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La piana di Gioia Tauro | La piana di Gioia Tauro |
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‘Ndrangheta politica e imprenditoria in un area del mezzogiorno di Enzo Ciconte Tratto da Giornale di Storia Contemporanea Anno II n1 giugno 1999 Segue dal numero di ottobre 2001 Mentre stava per fallire l’insediamento per la centrale ENEL, nel 1993, Angelo Ravano, armatore ligure e presidente del gruppo Contship Italia, ebbe la felice intuizione di utilizzare il porto di Gioia Tauro – l’unica opera nel frattempo realizzata – per avviare una attività di interscambio di contenitori da nave a nave, in gergo definito transhipment. Ne fece espressa e formale richiesta al Governo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi ottenendone una rapida approvazione. Il 2 dicembre 1993 venne firmato il protocollo di intesa tra il Presidente del Consiglio dei ministri, i ministri interessati, il Presidente della Regione Calabria e il Presidente della Contship Italia. Per l’attuazione degli impegni assunti, l’anno dopo, si costituì una apposita società, la Medcenter container terminal con un capitale sociale di 35 miliardi di lire che comprendeva una quota del 29, 6% detenuta dall’ex Gepi, oggi rinominata Italia investimenti. Il progetto si concretizzò in tempi rapidissimi rispetto all’ideazione iniziale: il 15 settembre la prima nave attraccava nel porto calabrese. L’iniziativa, dunque, prendeva il via con un accordo sottoscritto tra Stato ed imprenditori privati. La Contship investiva 285 miliardi per la realizzazione di impianti, l’acquisto di attrezzature, l’attivazione di servizi e l’avviamento di 400 unità lavorative per la formazione. Lo Stato impegnava direttamente 106 miliardi e l’ASI di Reggio Calabria altri 32. Inoltre il Ministero della Marina mercantile concedeva in uso 3.145 metri lineari per l’area portuale e per la banchina. Da parte sua la Regione Calabria dava in uso alla Contship sia opere già realizzate, sia quelle ancora da realizzare con i fondi previsti dalla legge per l’intervento straordinario nel Mezzogiorno (47). Il progetto era ambizioso e mobilitò risorse economiche rilevanti, pubbliche e private. L’entusiasmo per il porto, per le sue capacità espansive su tutte le rotte marittime internazionali e la presenza di una società del nord che operava a livello internazionale lanciarono in grande stile l’idea di uno sviluppo economico basato sul porto capace di movimentare merci su tutte le rotte internazionali. Al di là dell’enfasi che nelle fasi iniziali accompagnano tutte le iniziative importanti, alcune posizioni eccessivamente ottimistiche ebbero l’effetto di abbassare la guardia sul rischio di una presenza della ‘Ndrangheta sul porto di Gioia Tauro. Venne quasi teorizzata l’impossibilità della presenza mafiosa in presenza di una impresa dalle dimensioni internazionali. In una prima fase la ‘Ndrangheta sembrava assente dall’operazione Medcenter. In realtà non era così. Si scoprirà successivamente che erano intercorsi contatti tra gli emissari delle cosche e Walter Lugli che all’epoca dei fatti, settembre 1996, era amministratore delegato della Contship Italia e vicepresidente della Medcenter. Durante un incontro con Lugli, l’imprenditore Domenico Pepè avrebbe preteso il pagamento di un dollaro e mezzo per ogni container scaricato nel porto. L’estorsione non si realizzò per l’intervento della magistratura che arrestò una serie di persone. Ma nel gruppo di comando della Contship stava maturando un certo orientamento. Lo chiarì Walter Lugli: “Il nostro obiettivo all’inizio era prendere tempo. Poi abbassare le pretese. Ma alla fine credo che avremmo pagato”. E’ chiaro, dalle parole del dirigente, che si era aperta una trattativa, condotta