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Ibridi connubi tra mafia, poteri extraistituzionali e settori devianti dello Stato PDF Stampa E-mail
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Ibridi connubi tra mafia, poteri extraistituzionali e settori devianti dello Stato
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Altra obiezione ricorrente è quella che le dichiarazioni dei “pentiti” siano la causa dei maxiprocessi, le cui difficoltà di gestione sono ben note perché occorra discuterne. In proposito, deve registrarsi una curiosa trasposizione dei termini del problema, poiché viene attribuito a volontà dei giudici ed alle dichiarazioni dei “pentiti” quello che è solo l’effetto di una realtà mostruosa: e cioè di organizzazioni criminali che hanno in mano il controllo di estese fasce del territorio nazionale, che operano ormai in tutto il Paese, ed anche all’estero, e commettono una serie impressionante di crimini. E’chiaro che le giuste esigenze di celerità e il diritto della difesa sarebbero meglio assicurati da processi meno elefantiaci e con un minor numero di imputati; tuttavia, senza negare che talvolta tali esigenze avrebbero potuto essere meglio garantite, dovrebbe essere altrettanto evidente che, quando i fatti sono collegati da indissolubili nessi probatori, qualsiasi separazione di procedimenti non potrebbe che essere arbitraria, e sarebbe di sicuro nocumento per l’accertamento della verità. E ciò non senza considerare che, in sedi come, ad esempio, quella di Palermo, in cui la criminalità mafiosa è particolarmente violenta, certamente non sono uno o più maxiprocessi a determinare intralci alla giustizia ma la serie impressionante di gravissimi delitti che richiedono improbi accertamenti giudiziari e che, spesso, rimangono impuniti. Forse, non si è attentamente considerato che se, in ipotesi, anziché un solo processo con circa cinquecento imputati, fosse stato possibile instaurare una decina di processi con cinquanta imputati ciascuno, sarebbe stato necessario costituire dieci Corti di assise che operassero  contemporaneamente o, comunque, in tempi molto ravvicinati; con quali costi e quali problemi per la giustizia e per gli stessi difensori è fin troppo agevole prevedere. Né si è considerato che le centinaia di omicidi e di altri gravi crimini commessi a Palermo in pochissimi anni richiederebbero, per una sollecita e doverosamente approfondita istruttoria, un numero ed una qualità di inquirenti di gran lunga superiore allo sparuto drappello di magistrati che quotidianamente è costretto a confrontarsi con problemi, anche organizzativi, drammatici.
Questi sono i problemi che affliggono la giustizia penale nel settore della criminalità organizzata, e mi sembra veramente riduttivo e fuorviante attribuire le cause ai maxiprocessi e alle dichiarazioni dei “pentiti”, confondendo l’effetto per la causa. Certamente, non si intende dare copertura ed appoggio ad eventuali abusi ed esagerazioni che, in materia, possono essere stati commessi. Ma da ciò trarre le premesse per ostacolare il fenomeno del pentitismo sarebbe un errore di portata storica. E’ necessario che si discuta approfonditamente sulle eventuali norme più idonee ad assicurare che le propalazioni dei “pentiti” vengano assunte nel rigoroso rispetto della legalità democratica e del diritto di difesa. E si accerti pure col maggiore scrupolo quali possono essere i benefici più opportuni a favore dei “pentiti”, non in contrasto col principio costituzionale della obbligatorietà dell’azione penale. Ma mi sembrerebbe assurdo che, in virtù di malintesi principi garantistici, si dovesse rinunziare allo strumento del pentitismo che, sia pure tra luci ed ombre, ha consentito finalmente una chiave di lettura dall’interno della criminalità organizzata, aprendo importanti brecce nel muro dell’omertà, finora ritenuto impenetrabile.
Di fronte a fenomeni delinquenziali tuttora in atto, non è certo l’inasprimento delle pene – illusorio, e quasi mai seguito dalla pratica giudiziaria - che consente la soluzione dei problemi, ma solo una saggia politica legislativa che sappia armonizzare il rispetto dei princìpi costituzionali in tema di pena e di uguaglianza con quello, irrinunciabile, della difesa sociale.
(Aprile 1986, Courmayeur. Intervento di Giovanni Falcone al convegno dal titolo “La legislazione premiale”)

Giovanni Falcone


Articolo pubblicato sul numero di ANTIMAFIAduemila maggio 2002



 
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