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Antimafia Duemila

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'Ndrangheta come Cosa Nostra? PDF Stampa E-mail


I rapporti politici con la sinistra e con la destra

di Giorgio Bongiovanni e Monica Centofante

Della 'Ndrangheta si è sempre parlato poco. Nell'immaginario collettivo essa ha assunto le sembianze di una forma di criminalità marginale nel panorama delle mafie italiane, di un mondo astratto fatto di riti, gerghi, spietati assassini e leggendari eroi. Nel gennaio del 1993 il giornale francese "Le Monde" scriveva che <<un tempo i Robin Hood della 'Ndrangheta si mettevano al servizio del popolo oppresso dalle truppe piemontesi>> mentre il regista Francesco Rosi, in seguito ad uno dei più crudeli omicidi consumati nel corso di una faida esplosa tra due opposti cartelli nella zona di Taurianova considerava che <<in fondo della Calabria per lungo tempo non ci siamo troppo preoccupati. Era un mondo chiuso, isolato culturalmente>>. Niente a che vedere con la pericolosità di organizzazioni come Cosa Nostra che nel corso degli anni si è imposta con la forza delle stragi e ha mietuto innumerevoli vittime tra quei funzionari dello Stato e della società civile che al suo potere si sono contrapposti. Il giudice Antonino Scopelliti, ucciso a Campo Calabro nell'estate del '91 mentre si preparava a sostenere la pubblica accusa nel maxi processo contro Cosa Nostra, pendente davanti alla Corte di Cassazione; il deputato DC reggino Lodovico Ligato; l'imprenditore Gennaro Musella, ucciso da una deflagrazione il 3 maggio del 1982 o il sovrintendente della polizia Salvatore Aversa, trucidato insieme alla moglie a Lamezia Terme sono solo parentesi nel quadro di una criminalità apparentemente indifferente a fatti politici ed istituzionali e più attenta a salvaguardare i propri interessi e il proprio territorio dai tentativi di infiltrazione di cosche avverse. "E finché si ammazzano tra di loro" non c'è dunque nulla di che preoccuparsi.
Oggi però, in seguito a vari fattori quali l'avvento del pentitismo - che in Calabria si è avvertito solo marginalmente - o le importanti operazioni brillantemente condotte da magistratura e forze dell'ordine, risulta molto più difficile credere a questa immagine dal sapore folcloristico o alla visione tramandataci da Tommaso Buscetta di una 'Ndrangheta che <<esiste ancora, ma a livello di servire la Cosa Nostra, non come entità che fa quello che gli pare e piace>>. Se un discorso in questi termini era possibile impostarlo tra gli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta, infatti, già dalla seconda metà degli anni Settanta non si può più parlare di superiorità di Cosa Nostra nei confronti della 'Ndrangheta ma di parità. Il 18 novembre del 1997, nell'audizione davanti alla Commissione Antimafia, il dottor Antonio Macrì, procuratore della Dda di Reggio Calabria, ha dichiarato che <<la mancanza di conoscenza e la capacità di lavorare nell'ombra, di non entrare nel mirino degli investigatori, della stampa, dell'opinione pubblica, hanno consentito alla 'Ndrangheta di crescere, di rafforzarsi e diventare quello che è attualmente, cioè un fenomeno diffusissimo, molto ramificato sul territorio, ma anche potente sotto il profilo economico e militare>>. Non manifestazione di arretratezza e di sottosviluppo quindi, ma organizzazione che, "nel silenzio e nell'indifferenza, ha oltrepassato nei decenni scorsi i confini regionali e si è impiantata stabilmente al Nord. Oggi è l'organizzazione sicuramente più diffusa in Piemonte, in Lombardia, in Emilia-Romagna, in Trentino Alto Adige e in Liguria." (1) E ha un forte radicamento all'estero e precisamente in Australia, nei paesi dell'Est, in Europa, in Canada e in America Latina. Non solo. Nel corso della recente Operazione Armonia, condotta dalla Dda di Reggio Calabria e imperniata sulle intercettazioni ambientali, è emersa l'esistenza di un nuovo assetto di vertice della 'Ndrangheta nella provincia di Reggio Calabria che prevede la suddivisione del territorio in tre "mandamenti" denominati tirrenico, jonico e di centro, quest'ultimo riferito al capoluogo reggino. Tali macroaree sarebbero a loro volta suddivise in collegi mentre le funzioni di coordinamento e di direzione delle attività criminali sarebbero svolte da un organismo denominato "provincia", in grado di intervenire anche nelle questioni interne dei singoli locali. Una struttura simile, anche se non identica, a quella di Cosa Nostra. Essa, infatti, "non è un organismo permanente, si riunisce solo in determinati momenti e per decidere su questioni particolarmente rilevanti. La particolarità di tale organismo consiste nel fatto che esso da un lato impegna tutte le 'ndrine al rispetto di queste decisioni e dall'altro le lascia del tutto autonome per quanto riguarda il resto delle attività mafiose. Con ciò la 'Ndrangheta è finora riuscita a garantire un comando centralizzato delle questioni più delicate - superando, così, una storica mancanza di direzione unitaria - e nel contempo è riuscita a lasciare ampi margini di autonomia ad ogni singola 'ndrina, assecondando in tal modo istanze e caratteristiche di fondo della plurisecolare storia della mafia calabrese" (2).