con tutta evidenza con una cosca mafiosa. Come si poteva giustificare la trattativa in corso? La risposta fu che erano in gioco gli interessi della società. E infatti Lugli affermò: “ A Gioia Tauro la Contship ha fatto di tasca sua investimenti per centinaia di miliardi. Il terminale dei container sta decollando. Ma alla prima bomba scoppiata non sarebbe attraccato più neanche un canotto. Noi dovevano difendere l’investimento” (48). L’incontro tra Lugli e Pepè – patrocinato e mediato da un imprenditore, Dino Cantafio, titolare della Serport s.r.l. , agenzia marittima che lavorava già nel porto – è di estremo interesse perché Pepè, che sarebbe il rappresentante di Giuseppe Piromalli (49), chiese all’amministratore delegato della Contship Italia il rispetto del patto che sarebbe stato sottoscritto a suo tempo da Angelo Ravano, poi defunto, con Enrico Paolillo, anche lui successivamente defunto, legato ai Piromalli da un matrimonio con la sorellastra di Arcangelo Piromalli. Quindi, secondo l’ipotesi formulata dai magistrati della DDA di Reggio Calabria e accolta dal GIP presso quel tribunale, l’imprenditore genovese nel mentre faceva un accordo con lo Stato italiano avrebbe nel frattempo stipulato un patto con lo Stato mafioso (50). Questa è, al momento, solo l’ipotesi dell’accusa che deve ancora superare il vaglio dibattimentale. Secondo il magistrato Roberto Pennisi l’accordo risponderebbe a “un ordine naturale delle cose” perché “ quando un imprenditore, grande o piccolo che sia (ma, soprattutto se e grande e se i suoi programmi sono di ampio respiro) scende in territorio calabrese e soprattutto a Gioia Tauro la prima questione che si pone è quella di risolvere il problema con la criminalità organizzata” (51). Con ciò, evidentemente, riconoscendo una signoria sopra quel territorio, signoria dalla quale nessuno può prescindere. Un fatto è certo: nell’area del porto sono state individuate varie ditte legate ai Piromalli che operavano in tutta tranquillità e che garantivano una serie di servizi, a cominciare dall’attività di rizzaggio o di derizzaggio che veniva svolta dalla società Mariba, nelle mani dei Piromalli, unica impresa autorizzata dalla capitaneria di porto ad operare nell’area portuale (52). Alcune società che hanno operato nel porto – Mariba, Babele publiservice, Navalconsult, Etrusca- sospettate di essere nella disponibilità dei Piromalli sono sottoposte a sequestro preventivo su proposta del questore di Reggio Calabria (53). Il fatto è importante – soprattutto se si concluderà con la definitiva confisca dei beni – perché colpisce il prestigio dei mafiosi, intacca le loro proprietà e infrange il mito della inviolabilità della proprietà mafiosa. Dalle indagini della magistratura e dal documento del questore reggino risaltano due aspetti significativi: l’esistenza della “subdola figura dell’imprenditore dalla ‘faccia pulita’” (54) che fa da supporto e da prestanome al reale proprietario che è un mafioso; la divisione del territorio e l’alleanza con le ‘ndrine dei Pesce e dei Bellocco di Rosarno. Tecniche che, come abbiamo visto, sono state vincenti già in altre occasioni. I primi mesi del 1999 si sono rivelati nefasti per i Piromalli. Ci sono stati arresti e il sequestro dei beni. In precedenza c’erano state la conclusione del processo Tirreno e la condanna all’ergastolo dei capi più prestigiosi. C’è stata poi, a metà marzo, la cattura di don Pino Piromalli nel cuore di Gioia Tauro, sorpreso in un rifugio celato agli sguardi esterni da sofisticatissimi impianti costruiti con le più moderne tecnologie. All’interno c’erano i simboli dell’antico potere mafioso, santini e immagini sacre generalmente usati per l’ingresso nella ‘Ndrangheta dei nuovi affiliati e per i passaggi di grado che sono sempre