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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
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Sovraesposto, ucciso e tradito PDF Stampa E-mail
Emanuele Piazza vittima della mafia e delle istituzioni. In arrivo la sentenza
di Anna Petrozzi

Si avvia alla conclusione il processo per l’omicidio di Emanuele Piazza. Finalmente, dopo undici anni di atroce attesa consumata nel dolore, i genitori, i fratelli e la sorella si possono preparare ad udire la sentenza di condanna per i carnefici di Emanuele prevista per la metà del prossimo mese di novembre.
Fondamentali per la riuscita del processo, durato miracolosamente solo due anni e mezzo, nonostante le lungaggini burocratiche, le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia di spicco: Francesco Onorato e  Giovan Battista Ferrante.
Entrambi si sono decisi a parlare nel 1996, entrambi si sono accusati di essere gli assassini di Emanuele.

 STORIA

In particolare è vivido il ricordo di Onorato per il suo legame personale con la vittima.
Emanuele Piazza era un giovane «con il bacillo di diventare poliziotto» - come ci spiega il padre, l’avvocato Giustino Piazza - con la passione per le indagini e soprattutto con l’ambizione di entrare a far parte dei servizi segreti italiani. Proprio per conto del SISDE, con cui collaborava esternamente, aveva dato inizio alla pericolosa attività di ricerca dei maggiori latitanti di Cosa Nostra.
Francesco Onorato era la sua chiave di accesso.
I due si conoscono per la frequentazione assidua di palestre in quanto l’uno, Onorato, si allena come pugile, l’altro, Emanuele, pratica Karatè e lotta libera. Nasce una istintiva simpatia che diviene una vera e propria amicizia con il passare degli anni; anche quando Onorato viene arrestato e condannato per spaccio di stupefacenti, Emanuele non manca di inviargli cartoline. Il loro rapporto tornerà effettivo all’indomani della scarcerazione.
Emanuele non nasconde a Onorato né il suo impiego come poliziotto né la sua missione, anzi, gli chiede aiuto nel reperimento di informazioni su Totò Riina, Salvatore Lo Piccolo, Armando Bonanno, cercando di invogliarlo con le taglie miliardarie pendenti sulla testa dei boss.
«Se prendiamo Salvatore Riina ci danno un miliardo e mezzo, per Salvatore Lo Piccolo cinquecento milioni... e ce ne andiamo in Tunisia ad aprire un’attività».
Onorato finge di non sapere nulla di questi personaggi e non lascia filtrare alcuna informazione, anzi porta spesso Emanuele con sé nei cantieri edili che gestisce per dimostrargli di essere uno per bene, che ha messo la testa a posto, che si è sposato e lavora onestamente.
Ma Emanuele è stato già informato sulla reale occupazione di Onorato da un certo Francesco Buffa, vicino alla «famiglia» di Partanna, che verrà successivamente eliminato perché avvezzo a parlare troppo.
Sapevano l’uno dell’altro, quindi, Emanuele e Onorato, ma quest’ultimo non ha mai fatto menzione della reale identità del giovane agente ai suoi superiori, in particolare a Salvatore Biondino, reggente del mandamento della famiglia di San Lorenzo in sostituzione di Giacomo Giuseppe Gambino, detenuto, cui apparteneva anche lui.
Uno strano rapporto di fiducia reciproca. Anche Emanuele aveva avvertito Onorato che era pedinato da un poliziotto, l’ispettore Di Blasi al quale il mafioso consegna, tramite Emanuele, due milioni di lire per chiudere un occhio e un milione, poi, di persona, per chiudere l’altro.
Una storia destinata a finire tragicamente.
Davanti alla polleria di Simone Scalici quattro uomini del mandamento di San Lorenzo stanno parlando di affari di Cosa Nostra: Salvatore Biondino, Francesco Onorato, Salvatore Graziano e lo Scalici stesso.
Giunge a bordo della sua moto, una Honda di grossa cilindrata, Emanuele Piazza.
Onorato lo vede, lo raggiunge, lo saluta affettuosamente e gli offre un pollo. I due si accomiatano dopo quattro chiacchiere e si ripromettono di rivedersi presto.
Non appena Emanuele si allontana, Salvatore Biondino, sorpreso della intima conoscenza tra uno dei suoi soldati e un uomo dei servizi segreti, ordina a Onorato di eliminare «il crastazzo». Bisogna «affucarlu».
Alla domanda dei Pubblici Ministeri su come Biondino fosse entrato in possesso delle informazioni realtive a Emanuele, Onorato ha testualmente risposto: «Mi disse questo...(Biondino ndr.) mi disse che lo aveva saputo dalle Istituzioni che era uno pericoloso e quindi bisognava... (...) Biondino aveva rapporti sì (con le istituzioni ndr.), perché diverse volte veniva, ‘sta sera non dormite a casa, perché c’è una perquisizione - oppure ci sono mandati di cattura. ... Io, quando c’è stato il mandato di cattura Salvo Lima, non mi hanno trovato a casa...»
Onorato spiega ai suoi superiori di avere conosciuto Emanuele tramite la palestra, ma finge di non sapere nulla del suo lavoro e ancora meno della sua abitazione, nota invece al Graziano che si premura di mostrargliela per potere portare a termine il piano di sorveglianza e successiva eliminazione di Emanuele.
Francesco Onorato non è un uomo d’onore qualunque, fino al suo arresto, nel 1993, egli è infatti reggente della famiglia di Partanna Mondello annessa, dopo l’ultima guerra di mafia, al mandamento di San Lorenzo, quindi sa che le regole sono regole e non possono essere trasgredite, pena la morte.
Intensifica il suo rapporto con Emanuele cercando il momento e il pretesto giusto per eseguire il suo mandato criminale. E’ il giovane poliziotto a fornirglielo. Gli chiede infatti se ha a disposizione una cifra di circa tre milioni di lire da prestargli per poter effettuare un viaggio in Tunisia. Onorato prende la palla al balzo e gli spiega di non avere l’immediata disponibilità liquida del denaro, ma avendo anch’egli bisogno di due milioni circa, gli illustra la possibile soluzione di recarsi da un amico a Capaci che, per qualche centomila lire, cambia assegni postdatati.
L’appuntamento è per l’indomani mattina presto.