Una storia di famiglia


Differentemente da Cosa Nostra o dalla Camorra, la struttura di base della 'Ndrangheta è la 'ndrina, ossia la famiglia, radicata in un determinato territorio definito locale, che corrisponde ad un paese, ad un villaggio o ad un quartiere cittadino. In ogni locale possono esservi più 'ndrine le quali vengono indicate con il cognome del capobastone e quello delle principali famiglie alleate insieme al nome del paese o del quartiere della città in cui esse operano. Il capobastone non è subordinato ad alcuna autorità per quanto concerne il controllo del proprio territorio. Il dottor Boemi ha spiegato che <<la 'Ndrangheta si caratterizza per la presenza nei comuni grandi e piccoli dei cosiddetti locali aperti: locale aperto è quello in cui un gruppo di mafiosi (spesso 30 e più) organizzano la loro attività criminosa. L'affiliazione calabrese avviene essenzialmente in due modi estremamente diversi. In Calabria si diventa mafiosi per generazione, per casato, per discendenza, per il semplice fatto di essere nato in una famiglia di mafiosi. Il figlio di un mafioso è solitamente un mafioso e lo è sin dalle prime classi elementari. Si diventa mafiosi però anche per esigenza, in mancanza di lavoro, per l'assoluta impossibilità in questa regione di avere di fronte uno Stato che risponda nei modi essenziali alle esigenze di vita di un giovane moderno>>. Il collaboratore di giustizia Antonio Zagari precisa che ai figli maschi degli uomini d'onore calabresi viene conferito il titolo di giovane d'onore già all'atto della nascita. Se il padre, poi, è uno 'ndranghetista di grado elevato il bambino viene <<battezzato nelle fasce>>. Calogero Marcenò racconta che il giorno del battesimo il bimbo viene preso in braccio da un affiliato, una sorta di padrino, che pronuncia alcune parole di augurio prima che gli affiliati presenti lo bacino. Da quel momento è considerato "mezzo dentro e mezzo fuori" ma, continua Marcenò, <<per diventare affiliato vero e proprio dovrà comunque aspettare almeno l'età di 14 anni>>. Nella gerarchia di comando, così come avviene negli ambienti della nobiltà, le cariche vengono tramandate da un familiare all'altro. Con le dovute eccezioni. Il pubblico ministero Roberto Pennisi  nel processo a carico di Archinà Rocco + 44 scrive che alla morte di don Antonio Macrì, uno dei più prestigiosi capi nella storia della 'Ndrangheta, il nipote Vincenzo Macrì non riuscì a mantenere per molto il ruolo di comando che gli spettava di diritto e che venne presto assunto da Cosimo Commiso che pur non essendo imparentato con i Macrì era della stessa 'ndrina.
Anche i matrimoni entrano a far parte di una precisa strategia che mira all'allargamento dell'influenza e della potenza della cosca originaria. I carabinieri che hanno indagato sulla cosca di Saro Mammoliti di Castellace di Oppido di Mamertina hanno scoperto che le parentele dei vari indiziati di reato erano "'procurate' e pilotate attraverso complessi intrecci matrimoniali imposti al fine di scongiurare qualsiasi 'apertura' a soggetti indesiderati o scomodi, di volta in volta, sottoposti al vaglio dei rispettivi capi-clan componenti la cosca, garantendo al contempo la continuità ereditaria" (3). I matrimoni servono inoltre ad avvicinare elementi incensurati - che possono risultare utili alle cosche per aggiudicarsi determinati lavori pubblici - e ad allargare le famiglie assicurandosi un maggiore potere militare. Spesso, poi, "la posizione gerarchica nell'organizzazione è agevolata dalle parentele o dai matrimoni con elementi appartenenti alla famiglia di 'rispetto'" (4) Non sono ancora da sottovalutare la preservazione del patrimonio, la propagazione di una certa cultura e la possibilità di ostentare in pubblico, durante la cerimonia nuziale, amicizie di alto livello. Alle nozze di Girolamo Mazzaferro parteciparono professionisti, rappresentanti dell'amministrazione comunale e di partiti politici ed importanti esponenti delle cosche malavitose, tanto che si colse l'occasione per svolgere anche un summit mafioso. I matrimoni, infine, possono causare la rottura di vecchie alleanze o riportare la pace nel corso di cruente guerre.
Detto questo risulta certamente più facile comprendere il motivo per cui in Calabria il fenomeno del pentitismo non è esploso come in Sicilia o in Campania e significativa, a tal proposito, è la testimonianza rilasciata dal pentito Antonio Zagari: <<Per me, accusare mio fratello Enzo, anche se morto, fu come distruggere la sua immagine e il suo ricordo agli occhi di mia madre la quale pur sapendo che i propri figli non erano certo dei cherubini, non poteva minimamente immaginare che fossero spietati assassini. E ciò - sia consentito anche ad una persona come me che nella propria vita ha calpestato praticamente tutti i valori umani e sociali - non è certo una cosa che si può fare e accettare a cuor leggero>> (5). Ed è proprio per arginare il problema del pentitismo che Cosa Nostra siciliana avrebbe deciso di modificare i propri metodi di affiliazione adottando l'efficace strategia calabrese. L'attuale situazione è quindi la seguente: da una parte la Sicilia abbraccia la struttura familiare della criminalità organizzata calabrese, dall'altra, nell'organizzazione della 'Ndrangheta si registra un riassetto ai vertici sul modello di Cosa Nostra. Tale processo di trasformazione della 'Ndrangheta sarebbe iniziato al termine della cruenta guerra di mafia scoppiata nel 1985 a Reggio Calabria e protrattasi fino al 1991, nel corso della quale persero la vita quasi seicento persone.
E non è la prima volta che la criminalità calabrese tenta l'unificazione delle varie organizzazioni in un'unica struttura di comando. Una simile manovra sarebbe stata oggetto di dibattito, il 26 ottobre del 1969, nel corso di quello che potremmo definire il più importante summit del Montalto nella storia della 'Ndrangheta.

Le riunioni sull'Aspromonte


Come spiegano i magistrati reggini, <<rientra nella tradizione della 'Ndrangheta di tenere riunioni annuali nei pressi del santuario della Madonna di Polsi (situato nella zona del Montalto, in Aspromonte ndr.) tra la fine di agosto ed i primi di settembre di ogni anno>>. A presiedere tali meeting è il capocrimine: non un grado ma soltanto una carica di volta in volta conferita a diversi personaggi e che vale ad attribuire onore, prestigio e rispetto. Alle riunioni, come ricordato dal dottor Macrì, <<partecipano i rappresentanti dei 'locali' calabresi, ma anche i rappresentanti della Lombardia, del Piemonte, nonché i rappresentanti della 'Ndrangheta residenti fuori Italia: addirittura arrivano dall'Australia, dal Canada e da ogni altra parte del mondo>>. Anche il dottor Spataro conferma la presenza ai summit del Montalto dei capi dei locali delle 'ndrine che operano al Nord i quali si collocano tra i più importanti dell'organizzazione. "Nel passato ci sono state rilevanti personalità mafiose che hanno esercitato - con il loro prestigio, che spesso valicava i confini della Calabria, e con il loro potere - una indubbia influenza e autorità su tutti i mafiosi calabresi. Fra di esse si possono ricordare Giuseppe Nirta e Antonio Macrì della zona jonica reggina, Giuseppe Pesce e Giuseppe Piromalli nella piana di Gioia Tauro, Domenico Tripodo di Reggio Calabria" (6). Naturalmente mai nessuno assunse il ruolo di capo assoluto della malavita calabrese proprio per l'assenza di una struttura di vertice della quale, come abbiamo visto, si cominciò a sentire la mancanza nel corso della cruenta guerra di mafia dell'85-'91. In quegli anni, infatti, durante i summit sul Montalto non si era riusciti a raggiungere un accordo che potesse porre fine agli scontri.
Ritornando a quello storico 26 ottobre del 1969, secondo le recenti dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia vi fu in quell'incontro l'intento, difeso in primo luogo dai fratelli De Stefano (all'epoca facenti parte della cosca Tripodo), di convincere la 'Ndrangheta ad un'alleanza con la destra eversiva del principe Junio Valerio Borghese. E non a caso il summit si tenne proprio il giorno seguente il discusso comizio del principe a Reggio Calabria. Secondo il racconto di Giovanni Gullà a quel vertice non partecipò don Mico Tripodo poiché contrario ai punti in discussione ed anzi, qualche giorno prima, si incontrò da latitante con il questore Santillo al residence di Altafiumara. La cosa non deve apparire insolita dal momento che non è difficile trovare nei documenti redatti all'epoca da polizia o carabinieri la dicitura "fonte confidenziale", senza che questa fosse accompagnata dal nome del confidente. Ma tornando a noi, i giudici di Reggio Calabria, riallacciandosi alla sentenza del 2 ottobre del 1970, emessa dal tribunale di Locri e relativa ai fatti del Montalto, hanno dichiarato che <<la riunione ebbe ad oggetto la possibilità di adottare una strategia accentuatamente antistatalista, anche col ricorso a mezzi di aggressione con uso di esplosivi, che per la verità erano tipici delle nascenti organizzazioni terroristiche e non di quelle malavitose tradizionali, che ostentavano invece rispetto formale verso le istituzioni dello Stato>>. Tale proposta venne respinta sia per l'opposizione di alcuni capi storici della 'Ndrangheta sia per la mancanza di forza da parte dei proponenti che non riuscirono ad imporre la propria idea a tutte le 'ndrine. Tuttavia il patto tra destra eversiva e 'Ndrangheta non tarderà ad essere siglato.


