La Rivista
Editoriali
RASSEGNA STAMPA n°18 | RASSEGNA STAMPA n°18 |
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PER I PM CANCEMI VA PROSCIOLTO 9 settembre 2001 Palermo. Secondo la procura nissena Salvatore Cancemi non calunniò Silvio Berlusconi né il manager palermitano della Fininvest Marcello Dell’Utri. Cancemi li aveva accusati di aver avuto rapporti con Totò Riina nel periodo immediatamente precedente le stragi di mafia del 1992. Dopo quelle dichiarazioni, Berlusconi e Dell’Utri erano finiti sotto inchiesta per gli eccidi di Falcone e Borsellino, ma nei loro confronti non erano emersi “elementi di reità” e nel febbraio scorso i pubblici ministeri nisseni avevano chiesto l’archiviazione. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, aveva inviato un esposto consegnato a mano all’allora procuratore di Caltanissetta Gianni Tinebra dove Berlusconi denuncia il Cancemi per calunnia. Il documento dei pm, datato 14 giugno, all’inizio indica come autore della richiesta di archiviazione anche Tinebra, ma in calce manca la firma dell’attuale direttore del Dap. A sottoscriverlo sono stati alla fine solo il procuratore aggiunto Paolo Giordano e il sostituto Alessandro Centonze. Cancemi, che collabora con la giustizia dal 22 luglio del 1993, aveva reso una prima dichiarazione il 18 febbraio del 1994, all’allora pm nisseno Ilda Boccassini, parlando di incontri di Riina con “persone importanti”. Il 29 gennaio del 1998, il collaboratore aveva specificato che le persone importanti erano Berlusconi e Dell’Utri, da lui definiti come uomini “nelle mani” di Totò Riina. <<Cancemi – scrivono i pm nella richiesta di archiviazione, nonostante le numerose domande rivoltegli, non è mai stato in grado di indicare le ragioni per cui Berlusconi avrebbe voluto da Cosa Nostra le stragi del 1992>>. Per processare Cancemi occorrerebbe <<provare processualmente la sussistenza di un intento calunnioso>>. Per tale regione, non essendoci prove di calunnia viene fatta richiesta di archiviazione. Anna Petrozzi BRUSCA PARLA DELLA “TRATTATIVA” 25 settembre 2001 Palermo. Il 24 settembre scorso nella seconda sezione penale del Tribunale di Palermo presieduta dal giudice Leonardo Guarnotta, nel corso del processo contro Marcello Dell’Utri imputato di concorso in associazione mafiosa, il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca in video conferenza ha dichiarato: <<Quanto accadeva nel ’92 con le stragi di Capaci e Via D’Amelio e nel ’93 con gli attentati a Roma, Firenze, e Milano, la sinistra era a conoscenza>>. Poi precisa: <<Non voglio dire che la sinistra è mandante delle stragi. Voglio dire che in quel momento chi comandava sapeva quello che accadeva in Sicilia e nel Nord Italia>>. Secondo il collaboratore di giustizia le autobombe sarebbero state monito rivolto successivamente anche a Berlusconi che avrebbe manifestato <<stupore>>. Brusca, sollecitato dalle domande del pm Ingroia, ha dichiarato che aveva cercato di contattare, insieme a Bagarella, Silvio Berlusconi verso la fine del 1993. Ha poi aggiunto di averlo fatto tramite Vittorio Mangano al quale con Bagarella spiegò <<che nonostante le prime bombe del ’93 nessuno si era fatto sentire e ogni bomba era un stimolo>>. <<In quel momento - ha dichiarato il pentito - al governo c’era una parte della sinistra e Berlusconi doveva ancora scendere in campo. Assieme a Bagarella decidemmo di rivolgerci a Mangano affinché parlasse con Berlusconi>>. Tali richieste, secondo Brusca, sarebbero proseguite anche dopo la vittoria elettorale del Polo e la nomina di Berlusconi a presidente del consiglio. <<Volevamo fargli capire – ha proseguito il pentito- che, se non ci avesse aiutato, avremmo continuato con le bombe, mettendo così in difficoltà il suo governo>>. L’ex boss ha sostenuto che il messaggio fu recapitato e che “dall’altra parte ci fu stupore”. Secondo Brusca la “trattativa” sarebbe stata interrotta “perché Vittorio Mangano fu arrestato e per la caduta del governo Berlusconi”. Brusca ha dichiarato inoltre che Vittorio Mangano non avrebbe mai parlato di Marcello Dell’Utri. Ha poi aggiunto di aver appreso “dei buoni rapporti che c’erano fra Silvio Berlusconi e Vittorio Mangano dopo aver letto l’articolo sul settimanale L’Espresso. Brusca dichiara che chiamò Mangano il quale “gli confermò quasi tutto il contenuto dell’articolo e gli spiegò che era stato costretto a licenziarsi per non creare problemi a Berlusconi e al suo staff. Mangano mi sottolineò che era rimasto in buoni rapporti”. <<Con Bagarella - spiega Brusca- gli abbiamo chiesto di contattare Berlusconi e Mangano si mise a disposizione, era lui il nostro interlocutore con Berlusconi>>. Per gli avvocati di Marcello Dell’Utri la deposizione di Brusca <<costituisce la definitiva capitolazione del teorema accusatorio>>: <<nel corso della lunga militanza in Cosa Nostra – dice Trantino – anche con un ruolo di vertice Brusca non ha mai conosciuto né sentito parlare del senatore Marcello Dell’Utri. La categorica ed ennesima smentita della principale fonte d’accusa, Salvatore Cancemi è la riprova di una inquietante trama costruita ai danni del nostro assistito da parte di alcuni collaboranti, come abbiamo sempre sostenuto>>. <<Non è vero quanto sostiene la difesa – ha replicato il pm Antonio Ingroia- e cioè che l’impostazione accusatoria del processo si fondava sulle dichiarazioni di Giovanni Brusca e lo dimostra il fatto che il gup ha rinviato a giudizio Dell’Utri quando ancora le dichiarazioni del boss di San Giuseppe Jato dovevano essere fatte>>. Marco Cappella GRASSO E CUFFARO 6 novembre 2001 Palermo. Un faccia a faccia tra il procuratore capo di Palermo Pietro Grasso e il presidente della Regione Totò Cuffaro è servito a chiarire le idee sulle possibili iniziative in difesa della legalità. <<I soldi, i finanziamenti devono essere spesi – ha affermato Grasso – nel rispetto della legalità e della sicurezza delle imprese e dei cittadini>>. Da parte sua Cuffaro ha sottolineato l’importanza dell’incontro <<io credo che la Regione possa davvero tornare protagonista dello sviluppo. Il procuratore ha avuto per noi parole di elogio e di incoraggiamento>>. Grasso ha volturo ribadire: <<Sulla base di ciò che conosciamo, daremo tutta la nostra collaborazione segnalando le possibili anomalie dei bandi e degli appalti>>. M.L. MAFIA AD ENNA PARLA IL PENTITO LEONARDO 11 novembre 2001 Enna. Il 9 novembre scorso presso la Corte di Appello di Caltanissetta il procuratore della Dda Santi Roberto