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Un pentito fa luce sulla sorte del boss Pasqualino Marando PDF Stampa E-mail

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21 maggio 2008
Reggio Calabria.
Il boss sarebbe stato ucciso dai cognati durante la sua latitanza e seppellito in una tomba senza nome.





Che fine ha fatto Pasqualino Marando. Un pentito sostiene che il boss del narcotraffico sia stato ammazzato dai cognati durante la sua latitanza e il suo corpo seppellito nel cimitero di Platì in una tomba che reca una lapide senza indicazione del nome. Resta un alone di mistero sulle sorti di questo personaggio di primo rilievo della malavita organizzata calabrese, nonostante il contributo del collaboratore di giustizia Rocco Varacalli le cui dichiarazioni sono state depositate dal pm Nicola Gratteri agli atti del processo "Stupor Mundi" che si sta celebrando davanti al gup Santo Melidona.
Dall'analisi del contenuto delle dichiarazioni di Varacalli emergono particolari significativi che fanno luce sullo spaccato della operatività delle 'ndrine di Platì e Natile di Careri e i loro collegamenti con il Piemonte.
L'elemento di maggiore interesse nelle rivelazioni del pentito è riconducibile alla figura di Pasquale Marando, meglio noto come Pasqualino, nato nel 1961 a Platì dove fin da giovane si era segnalato per il suo carisma criminale destinato a crescere dopo il trasferimento in terra torinese, per la precisione a Volpiano, dove aveva impiantato una lucrosa attività di narcotraffico. In pochi anni era diventato uno dei maggiori importatori a livello nazionale. Il prestigio internazionale era stato certificato dall'operazione "Decollo": Marando era intervenuto per risolvere un contrasto militare tra importatori (cosche del Vibonese), e i venditori (gruppi paramilitari colombiani). Come contropartita per tale attività aveva preteso l'esclusiva sull'acquisto a prezzo di mercato del successivo carico di 541 chili di cocaina, poi sequestrati presso il porto di Salerno. Il carisma criminale era anche derivato dal fatto che proprio in quel frangente Marando riusciva a gestire la propria condizione di latitanza occupandosi anche delle attività di importazione. Di lui si era occupata la Dda con l'inchiesta "Igres", che aveva riguardato attività di massicce importazioni di cocaina dalla Colombia. Quando era sparito dall'indagine. Tra gli investigatori, quindi, era sorto il sospetto che in realtà questa improvvisa sparizione fosse stata determinata non da una precisa scelta di Marando ma da condizioni esterne, anche di natura tragica. I carabinieri del Ros erano giunti alla conclusione che il boss fosse stato ucciso durante una riunione di chiarimento sugli screzi nati all'inteno della sua famiglia. Avevano addirittura localizzato la casa dove si sarebbe consumato l'omicidio. Varacalli ricorda che durante un periodo di detenzione di Marando, la conduzione del narcotraffico era rimasta nelle mani dei suoi cognati, componenti della famiglia Trimboli. Una volta scarcerato avrebbe chiesto conto delle attività di importazione e dei guadagni, ricevendo risposte elusive. Varacalli ricorda alcuni omicidi che avevano colpito la famiglia Trimboli indicando in Marando l'esecutore. A suo dire sarebbe creata una faida all'interno della stessa famiglia riconducibile alla spartizione dei proventi delle attività delittuose Ma proprio nel contesto di questa contrapposizione assolutamente segreta sarebbe scaturito anche l'omicidio del boss poi seppellito in una tomba senza nome sulla lapide.
LA GAZZETTA DEL SUD




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