L’OMICIDIO


Già prima delle otto di mattina Onorato è sotto casa di Emanuele che scende di corsa, trafelato, non ha fatto in tempo nemmeno a pettinarsi. Non è andato a prenderlo con la sua auto, ma con una Fiat Uno grigia presa a prestito da un suo operaio.
Si dirigono verso Capaci dove, nel mobilificio di Nino Troia, ad aspettarli, ci sono Salvatore Biondino, Salvatore Biondo «il lungo», Salvatore Biondo «il corto», Erasmo Troia, Giovan Battista Ferrante e Simone Scalici.
Giunti al negozio il Troia fa strada nel salone espositivo al piano inferiore immediatamente seguito da Emanuele e da Onorato. Mentre stanno ancora scendendo le scale Onorato afferra Emanuele per le spalle che, divertito, pensa ad uno scherzo, una prova di forza tra due amici sportivi. Capisce invece che è stato tradito quando vede gli altri che in un istante gli sono addosso.
Nino Troia e Salvatore Biondo il «lungo» si gettano su di lui tenendolo per le gambe, gli altri lo bloccano a terra mentre Simone Scalici gli stringe la corda attorno al collo.
Un’ultima parola: <<Ciccio (Francesco Onorato), vedi che lo sanno>>.
Salvatore Biondino non perde tempo, fruga nelle tasche del povero Emanuele e ne estrae l’assegno firmato da Onorato al quale ordina di allontanarsi subito e di cercarsi un alibi.
Il racconto di Onorato prosegue con il suo viaggio da «Lo bello» dove è solito rifornirsi di materiali da costruzione. Con la scusa della macchina parcheggiata in seconda fila, supera la coda, acquista ciò che gli serve ed esce con una bolla di accompagnamento in cui è segnata l’ora: 8.56.
Soltanto il giorno seguente verrà a sapere che il corpo senza vita di Emanuele è stato sciolto nell’acido ad opera di Nino Troia e Giovanni Battaglia, che possedeva un terreno non lontano dal luogo del delitto dove svolgevano spesso la macabra pratica.

