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Storia di Enrichetta, assistente sociale contro il “sistema mafioso” PDF Stampa E-mail

La vicenda ultradecennale di una donna sola contro la “cultura di morte” imperante a Catania

di  Marco Benanti


La sua storia finì anche in un capitolo de “L’Inferno” il viaggio-denuncia di Giorgio Bocca. Una donna sola che denuncia mafiosi di rango, connivenze scandalose a tutti i livelli e per questo ne subisce di tutti i colori: questa, in breve, la “storia” di Felicia Enrichetta D’Aleo, classe 1944, da Riesi, per anni assistente sociale all’ospedale “Ascoli Tomaselli”, uno dei più noti in città. Una figura apparentemente piccola e d’altri tempi, sia per la statura che per linguaggio, ma che nasconde, invece, un cuore guerriero: qualità rare, che le hanno consentito di tenere testa a comportamenti a dir poco anomali delle istituzioni e a capimafia doc come Giuseppe Ferrera “Cavadduzzu” , per decenni una delle massime espressioni della mafia catanese, con interessi molteplici, dal traffico di droga alle corse clandestine di cavalli, da cui il “nome di battaglia”. Un cognome, che benchè  “‘u zu Pippu” sia deceduto, incute ancora terrore ai catanesi, ma non a questa donna, tanto da denunciarlo alla fine degli anni Ottanta, dopo aver visto di cosa era capace durante il suo ricovero al “Tomaselli”, ufficialmente agli arresti ospedalieri perchè “ammalato grave di tubercolosi”. Un malattia terribile, ma non tanto da impedirgli di fare di tutto fino a piazzarsi abusivamente una porta blindata, che lo salva da un agguato, proprio dentro l’ospedale, il 15 settembre del 1988. Una situazione “normale” per una città come Catania, ma non per Enrichetta D’Aleo, che denuncia tutto, testimonia in Tribunale fino alla condanna definitiva di Ferrera, peraltro processato e condannato solo per porto e detenzione illegale di arma da fuoco (sic!) e inizia ad affrontare una vera e propria “odissea” fatta di ritorsioni mafiose e ambigui comportamenti dello Stato. Oggi, a distanza di oltre dieci anni, la sua storia non è finita: dopo le violenze passate, fino ad una pesante aggressione dentro l’ospedale, il 13 gennaio 1989, mai finita sui giornali ma che le ha provocato danni fisici e psicologici, le intimidazioni a lei a ai suoi familiari, le telefonate di minaccia, gli attentati continuano, a conferma che Catania non è cambiata. Enrichetta ha  giurato di andarsene al più presto: prima però vuole completare la sua battaglia per la legalità in ogni sede, anche a livello europeo e persino contro lo Stato italiano, prima di abbandonare definitivamente una “una realtà fatta di persone piccoli borghesi conniventi e parassitarie, in cui domina una cultura mafiosa e massonica deviata”. 

Ma come nasce la sua storia, Enrichetta?
“Nasce perché alcuni servitori dello Stato, invece che confermare la verità dei fatti hanno oltraggiato la verità e hanno scritto e dichiarato quello che non era vero”

Cosa è avvenuto da quei giorni della fine degli anni Ottanta? Cosa ha denunciato?
“Ne ho fatte a decine, denunciando i fatti che si verificavano. Fatti di insabbiamento, minacce, attentati nei confronti della mia persona, delle figure parentali.”

Ma cosa ha denunciato in particolare?
“Ho denunciato quello che accadeva all’ospedale, che poi naturalmente è stato messo per iscritto con una sentenza di condanna nei confronti dell’ allora signor Giuseppe Ferrera, alias Cavadduzzu o ‘ u zu Pippo’, il quale venne condannato sulla base della mia denuncia e delle mie dichiarazioni. Peraltro, allora, il giudice La Rosa si espresse in modo alquanto eccellente nei miei confronti perché non tenne conto intanto delle dichiarazioni che andarono a fare i medici dell’ospedale. Io ho potuto dimostrare alla magistratura che i fatti da me denunciati erano veri, tanto che il giudice La Rosa scrisse e disse di me che io ero stato l’unico punto di riferimento degli ammalati dell’ospedale, mentre tutti stavano a guardare”.