più innumerevoli. Una straordinaria mescolanza di antichissimo e di ultramoderno che convivono felicemente. Qui sta una delle spiegazioni della sopravvivenza e della longevità dei Piromalli. L’altra è nell’abilità di costruire un sistema di alleanze basato sui matrimoni legando attraverso vincoli di sangue altre famiglie, a cominciare dai potenti Molè (55). Il sistema di alleanze con altre famiglie mafiose è sempre stato un altro punto di forza dei Piromalli. Una delle caratteristiche della ‘Ndrangheta è quella di avere una struttura organizzativa che poggia essenzialmente sulla famiglia di sangue del capobastone. Questa si allarga con i matrimoni incrociati che hanno l’effetto di cooptare altre famiglie mafiose. Non c’è nulla di arcaico in ciò; semmai è l’ulteriore conferma della funzionalità e della modernità di un meccanismo di allargamento della famiglia mafiosa che ha sinora impedito che sulla ‘Ndrangheta si abbattesse il ciclone dei collaboratori di giustizia che ha sconvolto Cosa Nostra. 7. Dalla lunga vicenda di Gioia Tauro è possibile trarre alcune conclusioni. La piana è stata teatro di una relativa vivacità economica su di essa ha prosperato una presenza mafiosa che, attraverso varie fasi di sviluppo, si è assicurata il controllo sul territorio e la gestione di rilevanti affari economici nel settore dell’agricoltura, del commercio, degli appalti pubblici e privati. In questa situazione si sono introdotti, nell’ultimo periodo, alcuni segni di novità: i recenti arresti hanno portato in carcere tutti i capi più potenti delle ‘ndrine, il comune sembra essersi affrancato da un condizionamento mafioso come dimostra, tra le altre cose, la decisione di costituirsi parte civile nei processi contro la mafia, il porto appare libero dalla presenza di ditte inquinate. Rimane ancora da scandagliare tutta la situazione dell’agricoltura dove permangono robusti i tentacoli delle ‘ndrine. Nonostante questi risultati, la ‘Ndrangheta non è stata ancora sradicata ed è probabile che essa troverà il modo di farsi sentire. La realtà è in movimento e non è facile prevedere cosa ci riserva il futuro. Dal versante di Gioia Tauro è possibile ricostruire un pezzo di storia di un certo capitalismo italiano, pubblico e privato, e di un meccanismo di relazioni delle imprese con poteri criminali che ha determinato particolari forme di adattamento e di lucro. E’ in questo quadro che è possibile comprendere meglio le responsabilità di un certo modo di fare impresa nel Mezzogiorno; e da quel versante si potrebbe dare anche una risposta più compiuta al perché quel potere mafioso è durato così a lungo ed è rimasto impunito per così lungo tempo. Rocco Sciarrone ha descritto con precisione le diverse tipologie degli imprenditori che hanno operato a Gioia Tauro distinguendoli in subordinati, collusi, strumentali, clienti e, infine imprenditori mafiosi (56). E’, in sostanza, la descrizione delle relazioni e dei rapporti, variamente e temporaneamente graduati, tenuti dagli imprenditori con le varie ‘ndrine della piana. Tali rapporti sono stati caratterizzati dal fatto che non hanno mai trovato da parte delle imprese momenti di denuncia e di contrasto nei confronti della criminalità organizzata. La storia di queste relazioni e di questi rapporti, che partono dal periodo dell’autostrada del Sole e arrivano fino alle recenti vicende del porto, chiarisce la particolare cultura di impresa che ha animato i comportamenti degli imprenditori, sia pubblici che privati. Essi hanno considerato la ‘Ndrangheta come una variabile economica, come un costo che era possibile iscrivere in bilancio al pari di altre voci del capitolo ‘uscite’; hanno pensato di ridurre i fattori di rischio accettando la ‘protezione’ delle ‘ndrine o la partecipazione ai lavori