LE INDAGINI

Emanuele Piazza sparisce il 16 marzo 1990.
Il padre, l’avvocato Giustino Piazza, noto legale di Palermo, fa subito la denuncia.
Si reca con un altro dei suoi figli a casa di Emanuele a Sferracavallo. Il cancello è chiuso, la porta di ingresso è invece appena socchiusa, Ciad, il fedele rotwailer, dorme.
All’interno dell’abitazione sembra proprio che qualcuno sia uscito di tutta fretta. Nel lavandino c’è la pasta scolata per il cane e la carne fuori dal frigo.
Emanuele non chiama, nemmeno per il compleanno del padre che ricorre il giorno 18.
Comincia per la famiglia Piazza l’angoscia, una flebile speranza che cesserà completamente il giorno delle rivelazioni di Onorato e Ferrante.
Le indagini si svolgono per i  primi mesi nel più assoluto riserbo, chiesto specificatamente alla famiglia dalle autorità. Se ne occupa anche il giudice Falcone.
Da marzo a settembre nessuna notizia. Tardano a giungere, dai servizi segreti, la conferma che Emanuele collaborava con il SISDE alla ricerca dei latitanti e il contributo delle forze dell’ordine e dei colleghi di Emanuele che, al contrario, giocano ad un vergognoso scaricabarile. Fino a quando un articolo su Repubblica a firma Francesco Viviano non rompe il silenzio.
Raggiunto per telefono l’avvocato Piazza ci aiuta a ricostruire gli avvicendamenti di quel periodo.
<<Il giorno seguente l’intervista di Viviano tutti i mass media parlano del caso. Quando mi cercò il giornalista di Repubblica e mi chiese di farmi alcune domande sulla scomparsa di mio figlio, chiamai il dottore Falcone per avvertirlo, ma non mi fu possibile rintracciarlo. Viviano aveva così tante informazioni che mi sembrò inutile negargli l’intervista.
Accadde poi un evento che mi fece capire come le ricerche, in realtà, non stessero procedendo affatto. Mi trovavo in quel periodo in villeggiatura a Sferracavallo.
Nello stesso momento in cui venivo raggiunto dal maresciallo dei carabinieri di Tommaso Natale, competente per quella zona, i miei suoceri che si trovavano nella mia abitazione, ricevettero una visita del maresciallo di Palermo. Entrambi volevano sapere perché non avevo denunciato la scomparsa di mio figlio. A tutti e due risposi che avevo sporto regolare denuncia il giorno immediatamente successivo. Se inizialmente mi dissero di non aver ricevuto la velina informativa, mi richiamarono il giorno dopo dicendo di averla in possesso, ma di non averla letta. Non so se rendo l’idea>>.
L’avvocato Piazza ci spiega poi che più volte si è tentato di far chiudere l’inchiesta, <<senza per altro dirmi niente>>, ma le memorie che regolarmente si premurava di preparare e di consegnare agli inquirenti consentivano la riapertura delle indagini.
Grazie ad uno di questi suoi scritti, infatti, fu possibile ottenere la dichiarazione da parte del SISDE che attestava la collaborazione di Emanuele.
<<Preparai la memoria e la inviai al giudice Falcone il quale si recò al Ministero dell’Interno e cominciò a condurre interrogatori dai vertici fino in basso e come risultato, quando tornò a Palermo, trovò sulla sua scrivania il documento firmato dal prefetto Malpica che riconosceva il lavoro di Emanuele>>. E’ il 22 ottobre 1990.
Trascorrono circa sette mesi, tuttavia, prima che la macchina investigativa si muova.
<<Solo ad ottobre si decisero a chiamare tutte le persone inserite nell’agendina di Emanuele in cui c’era anche un fogliettino scritto da mio figlio su cui c’era scritto «chiamare Ciccio Onorato» e due biglietti da visita dello stesso. Contattarono persino la nonna di un’amica di Emanuele, ma nessuno si sognò di rintracciare Onorato.
Figuratevi che quando chiamammo al commissariato di Mondello per chiedere se Onorato fosse un pregiudicato l’allora dirigente, dott. D’Aleo, ci rispose negativamente (Falsità reiterata in aula dallo stesso e dal dott. Savina, capo della squadra omicidi ndr.).
 Peccato che questi aveva già trascorso 4 anni all’Ucciardone>>. 
<< A seguito di un’altra delle mie memorie poi, il 7 maggio 1991, quindi un anno e due mesi dopo la scomparsa di Emanuele, venne richiamato il commissario Di Blasi che all’inizio dell’inchiesta aveva steso, su ordine del suo superiore D’Aleo, (che ha negato) una relazione molto superficiale circa il contributo di Emanuele alle forze dell’ordine. Questi, alla fine, ammise che mio figlio aveva aiutato a catturare un latitante di Cosa Nostra, (nel febbraio dell’89, Vincenzo Sammarco, uomo d’onore di San Lorenzo ndr.)
che frequentava Francesco Onorato per indurlo alla collaborazione con la giustizia e che, soprattutto, la scomparsa di Emanuele era una rogna di cui liberarsi in fretta.
(...) Fu interrogato anche il dottor De Sena, vice capo del SISDE, che minimizzò la conoscenza con Emanuele. Eppure ricordo che io stesso, più volte, ho risposto alle sue telefonate indirizzate a mio figlio.
(...) Più avanti uscirono, però, le testimonianze del dottor Grignani e del dottor D’Aleo, del SISDE, i quali non poterono fare a meno di dichiarare che Emanuele era riuscito a metterli in contatto, a Sferracavallo, per portare a termine un’operazione.
Questo poi non so in che termini rientra nelle responsabilità di un informatore>>.
La forte reticenza alla collaborazione mostrata da molti organi delle istituzioni è evidenziata nella requisitoria dei pubblici ministeri Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo che si sono occupati del processo e, secondo quanto riferito dal padre di Emanuele, costituiscono la base per ulteriori indagini che dovrebbero portare alla luce eventuali corresponsabilità nell’omicidio del giovane poliziotto.
<<La responsabilità maggiore dei servizi segreti è stata di mandare un ragazzo giovane ed entusiasta come mio figlio allo sbaraglio, alla ricerca di latitanti senza nessuna copertura, come carne da macello>>.