Condorelli ha interrogato il collaboratore di giustizia Angelo Francesco Leonardo. In quasi quattro ore di interrogatorio il pentito ha disegnato la mappa della mafia ennese e gran parte dei delitti avvenuti dal 1998 ad oggi. Leonardo ha dichiarato che la sua affiliazione è coincisa con quella di Giovanni Galletta e Davide Balsamo, perché si era creata l’esigenza di riorganizzare la famiglia di Enna. L.B. INDAGINE SUI PRESTANOME DI BERNARDO PROVENZANO 11 novembre 2001 Palermo. L’operazione “Dalila” ha portato al sequestro di beni per un valore di 40 miliardi di lire a quattro imprenditori accusati di essere prestanomi dei boss mafiosi e di avere favorito la latitanza di Bernardo Provenzano. Il provvedimento è stato eseguito dalla polizia di Stato dopo un’indagine condotta dalla squadra mobile che ha ricostruito una fitta rete di interessi economici tra gli imprenditori Gaetano, Agostino e Salvatore Sansone, Aurelio Chiovaro e alcune famiglie mafiose. Sono stati sequestrati tra Palermo e Trapani appezzamenti di terreno, cinque imprese, sei ville, quote sociali, conti correnti, appartamenti, negozi e automobili. Lo scorso mese di ottobre il Gup aveva condannato i fratelli Agostino e Salvatore Sansone per associazione mafiosa (sei anni di reclusione) mentre Gaetano Sansone è stato condannato ad un anno. Quest’ultimo venne arrestato nel 1993 perché aveva favorito la latitanza di Totò Riina. Scovare i nuovi boss della mafia risulta sempre più difficile perché sono ricchi, potenti, gestiscono imprese edili, cooperative agricole, hanno ville, appartamenti. Soprattutto dalle indagini è emerso agiscono indisturbati. Monica Centofante CATTURATO IL BOSS DI CASTELLAMMARE 11 novembre 2001 Castellammare del Golfo. Francesco Domingo, probabilmente reggente della famiglia mafiosa di Castellammare del Golfo, è stato arrestato dai carabinieri del reparto operativo di Trapani. Domingo era stato condannato, nell’ambito del processo “Bagarella + 21”, dalla corte di Assise di Trapani all’ergastolo per l’omicidio del boss Ambrogio Farina nel 1995 a Castellammare e in seguito era stato scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare. MATERIALE ATOMICO ALL’IRAQ 12 novembre 2001 Roma. La Dda di Potenza da circa un anno ha avviato una nuova indagine su materiale radioattivo utilizzato al Centro Trisaia di Rontondella dell’Enea. L’inchiesta condotta dal Procuratore Giuseppe Galante e dal Sostituto procuratore Vincenzo Montemuro, ha preso spunto da una precedente indagine della procura di Matera per un presunto pericolo radioattivo legato alla mancata solidificazione (avvenuta di recente) di 2.7 metri cubi ad alta radioattività custoditi nel Centro della Trisaia. Il procedimento penale si è concluso il 28 novembre 1998 assolti i quattro imputati tra i quali l’ex direttore del Centro ed il direttore dell’impianto Itrec. L’Ente Nazionale Energie Alternative ha sempre sostenuto che nel Centro non è mai stato trattato o trasferito plutonio utilizzabile per scopi civili o militari. La Dda di Potenza ha richiesto una consulenza tecnica per fare chiarezza. Un ulteriore filone investigativo che si stata sviluppando e riguarda un’eventuale fuga di materiale radioattivo sfuggito al controllo del Centro e finito nelle grinfie della criminalità organizzata e poi ceduto a qualche paese straniero. Un ingegnere del Centro, in una deposizione, avrebbe sostenuto che del materiale potrebbe essere sfuggito ai contabili del centro e forse rivenduto all’Iraq. Una tesi questa supportata da un’inchiesta di un giornalista scozzese Nic Outterside che denunciò la Scomparsa dal Centro Trisaia 27 elementi di combustibili irraggiato, ipotizzando che tale materiale fosse nelle mani della criminalità organizzata. Maria Loi AUTORIZZAZIONE NEGATA 13 novembre 2001 Reggio Calabria. La provincia di Crotone <<mi ha proposto - dichiara la signora Adriana Musella coordinatrice di “Riferimenti”- un incarico di consulenza in qualità di Commissario Provinciale per la sicurezza e la lotta alla criminalità>>. In pratica la provincia ha chiesto, con una delibera, alla regione Calabria l’autorizzazione ad aprire questo rapporto di collaborazione. Ma la risposta, alquanto discutibile, dell’Assessorato al personale della Regione Calabria, è stata: <<In riferimento alla nota n. 23049 del 31/10/2001 a firma del sig. Presidente della Provincia di Crotone … si comunica che non è possibile concedere la relativa autorizzazione … in relazione alla distanza tra la sede di servizio (RG) e il luogo di svolgimento dell’incarico di consulenza>>. L.B. LA GUARDIA DI FINANZA LO VUOLE ARRESTARE 13 novembre 2001 Napoli. Il Gip del Tribunale di Napoli ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Salvatore Marano, un senatore di Forza Italia. I militari della Guardia di Finanza lo vogliono arrestare ma il senatore è protetto dall’immunità parlamentare. L’indagine nella quale è rimasto coinvolto Marano è precedente alla elezione dell’esponente forzista per cui i magistrati non erano a conoscenza della condizione di immunità parlamentare. Il provvedimento restrittivo a carico dell’indagato, che risale a qualche giorno fa, contiene le accuse di associazione per delinquere e truffa aggravata. A quanto pare la richiesta di arresto di Marano sarebbe stata avanzata dal pm ad aprile, cioè un mese prima delle elezioni politiche del 13 maggio. L’ordinanza sarà inviata a Palermo per essere esaminata. M.T. SEQUESTATI BENI PER 10 MILIARDI 13 novembre 2001 Palermo. Gli uomini della Dia hanno sequestrato beni per 10 miliardi di lire riconducibili o intestati a Salvatore Benigno e a Giovanni Pavone. Benigno, 34 anni, indicato come un presunto killer, avrebbe preso parte a numerosi fatti di sangue. L’uomo è stato sottoposto ad indagine nel quadro delle inchieste della direzione distrettuale antimafia di Firenze sulle stragi del 1993. A Giovanni Pavone, indagato dallo stesso centro operativo della Dia di Palermo, è stato sequestrato un edificio a due piani che si trova in via Piave, a Misilmeri. Pavone sarebbe molto vicino al clan mafioso della città. Nel 2000 la Dia aveva messo i sigilli anche ad un’altra parte del suo patrimonio, frutto di attività illecite. SEQUESTRATI BENI PER OTTO MILIARDI 15 novembre 2001 Palermo. Il 14 novembre scorso i Carabinieri del Gruppo “Monreale” hanno sequestrato ai fratelli Rosario e Calogero Lo Bue beni per un ammontare di otto miliardi di lire. Il provvedimento è stato emesso dei giudici della sezione “misure di prevenzione” del