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Restituiti beni a famiglia Riccobono PDF Stampa E-mail

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20 maggio 2008
Palermo.
Una dimenticanza procedurale costringe i giudici a restituire 10 milioni di beni ai Riccobono. Nessun dubbio che siano frutto di attività illecite.

 

I giudici della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo hanno restituito i beni del boss mafioso Rosario Riccobono, per un valore di oltre dieci milioni di euro, ai familiari del capomafia ucciso con il metodo della lupara bianca il 30 novembre 1982. In questo modo, la società Magis, proprietaria di numerosi immobili è tornata ai formali intestatari: la cognata di Riccobono, Maddalena Palmeri, e i nipoti Giuseppe e Francesco Vitamia. Per i giudici, nonostante gli intestatari di comodo, il vero proprietario è considerato colui che fu uno dei capimafia più pericolosi e sanguinari di Cosa nostra. Nonostante ciò, per una questione giuridica, lo Stato non ne può acquisire i beni.
Nel decreto di dissequestro i giudici scrivono che il bene è di provenienza illecita, acquistato o portato avanti e fatto crescere grazie a capitali mafiosi: ma la confisca è inammissibile perchè, si legge nella decisione, «il procedimento per l'applicazione della misura di prevenzione personale a carico di Riccobono non è mai stato avviato».
Il decreto di sequestro della Magis è del 26 maggio 1983. La decisione è stata adottata dai giudici presieduti da Cesare Vincenti, a latere Guglielmo Nicastro e Emilio Alparone, che hanno accolto l'istanza presentata dall'avvocato Giuseppe Di Peri, che assiste i Palmeri-Vitamia. Lo stesso legale difende pure la vedova del capocosca, Rosalia Vitamia, e la figlia Margherita Riccobono.
Intanto beni per un valore complessivo di un milione e mezzo di euro sono stati sequestrati dalla Direzione investigativa antimafia di Palermo. Si tratta di patrimoni mafiosi, illecitamente accumulati, che fanno riferimento ai fratelli Vito, Leonardo e Michele Vitale, ritenuti i capimafia di Partinico .
Il provvedimento, emesso dai giudici del Tribunale di Palermo, sezione Misure di prevenzione, è scaturito da complessi accertamenti svolti da personale del centro operativo Dia di Palermo, e dalla conseguente proposta di misura di prevenzione avanzata dalla procura della Repubblica.
Il sequestro dei beni ai boss Vitale riguarda un appezzamento di terreno, sei immobili, un fabbricato rurale e un fondo agricolo.
Il provvedimento, emesso dai giudici della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo, è scaturito da accertamenti svolti da personale del centro operativo Dia e dalla conseguente proposta di misura di prevenzione avanzata dal procuratore aggiunto Roberto Scarpinato e dal sostituto Paola Caltabellotta.
I fratelli Vitale a cui fa riferimento il decreto di sequestro, sono attualmente detenuti e devono scontare condanne per mafia e anche all'ergastolo. Sono fedelissimi del boss Salvatore Riina e sempre in linea con le strategie dei corleonesi.
Infine, i giudici hanno ordinato la confisca dei beni per il collaboratore di giustizia Giovan Battista Ferrante, 50 anni, e della moglie Concetta, 49.
Il pentito collabora dal 1996, e venne arrestato nel 1993 dalla Dia. La sua conoscenza di Cosa nostra, per via del fatto che era stato «figlioccio» del boss Rosario Riccobono, capo mandamento di «Partanna-Mondello», lo hanno portato a svelare ai magistrati tanti retroscena dell'organizzazione, contribuendo così alle indagini, comprese quelle sulle stragi di Falcone e Borsellino. Ferrante si è autoaccusato di aver partecipato alla strage di Via Pipitone Federico, all'uccisione del vicequestore di polizia Antonino Cassarà, del parlamentare europeo Salvo Lima, e degli attentati di Capaci e di Via D'Amelio.
ANSA

 
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    E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan.

    A inaugurare il nuovo metodo all’educato olio di ricino è stato Marco Travaglio. Che si è permesso ancora una volta di utilizzare la televisione come organo di informazione, cioè si è preso la briga, ad autentico sprezzo del pericolo, di dare ai cittadini una notizia. Per altro non esclusiva.

    Invitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che tempo che fa ha osato informare i cittadini italiani che il neo-presidente del  Senato Renato Schifani ha avuto, nel procedere della sua carriera, amicizie e frequentazioni poco raccomandabili. Con boss mafiosi per l’esattezza.


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