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Antimafia Duemila

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Jul 05th
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Mannino come Andreotti PDF Stampa E-mail
Insufficienza di prove anche per l’ex DC
di Giorgio Bongiovanni




<<Sono un uomo di Stato, dunque non voglio le scuse dello Stato, ma è necessario comprendere perché questo processo è stato fatto e portato avanti per così lungo tempo>>. Sono il preludio di nuove polemiche sui temi della giustizia le prime frasi pronunciate dall'ex ministro democristiano Calogero Mannino ai giornalisti che lo scorso 5 luglio hanno preso d'assalto il suo appartamento. Il verdetto che lo ha assolto dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa l'onorevole lo ha infatti atteso nella sua abitazione palermitana in compagnia della moglie, del figlio Toto e di un medico, a tenergli a bada il cuore. Dieci giorni di camera di consiglio per passare in rassegna gli elementi raccolti nel corso di più di 150 udienze durante le quali sono stati ascoltati 230 testi presentati dall'accusa e 70 dalla difesa oltre a 25 collaboratori di giustizia (tra i quali Buscetta, Pennino, Brusca e Siino). Alla fine la sentenza, emessa dalla seconda sezione penale del tribunale di Palermo presieduta da Leonardo Guarnotta a latere Michele Romano e Giuseppe Sgadari, ha dato ragione al collegio della difesa rappresentato dagli avvocati Salvo Riela e Grazia Volo: assoluzione “per insufficienza di prove”. <<Mi domando chi chiederà scusa all'on. Mannino per quello che è successo>>, è il primo commento di Riela, <<Non sono solo i sei anni di questo processo, Mannino ha subito dieci anni di processi penali. Risale al luglio del '91 la prima ondata di accuse proveniente da Rosario Spatola>>. E' infatti nel 1990 che le rivelazioni del pentito trapanese, che per primo indica Mannino come colluso con la mafia agrigentina, vengono raccolte dall'allora procuratore della Repubblica di Marsala Paolo Borsellino e trasmesse per competenza territoriale alla Procura di Sciacca. L'indagine viene quasi subito archiviata ma nel 1993, accusato dall'imprenditore Filippo Salamone di aver percepito tangenti, l'onorevole viene raggiunto da un primo avviso di garanzia al quale ne seguirà un secondo, nel febbraio del 1994: questa volta l'accusa è di concorso esterno in associazione mafiosa. Le manette scattano per lui il 13 febbraio del 1995 e la sua scarcerazione preventiva durerà 22 mesi (8 di carcere, 1 di detenzione ospedaliera, 13 di arresti domiciliari). Oggi il sottosegretario alla Giustizia Taormina si chiede chi pagherà per la galera che ha subito e sottolinea che <<le dichiarazioni dei pentiti non hanno trovato quella valenza e quel riscontro che i pm avevano indicato>>. <<Ho subito un processo senza prove e senza fatti – incalza l'on. Mannino - e la mia vicenda è cominciata nel 1991 con le dichiarazioni del pentito Rosario Spatola. Era il prologo dei due atti successivi. I pubblici ministeri hanno portato in aula dichiarazioni già archiviate dalla Procura di Sciacca e soprattutto da quella di Marsala. Hanno messo insieme una catasta di accuse sulla quale consumare il mio rogo, ma erano tutte calunnie>>. <<I pm a volte teorizzano scenari generali e scrivono sceneggiature, come accade con le 'Piovre' televisive. Non c'è niente di più sbagliato>>. Al giornalista de La Stampa Aldo Cazzullo paragona la sua storia a quella di Alfredo Cucco, <<oculista, professore di demografia, deputato fascista, si ribella alla classe cui lui stesso appartiene, l'aristocrazia del feudo, e viene gettato ingiustamente in galera, accusato di mafia. Riavrà l'onore e, nel '48 il suo scranno di deputato>>. Il che significa che quando la Dc decide di eliminare ogni legame con la mafia schierandosi con Falcone la mafia cambia tattica <<e i giudici abboccano. Credono ai pentiti che accusano i democristiani onesti. Regalano alla mafia anni di vantaggio>>. Cerca poi una spiegazione più logica al suo martirio che ha potuto sopportare solo <<con la forza della fede>>. La trova: <<Caselli non ha capito la Sicilia. Ma sarebbe ingiusto personalizzare. Dietro questo processo c'è un gruppo  di magistrati che ha dato libera stura a passioni personali che per comodità chiamiamo ideologie, ma si riassumono in un'altra parola: odio. Questo processo non stava in piedi. O è un errore casuale e inspiegabile, o è il frutto di contraddizioni e debolezze dentro la procura. Ci sono forse rivalità interne tra la pm che mi ha accusato e il suo ex marito, lui aveva perseguito Andreotti, lei si è presa Mannino>>. Il più è stato convincere 230 testimoni e 25 pentiti a testimoniare contro un uomo dello Stato soltanto per favorire una piccola vendetta personale, che ha portato a ben 5 anni e 7 mesi di processo e a 50 mila pagine di atti. Conclude: <<Ci sono forse altre ragioni personali, di cui darò conto in un esposto alle sedi competenti, la procura di Caltanissetta e il Csm>>. Poi riprende sostenendo che l'intero impianto accusatorio <<è costruito su un ritaglio dell'Espresso nell'81. Come prove hanno indicato la mia presenza a un pranzo dove c'era un mafioso; e poi che ho fatto il