Tribunale di Palermo, in quanto i beni sono riconducibili al latitante Bernardo Provenzano. Rosario Lo Bue nel 1997 era stato arrestato con l’accusa di essere legato a Salvatore Riina e Bernardo Provenzano mentre, nel marzo 2000, è stato condannato a sei anni e otto mesi di reclusione per associazione mafiosa. Negli anni ’80, e sino al 1997, Calogero Lo Bue ha amministrato nelle campagne del Corleonese alcune proprietà dell’ex presidente della Regione Sicilia Giuseppe Provenzano. Quest’ultimo nella prima metà degli anni ’80 fu coinvolto e poi scagionato in una inchiesta giudiziaria coordinata dal giudice Falcone nel quadro di accertamenti patrimoniali a carico di Saveria Benedetta Palazzolo, compagna di Bernardo Provenzano. Anna Petrozzi SPATARO SULLA P2 15 novembre 2001 Milano. <<Non so a chi Spataro si riferisse quando ha dichiarato che il governo porta avanti la politica della P2. Ovviamente, questa accusa nemmeno mi sfiora>>, così il ministro della Giustizia Roberto Castelli ha replicato alle dichiarazioni fatte dal consigliere Armando Spataro in una intervista a Radio popolare. <<Sono sbalordito dalle dichiarazioni di Spataro. Un magistrato per l’alto e delicato ruolo che svolge dovrebbe avere un grandissimo senso di responsabilità e per la maggioranza di essi è sicuramente così. Chi rappresenta i magistrati, nell’alto consesso del Csm, dovrebbe identificare al massimo queste qualità>>. <<Le dichiarazioni di Spataro – ha ribadito Castelli – più che indignarmi mi rattristano e sono la testimonianza di come una parte, fortunatamente piccola, della magistratura abbia perso il senso del limite e della realtà. E che ciò avvenga da una parte del Csm è ancora più grave e mi convince dell’inderogabile necessità di riformare la legge elettorale del Consiglio superiore affinché i magistrati siano nelle condizioni di scegliere liberamente chi li possa rappresentare in modo adeguato, come essi meritano>>. Lorenzo Baldo VIOLANTE: <<LA GUERRA CIVILE L’HA FATTA LA MAFIA>> 16 novembre 2001 Roma. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a Granada ha bollato come una vera e propria guerra civile la stagione di “mani pulite”. L’indomani il capogruppo dei Ds Luciano Violante indignato ha dichiarato: <<La guerra civile, contro gli italiani, l’ha fatta la mafia, onorevole Berlusconi, non la giustizia>>. Ha poi detto: <<chi non è capace di cogliere queste verità sarà travolto prima che dal dissenso, dall’indignazione degli italiani>>. Secondo Violante: << il colpo di Stato lo fecero in quegli anni i corrotti e i corruttori che saccheggiarono migliaia di miliardi pubblici con il sistema della corruzione e del peculato>>. Ma.C. SCARCERATO UN IMPRENDITORE 16 novembre 2001 Roma. Giovanni Pozzi, un imprenditore accusato di riciclaggio sarebbe stato scarcerato per effetto delle nuova legge sulle rogatorie. Massimo Brutti, con i senatori Guido Calvi, Giuseppe Ayala, Elvio Fassone, ha inviato una interrogazione urgente al Ministro Castelli sollecitando un intervento del governo. <<Contrariamente a quanto sostenuto, spesso con tono sprezzante, dai vari esponenti del governo al momento dell’approvazione della legge sulle rogatorie – ha detto Brutti – che mai nessun accusato e imputato di reati gravi, in stato di custodia cautelare, sarebbe stato messo in libertà per effetto della legge, i fatti smentiscono clamorosamente quelle spericolate affermazioni>>. Inveceil deputato Enzo Fragalà, capogruppo di An, critica l’attacco alla legge sulle rogatorie e dichiara che Pozzi sarebbe stato scarcerato per mancanza di indizi e di esigenze di custodia cautelare e non in conseguenza della nuova legge. A Fragalà ha fatto eco il presidente dei senatori di Forza Italia, Renato Schifani, che parla di “terrorismo mediatico”. Diciannove deputati ds, in una lettera ai leader dell’Ulivo, chiedono che promuova un referendum su rogatorie, falso in bilancio e sul rientro dei capitali dall’estero. Lorenzo Baldo IL GIRO D’AFFARI DEL MERCATO DELL’EROINA 16 novembre 2001 Cosenza. In 18 mesi sono stati sequestrati nel cosentino 726 chili di droga. Si tratta di hascisc, marijuana, eroina e cocaina: stupefacenti destinati al mercato calabrese e siciliano, per un valore complessivo che supera i cinquanta miliardi. La cocaina proveniva dal reggino, dal vibonese e dal napoletano ed era gestita prevalentemente dagli uomini delle cosche. Mentre l’eroina arrivava in città dal cassanese e dalla Puglia, le droghe leggere giungevano da ogni parte ed era concessa a tutti la vendita. Invece per le droghe pesanti tutti dovevano ottenere il permesso dai “mammasantissima” della criminalità organizzata. Operare senza il loro lasciapassare significava rischiare la vita. Le indagini condotte fino ad ora hanno dato un quadro molto chiaro della situazione. Negli ultimi cinque mesi sono finite in manette solo nel capoluogo quaranta persone in possesso di cospicue quantità di stupefacenti pesanti. E anche le intercettazioni ambientali e telefoniche hanno confermato costanti collegamenti dei trafficanti locali con i narcotrafficanti di Africo, Salerno, Napoli, Vibo Valentia e Reggio Calabria. Particolarmente interessanti anche i risultati che emergono da un’inchiesta della Dda di Salerno. Numerose associazione di trafficanti operava in diverse città italiane con l’appoggio di malavitosi croati, turchi, rumeni, colombiani e albanesi. Maria Loi OPERAZIONE <<PAGANINI>> 16 novembre 2001 Fermo. Nelle prime ore del 13 novembre scorso il Comando dei Carabinieri di Fermo ha eseguito 29 ordinanze di custodia cautelare, nei confronti di persone responsabili del traffico di stupefacenti, emesse dal Gip Ugo Vitali Rosati su richiesta del Pm Gabriele Casalena. Un imponente blitz antidroga, questo delle forze dell’ordine del reparto operativo d’Ascoli Piceno, compagnie d’Ascoli e Montegiorgio, e dei comandi dell’Arma di Tolentino, Macerata, Osimo, e Jesi per un totale di 150 carabinieri. Il capitano della Compagnia dei Carabinieri di Fermo Patrizio La Spada insieme al suo collega d’Ascoli, Eduardo Lucente, durante la conferenza stampa del 15 novembre scorso hanno illustrato ai mezzi d’informazione regionali i particolari della brillante operazione. Un’azione, questa, denominata Paganini perché considerata il “do di petto” del gruppo d’investigatori dell’Arma fermana. Ma andiamo per ordine, tutto è iniziato lo scorso gennaio. Un lavoro certosino di raccolta degli elementi di prova che hanno fatto arrestare un’organizzazione criminale nordafricana che