La Rivista
Editoriali
Il pentito | Il pentito |
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Emanuele Brusca, che oggi vive da qualche parte, in Italia, sotto un
falso nome, parla del suo ruolo all’interno di una delle più importanti
famiglie mafiose, di suo fratello Giovanni e della sua pericolosa
rottura con il passato di Petra Reski Signor Brusca, a che età ha raggiunto la consapevolezza di essere cresciuto in una famiglia mafiosa? A dire il vero non è che te ne accorgi. E’ uno stile di vita, un’infanzia normale, una vita normale. Nella mia famiglia vivere nella mafia era tanto naturale quanto lo era respirare. Per noi non c’è stata un’altra scelta. Tutti quelli che mi conoscevano in paese lo sapevano e facevano di tutto per invitarmi a cena o a pranzo. E questo solo per farle capire cosa rappresentava uno di noi. Immagini di crescere in un simile ambiente e mi dica come avrebbe trovato scampo! Io avevo pochissimi amici. Tu non sai mai se chi ti invita lo desidera veramente o se lo fa per ipocrisia, perché vuole qualcosa da te – una raccomandazione o un aiuto. Mio padre sottolineava sempre che c’era una differenza tra l’essere temuto e l’essere rispettato. Lui voleva essere rispettato, non temuto. E a Natale la casa straboccava di doni tanto che non sapevamo che farcene di tutti quei regali. Ma come si fa ad uscire da un tale ambiente? Si sentiva un bambino normale quando la sua famiglia veniva ricoperta di regali? Ora io potrei dire: mio padre aveva molti amici… Ma sì, con il tempo ho compreso cosa stava accadendo. Soprattutto dopo la mia affiliazione alla mafia. Avevo 27 anni. Mio fratello Giovanni e mio padre erano contrari, avevano sognato per me un altro futuro, ma c’erano delle persone che spingevano affinché io fossi ammesso all’organizzazione. Perché accadeva spesso che a casa nostra si riunissero uomini d’onore e ogni volta venivo gentilmente esortato a sparire. Per essere ammesso non dovetti dare una prova di coraggio, non dovetti commettere nessun omicidio, niente. Bastava essere il “figlio di…”. Cosa avrei dovuto fare? Denunciare mio padre e mio fratello? I miei parenti? I miei amici? Farmi ammazzare? Non c’era nessuna possibilità di opporsi all’affiliazione. La mia unica via d’uscita era il silenzio. E non ha odiato suo padre per questo? No. Avevo grande rispetto per lui. Come padre era una persona molto equilibrata. Sì, e fuori, era un altro mondo… Noi avevamo un buon rapporto e non gli ho mai imputato nessuna colpa. Il nostro ambiente era proprio così – era una cosa che risaliva a diverse generazioni e che fortunatamente adesso veniva interrotta. Per lo meno per quanto mi riguarda. Perché suo fratello e suo padre non volevano che lei venisse affiliato alla mafia? Loro speravano che io avrei potuto avere un altro futuro, che avrei potuto studiare e apprendere una buona professione. Agli altri uomini di Cosa Nostra dissero di riflettere sul fatto che non avevo mai dato una prova di coraggio e quindi non sarei stato affidabile se fossi stato messo sotto pressione. Ma questo non bastò per impedire la mia affiliazione. Grazie a mio padre la cosa rimase tuttavia “riservata”. Il che significa che solo gli appartenenti alla mia stretta famiglia mafiosa lo sapevano. Si sarebbe potuto opporre se le avessero ordinato di commettere un omicidio? Venire affiliati significa: commettere omicidi. E questo vuol dire: tu sei a nostra totale disposizione. Però non so cosa avrei fatto se avessi veramente dovuto ammazzare qualcuno. Quale era il suo compito? Io ho accompagnato mio padre. Lui non aveva la patente, quindi lo dovevo portare in giro e sbrigare commissioni per lui. Ho dovuto anche rinunciare ai miei studi di medicina, nonostante avessi già dato tutti gli esami fino al terzo anno. Mio padre ha avuto rimorsi per tutta la vita: si è sempre rimproverato del fatto che per colpa sua dovetti interrompere le lezioni. Quando ha saputo che suo padre e suo fratello commettevano delitti? Non voglio glissare la domanda. Naturalmente nessuno mi ha detto: “Ho ucciso”. C’erano però segnali in base ai quali era possibile ricostruire qualcosa… Che tipo di segnali? Naturalmente