Gli anni della svolta


Gli anni Sessanta furono caratterizzati principalmente dal contrabbando di sigarette, traffico che vide la compartecipazione di calabresi, palermitani, catanesi e napoletani. I capibastone più influenti dell'epoca furono sicuramente Mommo Piromalli sulla Piana di Gioia Tauro, Mico Tripodo su Reggio Calabria e Antonio Macrì sulla zona jonica. Quest'ultimo, secondo il collaboratore di giustizia Giacomo Lauro meriterebbe un discorso a parte poiché <<era il capo crimine e rappresentava, secondo me, non 'indegnamente', quella che si riteneva fosse 'l'onorata società'. Egli si può dire era il capo dei capi e non sono certo io ad avanzare o denigrare i suoi meriti>>. Della forte personalità criminale del Macrì era convinto anche il giudice Guido Marino, nel 1970 presidente del collegio giudicante del tribunale di Locri che firmò la sentenza contro Giuseppe Zappia + 71. Ed era facile dedurla dal rapporto stilato dal capitano dei carabinieri di Locri basato su indagini avviate nel '44 e sfociato in un processo la cui sentenza, nel 1950, dimostrava che "mentre altrove le controversie agrarie si discutono davanti al Tribunale e sono decise con sentenza, in Siderno e Locri si ricorreva alla occulta potenza del Macrì per imporre la volontà dei padroni ai contadini e ai mezzadri". E questo per non parlare dei collegamenti del capobastone calabrese con il Banco di Napoli o con il Siderno Group, operante in Canada e in Australia. Già in quegli anni Macrì, come altri capibastone della portata dei Piromalli o di Mico Tripodo, erano affiliati a Cosa Nostra e sintomatica è in questo senso la strage di Piazza Mercato, a Locri, del giugno 1967. Tra le vittime Domenico Cordì, un ex alleato di Macrì che stava tentando di "lavorare in proprio"; tra i sicari due esponenti di rilievo di Cosa Nostra: Tommaso Scaduto e Antonio Di Cristina; tra i mandanti Antonio Macrì. Da quel capo d'accusa Macrì venne assolto, insieme agli altri imputati, dalla Corte d'Assise di Lecce, cosa piuttosto comune in un'epoca in cui, come ci rivela Buscetta, i processi venivano aggiustati in Sicilia e <<specialmente in Calabria e nel napoletano>>.
Negli anni settanta il traffico di droga sostituì in buona parte quello delle sigarette sfruttando le stesse rotte, gli stessi mercati, gli stessi mercanti. Sia a livello nazionale che internazionale. Da un racconto del pentito Antonio Zagari, il cui padre Giacomo aveva contrabbandato in sigarette insieme a Giuseppe Pesce, capo della cosca di Rosarno, emerge un elemento che caratterizzava diverse 'ndrine: buona parte di queste finanziavano il traffico di droga con i proventi dei sequestri di persona. E secondo una segnalazione della questura di Caltanissetta, risalente al 1987, calabresi e siciliani erano coinvolti in una "rete di trafficanti di droga a livello internazionale" che si muoveva tra Beirut, Parigi, Roma, Istanbul, Dallas e New York mentre il gruppo capeggiato da Leo Talia aveva "canali di approvvigionamento" in Spagna, Turchia, Argentina e Colombia. I rapporti con quest'ultima si rafforzeranno grazie anche alla comune partecipazione di 'Ndrangheta e Cosa Nostra. Nel 1995, solo per citare un esempio, emerse dall'Operazione Gulliver un collegamento della mafia siciliana e della 'Ndrangheta con <<i cartelli dei narcotrafficanti operanti in Bolivia, Perù e Brasile". I rapporti tra la 'Ndrangheta e i paesi dell'America Latina sembrano essere ancora oggi piuttosto stretti. Con l'operazione Cartagine è stato individuato un cartello mafioso comprendente i Belfiore, i Molè-Piromalli e altre 'ndrine unito in società con la famiglia siciliana dei Caruana per importare droga dal Venezuela. "Nel corso del dibattimento è emersa la grande operatività di un'organizzazione complessa, in grado di movimentare quantità assai rilevanti di cocaina, e capace di organizzare 'canali di corruttela' per superare gli sbarramenti che normalmente sono attivati per le merci in transito dai paesi dove partiva la droga - Brasile, Colombia, Venezuela- a quelli di arrivo. Per il riciclaggio l'organizzazione di Belfiore si serviva delle banche svizzere di Chiasso, Lugano e Mendrisio dove sono stati accertati movimenti per 32 miliardi di lire, una cifra sicuramente parziale rispetto alla capacità economica della cosca in questione" (7). Il dottor Macrì ha inoltre sottolineato che le indagini svolte su territorio internazionale sono rivolte in particolar modo alle attività di riciclaggio. Spagna, Portogallo, Argentina, Brasile, Canada, Francia, San Pietroburgo, Mosca, Praga sono alcuni dei Paesi verso i quali sono indirizzate le inchieste degli inquirenti. Il dottor Ledonne ha aggiunto che <<territori come la Germania sono diventati i forzieri della 'Ndrangheta. Le nostre organizzazioni criminali operano, per quanto riguarda l'investimento e il reinvestimento dei profitti illeciti, all'estero>>. Non è inoltre da sottovalutare l'infiltrazione della criminalità calabrese nei territori del nord Italia, e in primo luogo in Piemonte e in Lombardia, dove ogni 'ndrina, come è avvenuto all'estero, ha una sua ramificazione. In Piemonte la 'Ndrangheta esercita una sorta di monopolio essendo quasi scomparsa la presenza delle famiglie mafiose siciliane presenti tra gli anni sessanta e la prima metà degli anni ottanta. Scomparsa in buona parte dovuta all'arresto di Angelo Epaminonda, di origine catanese, che fornì agli inquirenti le indicazioni per individuare i mafiosi siciliani attivi in quella zona. Diversa la situazione in Lombardia dove, come spiega il dottor Spataro, <<abbiamo registrato anche importanti rapporti con Cosa Nostra. Lo diciamo per evitare di trascurare il riferimento alla più pericolosa organizzazione criminale, almeno rispetto ai riflessi degli attentati contro le istituzioni. Sono documentati numerosi rapporti che però provano ancora il controllo dei calabresi su, per esempio, i canali di approvvigionamento. E' provato che, quando La Barbera e Gioè Antonino sono stati arrestati a Milano, si trovavano in quella città per trattare l'acquisto di grossissime partire di cocaina con i calabresi, che a mio avviso hanno quasi il monopolio dell'importazione della cocaina in Italia. Abbiamo riscontrato la presenza a Milano, dove sono stati arrestati, dei fratelli Graviano, che è ancora un po' avvolta dalla nebbia investigativa poiché vi sono indagini tuttora in corso ad opera soprattutto delle autorità giudiziarie di Firenze e di Palermo>>. Un discorso a parte è bene fare per la cosca Morabito-Palamara-Bruzzaniti di Africo il cui capo è Giuseppe Morabito, detto Tiradritto, latitante da diversi anni. Tale cosca è legata ai gruppi palermitani Fidanzati e Ciulla e la sua alleanza con Cosa Nostra dura da un decennio. Recenti sono invece i rapporti con i gruppi slavi e con i vertici dei gruppi albanesi emergenti. Ma "l'aspetto più interessante - come è riportato nel rapporto della commissione antimafia, redatto dal senatore Figurelli, sulla criminalità in Calabria - è la sua accertata capacità di muoversi sul terreno del riciclaggio e nei rapporti con esponenti del mondo bancario, finanziario ed istituzionale di Milano". E' stato inoltre attestato che nel 1997 il gruppo Morabito-Palamara-Bruzzaniti ha trasferito all'estero il patrimonio rappresentato da 26 società tramite Enrico Ciglio, un commercialista di Milano cognato di Michele Sindona. La transazione è stata effettuata dalla Eurosuisse italiana, società partecipata dalla Eurosuisse holding di Lussemburgo di Jean Paul Faber, ex-socio in affari di Cusani. "Ciglio dunque si rivolse al referente svizzero il quale lo mise in collegamento con la società lussemburghese di Faber, che cedette quella italiana, realizzando così la transazione. Le quote di tale società, già possedute da quella lussemburghese, furono trasferite ad una anonima svizzera con una triangolazione Milano-Lussemburgo-Lugano nel giro di 15 giorni. Il capitale ammontava a circa 50 miliardi, in quanto nel frattempo la società italiana era divenuta cessionaria delle quote di partecipazione delle 26 società" (8). Sappiamo ancora che la cosca avrebbe tentato di impadronirsi di esercizi pubblici e che sarebbe "entrata in affari" con gruppi dirigenti di istituti bancari con i quali si sarebbe creata una reciproca cointeressenza. Possiamo inoltre affermare che il radicamento delle mafie al nord, e in genere in tutta la nazione, è stato favorito da una mentalità perbenista, più attenta a salvare la faccia che non a risolvere il problema. Un magistrato della pretura di Aosta, Mario Vaudano ha raccontato al giornalista del Corriere della Sera Chiaberge che la sua convinzione circa i collegamenti tra criminalità locale e 'Ndrangheta fu contrastata dal procuratore della Repubblica del Tribunale che temeva si potesse creare <<un clima di sospetto, di militarizzazione e di confusione in una realtà pacifica come la Val d'Aosta>>.