di appalto o di subappalto di ditte che erano emanazioni dirette di note famiglie mafiose. Di più: hanno ritenuto, per meri calcoli economici, che fosse più conveniente scendere a patti piuttosto che contrastare ed opporsi; che fosse economicamente più conveniente stringere alleanze. L’etica capitalistica dell’impresa non li ha mai condotti alla denuncia o alla contrapposizione. Il dato di fondo che emerge da questi rapporti pluridecennali e il fatto che nel calcolo degli imprenditori non è mai entrata la voce del costo sociale che tali comportamenti facevano gravare sulla collettività. Essi hanno agito mostrando una doppia subalternità o, quanto meno, dipendenza rispetto al sistema politico e al potere mafioso. La storia di questi rapporti dimostra quanto non sia veritiero il luogo comune, tramandato per lunghi anni, che gli imprenditori non investivano nel Mezzogiorno perché c’era la criminalità organizzata. In realtà, gli imprenditori arrivati nel Mezzogiorno – Gioia Tauro è solo un episodio di comportamenti più diffusi in altre regioni meridionali – hanno trovato più conveniente dal loro punto di vista, che è quello della resa economica, non scontrarsi con la criminalità organizzata. Molte volte, anzi, quel luogo comune è stato agitato per ottenere dallo Stato maggiori incentivi economici per investire al Sud. A Gioia Tauro hanno operato grandi imprese pubbliche e private, imprenditori di fama nazionale che avevano potere economico e relazioni politiche tali da consentire loro di non accettare patti con poteri criminali. E’ vero che è molto difficile fare l’imprenditore a Gioia Tauro senza fare i conti con la criminalità organizzata; lo sanno bene coloro che hanno dovuto abbandonare la Calabria per l’impossibilità di continuare a sopportare l’oppressione mafiosa o coloro che non hanno ampliato le loro attività per paura di dover pagare un pizzo ancora più elevato, compiendo, cosi un atto contro ‘natura’, perché è nella ‘natura ‘ di ogni attività imprenditoriale allargarsi, crescere, espandersi. E’ altrettanto vero, però che ciò può essere valido soprattutto per piccoli imprenditori locali o di altre zone della Calabria dalle ridotte capacità economiche e relazioni politiche; ma è difficile pensare che ciò possa valere per le grandi imprese del nord o a partecipazione pubblica. Lo Stato mafioso si è manifestato nella capacità di un ceppo familiare e dei suoi aggregati di dominare e di controllare il territorio per una lunga fase storica. Sono cambiati i governi nazionali e regionali, gli uomini politici con i quali avevano avuto relazioni, sono cambiate le imprese che sono scese a Gioia Tauro, ma i mafiosi sono rimasti lì, abbarbicati al territorio, a suo presidio e a sua difesa. La ‘Ndrangheta ha mostrato a Gioia Tauro una grande capacità di trasformazione e di innovazione dei suoi moduli operativi; una struttura criminale niente affatto arcaica o arretrata, ma capace di adeguarsi ai tempi. Essa ha attraversato la fase predatoria nei decenni dell’Ottocento e dei primi decenni del Novecento, quella parassitaria delle imposizioni del pizzo, quella più matura della trattativa per l’inserimento negli appalti e nei subappalti, quella modernissima della gestione diretta, seppure mascherata dai prestanome, di ditte e imprese. In un arco temporale molto vasto è possibile cogliere le molteplici facce di vari mutamenti. C’è stato anche un mutamento della composizione sociale degli appartenenti alle ‘ndrine. Se don Mommo e don Peppino Piromalli erano di professione bovari, i rampolli delle nuove generazioni sono tutti diplomati o laureati. Segno di una mobilità sociale, ma anche, se si guarda ai patrimoni nella loro disponibilità, di una consistente promozione sociale. Le ‘ndrine che hanno operato a Gioia Tauro non