testimone alle nozze Caruana e ho avuto contatti con i Salvo. A quel pranzo, dicembre 1977, c'erano colonnelli e generali, oltre al mafioso. Caruana è stato arrestato tre mesi dopo di me, al solo scopo di fargli dire: conoscevo Mannino. Capisce? Hanno messo in galera un uomo per crocifiggere me>>. E in merito ai cugini Salvo <<io sono stato il primo assessore regionale alle Finanze ad abbassare gli aggi degli esattori, come ha riconosciuto Falcone. Legga qui la requisitoria del maxiprocesso. E' il passo dove si dà conto della mia "chiarezza e onestà intellettuale". E guardi che Falcone ha indagato su di me. Prima ha indagato; poi siamo diventati amici>>. Infine l'on. apre la Divina Commedia e a Cazzullo chiede: <<Chi è secondo lei il vessillo di Lucifero? Secondo me è Leoluca Orlando. Ha additato Lima, e Lima è stato ucciso. Ha indicato Falcone come custode dei segreti di mafia e politica, e Falcone è stato ucciso. Ha indicato Mannino, ed è mancato poco che morissi anch'io. La mafia voleva assassinarmi, l'ha scritto la procura di Palermo>>. Inquietante anche la dichiarazione rilasciata immediatamente dopo la pronuncia della sentenza: <<Quando si è ucciso Falcone, e lo si è ucciso dopo Lima, è ovvio che si è pensato di uccidere Mannino. E' inevitabile che si generi un'impressione non soltanto sgradevole ma assai preoccupante: e cioè che ambienti della procura abbiano portato avanti un progetto che la mafia aveva intrapreso per propria decisione>>. Nella polemica interviene il procuratore capo di Palermo Piero Grasso: <<Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e soprattutto di fronte all’azione penale esercitata dai magistrati. Non si possono prendere le distanze dagli indagati se ricoprono incarichi politici o se sono dei potenti. Per la legge sono uguali e noi abbiamo il dovere di indagare se emergono ipotesi di reato. Quanto al rapporto mafia e politica, mi sembra abbastanza acclarato che il tema vada ben al di là di singole sentenze di assoluzione o di colpevolezza>>. E ancora: << Dirò ai miei sostituti di continuare a fare il loro lavoro come hanno fatto in passato, cercando elementi di prova in ordine a fatti e persone, indipendentemente da qualsiasi appartenenza politica, economica o professionale…>>. Non sono d’accordo molti degli esponenti della classe dirigente tra i quali il coordinatore di An in Sicilia Guido Lo Porto, l’on. Vittorio Sgarbi, che parla di <<sequestro di persona>> ad opera dei magistrati o Cesare Previti che di fronte a tempi processuali così dilatati si affida ad un <<no comment>>. Per il sottosegretario alla Giustizia Michele Vietti la lunghezza del processo Mannino <<pone come esigenza indilazionabile quella dell’accelerazione dei tempi della giustizia. Pronunzie che pregiudicano i beni fondamentali per la vita di un uomo non possono intervenire dopo sette anni>> mentre per il ministro Carlo Giovanardi <<non basta oggi gioire per l’assoluzione di un innocente. Credo che tutti debbano aprire una riflessione su un meccanismo giudiziario che fa scontare due anni di carcere durissimo ad un uomo accusato di un reato – il concorso esterno in associazione mafiosa – che nessun legislatore ha mai pensato di inserire nel codice penale>>. E Berlusconi? <<Non chiama – dice Mannino indignato per essersi visto negare la possibilità di presentarsi alle elezioni politiche – perché dovrebbe farlo? Lui e Fini non mi hanno voluto nelle liste. Non per il processo, non credo; di inquisiti e di condannati le loro liste erano piene. Non mi hanno voluto perché non vogliono un pezzo di Dc, né mi vorranno>>. Entusiasti invece proprio gli ex democristiani, tra cui Rocco Buttiglione e Francesco Cossiga teste, quest’ultimo, al processo. Oltre a lui hanno deposto a favore dell’imputato diverse personalità quali Sergio Mattarella, Gianni De Gennaro, Antonio Manganelli e Totò Cuffaro, neopresidente della Sicilia. I pm Teresi e Principato hanno intanto annunciato l’appello. <<Quella formula dell’assoluzione si adotta non solo quando la prova manca – ha dichiarato Teresi – ma anche quando è insufficiente. Leggeremo l’iter logico che ha portato alla decisione>>. Incisivo il commento di Teresa Principato: <<Nessuna amarezza. Abbiamo compiuto solo il nostro dovere. Abbiamo fatto il processo come andava fatto. Leggeremo le motivazioni senza badare che siano scritte con inchiostro blu, nero o rosso>>. Intanto, il procuratore Grasso ha già annunciato l’appello. Mannino commenta: <<Mi stupisce e mi indigna che un procuratore della Repubblica annunci il ricorso ancor prima di aver letto le motivazioni della sentenza, forse è un modo per non riconoscere i propri errori. Nel corso del processo le accuse dei pentiti sono cadute ad una ad una. Non ho agevolato i Salvo, non mi sono incontrato con mafiosi, lo stesso Siino, interrogato, ha detto di non conoscermi. Per mia fortuna, in Sicilia, incontri del genere si possono fare ovunque. Grasso dice nel suo libro che la mafia è invisibile, giudizio su cui non concordo perché equivale ad esaltarne l’invincibilità. Falcone pensava invece che contro la mafia bisognasse usare il bisturi per non devastare la società civile e non il tritolo come nel mio caso>>.