Ma quante volte ha denunciato episodi legati a storie di malavita da lei accertate?
“In questo decennio, ho fatto altre denunce, tutte sistematicamente archiviate. Tutte fatte alla Procura di Catania. Posso dire che dopo aver riscontrato un fascicolo falso da parte dell’allora capo della squadra mobile di Catania, che dichiarava addirittura che i fatti del Ferrera non erano veri e che quel processo era stato archiviato, io denunciai l’ex capo della mobile, il dott. Di Costanzo, che nel frattempo mi è stato detto è deceduto, ma che non fu mai processato, così come non si indagò sulla mia aggressione in ospedale. Le ritorsioni, invece, sono continuate sempre: minacce telefoniche, crisantemi fatti trovare in ospedale, quest’ultimo fatto subito denunciato alla mobile e ai carabinieri. Questo fatto è accaduto nel giugno del ’91, quando il mio camice fu trovato intriso di benzina, mentre nell’aprile precedente era stato condannato in primo grado il signor Ferrera. Nel ’90, invece, mio figlio venne affrontato, in una discoteca cittadina dei fratelli Aronica, da sette giovinastri che gli dissero che io avrei dovuto scrivere e parlare poco. Fu il proprietario del locale a dire che ‘il figlio della dottoressa D’Aleo non si tocca qui’. Mentre mio figlio subiva questo, a me arrivava una telefonata di minaccia rivolta proprio alla vita di mio figlio, che oggi  è andato via”

Come si comportò con lei l’ambiente ospedaliero?
“Non era tanto bello. Si può trovare scritto nella sentenza di archiviazione da parte del giudice Nunzio Toscano, che è stato un magistrato all’altezza della situazione, l’unico che fece indagare presso il Tomaselli dopo i segni di croce che trovammo dietro la porta del mio ufficio. Io mi sentii isolata nel mio ambiente di lavoro, tranne poche persone, che si contano sulla punta delle dita, a cominciare dal dott. Ambrogio Mazzeo, che ha già denunciato furti di auto, scippi, furti di attrezzatura sanitarie accaduti negli anni Ottanta nell’ospedale. Fu codardo e vigliacco, invece, il coordinatore sanitario”

E la politica che fece di fronte alle sue denunce?
“Ricordo l’allora Ministro della Sanità, Carlo Donat Cattin, che fu l’unico dei politici che mi tese una mano e  che chiamò i poliziotti catanesi ‘vili senza frontiera’. La mia situazione era del resto incredibile, in quanto era rimasta sola: nell’estate dell’ 88, quando si verificò l’attentato a Ferrera in ospedale, io, unica e sola assistente sociale, avevo già fatto la mia parte. Avevo informato la direzione sanitaria, il Presidente della Usl. Il signor Ferrera faceva la bella vita. Quando arrivava o la Digos o i poliziotti o i carabinieri che dovevano controllare, gli infermieri a pagamento di questo signore prendevano delle bacinelle, prendevano del sangue con i batuffoli di cotone, riempivano la bacinella di questo cotone e garze macchiate di sangue e lo mettevano accanto a letto di Ferrera. Così, le forze dell’ordine trovavano che il soggetto era moribondo. C’era poi una questua di persone che si andavano a raccomandare, con degli infermieri addirittura, forse pagati a parte, che facevano da segretari. Addirittura, questo signore si fa installare abusivamente una porta blindata, ma dichiara al magistrato che aveva avuto l’autorizzazione del direttore sanitario (di Alfio Pulvirenti ndr) Un’altra porta blindata si trovava in magazzino. Gli si consentiva di fare la bella vita. Girava in motorino in ospedale in pigiama o in vestaglia, si portava dappresso il bambino piccolo con un altro motorino. Un altro signore, forse il guardaspalle  prendeva a legnate chi non era d’accordo con l’andazzo che c’era dentro l’ospedale, come il caso di un infermiere che fu preso a bastonate e pugni solo perché si era permesso di dire dalla signora Ferrera che non era possibile passare in quanto il corridoio era bagnato. Per questo venne sollevato di peso, preso a pugni e schiaffi, poi fu minacciato che non doveva raccontare nulla ”