gestiva lo smercio delle sostanze stupefacenti (eroina, cocaina). I grossisti, quattro d’origine tunisina e due della Costa d’Avorio, tutti abitanti a Lido Tre Archi di Fermo (Ascoli Piceno) acquistavano notevoli quantitativi di droga (dal mezzo chilo ai tre chili settimanali) da connazionali dell’hinterland milanese che poi celavano in luoghi disabitati o scarsamente frequentati. L’ex Fim di Porto S.Elpidio è stato il luogo preferito di scambio, occultamento e “taglio” dello stupefacente. Secondo gli investigatori, nello stabile sopracitato, sono transitate quantità di stupefacente inimmaginabili. Inoltre le indagini hanno portato alla individuazione di oltre 300 consumatori di sostanze stupefacenti provenienti dalle provincie d’Ancona, Macerata e Teramo. Inoltre è stato accertato che la cocaina era per lo più “destinata ad assuntori della classe ‘bene’ ”. Tra gli arrestati numerosi italiani del luogo che rivestivano soprattutto un ruolo da intermediari nelle città dell’entroterra marchigiano. Durante la conferenza stampa il capitano dei Carabinieri La Spada ha confermato che sono state utilizzate moderne tecnologie per l’attività info-investigativa resa difficile “dalla spregiudicatezza con cui gli usufruttuari degli appartamenti di Lido Tre Archi cedono gli stessi ad extracomunitari (che peraltro li cambiano continuamente per depistare eventuali indagini sul loro conto), dalla copertura ricevuta da italiani abitanti del luogo e dagli intrecciati rapporti d’affari intercorrenti tra i numerosi indagati”. Il capitano Lucente ha tenuto a sottolineare, tra l'altro, che finora non risultano collegamenti tra gli arrestati in quest'operazione e le cosche mafiose. L’operazione Paganini è da considerare tra le più importanti operazione antidroga realizzate dalle forze dell’ordine nelle Marche negli ultimi dieci anni. A tal proposito la redazione di ANTIMAFIA Duemila ha donato ai Carabinieri del comando di Fermo una targa per a riconoscimento dell’impegno e i risultati eccellenti che hanno conseguito contro la criminalità organizzata. Marco Cappella MAFIA E POLITICA A TRAPANI. 16 novembre 2001 Trapani. Il 7 luglio del 1998 nell’operazione antimafia “Progetto Rino 3”, tra gli arrestati, figurava l’ex deputato regionale della Democrazia Cristiana Francesco Spina ritenuto “uno dei principali referenti della politica di Cosa Nostra dentro la politica”. Attualmente, nella sezione misure di prevenzione del tribunale di Trapani, si sta celebrando il processo per l’applicazione della sorveglianza speciale a Francesco Spina e all’ex deputato regionale del Ccd Francesco Canino. Il pm Andrea Tarondo ha consegnato ai Giudici una “Memoria sui condizionamenti mafiosi nell’amministrazione comunale di Trapani”. Nel rapporto stilato dal giudice si possono leggere fatti e vicende dal 1990 in avanti. Anni in cui il potere politico, economico e imprenditoriale di Trapani era in così stretto legami con il potere mafioso da finire con il diventare l’unico “potere” forte della città. Nella documentazione vengono ripercorse storie e vicende apparentemente lontane, ma che in realtà sono la chiave di lettura che servono a capire che le convergenze di interessi tra la politica, l’imprenditoria e la mafia potrebbero essere ancora presenti a Palazzo D’Alì. Emerge la loggia massonica “Iside 2” che alcuni personaggi negli anni Ottanta già frequentavano. Nomi che ricompaiono nelle carte giudiziarie nelle ultime inchieste della Procura. Eccone alcuni esempi: l’ex deputato Francesco Canino il quale, nonostante abbia risolto alcune vicende giudiziarie legate all’Iside 2, per la Procura è rimasto nel tempo referente di quegli intrecci cresciuti dentro la stessa loggia massonica che con la mafia ha avuto rapporti; l’ex Vicesegretario Bartolomeo Augugliaro, il direttore del Ced Filippo Sparla, arrestato lo scorso aprile assieme al sindaco Nino Laudicina. Anna Petrozzi PROCESSO TEMPESTA: 52 ERGASTOLI 17 novembre 2001 Palermo. Il processo “Tempesta” si è concluso con 52 ergastoli e altre 21 condanne per un centinaio di omicidi di mafia commessi a Palermo tra il 1973 e il 1992. La sentenza è stata emessa dalla Corte d'Assise di Palermo, presieduta da Claudio Dell’Acqua. I giudici hanno accolto le richieste dell’accusa, fondata sul così detto “teorema Buscetta”, cioè la ricostruzione delle regole decisionali interne di Cosa Nostra fornita dal primo grande pentito e secondo cui tutti i componenti della “commissione” sono responsabili come mandanti dei delitti. E’ stato così inflitto l’ergastolo anche a Totò Riina, Bernardo Provenzano, Pietro Aglieri, Antonio Giuffrè, Raffaele Ganci, Salvatore Biondino, Giuseppe Madonia. Sono stati condannati 73 dei 107 imputati del processo, apertosi il 7 ottobre del 1996, e durato per 150 udienze. Pene più leggere per i collaboratori di giustizia che hanno beneficiato delle attenuanti. Sono stati condannati a dieci anni Francesco Paolo Anselmo, Salvatore Cucuzza e Giovanni Ferrante, a 16 anni Giovanni Brusca e Mario Santo Di Matteo. Oggetto del processo anche gli omicidi dell’agente della sezione catturandi della Squadra Mobile di Palermo, Calogero Zucchetto, ucciso con 5 colpi di pistola e del capitano dei carabinieri Mario D’Aleo. Gli altri delitti erano tutti agguati contro esponenti mafiosi. L’accusa sostenuta dai pm Olga Capasso e Marzia Sabella, ha chiesto l’ergastolo per tutti i capimafia che sedevano nella Cupola di Cosa Nostra negli anni’80: Bernardo Provenzano, Totò Riina, Pietro Aglieri, Salvatore Biondino, Pippo Calò, Gioacchino Cillari, Domenico Ganci, Raffaele Ganci; Antonino Giuffrè, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, Michele Greco, Antonino e Francesco Madonia, Giuseppe Montalto e Bendetto Spera. Carcere a vita anche per Salvatore Biondo, Giuseppe Buffa, Raffaele Galatolo, Pietro Sallerno, Salvatore Biondo, Girolamo Guddo, Antonino Scimone, Giuseppe Agrigento, Salvatore Giuliano, Salvatore Madonia, Biagio Montalbano, Antonino Tinnirello, Giovanni Buscemi, Giovanni Cusimano, Giuseppe Dainotti, Giulio Di Carlo, Giovanni Di Gaetano, Giuseppe Farinella, Giuseppe e Vincenzo Galatolo, Nino Geraci, Carlo Greco, Domenico Guglielmini, Francesco Paolo Gullo, Michelangelo La Barbera, Salvatore Liga, Giuseppe Lucchese, Giovanni Marcianò, Giovanni Matranga, Francesco Mulè, Antonino Porcelli, Rosario Sampino, Simone Scalici, Francesco e Giuseppe Spina e Mariano Tullio Troia. La Corte di Assise d’Appello di Caltanissetta ha inflitto undici ergastoli nel quadro relativo