I rapporti con i politici


Nel libro "Processo alla 'Ndrangheta" l'autore Enzo Ciconte si domanda quanto sia possibile parlare di "strategia politica" della criminalità organizzata calabrese. La risposta non appare facile per la struttura stessa di tale organizzazione che, essendo suddivisa in 'ndrine, e priva di una direzione di vertice è stata, almeno in passato, interessata da più politiche dei diversi locali. Addirittura da più orientamenti politici all'interno di uno stesso locale che avrebbero poi portato a sanguinose guerre per l'affermazione di una sola ideologia. E' certo comunque che la 'Ndrangheta strinse rapporti sia con la destra che con la sinistra e che con quest'ultima in particolare, accomunata da idee fortemente antistataliste, giunse quasi ad una sorta di identificazione tanto che alcuni 'ndranghetisti si iscrissero al Pci e altri furono eletti sindaci nelle liste presentate dal partito. La situazione mutò completamente tra la fine degli anni sessanta e l'inizio degli anni settanta quando il Pci comprese la natura criminale della 'Ndrangheta e quest'ultima rimase in parte collegata con i partiti governativi in parte con l'estrema destra. E' quest'ultimo il caso in particolare dei De Stefano ad Archi e dei Piromalli.


I moti di Reggio Calabria


Erano quasi 30.000 le persone che quel 5 luglio del 1970 ascoltavano il sindaco democristiano Pietro Battaglia gridare alla folla di tenersi pronta <<a sostenere con forza il diritto di Reggio alla guida della Regione>> ed alcune migliaia quelle che il successivo 14 luglio sfilavano in corteo per le vie della città e tentavano di occupare la stazione centrale e di bloccare la ferrovia. Fu "l'imprevedibile e violenta reazione delle forze dell'ordine" che in quella serata estiva dispersero la folla a dare il via ad una serie di violenti scontri tra popolazione e polizia che si protrassero fino all'anno seguente e che videro la partecipazione di diversi movimenti politici quali il MSI, Avanguardia Nazionale, Fronte Nazionale di Valerio Borghese e Ordine Nuovo. Gli animi si sedarono soltanto con le elezioni politiche del 7 maggio 1972 quando per il collegio senatoriale si presentarono Battaglia e Francesco Franco, missino ed ex segretario della Cisnal. Quest'ultimo vinse e con 43.377 voti fu eletto nelle liste del Msi. Detto questo è necessario sottolineare che la battaglia per l'affermazione di Reggio capoluogo e per l'ascesa della destra al potere trovò la forza in un collegamento molto stretto che le unità eversive della destra italiana ebbero con una parte della 'Ndrangheta di Reggio Calabria e delle 'ndrine collegate. Potremmo far risalire l'inizio di questo legame al settembre del 1970 quando Lauro, finito in carcere per una circostanza legata proprio ai moti, si incontrò con i detenuti Giuseppe Schirinzi e Aldo Pardo. <<Questi signori - ha raccontato lo stesso Lauro - erano stati tratti in arresto e poi, se non rammento male, condannati per l'attentato alla questura di Reggio Calabria. Questo attentato avvenne ancor prima dei 'moti di Reggio Calabria'. Quindi posso affermare con certezza che già dal 1969 a Reggio Calabria nella estrema destra eversiva c'era un progetto di seminare il panico e di una possibile rivolta armata>>. Secondo il collaboratore di giustizia Giacomo Lauro il patto tra destra eversiva e 'Ndrangheta dovrebbe risalire alla fine del 1968, inizi del 1969 <<perché rammento che sia Antonio Macrì che Domenico Tripodo erano contrari a questo discorso, tanto è vero che quando scoppiarono i moti di Reggio Calabria, … i De Stefano (che in quel periodo cominciarono ad acquistare una propria autonomia fino a divenire, in seguito alla prima guerra di mafia, i 'padroni di Reggio Calabria' ndr.) non operarono assieme… non operarono assieme a Domenico Tripodo, a Pirrello ed agli altri, operarono da soli, con l'aiuto della cosca Cataldo di Locri, con l'aiuto dei Vrenna di Crotone, con l'aiuto dei Piromalli e Mammoliti, per cui ha fatto tramite, o per i quali ha fatto tramite Fefè Zerbi, mi riferisco al marchese che ha una azienda agricola a Taurianova o da quelle parti, quindi si creò questo nuovo interesse verso questa frangia di trafficanti di sigarette, perché allora si lavoravano le sigarette nel '70, quindi non tutta la 'Ndrangheta partecipò a questi 'moti' ma una parte. La parte che io conosco è la parte dei De Stefano>>. Sempre secondo Lauro, inoltre, personaggi che rivestivano ruoli dirigenziali nella rivolta, come il marchese Zerbi e Paolo Romeo, <<quello che aveva il banco al mercato generale>>, erano affiliati alla 'Ndrangheta assieme ad altri soggetti del gruppo militare. Anche il pentito Giovanni Gullà ha testimoniato in relazione ai fatti di Reggio e in particolare in riferimento alle <<lacerazioni interne>> createsi in seguito alla decisione di prendere parte ai moti. Lacerazioni dovute a contrasti ideologici in campo politico. Nell'illustrare i fatti Gullà, così come Lauro e altri pentiti, descrive un mondo in cui esponenti del mondo politico e del mondo mafioso non solo si intrecciano in una fitta rete di connivenze ma sono, in diversi casi, la stessa cosa. Sempre secondo le dichiarazioni dei pentiti, e solo per citare un esempio, Paolo Romeo sarebbe stato esponente di Avanguardia Nazionale, 'ndranghetista, massone e legato ai servizi segreti.
Il rapporto tra 'Ndrangheta reggina ed estrema destra emerge anche dalla vicenda del fallito golpe Borghese che vide il coinvolgimento di fascisti, massoneria e Cosa Nostra e che il cui reale intento sembrò essere soltanto quello di "avvertire" il governo che era bene spostare il quadro politico a destra. E lo stesso è possibile dire per la strage di Gioia Tauro del 22 luglio 1970, anch'essa inquadrabile nella cosiddetta strategia della tensione. In quest'ultimo caso, però, occorre specificare che le autorità non parlarono di attentato ma di deragliamento di un treno che causò la morte di sei persone e il ferimento di altre 72. L'unica spiegazione possibile a tale insabbiamento, come riferito da Ciconte in "Processo alla 'Ndrangheta, "è che la strage fu cancellata perché a Reggio, diversamente che a Milano, era difficile indicare negli anarchici o nella sinistra i responsabili della strage. Inventarsi un Valpreda passi, ma due era proprio troppo".