 L’episodio dell’agguato del settembre ’88 è di particolare rilevanza nella sua storia. Cosa accadde dopo?
“Lo stesso giorno della sparatoria io spedii, da casa mia, non dall’ospedale, un telegramma alla Procura e alla Questura. Il giorno dopo fui chiamata. Il Procuratore Cellura mi disse di andare alla squadra mobile e aggiunse. ‘Non abbia timore, però adesso saranno come gli sciacalli nei suoi confronti, io per quello che potrò cercherò di starle accanto’. Il giorno successivo, quando arrivò l’ambulanza che doveva trasferire Ferrera a Sondalo, in un ospedale specialistico per le affezioni tubercolari, tutto l’ospedale già sapeva che ero stata io a segnalare alla Procura e alla Questura. Chi li aveva informati? Il professor Umberto Campisi, nel cui reparto Ferrera era ricoverato? E come mai il cognato del professore Campisi, il cavaliere del lavoro, Ennio Virlinzi, era a conoscenza di tutta questa situazione e si prese la briga di telefonarmi a casa e dirmi: ‘continua così che tuo figlio non troverà mai sistemazione a Catania.’ ? Questo fu riferito ai signori magistrati, ma come mai non chiamarono il cavaliere del lavoro per chiedergli se questo fosse stato un consiglio o una minaccia? Io risposi al cavaliere, con il quale all’epoca ci si dava del tu: ‘chi è che tel’ ha data la medaglia di cavaliere? il Presidente della Repubblica? Il cavaliere, mi pare, che si adopera per tutt’altra cosa, piuttosto che dare questi consigli’

Ma come viveva in quegli anni?
“Facevo la spola, fra Catania, Roma, Milano, la Svizzera. In quel periodo, le mie condizioni di salute si aggravarono. Ho lavorato all’ospedale fino al 1993, cercando di curarmi, ma ho subito sempre minacce e intimidazioni. Io ho cambiato tre o quattro volte il mio numero di telefono, ma lo scoprivano subito. Di questi episodi ricordo quello accaduto, nel 1990 a Nicolosi, comune pedemontano dell’Etna, dove abito in un appartamento. Tutti sapevano di chi era quella villetta accanto alla mia abitazione, solo io non ne ero a conoscenza. Era stata comprata dai Garaffo, prima di era di proprietà di un ex ufficiale di polizia e della moglie di un ufficiale di polizia, già implicato in vicende di prostituzione. Io denunciai ai carabinieri il via vai di persone che c’erano lì intorno, che non mi lasciavano in pace. Mi fu risposto da un maresciallo:’ per ogni cane che abbaia lei ci butta una pietra’. Dopo qualche anno, quella villetta, nel 1993, fu sequestrata su ordine della DDA di Messina, insieme ai beni di Ferrera e Santapaola. Si scoprì che uno dei figli di Garaffo era addirittura il figlioccio di Ferrera. In quell’anno io inviai anche un dossier ad alcuni Ministri, al Presidente della Commissione Nazionale Antimafia di allora Violante e faccio un esposto al Csm. Due iniziative che non sortirono alcun effetto”

Dal punto di vista processuale come andarono le cose?
“Ho sempre pensato che l’obiettivo vero di chi mi minacciava fosse quello di eliminare un testimone scomodo”.
Ci furono altri risvolti particolari?
“Quando io ho dato le mie dichiarazioni al Pm, il Pm di allora, che prese le mie dichiarazioni e che le doveva subito trasmettere era Paolo Giordano. Le mie dichiarazioni restarono nel cassetto per diciotto mesi: alla fine uscirono fuori quando Padre Resca e altri uomini di ‘Cittainsieme”, assieme all’onorevole Guarnera, mi fecero invitare a ‘Samarcanda’. Siamo al 17 maggio del 1990, perché una settimana prima ero stato invitata a ‘Samarcanda’: Giordano mi fece mandare un fonogramma dai carabinieri perché mi doveva ascoltare. I fatti che io avevo denunciato nel primo verbale riguardavano l’ottobre ’88, le intimidazioni e anche la telefonata del cavaliere del lavoro Virlinzi. Tanto che quando il giornalista Ninni Andriolo fece un articolo sulla mia vicenda, lo chiamò un personaggio ‘importante’ per rettificare tutto, sostenendo che io mi ero inventata tutto. Andriolo non mi disse il nome, ma io penso che sia un grosso nome del mondo del giornalismo siciliano e sono pochi quelli in grado di fare tanto”

Quali furono le altre iniziative che prese sulla sua vicenda?
“Feci innanzitutto causa contro l’amministrazione sanitaria e vinsi la causa per il risarcimento del danno biologico. Ma non è finita: dietro consiglio di legali e di parenti, pensai di richiedere alla Regione per il riconoscimento di vittima innocente della mafia e della criminalità organizzata. Mai lo avessi fatto! Incominciarono a bombardarmi da tutte le parti, con inseguimenti, con telefonate particolari. Io andai avanti per la mia strada. Nel giugno del ’94 la pratica venne aperta. Nel corso della procedura, che passa anche attraverso la Procura, i prefetti Scammacca e  Romano dichiararono il falso.”