del processo ad alcuni delitti risalenti agli anni ’80 che si sarebbero verificati tra Riesi, Mazzarino e Caltanissetta. Erano stati 13 gli ergastoli inflitti in primo grado. Maria Loi MAXI INCHIESTA DELLA DNA SUGLI APPALTI IN SICILIA 19 novembre 2001 Palermo. Nella sede della Procura Nazionale Antimafia si sarebbero svolte una serie di riunioni coordinate dal procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna con i colleghi Luigi Croce, procuratore di Messina, Pietro Grasso, procuratore di Palermo e Giuseppe Gennaro (presidente dell’Anm) procuratore di Catania. L’argomento specifico degli incontri naturalmente è riservato, ma secondo indiscrezioni, hanno discusso con alcuni investigatori predisponendo le linee guida della mega inchiesta su mafia e appalti, affidata al Ros. Si presume che agli atti della nuova inchiesta siano state acquisite preziose informazioni relative ad appalti piccoli e grandi dove il meccanismo sarebbe già provato. Un sistema che fa riferimento a quello utilizzato da Angelo Siino noto come il “ministro degli affari pubblici” di Cosa Nostra. Dalle investigazioni è emerso che in Sicilia le imprese che si aggiudicano gli appalti quasi sempre non sono del luogo. Un particolare, questo, che non è sfuggito agli investigatori i quali hanno rilevato che tali imprese si aggiudicano gli appalti con un ribasso dell’uno per cento contro il 16% della media nazionale. Anna Petrozzi LA SANITA’ IL BUSINESS: 19 ARRESTI 20 novembre 2001 Potenza. Dalla Direzione distrettuale antimafia sono partiti gli ordini di arresto per 19 funzionari della Asl. Si tratta di fisioterapisti che sono stati accusati di associazione a delinquere finalizzata a truffa aggravata ai danni del servizio sanitario nazionale. Non si tratterebbe solamente di un caso di mala sanità! Dietro ci sarebbe Cosa nostra. Claudio Clini, collaboratore delle direzione distrettuale antimafia spiega: <<Cosa nostra entra nella sanità con un triplice obiettivo. Il primo è di natura squisitamente economica. Piazzando i propri uomini ai posti di comando dell’amministrazione sanitaria, società e ditte di Cosa nostra riescono a mettere le mani sugli appalti. Il secondo obiettivo – prosegue Clini – è quello di consolidare i rapporti di potere che consentono a loro volta il controllo del territorio>>. Il terzo obiettivo sono le “evasioni bianche” . <<Il trucco – spiega ancora Clini – è oggi meno facile da mettere in pratica. Ma in passato, attraverso medici e amministrazioni sanitarie compiacenti, molti boss sono riusciti ad evitare il carcere per mezzo di false certificazioni mediche, che hanno spalancato loro le porte degli ospedali pubblici>>. Lorenzo Baldo DI MAGGIO: <<LO STATO MI HA ABBANDONATO>> 20 novembre 2001 Palermo. Il 19 novembre scorso nell’aula bunker del carcere di Pagliarelli Balduccio Di Maggio, il pentito che ha contribuito all’arresto del capo di Cosa Nostra Toto Riina, ha chiesto di deporre nel processo in cui è imputato di associazione mafiosa ed omicidio relativo al suo ritorno in armi in Sicilia. L’ex collaboratore di giustizia adagiato su una barella ha dichiarato: <<I Carabinieri mi chiesero un appoggio per lavorare sul territorio di San Giuseppe Jato. Io fornii i nomi di Francesco Reda, Nicola Lazio e Michelangelo Camarda. Le notizie che assumevano le riferivano agli ufficiali dei carabinieri Balsamo, Inzolia e Meli, del “Gruppo 2”. Io tenevo i contatti telefonici dalla scuola allievi ufficiali di Roma. La Procura sapeva tutto ciò ma i pm mi hanno sempre detto: noi non ti abbiamo detto niente>>. Di Maggio ha detto di avere sempre collaborato lealmente con lo Stato che lo ha abbandonato. A tal proposito ha voluto puntualizzare che il suo contributo alla giustizia: <<nel gennaio del '93, in occasione dell'arresto di Riina, ma non ho incassato alcuna taglia. Ho preso 500 milioni che erano una tranche di un miliardo e mezzo che mi erano stati deliberati per altri contributi di collaborazione e che dovevano servire per comprarmi una casa e vivere con la mia famiglia. Il restante miliardo non mi è stato consegnato>>. L'ex collaboratore di giustizia ha inoltre rivendicato il contributo fornito per individuare il nascondiglio di Giovanni Brusca, arrestato il 20 maggio del 1996. Infatti Di Maggio informò Nicola Lazio, in contatto con gli investigatori, che Brusca era stato visto insieme con un macellaio del paese, Santo Sottile. L’ex autista di Riina ha ammesso le sue responsabilità: <<Nell'agosto del '96 ho ucciso ad Altofonte Giovanni Caffrì perché voleva assassinare gli uomini che avevo messo a disposizione di Carabinieri e Polizia per aiutarli a catturare Giovanni Brusca>>. Marco Cappella NELLA VILLA DI RIINA C’ERANO OPERE D’ARTI E MOBILI ANTICHI 21 novembre 2001 Palermo. Nella villa bunker di Toto Riina, in Via Bernini, c’erano opere d’arte, mobili antichi e argenterie. Il 15 gennaio 1993 fu arrestato Riina, e venti giorni dopo fu perquisita la villa del boss. Il collaboratore di giustizia Giusto Di Natale racconta che dopo l’arresto del boss una squadra di mafiosi ripulirono la villa e trasferirono << un numero di casse di corredo, poi c’erano delle argenterie, c’erano dei quadri, poi dei lampadari…>>. <<Un giorno - racconta Di Natale – Bagarella volle andare a Partinico per vedere un po’ la merce in che condizioni si trovava. E vide che c’erano parecchie cose umide e malmesse, allora si arrabbiò. Disse: maltrattando questa merce, è come se maltrattano mio cognato>>. Il collaboratore di giustizia ha poi riferito di complicità in carcere avvenute dopo la cattura di Riina <<un secondino ci faceva avere, dal carcere, le lettere scritte da Nino e Salvino Madonia. Si parlava di affari. Ma anche di profumi, che poi io, Guastella e Di Trapani facevamo avere in carcere>>. Mara Testasecca RUSSIA: PISTA MAFIOSA 21 novembre 2001 Mosca. L’esplosione in volo di un Ilyushin-18 russo, molto probabilmente, è stata causata una bomba ad orologeria fatta piazzare da organizzazioni criminali per eliminare i dirigenti dell’aeroporto di Khatanga. Sono morti nell’esplosione 18 passeggeri e 9 membri dell’equipaggio. L’aereo, partito da Khatanga, era diretto a Mosca quando è esploso in cielo dopo sei ore di volo a circa duecento chilometri dalla destinazione. A bordo del velivolo c’era anche Vladimir Ovcinnikov, capo dell’ente aeronautico di Khatanga che andava a Mosca con alcuni suoi vice. M.C. IL PM MARINO E IL CSM 21 novembre 2001 Catania. Il Sostituto procuratore distrettuale di Catania, Nicolò