COLLABORATORI

Giovan Battista Ferrante, uomo d’onore di San Lorenzo, legato a Salvatore Biondino da un rapporto molto stretto, è il primo a decidere di collaborare. Tra le varie confessioni
dei suoi numerosi omicidi, riferisce di aver partecipato allo strangolamento di un giovane che faceva parte dei servizi segreti, di cui però non sa il nome.
Il delitto si è consumato al piano inferiore del mobilificio di Enzo Troia, presenti diversi uomini tra cui i Biondo, sia il lungo che il corto, Erasmo Troia, Salvatore Biondino, Francesco Onorato e altri.
La sua ricostruzione coincide perfettamente con quella di Onorato per quanto concerne la dinamica dell’assassinio, la descrizione dell’edificio in cui è avvenuto, la perquisizione del cadavere di Emanuele da parte di Biondino.
Le uniche incertezze mostrate dal Ferrante sono nelle indicazioni di alcuni dei presenti sui quali non ha ricordi nitidi. Facilmente comprensibile - spiega il pubblico ministero Di Matteo - in quanto il Ferrante aveva compiuto più di un omicidio in quel luogo in diversi periodi e più o meno con le stesse persone. Mentre la testimonianza dell’Onorato, resa immediatamente al momento della collaborazione, nonostante siano passati molti anni è stata ricca di dettagli e particolari, senza sbavature o contraddizioni.
Il motivo ci viene suggerito dal collaboratore stesso il quale ha espressamente ribadito il particolare affetto che lo legava ad Emanuele.
Il dato importante fornitoci dal Ferrante concerne, invece, la ricostruzione di come si disfarono del cadavere di Emanuele. Onorato infatti riporta la notizia solo de relato, avendola appresa da Scalici Smone e Nino Troia l’indomani.
Ferrante descrive come il corpo del giovane poliziotto fu avvolto in due sacchi della spazzatura e trasportato nel campo vicino al negozio da Nino Troia e Giovanni Battaglia proprietario del terreno in cui si trovava una specie di catapecchia di lamiera.
Poco distante, sotto terra erano tenuti i bidoni con cui si scioglievano i cadaveri nell’acido che veniva procurato da Totò Gallina di Carini.
Come da orrenda prassi anche il corpo di Emanuele subì la stessa sorte di molte altre vittime della cosiddetta lupara bianca.

ERGASTOLI

I resoconti dei due collaboratori hanno permesso di ricostruire passo per passo la vicenda di Emanuele dal suo pericoloso ricercare latitanti alla sua tragica fine.
Grazie alle precise e circostanziate indicazioni è stato possibile anche raccogliere i riscontri necessari a convalidare i racconti.
La  bolla che indica l’ora di acquisto effettuato da Onorato nel negozio di sanitari conferma la tempistica della mattina del delitto, così come lo stato in cui Emanuele lascia la sua casa coincide con la descrizione di Onorato che lo descrive vestito alla buona e probabilmente nemmeno pettinato.
I bigliettini scritti di pugno da Emanuele in cui è segnato il promemoria di chiamare Onorato e la lista dei latitanti da ricercare su carta intestata del Ministero degli Interni, il provato pagamento fornito al ragazzo per la sua collaborazione con il SISDE, rinvenuti tra gli effetti personali del ragazzo, sono un’ulteriore prova delle attività svolte da Emanuele.
Vi è da rilevare inoltre che dal momento dell’arresto fino alla collaborazione e dalla collaborazione fino al confronto in aula, Francesco Onorato e Giovan Battista Ferrante non si sono mai visti. Nemmeno Onorato avrebbe potuto inventare la storia di Emanuele al seguito delle rivelazioni di Ferrante poiché quest’ultimo non conosceva il nome della vittima.
Alla luce di questi fatti i due pubblici ministeri Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo hanno chiesto rispettivamente l’ergastolo per Salvatore Biondino, Giovanni Battaglia e Troia Antonino; solo trenta anni di reclusione perché giudicati con rito abbreviato per Salvatore Biondo classe ‘55, Salvatore Biondo classe ‘56, Salvatore Graziano, Erasmo Troia, Vincenzo Troia, Simone Scalici; dodici anni di reclusione con le attenuanti previste dall’art. 8 che attesta l’attendibilità per Francesco Onorato e Giovan Battista Ferrante.