BOX1
Le prove del Pubblico Ministero


Secondo quanto riportato nella requisitoria dei pm Vittorio Teresi e Teresa Principato, molti sarebbero i soggetti mafiosi o comunque vicini ad ambienti mafiosi, con i quali l’imputato Calogero Mannino avrebbe intrattenuto stabili rapporti. Era assolutamente inconsapevole della loro mafiosità, ribattono i legali Salvo Riela e Grazia Volo, e  i principali riferimenti sono ai boss Cuntrera-Caruana, Cascioferro, Settecasi, Salvo o a personaggi molto vicini agli ambienti della malavita organizzata quali l'ex senatore Vincenzo Inzerillo (condannato a 8 anni), l'ex consigliere comunale Nino Mortillaro (6 anni), il notaio Pietro Ferraro (sotto processo a Caltanissetta) o gli imprenditori Salamone, Miccichè e Vita. Tutti personaggi ai quali l'imputato era strettamente legato tanto che, nel caso del boss Gerlando Caruana, aveva addirittura fatto da testimone di nozze tra quest'ultimo e Maria Parisi, figlia del notabile democristiano di Siciliana. Era presente per la sposa, sostengono gli avvocati, ma come non fare riferimento all'intervento in Parlamento, risalente al 4 agosto del 1987, del deputato nazionale dall'83 al '92 Mario Capanna nel quale questi sottolinea che nella cultura e nella politica mafiosa fare da testimone di nozze equivale ad una sorta di legame e consanguineità? Se lo chiedono i pm Vittorio Teresi e Teresa Principato sottolineando che all'udienza del 21 gennaio '99 il Capanna ricorda l'intervento collocandolo in occasione della discussione sulla fiducia del nuovo governo Goria, quando si motivava il fatto che il gruppo parlamentare di cui il teste faceva parte aveva negato la fiducia al governo reputando che la mafia fosse direttamente rappresentata in quel gruppo governativo e in particolare nelle persone dell'allora segretario regionale della Dc Mannino e dell'avvocato Aristide Gunnella. Riportando le parole del Capanna i magistrati aggiungono che i due <<oggi non sarebbero Ministri se le loro carriere politiche non fossero state favorite e in larga parte costruite dalle organizzazioni mafiose, riferendo inoltre che attorno a questi due personaggi, non da ieri siamo all’87, girano voci, raccolte spesso dalla stampa siciliana, ma anche da quella nazionale, voci che i due interessati non sono mai riusciti a smentire in modo puntuale, preciso e convinto>>. Il Capanna, secondo quanto lui stesso afferma, trae le sue dichiarazioni da documentazione proveniente dagli archivi del Comitato antimafia di Palermo e quindi da atti di procedimenti giudiziari, articoli di stampa, note di riflessione del Comitato stesso. Tornando alle nozze i magistrati Teresi e Principato, contrariamente a quanto il collegio della difesa afferma, dimostrano che l'appartenenza dei Caruana al sodalizio mafioso era ampiamente conosciuta già negli anni '70 e, nel caso specifico di Caruana Gerlando, ricordano che già nel 1972 questi era stato arrestato insieme ad un nutrito gruppo di appartenenti alla criminalità organizzata e che nel 1973 Leonardo Caruana (suo padre) e la famiglia vennero espulsi dal Canada perché implicati in traffici di stupefacenti. C'è poi un altro matrimonio, quello tra Calandrino Giuseppe e di Di Maida Anna Maria, figlia di quel Vito Di Maida, segretario provinciale della Dc, indicato da Angelo Siino come in diretto contatto con Angelo Ceraulo (uno dei