Cosa dichiarano?
“Dichiara che quel processo a Ferrera era stato archiviato. E allora, io presento denuncia alla Procura della Repubblica contro il Prefetto Romano. Dopo appena tre giorni, andai dal Procuratore della Repubblica, che allora era il dott.Alicata, il quale in un primo tempo mi elogiò, poi mi invitò, sulla base del fatto che il Prefetto non avrebbe saputo nulla allora, al perdono. Io mi indignai, risposi duramente e continuai sulla mia strada. Sarà lo Stato e non la Regione, malgrado viaggi e ricorsi a Palermo, a dichiararmi vittima della mafia. Dovrò, però, andare io a Roma, il 30 gennaio 1998, con tutti i documenti da portare al Ministero degli Interni. Lì c’erano solo documenti che potevano nuocermi. Fu  al Ministero che mi chiesero come mai non mi avessero dato una scorta. Il 15 marzo del 1998 fu riconosciuta vittima della mafia e della criminalità”

E altri fatti di rilievo?
“Quello del settembre del 1995, quando un signore mi venne a trovare a casa. Mi disse che sapeva cose sulla mia vicenda, in particolare sulla sera dell’aggressione in ospedale. Quest’uomo mi parlò di quella sera dell’aggressione, mi specificò alcuni particolari veritieri su quell’episodio. Mi disse che era lui alla guida della macchina dei miei aggressori. Dopo quindici giorni o un mese circa, non so di preciso perché mi assentai in quel periodo, lessi sul giornale che questo tizio era stato trovato ammazzato, incaprettato in una macchina, alla Playa. Dopo pochi giorni, il 4 novembre del 1995, i carabinieri trovarono un cesto di crisantemi sul pilastro della mia abitazione. All’interno del cesto c’era arrotolato un nastro nero che poi risulterà di fattura molto preziosa e importante che a Catania, a sentire i carabinieri, non si trova più, con su scritto a caratteri in oro: ‘se insisti ancora ti manderemo a trovare tuo padre’.”

Oggi, invece, cosa accade?
 Le intimidazioni continuano anche oggi, con telefonate di minaccia e messaggi al citofono, mentre è diventato difficile anche vendere la mia casa di Nicolosi, dove i carabinieri hanno di recente trovato legna accatastata davanti alla porta pronta per essere incendiata. Quando la gente sa di chi è, fugge via” Un obiettivo, con motivazioni diverse, anche di Enrichetta, malgrado la cefalea assillante: quello di andare via dalla città “che sta cambiando”. Prima però presenterà il conto allo Stato e alle sue “articolazioni” siciliane.

Marco Benanti
 
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    Eccoci qui con il nostro governo nuovo di zecca. Ha stravinto il Partito delle libertà di Berlusconi con l’apporto fondamentale della Lega Nord, il Partito Democratico di Veltroni ha subito una pesante sconfitta e i partiti di estremità sia a destra che a sinistra sono scomparsi dal parlamento. E’ il volto della nuova Italia bipolare nella quale, come già ci hanno dimostrato, si va d’accordissimo, c’è pace e dialogo perché il paese ha bisogno di stabilità e non c’è tempo da perdere.

    E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan.

    A inaugurare il nuovo metodo all’educato olio di ricino è stato Marco Travaglio. Che si è permesso ancora una volta di utilizzare la televisione come organo di informazione, cioè si è preso la briga, ad autentico sprezzo del pericolo, di dare ai cittadini una notizia. Per altro non esclusiva.

    Invitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che tempo che fa ha osato informare i cittadini italiani che il neo-presidente del  Senato Renato Schifani ha avuto, nel procedere della sua carriera, amicizie e frequentazioni poco raccomandabili. Con boss mafiosi per l’esattezza.


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    Inserto Terzo Millennio N. 58

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