non ho mai avuto una prova sicura al cento per cento ma si poteva immaginare. Quando uno esce, poi ritorna… Lo capisci, volente o nolente. Questo le faceva paura? No, no. Io sono rimasto molto tranquillo. Ho cercato di rimuoverlo dalla mente. Non volevo pensare che fosse vero. Suo fratello Giovanni è considerato uno dei killer più sanguinari della storia della mafia. Non c’erano occasioni per parlare di questo. Noi conducevamo due vite diverse, avevamo diversi punti di vista. Giovanni agisce in modo istintivo, è impulsivo, per quanto io lo possa giudicare. Per come lo conosco io è una persona di buon cuore, generosa. Per quanto riguarda naturalmente le altre cose… Bisognerebbe parlare della sua difficile situazione. Che lui… non lo so. Lui è l’assassino dei giudici Giovanni Falcone e Rocco Chinnici. Ha ucciso il piccolo Giuseppe di Matteo e ha commesso in totale più di 150 omicidi. Il fatto che lui fosse andato così avanti mi ha sconvolto. Mi ricordo, all’epoca ero in carcere, quando filtravano sempre più notizie sull’attentato a Falcone. Ho supplicato che mio fratello non fosse coinvolto anche in questo, poi ho saputo che era li. Come ci si sente? Come seppelliti vivi. Ora è facile dire: io avrei fatto questo o quest’altro. Come tutte le famiglie mafiose anche la sua era molto credente. Sì. Già prima che io frequentassi il seminario noi andavamo sempre all’Azione Cattolica, l’organizzazione cattolica laica. Mio fratello ed io eravamo chierichetti. Questa non le sembrava una contraddizione? Quando mi trovavo in isolamento nel carcere di massima sicurezza dell’Asinara ho visto incredulo molti uomini pregare con fervore. Uno era il mio vicino di cella. Aveva commesso parecchi omicidi ed era stato condannato al carcere a vita e io gli domandai: come fai a pregare così semplicemente? Con questa passione? Con quello che hai fatto? Per me era incompatibile. E lui mi rispose che a me non competeva giudicare la sua fede. Lui disse di essere pronto a rispondere dei suoi errori, davanti a Dio si era probabilmente già pentito. Ma detestava che altri dicessero cosa avrebbe dovuto fare un infedele. Io sono ancora oggi convinto che non si possa allo stesso tempo uccidere e pregare. Forse loro pregano per ottenere qualche beneficio, un vantaggio, forse un aiuto. Ma l’intensità della loro fede si può avvertire. Lei frequentava il seminario di Monreale. Sì, avevo certamente un angelo custode quando sono stato ammesso. Mi ricordo ancora il giorno in cui il sacerdote arrivò nella nostra scuola per convincere noi giovani ad entrare in seminario. Io ero affascinato dalle sue parole, mio nonno era invece completamente contrario. Ebbi la possibilità di ottenere una formazione umanistica. Fino all’età di 16 anni rimasi in seminario. Ne uscii perché avevo l’intenzione, un giorno, di sposarmi e avere dei figli. Rimasi fino alla maturità ma da esterno. Se anche mio fratello Giovanni avesse avuto la possibilità di frequentare una scuola, chi lo sa, forse il suo destino sarebbe stato un altro. Come ha reagito lei quando ha saputo che suo fratello era diventato un traditore? Lo ho saputo mentre mi trovavo nel carcere dell’Asinara, dalla televisione. Ho avuto paura perché non sapevo come sarebbero andate le cose per me la dentro. Ero in prigione con i più grossi boss della mafia, all’Asinara non vengono portate persone qualunque. Se soltanto avessi accennato al fatto che approvavo la decisione di Giovanni avrei firmato la mia condanna a morte. E se avessi disapprovato sarei stato ipocrita. Quale reazione decise di avere? Ho pianto. Gli altri pensavano che io stessi piangendo dalla rabbia, dalla rabbia contro Giovanni. Ma per me erano le lacrime della liberazione. Finalmente per noi era tutto finito. Sua madre è l’unica della famiglia che ancora vive a San Giuseppe Jato – con la macchia di avere due figli che agli occhi della mafia sono un rifiuto. Che rapporto ha con lei? Né mio padre né mia madre si sono mai espressi, hanno mai preso posizione riguardo ai loro figli. Io ho visto molte persone che in simili momenti hanno ripudiato i propri figli. Per noi non è stato così. Questo avrà