Marino, ha comunicato al presidente della corte di Assise del processo “Oriente 1” di <<essere impossibilitato a svolgere il ruolo di pubblico ministero>>. Il magistrato aveva detto di essere costretto a fare fotocopie e a preparare da solo le citazioni in udienza. <<Un provvedimento discutibile della Procura – ha detto Marino - mi ha privato dei due segretari che avevo e non posso più lavorare>>. <<La Procura di Catania non ha mai progettato o attuato alcun depotenziamento dell’ufficio del sostituto Nicolò Marino>> è stata la spiegazione della Procura, che in una nota spiega come la mancanza di personale sia stata <<la necessaria conseguenza del suo passaggio dalla Dda alla Procura ordinaria>>. E in una nota prosegue: <<Il dottor Marino non è stato né l’unico né l’insostituibile protagonista della lotta alla mafia catanese che, al contrario, non registra cedimenti né battute di arresto grazie all’immutato e competente impegno degli alti magistrati in servizio Dda, anche se egli non ne fa più parte ormai da parecchi mesi per espressa previsione di legge>>. Anna Petrozzi ERGASTOLO PER IL FIGLIO DI RIINA 23 novembre 2001 Palermo. Dopo 24 ore di camera di consiglio il presidente della III sezione della Corte d’Assise di Palermo, Angelo Monteleone, ha letto la sentenza che condannava all’ergastolo Giovanni Riina il figlio venticinquenne di Totò Riina. I giudici hanno riconosciuto il figlio del capomafia corleonese colpevole di quattro delitti fra cui quello di Antonio Di Caro, strangolato a mani nude. - A riguardo Giovanni Brusca racconta che: <<il ragazzo era gasato, non stava nella pelle per la gioia di aver ucciso>> -, e per essere stato il mandante dell’omicidio avvenuto nel ’95, di tre giovani, i fratelli Giuseppe e Giovanna Giammona e il marito di lei, Francesco Saporito. Ha preso l’ergastolo anche il boss di Partinico Vito Vitale mentre 30 anni sono andati a Francesco di Piazza e 20 a Francesco La Rosa e Antonio Mangano. Pene più leggere per Giovanni Brusca e Giuseppe Monticciolo (12 e 10 anni rispettivamente) e 10 a Vincenzo Chiodo ed Enzo Salvatore Brusca. L’unica assoluzione è per Giuseppe Lo Bianco. <<Questo non era il processo al figlio del boss – ha spiegato il pm Vittorio Teresi - , Giovanni Riina non è stato condannato per il cognome che porta. Qui era imputato di omicidio e noi siamo riusciti a produrre ai giudici le prove della sua colpevolezza>>. Giovanni Riina, detenuto del 1997, era già stato condannato a 4 anni e 8 mesi per l’appartenenza al clan dei Corleonesi. La pena gli era stata inflitta con il rito abbreviato nell’ambito del processo per il sequestro e l’uccisione di Giuseppe Di Matteo. Maria Loi CAMILLERI CONTRO IL GOVERNO BERLUSCONI 24 novembre 2001 Palermo. Nel corso di un recente convegno lo scrittore Andrea Camilleri dichiara: <<Si rinfocola con brutale violenza terroristica l’attacco delegittimatorio alla magistratura … l’atteggiamento dei rappresentanti dell’attuale governo, a tutti i livelli, che accusano i magistrati di adoperare carte false per mandare in galera i loro perseguitati o che invocano le manette per chi interpreta la legge con un’ottica non gradita>>. Poi ha continuato ricordando: <<Sono uno scrittore e quindi ben conosco il peso delle parole – scrive Camilleri in una lettera inviata ai magistrati – se ho definito terroristica violenza l’attacco ai magistrati è perché, in quel momento tragico nel quale il mondo vide colpite le torri gemelle di New York, in me personalmente si ripropose un senso di smarrimento e d’angoscia già patito. E compresi che quella scena, nel corso della quale venivano polverizzati due simboli, io da cittadino italiano, siciliano, l’avevo già atrocemente vissuta quando erano state abbattute altre due torri gemelle, Falcone e Borsellino>>. Presente anche Salvatore Lupo che ha detto: <<Nella società e nel mondo economico c’è un forte bisogno di mafia, prendiamone coscienza>>. Il presidente del Centro Impastato, Umberto Santino, spiega: <<Palermo è stata proclamata capitale mondiale della cultura della legalità, ma a dire il vero, nonostante le buone intenzioni e le manifestazioni antimafia, non c’è forse città in Occidente in cui l’illegalità sia così diffusa e tanto religiosamente praticata>>. Lo scrittore denuncia un calo di tensione nella società civile così come nelle istituzioni: <<quanti semafori verdi, oggi come oggi, si aprono davanti alla mafia, dalla legge sulle rogatorie, all’abolizione delle scorte, dall’incitamento alla convivenza, al progetto si separazione delle carriere o di riforma del Csm … Si rimane addirittura meravigliati del fatto che la mafia immediatamente e largamente non approfitti di sì generoso orientamento governativo: ma forse è ancora sommersa da un felice stupore, ha bisogno di quel minimo di tempo indispensabile per valutare appieno la ricchezza, la varietà di quei pacchetti dono che sono stati messi ai piedi del loro albero del prossimo Natale>>. Anna Petrozzi LE ACCUSE DI CASTELLI 24 novembre 2001 Palermo. Claudio Castelli, segretario nazionale di Magistratura Democratica dichiara: <<L’invito del ministro dei Trasporti Lunardi si è già tradotto in ben precisa scelte del governo, che rischiamo di pagare per decenni. E, intanto, il tema è scomparso dal dibattito politico. Nell’ultima campagna elettorale, di mafia non si è fatto cenno>>. Alla domanda, quali provvedimenti di governo e parlamento preoccupano maggiormente, il giudice Castelli ha risposto: <<Più di un intervento ha reso caotico il processo penale, in particolare quello di criminalità organizzata. Sono stati varati provvedimenti, in materia di rogatorie, che rendono più difficile la cooperazione internazionale. E altri che fanno più opaca l’economia e più farraginosi i controlli. Sono state ridotte le scorte, è stato revocato il commissario dell’Ufficio antiracket>>. La voce della magistratura sembra solitaria e più di una volta i pm hanno ribadito la necessità di nuovi strumenti d’indagine. <<Il problema non è di come è stato gestito questo o quel processo. Arrivare alle connivenze che possono esistere ai massimi livelli può essere possibile solo in una situazione in cui ci sia una effettiva volontà complessiva, istituzionale e sociale, di arrivare a svelare queste connivenze. Pensare che la magistratura possa farlo da sola significherebbe pensare a dei Don Chisciotte>>. Oggi la magistratura è al centro di attacchi da parte del potere politico. <<Si vorrebbe tornare indietro rispetto al principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge: si vuole che certi processi non vengano fatti. Ma i magistrati sono chiamati a far rispettare il principio costituzionale dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Non esiste alcun partito dei giudici, se fosse diversamente lo riterrei pericoloso per la democrazia>>. Marco Cappella LA GIUSTIZIA IN ITALIA 25 novembre 2001 Roma. <<Il dato di fatto della giustizia italiana sul finire dell’anno 2001 è esattamente il medesimo degli anni precedenti: gli avvocati del capo del governo ricusano la giustizia, trovano cento e mille cavilli per non presentarsi alle udienze e altri pretesti per rinviare le sentenze oltre le scadenze formali>>. A parlare è il noto scrittore Giorgio Bocca, che parla di incontri truccati <<gli imputati si alzano prima che l’arbitro abbia finito di contarli e se ne vanno facendo sberleffi al pubblico e alla stampa>>. L’esempio più eclatante di questa “irrisione dello Stato e delle sue leggi” c’è la dà Cesare Previti. Il noto avvocato non solo rende impossibile lo svolgersi del processo Sme-Ariosto, parlando dei suoi doveri parlamentari, ma risponde ad una ulteriore sollecitazione del Tribunale con una lettera che insulta i giudici milanesi, paragonandoli ad un “plotone di esecuzione” che si appresta a sparare sull’innocente. Al che Saverio Borrelli, il procuratore generale di Milano, ha dichiarato con fermezza che questo modo di non far fare alla Magistratura il suo lavoro <<mi ricorda gli anni Settanta e il comportamento dei terroristi che cercavano ogni mezzo per dilazionare i processi o per dichiarare apertamente di non riconoscere la giustizia, come di recente ha fatto un avvocato e un uomo di governo>>. E’ evidente che la democrazia sia in crisi. In tutto il mondo, dovunque, prevale la tendenza a far prevale <<la legge del più forte e del più ricco>> conclude con amarezza Bocca. Lorenzo Baldo VIGNA: <<OCCORRE FARE DI PIU’>> 25 novembre 2001 Palermo. Il 24 novembre scorso Piero Luigi Vigna procuratore nazionale antimafia, nel corso del seminario organizzato da Magistratura democratica ha fatto il punto della situazione. <<I dati – ha detto l’alto magistrato- che arrivano a livello centrale sono chiari e indicano una linea ben precisa di tendenza criminale. Gli appalti, ad esempio, che continuano a essere uno degli investimenti preferiti dall’organizzazione, sono ormai caratterizzati da un sistema d’aggiustamento che si ripete metodicamente, secondo criteri ben precisi>>. Sullo stato del coordinamento delle indagini a livello internazionale Vigna ha detto: <<Occorre fare di più. E il Parlamento è protagonista di un’occasione mancata: non è stato ancora ratificato l’accordo fra gli Stati europei che prevede l’istituzione delle squadre investigative comuni, agiscono quando il reato è transnazionale, con una conseguente utilizzabilità reciproca degli atti. E’ il solo modo per superare vecchi sistemi quali sono ormai le rogatorie e le estradizioni>>. Mara Testasecca LA ‘NDRANGHETA NEL COSENTINO 26 novembre 2001 Corigliano. Il pm Salvatore Curcio della Dda di Catanzaro nel corso di un processo nell’aula bunker del capoluogo, ha detto: <<I sodalizi criminali coriglianesi sono agguerriti e pericolosi>>. Un’affermazione, questa, suggerita dall’agguato del 3 novembre scorso ad Arcangelo Conocchia. Costui, elemento collegato alle cosche dominanti, rimase gravemente ferito in un'imboscata tesagli nel parcheggio antistante il carcere di Rossano. Secondo gli investigatori i mandanti dell’azione hanno voluto mandare un messaggio: colpiamo chiunque e dovunque. I numerosi omicidi degli ultimi anni, secondo gli inquirenti, sono il segnale che i nuovi equilibri criminali, sia nella Sibaritide sia nella zona del Pollino, sono ormai mantenuti con la sistematica eliminazione di aspiranti boss e picciotti troppo “autonomi”. Difatti i delitti avvenuti nel Castrovillarese, nel Cassanese e nel Coriglianese rientrerebbero nella diabolica “pulizia” interna decisa dai “padrini” nell'ambito del complessivo riassestamento delle cosche. Un regolamento di conti che secondo alcuni agenti investigativi sarebbe opera degli 'ndraghetisti di Cirò. Costoro, infatti, sono da decenni fedeli alleati dei coriglianesi. Tale strategia sarebbe stata decisa per controllare in via definitiva il racket delle estorsioni e il traffico di droga. Vincenzo Bloise, 35 anni, Francesco Cosentino, 39 anni, ex spacciatore di droga, Salvatore De Cicco, 32 anni, di Sibari, Giovanni Russo, 35 anni e Andrea Sacchetti, 31, Giorgio Cimino, padre di due preziosi collaboratori di giustizia gestiti dalla Dda di Catanzaro, sono, queste, tutte vittime di un anno mattanza che ha il timbro della ‘Ndrangheta. Marco Cappella OPERAZIONE <<PIRANHA>> 26 novembre 2001 Catanzaro. Un’inchiesta denominata <<Piranha>> ha svelato che presunti boss e picciotti mettevano in contatto imprenditori chiedendo loro soldi e se gli impresari opponevano resistenza organizzavano attentanti per essere più “convincenti”. Un’accurata attività investigativa ha permesso di individuare gli autori delle attività estorsive. Il 23 ottobre 1999 su ordine del gip Maria Vittoria Marchianò la prima raffica di arresti. Le indagini, poi, sono proseguite e con il contributo delle ammissioni delle vittime del racket che hanno permesso agli inquirenti di ricostruire una lunga serie di estorsioni accompagnate con attentati dinamitardi ed incendiari che sono avvenuti tra il ’98 e il ’99, tra Rende e San Lucido. Il più clamoroso dei tentativi d'imposizione delle “mazzette” attuati dai malavitosi, riguardava l'impresa Rodio, aggiudicataria dei lavori di costruzione dell'aula liturgica del santuario di San Francesco di Paola. Il clan Calvano - secondo l'accusa - tentò di estorcere del denaro avvicinando il direttore dei lavori. Nel mirino della presunta cosca di San Lucido finirono pure l'impresa <<Asfalti Sintex>> di Bologna, impegnata nella realizzazione di una galleria e di una variante sulla Statale 18 tirrenica, ed una serie di piccoli imprenditori cosentini aggiudicatari di vari subappalti. Arrestato Romeo Calvano gli uomini del Ros piazzarono delle microspie autorizzate dalla Dda di Catanzaro. Dalle intercettazione è risultato che il boss dal carcere ordinò ai congiunti di proseguire le attività estorsive, nascondere delle armi di cui la cosca disponeva, e intimidire gl'imprenditori che avevano reso dichiarazioni accusatorie alla magistratura inquirente. Anna Petrozzi LA SICILIA E’ DEL CENTRODESTRA 27 novembre 