La 'Ndrangheta imprenditrice


In seguito alla rivolta di Reggio il Governo presentò il "pacchetto Colombo", una proposta per la Calabria che tra l'altro prevedeva la costruzione del quinto centro siderurgico nella piana di Gioia Tauro e che segnò l'inizio di un consorzio tra mafiosi (tra i quali anche esponenti di Cosa Nostra), imprenditori e politici e il principio della prima guerra di mafia per l'accaparramento della fetta più grossa. Di particolare interesse, a questo punto, la seguente testimonianza del pentito Giacomo Lauro: <<Ora, se mi consentite, devo dirvi una verità, purtroppo, amara anche per voi. Quando alcuni imprenditori portarono dinanzi all'allora prefetto, questore e procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, il problema che la mafia, senza dubbio avrebbe messo le mani sulla torta, ebbene questi ebbero una facile risposta e cioè 'bisogna accontentare un po' tutti, altrimenti non recuperiamo la democrazia e ricadiamo sotto gravi disordini'… Comunque, di questo 'accontentare tutti' potete chiederlo all'ex senatore Nello Vincelli oppure a qualcuno della Cogitau (il consorzio a cui è affidato il compito di realizzare le infrastrutture  per il Centro siderurgico e il porto ndr.) che era presente quando don Giulio Andreotti, Presidente del Consiglio all'epoca, scese in Gioia Tauro a visitare il costruendo quinto centro siderurgico, quando già sapeva che il quarto stava chiudendo. Certo non si può addebitargli di essersi preso il caffè nell'albergo di don Gioacchino Piromalli, né addebitargli che fu proprio Gioacchino ad addolcirglielo ed a mescolarglielo perché, presumo, ci risponderebbe che nessuno dei presenti è stato così educato da presentarlo o dirgli chi era>>. Al termine della guerra, che vide Paolo De Stefano conquistare il titolo di capo assoluto della 'Ndrangheta di Reggio Calabria, persero la vita quasi mille persone, tra le quali importanti capi della portata di Antonio Macrì o di Mico Tripodo che non si erano adeguati alla trasformazione della struttura criminale calabrese ormai orientata verso le attività imprenditoriali, il traffico di droga, i sequestri di persona. La rapida ascesa dei De Stefano ai vertici dell'organizzazione è stata sicuramente agevolata dai contatti stabiliti negli anni settanta con ambienti romani di estrema destra vicini ai servizi segreti. I De Stefano strinsero, sembrerebbe tramite un certo Gianfranco Urbani, rapporti con la banda della Magliana (nella quale si registra anche la presenza, come capo, di Pippo Calò) alcuni componenti della quale furono coinvolti nel sequestro Moro e nell'omicidio di Mino Pecorelli. Secondo le dichiarazioni di alcuni componenti dell'organizzazione romana, Urbani era in contatto, oltre che con Paolo De Stefano, con Saverio Mammoliti, con Giuseppe Piromalli e con Domenico Papalia, della famiglia di Platì. Maurizio Abbatino, uno dei componenti della banda della Magliana divenuto poi collaboratore di giustizia, ha parlato di collegamenti di Paolo De Stefano <<con esponenti politici ed istituzionali della capitale>>. Oltre ai De Stefano operavano a Roma altri esponenti della 'Ndrangheta tra i quali Totò D'Agostino che un rapporto del 1979 dei carabinieri definisce in contatto con la <<delinquenza organizzata romana, lombarda e piemontese>>. D'Agostino si recava spesso in Tunisia, Marocco, Inghilterra e Norvegia e <<aveva costituito con elementi calabresi, integrati da pregiudicati romani, una anonima sequestri che operava nella capitale>>. Venne ucciso il 2 novembre del 1976, cinque mesi dopo l'assassinio del giudice Vittorio Occorsio, del quale era confidente, e che pochi giorni prima della sua morte, come dissero i magistrati di Reggio Calabria "aveva detto 'ho tra le mani qualcosa di clamoroso', e certamente in quei giorni la sua attività dovette essere frenetica se è vero che si era incontrato con un giudice di Zurigo circa i canali di riciclaggio del denaro 'sporco' proveniente dai sequestri di persona, se si stava occupando dell'acquisto della sede a Roma dell'Ompam (Organizzazione mondiale per l'assistenza massonica), se, infine, proprio due giorni prima del 10 luglio aveva convocato nel suo ufficio Licio Gelli". Fu ritenuto responsabile dell'omicidio Pier Luigi Concutelli, esponente di Ordine Nuovo. Degli incontri tra D'Agostino e Occorsio parlò Cesare Polifroni, uno 'ndranghetista arrestato nel '94, a Torino, in compagnia della cugina di Pablo Escobar. Polifroni parlò anche di contatti tra D'Agostino e Gheddafi <<a cui partecipavano degli arabi e dei siciliani>>, poiché era in preparazione <<un piano per attuare in Italia un colpo di Stato o quanto meno la separazione in Calabria ed in Sicilia con l'appoggio di Gheddafi e della destra eversiva>>. D'Agostino, inoltre, conosceva bene Sindona e, spiegò ancora Polifroni <<mi disse […] che dava i soldi a Sindona per una giusta causa e che lui aveva molti soldi da gestire di tutte le famiglie della 'Ndrangheta e che dava a Sindona. Si trattava della vicenda del golpe finanziario con questi soldi. Totò D'Agostino si incontrava a Milano con Luciano Liggio sempre nello stesso periodo e, penso, per la vicenda del golpe>>.
Di particolare interesse anche i collegamenti tra la 'Ndrangheta, Cosa Nostra e il sequestro Moro poiché entrambe le organizzazioni criminali furono attivate, da ambienti politici, per la ricerca dell'onorevole e successivamente disattivate da Frank Coppola e da "un'altra persona" la quale, secondo una testimonianza di Vincenzo Vinciguerra disse che quell'uomo doveva morire.