DIMENSIONE UMANA

La famiglia Piazza si è costituita parte civile al processo così come la provincia regionale di Palermo presieduta dall’On. Musotto.
Il processo si è concluso con la toccante arringa dell’avvocato Giustino Piazza, padre di Emanuele.
Definendo immane il dolore dei Congiunti di Emanuele, il padre si è associato alle richieste di imputazione della pena formulate dai Pm nei confronti dei carnefici del giovane figlio ventinovenne, sottolineando tuttavia che «rimangono ignoti i mandanti dell’orrendo delitto.
Non ha mancato poi di sottolineare le vergognose reticenze istituzionali che hanno rallentato le indagini fino a quando non sono state affidate al dott. Ingroia, che ha istruito il processo.
Tuttavia la ragione profonda del suo dire non trova la sua ragion d’essere solo nell’esigenza di ottenere una sentenza giusta, «ma altresì allo scopo di indurre i rei a prendere finalmente coscienza della gravità del delitto commesso e delle conseguenze di esso per ricavare argomenti per un seppure tardivo percorso di pentimento disinteressato, presupposto di un pieno e disinteressato ravvedimento che possa far loro acquistare una dimensione umana».
«Le modalità dell’assasinio sono agghiaccianti, il vilipendio del Cadavere testimonia la ferocia di costoro. La famiglia ha trascorso innumerevoli anni nella sempre più tenue speranza di vedere un giorno riapparire Emanuele. Sì, perché il fatto di non vedere il corpo inanimato genera una tale irragionevole speranza, alla quale seguono il dolore e la disperazione, tutte le volte in cui si è incontrato qualcuno che visto da lontano assomigliasse alla persona scomparsa. (...) La madre di Emanuele non ha cessato di «cercare» il Figlio, anche se inconsciamente sapeva che era una ricerca assurda. Ma l’assenza di notizie, il non avere visto il Suo cadavere alimentava le più assurde speranze. E OGNI VOLTA IL RITORNO ALLA REALTA’ PROVOCAVA UN NUOVO STRAZIANTE DOLORE.
Mi diceva che aveva in passato ritenuto crudele la pratica dei pastori, che, dopo aver sgozzato gli agnellini, li mostravano alla madre strofinandole i corpicini martoriati sul muso. Ma ora, con l’esperienza della sparizione del proprio figlio senza più avere notizie di Lui, ha capito che quella dei pastori non era una crudeltà, ma una pratica necessaria affinché la madre, presa tragicamente contezza dell’evento letale, come tale irrimediabile, CESSASSE DI CERCARE IL FIGLIO.
E ABBIAMO CESSATO DI «CERCARE» IL FIGLIO SOLTANTO NEL 1999, ALLORCHE’ SI E’ AVUTA PRECISA NOTIZIA DELLE MODALITA’ DELLA MORTE, ED E’ STATO ALLORA CHE E’ DIVENUTO POSSIBILE POTER FAR DIRE UNA MESSA IN SUFFRAGIO».