certamente un significato. Mio padre non si è mai pentito – in ogni caso non davanti alla giustizia, ma sono convinto che nel profondo del suo animo lo ha fatto per le sue azioni e probabilmente ha pregato il perdono di Dio. Mio padre non era nell’aula del tribunale a deporre come testimone, ad accusare, a puntare il dito contro qualcuno. Lui era in prigione, a Pianosa, sotto regime carcerario speciale per i boss mafiosi, dove è morto in solitudine. Era malato, secondo me non avrebbero dovuto tenerlo per così tanto tempo sotto quel regime. Lei ha due figli di 15 e 11 anni di età che vivono con lei sotto protezione e sotto falso nome. Loro sono felici della sua decisione? Sì, anche se il maggiore comprende la situazione meglio del più piccolo. Io ho detto loro che ho deciso per questa vita anche per loro. Se tu rimani nel luogo in cui sei nato nessuno ti crede se un giorno dici: io con questo non voglio avere più niente a che fare. I tuoi figli vanno al bar e il barman non fa pagare loro il caffè, anche nei negozi non devono pagare niente. Vieni assorbito da questo sistema e non ne esci più. L’unica possibilità è quella di prendere il coraggio a due mani e darci un taglio. I miei figli non hanno alcuna colpa e alcuna responsabilità per quello che è accaduto, sono io ad avere la l’obbligo di farli crescere in un mondo migliore. Loro si danno molto da fare a scuola perché hanno capito che quella è l’unica strada per un futuro migliore. Ma è dura per loro. I suoi figli le hanno mai chiesto come le è capitato di diventare mafioso? Intende se mi hanno accusato? No, se le è stato chiesto come è capitato. No. Ma a volte è più dura quando una persona tace che quando ti punta il dito. I suo figli parlano di questo con la loro mamma? Noi cerchiamo di condurre una vita il più possibile normale e di rimuovere i pensieri del passato. Sua moglie ha condiviso subito la sua decisione di vivere sotto protezione? Sì, la ha approvata. La sua più grande delusione consisteva nel fatto che io avessi giurato fedeltà alla mafia. Per lei era un tradimento. Un tradimento al nostro rapporto, come uomo e donna. Io non so se mi ha perdonato o se mi perdonerà mai. Mia moglie ha molto sofferto, ha avuto crolli nervosi, depressioni, è stata sotto terapia e non è ancora guarita. In passato aveva un’alta opinione di me, la sua fiducia in me era sconfinata. Oggi ha dei dubbi. Come può ancora fare affidamento su qualcosa? Oggi confida solo in Dio. Molto più che in me. (interamente tratto dal quotidiano Die Zeit del …) |
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In edicola dal 18 luglio 2008In questo numero: Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale. La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato. Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni. Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione. Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi. Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo. Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità. Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro. Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti. Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica. Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina. Ed altro ancora... |
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terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in
diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai
primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello
Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri
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In questo numero: Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt. Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico. Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali. Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto. Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi. Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo. Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. LEGGI TUTTO... |
Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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