L'ingresso nella massoneria


Grazie alle dichiarazioni fornite dai pentiti, in particolare quelli interrogati nel corso dell'Operazione Olimpia, sappiamo oggi che l'ingresso della 'Ndrangheta, in qualità di organizzazione, negli ambienti massonici risale alla fine degli anni settanta. E' bene specificare che prima di tale data, che tra l'altro coincide con quella dell'ingresso nella massoneria di Cosa Nostra - e non possiamo certo considerarlo un caso visti gli stretti rapporti intercorsi tra mafia calabrese e mafia siciliana - alcuni elementi appartenenti ai vertici delle cosche erano già massoni. Tra questi ricordiamo Antonio Macrì, Antonio, Giuseppe e Francesco Nirta, Girolamo Piromalli, Vincenzo Mazzaferro e tutti i suoi fratelli, Paolo e Giorgio De Stefano e molti altri. Con l'ingresso in tale ordine vennero istituiti nuovi gradi all'interno dell'organizzazione criminale calabrese denominati Santa e Vangelo e successivamente quintino, associazione, quartino e trequartino. Non tutti, né dalla parte della massoneria né da quella della 'Ndrangheta si trovarono d'accordo con l'entrata degli 'ndranghetisti nelle file massoniche e chi si oppose pagò con la vita il proprio dissenso. Secondo Enzo Ciconte, "la 'Santa' rappresentava soltanto la decisione adottata dai capi dell'epoca di creare, dentro la 'Ndrangheta, una struttura più riservata di comando che avesse, grazie all'adozione di regole particolari, una maggiore flessibilità nei rapporti con le istituzioni, la politica, i centri di potere occulto come alcune logge massoniche deviate", "era funzionale alla ricerca di <<sbocchi politici impensati>>, di investimenti economici, di coperture a livello di magistrati e di collegamenti con quei ceti sociali tradizionalmente presenti nelle logge" (9). L'ingresso nella massoneria rappresenta quindi l'occasione per "fare un salto di qualità e inserirsi nei circuiti del potere per trasformarsi in 'mafia imprenditrice', in soggetto economico e politico autonomo, capaci di interloquire con i rappresentanti delle istituzioni, delle amministrazioni pubbliche, dei partiti, e offrire i propri 'servizi' nel settore degli appalti, nella raccolta dei consensi elettorali, e così via" (10). Essere massoni è avere una maggiore integrazione con la società civile, estendere i propri disegni egemonici al mondo della politica, dell'economia, delle istituzioni ed assicurarsi una fondamentale impunità. Significativa, anche in questo campo, la testimonianza lasciata da Giacomo Lauro ai magistrati di Messina Giorgianni e Vaccara: <<Sino alla prima guerra di mafia la massoneria e la 'Ndrangheta erano vicine, ma la 'Ndrangheta era subalterna alla massoneria, che fungeva da tramite con le istituzioni. Già sin da allora la massoneria ricavava un utile diretto percentualizzato, in riferimento agli affari che per conto nostro mediava. Invero vi era una presenza massonica massiccia nelle istituzioni tra i politici, imprenditori, magistrati, appartenenti alle forze dell'ordine e bancari, e pertanto vi era un nostro interesse diretto a mantenere un rapporto con la massoneria. E' evidente che in questo modo eravamo costretti a delegare la gestione dei nostri interessi, con minori guadagni e con un necessario affidamento con personaggi molto spesso inaffidabili. A questo punto capimmo benissimo che se fossimo entrati a far parte della famiglia massonica avremmo potuto interloquire direttamente ed essere rappresentati nelle istituzioni. Fu così che De Stefano Paolo, Santo Araniti, Antonio, Giuseppe e Francesco Nirta, Antonio Mammoliti, Natale Iamonte, ed altri entrarono a far parte della massoneria, e fu anche così che venne fuori l'idea di candidare alle comunali di Reggio Calabria l'avv. De Stefano Giorgio, cugino dell'omonimo Paolo e Pietro Araniti, cugino del più noto Santo candidato alle Regionali. In questo contesto si fece pressione sul senatore Nello Vincelli per candidare alle politiche Vico Ligato, vicino alla famiglia De Stefano, e venne candidato l'avv. Paolo Romeo, con trascorsi in Alleanza Nazionale, nelle liste del Partito Socialdemocratico. Per quanto detto è evidente che le famiglie 'ndranghetiste avevano una rappresentanza diretta in seno alle istituzioni ed avvalendosi del ruolo massonico gestivano con forza la cosa pubblica. La magistratura per il tramite di alcuni suoi rappresentanti, assumeva un ruolo di garanzia nella gestione degli interessi prima descritti. Mi risulta personalmente che anche alcuni magistrati avevano aderito alla massoneria e per garantirli, la loro adesione era all'orecchio e i loro nominativi venivano tramandati oralmente da maestro in maestro e che altri magistrati erano rappresentati da fratelli regolarmente iscritti alle logge di Reggio Calabria di Gioiosa Jonica e Roccella Jonica>>.
In conclusione possiamo sostenere che il patto tra massoneria e 'Ndrangheta è servito a creare una struttura di potere nella quale ognuno dei due poteri occulti trovava un proprio interesse: da una parte i massoni potevano avvalersi del potere militare e intimidatorio delle cosche, dall'altra i mafiosi erano coperti a livello politico, amministrativo, imprenditoriale e giudiziario.