hanno agito solo in ambito locale. Il presente studio, programmaticamente, ha ignorato quanto accadeva fuori della piana, ma è bene segnalare che esse sono state protagoniste di primo piano nella strategia dei sequestri di persona (57) e del colossale traffico di stupefacenti che le ha portate a stringere accordi di cartelli con altre ‘ndrine calabresi e ad essere attivamente presenti nel centro e nel nord Italia e in vari Paesi stranieri. L’aspetto più straordinario – nel contempo più inquietante – di Gioia Tauro è il fatto che la presenza dei mafiosi, nota da tempo e nota a tutti, non è stata sempre adeguatamente contrastata da parte dello Stato. Colpisce la circostanza che ditte e uomini mafiosi già presenti nei cantieri per la costruzione della centrale ENEL siano ricomparsi, come se nulla fosse successo, anche durante i recenti fatti relativi al porto. Nessuna articolazione statale, a livello nazionale o locale, neppure quelle di conio più recente, è stata mai in grado di esercitare una qualche forma di prevenzione, né il controllo su quanto avveniva in quella realtà. Questa pesante responsabilità storica emerge in modo lampante dalla vicenda di Gioia Tauro dai tempi dell’autostrada fino ai giorni nostri. L’unica presenza efficace da parte dello Stato è apparsa il controllo di legalità esercitato dalla magistratura. Ma, come si sa, questo interviene solo quando il danno è stato prodotto, quando la presenza mafiosa e i guasti o le collusioni che da questa derivano sono state accertate e diventano notitia criminis. Non è mai stato, né può esserlo, una funzione preventiva, compito precipuo di altri organismi statali, vecchi e nuovi. L’idea di fondo che lo sviluppo economico o gli interventi industriali di per sè o da soli, siano in grado di scacciare la mafia si è rivelata fallace. Essa, per avere qualche possibilità di successo, ha bisogno che si affermi una cultura della legalità accompagnata dalla convinzione che la lotta alla mafia non può essere delegata alla funzione repressiva della magistratura o alla sola sanzione penale, ma ha bisogno di coinvolgere una pluralità di soggetti, dalla scuola alla Chiesa agli imprenditori agli amministratori locali agli uomini politici a tutti gli organismi dello Stato ai sindacati ai cittadini tutti. Fine Enzo Ciconte NOTE 20 Tra i maggiori sostenitori del quinto centro siderurgico ci fu l’onorevole Giacomo Mancini che nella battaglia di quegli anni impegnò il suo prestigio personale e il peso politico del suo partito, il PSI. Giacomo Mancini, Il caso Gioia Tauro, Reggio Calabria, 1977. 21 Gaetano Cingerai , Storia della Calabria, cit., p. 383. 22 Tribunale di Reggio Calabria (Agostino Cordova), Ordinanza di rinvio a giudizio contro De Stefano Paolo + 59, 1978, p.25 e p. 36. 23 Ibidem, p. 26. Questa circostanza venne confermata dal commissario capo della Squadra mobile di Reggio Calabria Franco Zirlo. Deponendo come teste durante il processo cosiddetto dei sessanta dichiarò che oramai “ è stata istituzionalizzata la lievitazione del circa quindici per cento per tangente pro- mafia per tutti i lavori dello Stato e degli enti pubblici nella provincia reggina”. La dichiarazione del funzionario di polizia è in Luigi Malafarina, ‘Ndrangheta alla sbarra, Roma, 1981, p.184. 24 Camera dei Deputati – Senato della Repubblica, Commissione parlamentare sul fenomeno della mafia, IX legislatura, Intervento orale di Salvatore Trovato, presidente della sezione penale del tribunale di Catanzaro, Seduta del 22 giugno 1985. 25 Pino Arlacchi, La mafia imprenditrice, Bologna, 1983, p.127 26 Il fatto è in Luigi Malafarina, ’Ndrangheta alla sbarra, cit., p.133 27 Pino Arlacchi, La mafia imprenditrice, cit., p. 113. 