procura era stata accusata di accanimento contro gli altri imputati eccellenti, poi assolti. Gli ha fatto eco Guido Lo Forte, tra i Pm del processo Andreotti: <<Non abbiamo mai lavorato solo sulle dichiarazioni incrociate dei pentiti ed evidentemente l’impostazione giuridica di alcuni processi aveva una sua validità>>. E <<per favore non parliamo di stagione che si apre e si chiude, poiché in questo processo d’appello non c’è stata una nuova istruttoria, non si sono avuti fatti nuovi, ma una diversa valutazione di elementi presenti nel dibattimento di primo grado>> ha ribattuto Gioacchino Natoli. La Procura di Palermo <<resta ancora all’ipotesi di un’intesa fra Andreotti e Carnevale per “aggiustare” i processi>>, ha dichiarato ancora Ingroia. Prevedibili sono state le dichiarazioni della moglie del magistrato condannato, Carmela Vadalà: <<La sentenza è uno schifo, una vergogna, è la dimostrazione che la giustizia non esiste>>.
Queste polemiche si sono scatenate poiché si è trattato di un verdetto a sorpresa che ha colto alla sprovvista forse lo stesso Pg, Leonaro Agueci. Infatti questa sentenza era totalmente inattesa, poiché ha capovolto l’ordinamento seguito da più di due anni dai giudici ed è sembrata restituire ai pentiti una nuova credibilità. Agueci però, nel corso di un’intervista ha dichiarato che, per scaramanzia, alla vigilia del verdetto si era astenuto dal formulare una previsione di condanna, <<ma avevo tenacemente provato a dimostrare la colpevolezza dell’imputato>>, nonostante il clima di scetticismo. Infatti, <<visto come era andata per gli altri processi, avevo la sensazione sgradevole di remare controcorrente>>. In questo contesto <<i pentiti sono serviti a ricucire un quadro di insieme>>. Per Agueci, come lui stesso ha affermato, il dato più sconvolgente per la sua gravità è che <<Cosa Nostra è stata in grado di esercitare una forte influenza presso una delle fondamentali istituzioni dello Stato>>.
Un aspetto molto importante di questa sentenza, ad ogni modo, è che molti sospetti hanno trovato conferma. Si trattava di una rete di rapporti politico-mafiosi facenti capo, a Palermo, a Lima e ai cugini Salvo, i quali avrebbero riferito ad Andreotti i problemi da risolvere a Roma e quest’ultimo, a sua volta, si sarebbe rivolto a Vitalone, accusato di gestire la cupola giudiziaria romana all’interno della quale Carnevale sarebbe stato la punta di diamante.
In un istante Palermo, alla notizia della condanna di Carnevale, dev’essere stata attraversata dalla domanda “cosa sta succedendo?”. Sembrava che il vento stesse cambiando, ma la recente assoluzione di Mannino ha purtroppo dimostrato che le cose non stavano così. Si è trattato solo di un breve istante di sollievo, quando è sembrato che veramente la giustizia cominciasse a seguire il suo giusto corso.

di Jessica Pezzetta
 
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