Conclusioni


Il presente articolo non pretende di esprimere in sintesi tutta la storia della 'Ndrangheta, della quale tocca soltanto gli aspetti, a grandi linee, più rappresentativi. Le informazioni qui in sintesi riportate vogliono soltanto fornire un quadro il più possibile esaustivo del forte peso criminale della 'Ndrangheta non solo in territorio nazionale ma anche a livello internazionale. Le commistioni e l'identificazione stessa delle differenti personalità criminali con il mondo politico, amministrativo, imprenditoriale e giudiziario ci aiuta sicuramente a comprendere le motivazioni per cui tale organizzazione criminale non ha avuto bisogno di commettere delitti eccellenti, o almeno non con la frequenza con la quale lo ha fatto Cosa Nostra, per scendere a patti con le istituzioni. E' chiaro che avendo propri uomini nelle istituzioni stesse risulta per lei più facile influenzare il sistema dall'interno, assicurandosi al tempo stesso una preziosa impunità (oggi, e solo per citare un esempio, Italo Falcomatà, indagato per turbativa d'asta, è stato nuovamente eletto sindaco di Reggio Calabria). Ciò comporta indubbiamente notevoli difficoltà nelle indagini condotte dagli inquirenti calabresi i quali, come vedremo nelle seguenti interviste, non solo vengono ostacolati ma non vengono loro forniti i mezzi, anche in termini di personale, per affrontare l'immensa mole di lavoro in una regione erroneamente considerata meno a rischio rispetto alle vicine Sicilia o Campania. La situazione inoltre si aggraverà maggiormente in conseguenza della riorganizzazione della struttura dell'associazione malavitosa calabrese che darà vita ad una organizzazione verticistica ancor più impenetrabile e pericolosa la quale stringerà rapporti sempre più stretti con le altre mafie presenti sul territorio italiano e non e in particolar modo con Cosa Nostra. E la strategia adottata dal suo principale esponente, Bernardo Provenzano e dallo stesso Matteo Messina Denaro (considerato suo probabile successore), entrambi legati ai capi calabresi, ci dimostra che il destino è segnato.

Giorgio Bongiovanni e Monica Centofante




NOTE


1) Relazione sullo stato della lotta alla criminalità in Calabria, redatta dal Senatore Figurelli e approvata dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni criminali similari in data 26 luglio 2000.
(2) Ibidem
(3) P. Fabiano, L CC Catanzaro, CP Reggio Calabria, Mammoliti Saverio + 12, 1992
(4) Ielasi e Cisterna, Iamonte Natale + 95
(5) M. Grigo, GIP Milano, Zagari Antonio + 155, 1994
(6) Relazione sullo stato della lotta alla criminalità in Calabria, redatta dal Senatore Figurelli e approvata dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni criminali similari in data 26 luglio 2000.
(7) Ibidem
(8) Ibidem
(9) Enzo Ciconte, Processo alla 'Ndrangheta, Laterza
(10) Relazione sullo stato della lotta alla criminalità in Calabria, redatta dal Senatore Figurelli e approvata dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni criminali similari in data 26 luglio 2000.
(11) Ibidem


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ACCADDE IL 3 MAGGIO 1982…

La mattina del 3 maggio 1982, una potente deflagrazione ed un gran boato scossero, come un terremoto la città di Reggio Calabria, disintegrando col corpo la vita di un uomo. Moriva dilaniato nell’esplosione della sua autovettura, mio padre, l’ingegnere Gennaro Musella, professionista salernitano trasferitosi con la sua azienda in Calabria per lavori di Opere Marittime. Fu un barbaro assassinio. Una carica  potentissima di esplosivo posta sotto il sedile di guida , l’accensione, poi quasi una strage. Un attentato che, insieme a quello dell’imprenditore Gullaci nel 2000 a Gioiosa Ionica, rimane unico in Calabria, per le sue modalità, le stesse adottate in Sicilia per i delitti Chinnici, Falcone, Borsellino.E l’ombra della Sicilia si affaccia ,infatti, anche nel delitto Musella che da più parti fu inquadrato nell’ambito dell’assegnazione dell’appalto per il porto di Bagnara Calabra, le cui gare furono vinte rispettivamente, prima e dopo, dai famosi cavalieri del lavoro di Catania, Costanzo e Graci .In un rapporto all’autorità giudiziaria i carabinieri del nucleo operativo di Reggio Calabria denunciarono per associazione mafiosa diverse persone tra cui assessori regionali dell’epoca, un ingegnere del genio civile regionale ed il boss catanese Nitto Santa Paola, già autore di numerosi delitti tra cui quello del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. L’omicidio Musella suscitò intensa e profonda commozione nei vari ambienti cittadini nei quali il professionista era stimato e ben voluto; per la prima volta nella storia, il 7 maggio 1982, gli studenti reggini scesero in piazza per manifestare contro la mafia. Un folto corteo  sfilò silenzioso per le vie della città fino ad assembrarsi sotto casa dell’imprenditore dove numerosi fiori furono lasciati dai ragazzi sul posto dell’attentato.. Eppure dopo tanti anni , (ne sono passati 19 ad oggi) lo Stato a quel delitto non ha dato nessuna risposta. Il caso fu archiviato nell’88 contro ignoti per poi essere riaperto dalla D.D.A di Reggio Calabria nel 1993 che ha portato a termine l’inchiesta e consegnata al Gip per i rinvii a giudizio. Il processo però non si è mai celebrato perché il gip ha rigettato l’istanza.
Le morti della gente comune come mio padre, forse non hanno diritto alla giustizia; vengono dimenticate; a loro non sono dedicate né vie né scuole. Solamente grandi personaggi in Italia hanno l’onore di un processo! Mio padre è stato  scomodo in vita per un certo ambiente e continua ad essere scomodo dopo la morte; evidentemente la verità  sull’assassinio, lapalissiana per certi aspetti, non a tutti avrebbe fatto piacere. Ciò nonostante, ringraziamo i magistrati della D.D.A di Reggio Calabria che hanno lavorato tantissimo sul caso unitamente alla Criminalpol, a tutti loro va la nostra gratitudine. Noi continueremo a ricordare quella morte alle coscienze della gente, col nostro impegno, giorno dopo giorno, così come abbiamo sempre fatto, affinché non resti vana, ma possa avere un senso, così come le vite di noi  familiari.
In fondo, da allora ad oggi, le cose non sono molto cambiate. Gli imprenditori così come per anni mio padre, vengono ricattati, minacciati e taglieggiati. In Calabria, le imprese mafiose continuano ad aggiudicarsi i grandi appalti, le tangenti sono sempre in vigore così come l’associazione tra mafia e ndrangheta; non mancano,  ancora oggi, infatti, gli appalti in cui risultano aggiudicatarie o comunque interessate le imprese della vicina Sicilia. 
 Adriana Musella