CONCLUSIONI

In pochi altri casi si è avuta occasione di una ricostruzione così precisa degli eventi. Questo è stato possibile grazie ai Pubblici Ministeri (Dott. Ingroia e Dott. Di Matteo), i quali - come ha voluto ricordare il fratello di Emanuele, Andrea, anch’egli avvocato, nella sua arringa - «nell’esercizio delle loro funzioni ed indiscussa professionalità, hanno al contempo manifestato sensibilità e umanità» e alla «affidabilità dei collaboratori di giustizia».
Anche Andrea Piazza chiede giustizia, chiede che siano aperte indagini circa il comportamento di «taluni funzionari che hanno per meschine ragioni personali, tentato di negare di dare un senso al sacrificio umano della giovane vita spezzata».
In pochi altri casi si è avuta occasione di una ricostruzione così precisa della ferocia di Cosa Nostra e dello strazio di una famiglia.
Triste, cruda e ingiusta la fine di Emanuele. Che la sua storia serva almeno a ricordare ciò che di questi tempi sembra essere svanito dalla memoria collettiva: Cosa Nostra è spietata e non perdona. Tanto più se è facilitata dal silenzio omertoso e colpevole di uomini delle istituzioni.

Anna Petrozzi




BOX1
Salvatore Biondino: l’uomo dei misteri


Al di là dell’omicidio di Emanuele, la cui efferatezza è resa nella sua drammaticità nell’arringa del padre, ciò che emerge da questo processo è la figura di Salvatore Biondino.
Arrestato con Riina dal capitano Ultimo del ROS il 15 gennaio 1993, è sempre stato indicato come l’autista del boss. Praticamente incensurato, invece, Salvatore Biondino si rivela essere, grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, l’uomo che ha molte chiavi di Cosa Nostra.
Divenuto capo mandamento della famiglia di San Lorenzo alla morte del suo predecessore Giacomo Giuseppe Gambino, suicidatosi in carcere tormentato dal dubbio del pentimento, Biondino eredita non solo il comando del mandamento, ma con tutta probabilità, anche gli importantissimi legami che il Gambino teneva con i suoi cugini d’America. Di fatto, insieme a Rosario Naimo per la provincia di Trapani, Gambino rappresentava Riina all’interno della cupola di Cosa Nostra americana.
Quindi Salvatore Biondino fa parte della Commissione di Cosa Nostra ed è l’uomo più vicino a Riina in un periodo che intercorre tra il 1986 e l’arresto di entrambi.
Il boss dei boss è latitante, ricercato da tutte le forze dell’ordine sin dal 1969, non ha libertà di movimento, Biondino, quindi, lo sostituisce, si muove su tutte le province, ascolta le lamentele e le rimostranze dei capi mandamento, organizza gli appuntamenti e i delicati spostamenti del capo. In sostanza Salvatore Biondino tiene nelle sue mani tutta la gestione pratica di Cosa Nostra.
Salvatore Biondino è anche lo stratega delle stragi di Capaci e via D’Amelio, anche se per la prima, l’organizzatore materiale è Giovanni Brusca.
Anche oggi dal carcere esercita un ruolo di primo piano. E’ lui che si fa portavoce di coloro che chiedono di parlare con i procuratori per proporre la dissociazione da Cosa Nostra al fine di ottenere benefici carcerari.
Soprattutto, però, Salvatore Biondino ha un canale personale all’interno delle istituzioni stesse a cui attinge preziose informazioni per tutta Cosa Nostra.
E’ così che viene a sapere chi è Emanuele e che cosa fa. E’ così che avverte i suoi prima di una retata, è così che anticipa le mosse avversarie permettendo la latitanza tranquilla di moltissimi capi.
Quindi è l’uomo di Cosa Nostra, ma è anche l’uomo di quei poteri che Giovanni Falcone definiva Ibridi, cioé «le istituzioni devianti dello Stato e i centri di potere occulto».
Resta l’incognita se sia stato il Riina a cedere i suoi contatti con le istituzioni a Biondino affinché li gestisse o se questi non ne avesse di propri a cui ha attinto il Riina stesso.
Indubbiamente ‘u zu Totuccio non lo sceglie a caso, e comunque siano gli equilibri, si può ipotizzare che Riina si serva anche di questi «poteri ibridi».
E’ ciò che stanno cercando di scoprire le procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze.
Riina è comunque sul viale del tramonto (?), alle sue spalle Biondino, oggi 45enne, quindi relativamente giovane, con tutta probabilità detentore di quasi tutti i segreti del vecchio boss, sceglie la strada della trattativa con lo Stato. Inacettabile per il significato che questa adotterebbe all’interno del mondo carcerario e in tutta Cosa Nostra, e inamissibile perché affonderebbe il decisivo colpo di grazia all’istituto dei collaboratori di giustizia già fortemente privato della sua efficacia.
Viene da chiedersi se vicino al fantasma Provenzano e al giovane rampante Matteo Messina Denaro ci siano dei «Biondino». Ma questa è già tutta un’altra storia.
 Giorgio Bongiovanni
 
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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

    Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri umani.


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