boss di Cosa Nostra eliminati dagli stiddari) e Filippo Di Stefano (boss di Favara), ai quali chiedeva consigli e direttive per ogni fatto politico della provincia di Agrigento. Anche qui Mannino, nella cui agenda è stato rinvenuto il numero di cellulare del Di Maida, ha fatto da testimone di nozze insieme a un certo Sinesio Giuseppe. Siamo al 29 agosto del 1988, quando le vicende relative al matrimonio Caruana - Parisi si erano già dipanate. Continuando con gli argomenti che riguardano il territorio di Agrigento l'imputato viene accusato di aver partecipato ad un pranzo, presso la Taverna Mosè, organizzato dall'Ufficiale Medico mafioso Vito Cascioferro e al quale era presente, tra gli altri, il boss Giuseppe Settecasi, vecchio capomandamento della mafia agrigentina. Anche qui, sostengono i pm, l'imputato non poteva sconoscere la caratura mafiosa del Settecasi poiché, questa, illustrata nella compagine probatoria del maxiprocesso di Agrigento del quale non può non essere a perfetta conoscenza per il suo personale coinvolgimento. Il Pubblico Ministero punta poi l'interesse sui rapporti tra Mannino e la Cosa Nostra di Sciacca, punto nodale dei suoi interessi familiari e politici. In quel centro, dove è stato per otto anni (dall'84 al '92) consigliere comunale e presidente del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati e dei Procuratori legali, l'imputato avrebbe intrattenuto rapporti con qualificati esponenti della criminalità locale quali Di Ganci, Di Mino e Ambla. Nel corso di una conversazione ambientale, intercettata in data 24 novembre 1992, tra Di Mino Accursio, Messana Rosario e Ambla Ignazio, gli interlocutori discutono dei lavori di completamento per la realizzazione del teatro di Sciacca in corso da moltissimi anni e riferendosi al Mannino esaminano le sue possibilità di ottenere ulteriori finanziamenti per il completamento dell'opera. Il Di Mino sottolinea la furbizia dell'imputato che a quel tempo "si guarda bene" dall'uscire allo scoperto per il timore che la collaborazione intrapresa da Leonardo Messina potesse in qualche modo compromettere sia lui che il fratello Pasquale. Il boss evidenzia inoltre le grandi capacità elettorali di Calogero Mannino, in grado, quest'ultimo di fare eleggere il fratello all'ARS per avere un sicuro e fidato referente nell'agrigentino e danneggiando in questo modo altri esponenti politici della Dc quali La Russa. Che, come conferma lo stesso La Russa in aula, si contrapporranno alla corrente dell'ex segretario regionale. Come già accennato, nella loro requisitoria i magistrati Teresi e Principato accusano inoltre il Mannino di aver ottenuto l'appoggio elettorale di mafia e stidda in cambio di concessioni di appalti; di aver agevolato diverse imprese, in cambio di vantaggi economici e politici, e in particolare quelle riferibili a Salamone, Micciché e Vita; di aver avuto rapporti con i cugini Salvo nei primi anni '70 al punto da far ottenere loro, in qualità di assessore regionale alle Finanze, le esattorie in quasi tutte le piazze dell'Isola; di essersi accordato sia con i boss che con Salvo Lima, con il quale era in apparente contrasto, e di aver rischiato la morte, come ha riferito Giovanni Brusca riportando il contenuto di un colloquio avuto con Salvatore Riina e la Commissione, per non aver mantenuto gli impegni presi con Cosa Nostra.
 