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Chi è Giuseppe Morabito

Ricercato da quasi undici anni Giuseppe Morabito, detto "Tiradritto", è da molti considerato il più potente capo bastone dell'Onorata Società Calabrese. Inserito nella lista dei 30 latitanti di massima pericolosità - accanto a Matteo Messina Denaro, Bernardo Provenzano o Pasquale Condello - ha sempre fatto del silenzio la sua politica, tanto che la sua prima condanna per associazione mafiosa arriva solo nel 1995. Ancora oggi Morabito non è chiamato a scontare alcun ergastolo a dispetto della sua "brillante carriera" nell'Onorata Società. Nel 1952, dopo l'alluvione che colpisce Africo, viene denunciato per occupazione arbitraria di baracche e danneggiamento e in seguito per porto abusivo di coltello e pistole, tentata violenza privata e lesioni personali. Nel 1954/55 riceve una condanna a tre mesi per porto abusivo di armi e a due per lesioni personali. Il 22 dicembre del 1965 i carabinieri di Ortì lo denunciano per intimidazione mafiosa e detenzione di armi. Nel 1967 viene indagato per un suo possibile coinvolgimento nell'assassinio di Domenico Cordì, Carmelo Siciliano e Vincenzo Saraceno. Nel 1971, assolto da tale accusa per insufficienza di prove, viene arrestato per associazione a delinquere insieme all'allora sindaco di Africo Nuovo Santoro Maviglia e a Giuseppe Ursino. Il 10 gennaio del 1972 è di nuovo nei guai con la giustizia per rissa aggravata, tentato omicidio, porto e detenzione abusiva di fucile e cartucce. Il 21 gennaio dello stesso anno viene sottoposto a sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, per due anni, in un paese in provincia di Cuneo. Tiradritto non raggiungerà però il Piemonte e per questo verrà nuovamente arrestato e scarcerato l'anno successivo per decorrenza dei termini di custodia preventiva. Verrà mandato al soggiorno obbligato a Civezzano, in provincia di Trento e poi di nuovo a Borgo San Dalmazzo. Nel corso di tutti gli anni Settanta la sua cosca avrà un ruolo prevalente nel contrabbando di sigarette e successivamente nel traffico di sostanze stupefacenti e Giuseppe Morabito diventerà una vera e propria potenza negli ambienti 'ndranghetisti. Alla fine del 1980 viene nuovamente arrestato con l'accusa di estorsione e danneggiamenti mediante esplosivo di una ditta appaltatrice e nel 1981 è nuovamente accusato e assolto dall'accusa di essere uno dei mandanti della "strage di Locri". Gli anni successivi lo vedranno coinvolto in sequestri e reinvestimento di denaro ottenuto dai riscatti mentre vengono strette forti alleanze tra 'Ndrangheta, pezzi delle istituzioni, servizi segreti e Cosa Nostra. Secondo quanto raccontato dal pentito Vittorio Jerinò, boss di Gioiosa Jonica, nel corso della sua latitanza Totò Riina si sarebbe "ogni tanto" recato ad Africo, "ospite del Morabito". Il 16 ottobre del 1986 Tiradritto viene nuovamente denunciato dai carabinieri di Melito Porto Salvo con l'accusa di essere il mandante dell'omicidio di Michele Tuscano e il 24 aprile del 1989 dalla questura di Vicenza per associazione  per delinquere di tipo mafioso finalizzata alla consumazione di sequestri di persone a scopo di estorsione. Appena un mese dopo arriva da Milano la denuncia per associazione per delinquere di stampo mafioso finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, riciclaggio di denaro proveniente dai sequestri di persona, traffico di banconote, assegni contraffatti e opere d'arte, recupero crediti attraverso atti intimidatori. Nello stesso anno la questura di Reggio Calabria lo denuncia per associazione per delinquere di stampo mafioso finalizzata alla commissione di diversi delitti, mentre è sempre più inserito nel lucroso mercato degli appalti. Sempre nel 1989, assistito dal suo avvocato di fiducia Giuseppe Lupis del Foro di Locri - già avvocato di Enzo Cafari e don Stilo e più volte ospite del programma "Sgarbi Quotidiani" - Tiradritto invia una lettera di diffida al capo della polizia Vincenzo Parisi sostenendo di essere perseguitato da vent'anni dalla pubblica sicurezza. Due settimane dopo la notifica della diffida viene emesso nei suoi confronti un ordine di arresto dalla procura di Locri per associazione mafiosa finalizzata alla commissione di sequestri di persona, riciclaggio, traffico di sostanze stupefacenti ed armi. Il 22 aprile 1991 viene denunciato dai Carabinieri di Bianco per oltraggio e minaccia aggravata a pubblico ufficiale e il 2 novembre 1992 è inquisito con una ordinanza che evidenzia il suo collegamento con le famiglie di San Luca, Platì, Natile di Careri ed Africo Nuovo ma in quella data è già latitante. In questi ultimi anni la sua potenza e quella della sua cosca nel campo del traffico internazionale di stupefacenti è incrementata e sempre più stretti sono i rapporti con i cartelli colombiani e con i kosovari.
M.C.

 
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    In questo numero:
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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

    Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri umani.


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    Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt.
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    Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali.
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