28 Durante le indagini emerse la questione della cava di Limbadi che serviva a fornire materiale inerte e venne coinvolto Francesco Mancuso. Nel 1983 Mancuso fu il più votato durante le elezioni amministrative e sarebbe dovuto diventare sindaco di Limbadi. Non lo diventò perché il presidente della Repubblica Sandro Pertini sciolse il consiglio comunale appena eletto, dal momento che Mancuso era latitante al momento della proclamazione degli eletti. 29 Mammoliti ha fatto questa affermazione deponendo come ‘dissociato’ della ‘Ndrangheta e respingendo la qualifica di ‘pentito’. Tribunale di Palmi (Miranda Bambace), Sentenza contro Mancini Giacomo, 1996, pp. 49-50. 30 Omonimo e nonno del precedente Gioacchino già incontrato assieme ad Andreotti. 31 Queste vicende sono ricostruite in Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palmi (Giuseppe Tuccio), Motivi di appello del PM avverso la sentenza del tribunale di Palmi dell’8 maggio - 4 giugno 1981 nei confronti di Piromalli Giuseppe + 44, 1981, p. 10 e pp. 52-53. 32 Enzo Ciconte, Processo alla ‘Ndrangheta, Roma- Bari , 1996, pp. 40-44 e pp. 98-108. 33 Questa circostanza era stata segnalata nel 1989 da Gianni De Gennaro, all’epoca dirigente del nucleo centrale anticrimine, in un rapporto informativo inviato a Giovanni Falcone. Il contenuto del rapporto è citato in Ufficio del giudice per le indagini preliminari presso il tribunale di Reggio Calabria (Domenico Iellati), Ordinanza di custodia cautelare in carcere contro Riina Salvatore +20, 1993, pp. 33-34. 34 Direzione distrettuale di Reggio Calabria (d’ora in poi DDA) presso il tribunale di Reggio Calabria, (Salvatore Boemi), Verbale di interrogatorio di Antonino Mammoliti, 4 luglio 1995. Sul ruolo di Antonino Mammoliti vedi le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Giacomo Lauro in DDA presso il tribunale di Reggio Calabria, (Salvatore Boemi, Vincenzo Macrì, Roberto Pennisi, Francesco Mollace, Giuseppe Verzera), Richiesta di ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Pasquale Condello + altri, 1994, p. 4728. Il documento dei magistrati reggini è noto come ‘Operazione Olimpia’. 35 Pantaleoni Sergi, La ‘Santa’ violenta, Cosenza, 1991. Anche in Sicilia i mafiosi decisero, nello stesso periodo, di entrare nelle logge massoniche. Sui riflessi e sulle ripercussioni di questa decisione su Cosa Nostra e sulla ‘Ndrangheta vedi Enzo Ciconte, Processo alla ‘Ndrangheta , cit., pp. 127-136. 36 Agostino Cordova, De Stefano Paolo +59. cit., p. 239 37 Franco Tintori, Nel reame dei Piromalli, “ Paese Sera “, 8 febbraio 1977 38 Agostino Cordova, De Stefano Paolo +59. cit., p. 238 39 Gianfranco Manfredi, Quanti parenti e compari di boss mafiosi nella lista DC di Gioia Tauro, “l’Unità”, 18 maggio 1980. 40 A. Varano, Il boss resta in carcere , “l’Unità”, 12 luglio 1987. 41 In merito a questi supposti rapporti, la cautela è d’obbligo vista la vicenda processuale che ha coinvolto l’esponente socialista, imputato di aver avuto frequentazioni con alcune ‘ndrine tra cui quella dei Piromalli. Con sentenza in data 25 marzo 1996 il tribunale di Palmi lo condannava a tre anni e sei mesi di reclusione. Con successiva decisione della corte di appello di Reggio Calabria si disponeva l’annullamento della sentenza del tribunale di Palmi per incompetenza territoriale e il rinvio degli atti al giudice competente. Attualmente pende, davanti al GIP presso il tribunale di Catanzaro, richiesta di rinvio a giudizio proposto dalla DDA di Catanzaro. Su questo vedi Tribunale di Palmi, Miranda Bambace, Sentenza contro Mancini Giacomo, cit. Per le tesi dell’accusa vedi DDA presso il tribunale di Reggio Calabria (Salvatore Boemi), Note illustrative alle requisitorie formulata dal pubblico ministero di Reggio Calabria nel procedimento penale a carico di Mancini Giacomo, 1996. Per le tesi della difesa vedi Francesco Kostner, Sulla giustizia: il caso Mancini, Cosenza, 1995. Il volume contiene una intervista di Mancini e l’arringa difensiva dell’avvocato Enzo Paolini. 