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    In edicola dal 28 maggio 2008

    In questo numero:

    Stragi ’93. Parla l’avvocato di Riina, Luca Cianferoni in un’intervista esclusiva al nostro direttore Giorgio Bongiovanni.
    I risultati delle elezioni politiche 2008. Approfondimento sulla figura di Marcello Dell’Utri: Attenti a quell’uomo.
    Pericolosi risvolti nella procura calabrese al centro di importanti inchieste. Dalle cimici, ai corvi è come un assedio.
    Calcestruzzi spa sotto inchiesta. Contatto con Cosa Nostra. Nuove collaborazioni e successivi arresti. E’ la fine del sistema Lo Piccolo. Proseguono i grandi processi a Palermo. Da Mercadante a Borzacchelli. Nuova inchiesta su Cuffaro.
    La relazione della Commissione Antimafia sulle grandi capacità d’infiltrazione della ‘Ndrangheta.
    Csm e Anm sotto accusa. Responsabilità e i silenzi nel caso De Magistris. Speciale droga. Le sostanze che invadono l’Europa.
    Le ultime novità del processo “De Mauro”.
    Ed altro ancora…

     

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  • Editoriale

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    Baciamo le mani

    Eccoci qui con il nostro governo nuovo di zecca. Ha stravinto il Partito delle libertà di Berlusconi con l’apporto fondamentale della Lega Nord, il Partito Democratico di Veltroni ha subito una pesante sconfitta e i partiti di estremità sia a destra che a sinistra sono scomparsi dal parlamento. E’ il volto della nuova Italia bipolare nella quale, come già ci hanno dimostrato, si va d’accordissimo, c’è pace e dialogo perché il paese ha bisogno di stabilità e non c’è tempo da perdere.

    E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan.

    A inaugurare il nuovo metodo all’educato olio di ricino è stato Marco Travaglio. Che si è permesso ancora una volta di utilizzare la televisione come organo di informazione, cioè si è preso la briga, ad autentico sprezzo del pericolo, di dare ai cittadini una notizia. Per altro non esclusiva.

    Invitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che tempo che fa ha osato informare i cittadini italiani che il neo-presidente del  Senato Renato Schifani ha avuto, nel procedere della sua carriera, amicizie e frequentazioni poco raccomandabili. Con boss mafiosi per l’esattezza.


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    Inserto Terzo Millennio N. 58

    In questo numero:


    Nell'ambito del simposio internazionale indetto a Torino lo scorso 28 e 29 marzo dal titolo “From Global Warning to global policy” Giulietto Chiesa ha parlato di recessione mondiale e crisi ambientale, energetica e finanziaria. Questioni cruciali che stanno scuotendo il mondo intero.
    Fame nel mondo e povertà estrema. Una realtà sempre più vicina a noi, ma di chi è la colpa?
    Il Kosovo come le ciliegie: un'indipendenza tira l'altra. Quali saranno le conseguenze?
    Dal sequestro di Ingrid Betancourt in Colombia all'elezione di Fernando Lugo in Paraguay: guerra, corruzione e speranza in America Latina.
    Libera l'Acqua: proseguono le iniziative delle associazioni del Cipsi per promuovere la campagna sull'oro blu.
    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.
     
 

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