42 Vincenzo Macrì, La ‘Ndrangheta in Calabria, in Franco Occhiogrosso (a cura di), Ragazzi della mafia, Milano, 1993, p. 106. 43 Senato della Repubblica-Camera dei Deputati, Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali similari, Relazione sulle vicende connesse alla costrizione della centrale termoelettrica di Gioia Tauro, 24 ottobre 1990, X legislatura, Doc. XXIII, n° 24, p.15 e p.21. 44 Procura della Repubblica presso il tribunale di Palmi, (Agostino Cordova e Francesco Neri), Richiesta di rinvio a giudizio e di misure cautelari nei confronti di Galluzzo Vincenzo+ 81, I993, p.72 e p. 1077. Il processo per la costruzione dell’ENEL si concluderà in un nulla di fatto perché i principali accusati saranno assolti. Francesco Forgione e Paolo Mondani, Oltre la cupola. Massoneria mafia politica, prefazione di Stefano Rodotà, Milano 1993, p. 90. 45 Ibidem, p. 90 L’intera vicenda della centrale è ricostruita alle pp. 85-98. 46 Rocco Sciarrone, mafie vecchie mafie nuove. radicamento ed espansione, 1998, p. 94 47 Teresa Munari, Gioia Tauro oltre il transhipment. Cronache da un progetto, Roma, 1997, pp. 1-41. 48 Rocco Sciarrone, Mafie vecchie mafie nuove, cit., pp. 60-62. 49 Omonimo e nipote del vecchio Piromalli, meglio noto come don Peppino. Il giovane, per con confondersi con lo zio, si fa chiamare don Pino. 50 Su questo vedi Direzione distrettuale antimafia presso il tribunale di Reggio Calabria, (Salvatore Boemi, Roberto Pennisi, Alberto Cisterna), Richiesta di ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Piromalli Giuseppe 36, 1998 e Ufficio del giudice per le indagini preliminari presso il tribunale di Reggio Calabria, (Giuseppe Santalucia), Ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Piromalli Giuseppe + 36, 1999. I rappresentanti della Medcenter e della Contship hanno contestato che ci sia stato un accordo con le cosche. 51 Senato della Repubblica-Camera dei Deputati, Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni criminali similari, Audizione del dottor Roberto Pennisi, sostituto procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, seduta del 23 febbraio 1999. 52 Su questo e sui tentativi fatti per estromettere Mariba dall’area del porto vedi le dichiarazioni rese da Marco Vitale, presidente della Medcenter, nell’audizione presso la Commissione antimafia nella seduta del 23 febbraio 1999, già citata. 53 Vedi la proposta del questore di Reggio Calabria, Franco Malvano, in data 23 gennaio 1999. 54 Ivi, p. 2. 55 I Piromalli si sono imparentati con i Molè, gli Stillitano, gli Infantino, i Priolo, i Copelli portando alle estreme conseguenze una strategia riproduttiva nota come “massimizzazione della discendenza”. Il gruppo più consistente è quello dei Molè. Oramai l’aggregato mafioso viene definito negli atti giudiziari e di polizia come Piromalli – Molè. Francesco Silvestri, Dinasty nella piana, ‘Narcomafie’, a. VII, n°2, 1999. 56 Rocco Sciarrone, Mafie vecchie mafie nuove, cit., pp. 57 Sui sequestri di persona, Enzo Ciconte, Un delitto italiano; il sequestro di persona, in Luciano Violante (a cura di), La criminalità, Annali Storia d’Italia, n° 12, Torino, 1997 e Senato della Repubblica Camera dei Deputati, Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e della altre associazioni criminali similari, Relazione sui sequestri di persona a scopo di estorsione, relatore senatore Alessandro Pardini, 7 ottobre 1998, XII legislatura, Doc. XXIII, n°14. |
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Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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