2001 Palermo. In Sicilia ha vinto il centrodestra. Questo è il risultato delle ultime votazioni per l’elezione del sindaco. A Palermo Diego Cammarata, per Forza Italia, ha avuto il 56,3 per cento dei voti, Francesco Crescimanno (centrosinistra) il 23,2 e Ciccio Musotto il 18,1. In Sicilia, quindi, vince il Cavaliere che era presente con due liste e arriva ad oltre il 30 per cento. Hanno comunque messo la croce sulle liste dell’avvocato Francesco Crescimanno settantamila palermitani. <<Ora si tratta di ricominciare, è un dovere che abbiamo verso quella parte della città che non ci ha abbandonati – ha dichiarato Crescimanno -. … Saremo all’opposizione e ci batteremo perché a Palermo non tornino vecchi comitati d’affari politico-mafiosi. Ci batteremo perché non una lira dei soldi destinati ai palermitani vada nelle tasche di Cosa Nostra>>. La sinistra perde anche a Catania. Mentre a Trapani (per il collegio di Bobo Craxi è andata decisamente bene), Ragusa (Giovanni Franco Antoci di Democrazia Europea ha prevalso con 58.3%) e Agrigento (dove Aldo Piazza è stato eletto con oltre il 75%) vince il Polo. I centri, invece, di Alcamo, Ravanusa, Castelvetrano e Marsala vanno al ballottaggio. Lorenzo Baldo A CACCAMO VINCE DI COLA 27 novembre 2001 Caccamo. A Caccamo, il comune sciolto in passato per infiltrazione mafiosa, ha stravinto, alle elezioni per diventare sindaco Nicasio Di Cola. Carica che aveva ricoperto per ben due volte anche ai tempi di Mico Geraci. <<La gente ha voluto Di Cola, ufficialmente indipendente, ma in realtà vicino a Forza Italia, e lo ha votato – ha commentato il fratello del sindacalista ucciso, Michele Geraci, candidato nella lista di centro sinistra che ha raccolto l’8 per cento – qui, purtroppo non è cambiato nulla>>. Ancor prima delle elezioni Giuseppe Geraci, il figlio la menta una situazione analoga a quella quando il padre era in vita cioè una forte presenza della mafia su tutto il territorio. Il ragazzo se ne accorge partecipando ad una riunione convocata dagli amici di suo padre per la candidatura a sindaco. Una volta presa la parola, Giuseppe Geraci chiede se nel programma ci fosse un riferimento alla legalità. Le risposte lo lasciato di stucco e in più una telefonata anonima che lo metteva in guardia e gli diceva che gli anni passati dovevano essere cancellati. Altro clima quando c’era sua padre! Che si cercò immediatamente di cancellare tutto lo dimostra anche la vicenda del 5 marzo 1999, quando – a cinque mesi e un giorno dall’omicidio del sindacalista – il consiglio comunale venne sciolto per infiltrazione mafiosa dal Consiglio dei Ministri. Ricordate, il comune andò alle urne dopo tre anni di gestione commissariale. A cercare di risollevare la situazione ci aveva pensato Giuseppe Lumia su quella stessa linea di denuncia. Ma furono i tanti a rimpiangere Di Cola, per ben due volte sindaco di Caccamo. Mara Testasecca IL SENATORE DELL’UTRI SULLE ELEZIONI 27 novembre 2001 Roma. <<Palermo ha dimostrato che Forza Italia ha sempre un grande peso al di là delle persone - ha dichiarato il senatore azzurro Marcello Dell’Utri -. … Mi pare che abbiano prevalso le ragioni di carattere locale. Certo è una buona giornata per tutti, pure alla luce degli altri risultati. Il centrosinistra è finito>>. Queste elezioni sono state anche la vittoria di Gianfranco Miccichè <<ha corso un rischio – continua il senatore - ed è stato bravo e fortunato, onore al merito, spero che non lasci la segreteria>>. Si può parlare di una nuova stagione dei rapporti tra politica e giustizia, a Palermo, e nel paese? Dell’Utri risponde? <<Forse non è un caso che oggi qui a Palermo si vada tutti da padre Pintacuda, all’inaugurazione dell’anno accademico del suo centro di Formazione. Padre Pintacuda è stato l’ideologo di Orlando e della sua Rete. Ora sembra quasi il fondatore di Forza Italia …Diciamo che padre Pintacuda è persona aperta al cambiamento. Ha capito che le cose non potevano andare nel senso che avevano preso. E ha fatto un’inversione di 180 gradi. Guardi io ci spero molto, che anche nelle aule giudiziarie si cominci a guardare ai fatti anziché alle persone. Che alla stagione della pazzia segua quella della normalità>> ha così concluso il senatore. Mara Testasecca GAVA NON C’ENTRA CON LA CAMORRA 27 novembre 2001 Roma. Antonio Gava, ex ministro dell’Interno, finì nella maxi-inchiesta sui presunti intrecci tra Camorra, politica e imprenditoria con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Il giorno in cui è stata letta la sentenza - il 28 novembre di un anno fa - nell’aula bunker di Poggioreale Gava non c’era, sono stati i suoi difensori – gli avvocati Carlo Taormina ed Eugenio Cricrì – a telefonargli per raccontare che tutto si era risolto bene: un’assoluzione con formula piena per non aver commesso il fatto. Il 27 novembre scorso, a distanza di un anno, la prima sezione della Corte di Assise di Napoli ha depositato le motivazioni della sentenza. Circa 3260 pagine scritte dal presidente Omero Ambrogi e dal giudice Vincenzo Mastursi. Di queste più di cento sono dedicate alla posizione di Antonio Gava. “Un primo dato emerge – spiegano i giudici parlando di Gava – a differenza di Patriarca, Mastrantuono e Meo non vi è mai stato alcun contatto diretto o rapporto intercorso tra il Gava Antonio e componenti del sodalizio criminoso “a quo” (…). Ma le richieste di voti in favore di Gava sono state formulate da uomini della sua corrente, non direttamente dal politico e non può non riconoscersi che referenti gavianei locali avevano interesse ad allacciare rapporti con il clan Alfieri per accrescere il proprio potere, conquistare e offrire alla corrente voti e acquisire benemerenze presso il Gava onde non venire scalzati da altri emergenti”. Anche la posizione dell’ex questore Matteo Cinque è stata riabilitata: “Non è provato – si legge nella motivazione della sentenza – che Gava abbia agevolato progressioni in carriera del Cinque e che quest’ultimo avrebbe assicurato copertura al clan Alfieri”. E sul sequestro Cirillo: “Si può affermare che la Dc non ribadì la linea della fermezza usata per Moro: Sismi e Sisde chiesero a Cutolo di svolgere attività di mediazione tra lo Stato e le Br (…) e il Gava si attivò sicuramente per il reperimento del denaro necessario a pagare il riscatto. Ma le emergenze processuali non consentono di affermare che Gava estese il suo impiego anche nel mantenere o agevolare i contatti col Cutolo e con i suoi uomini”. Sui pentiti i giudici hanno detto: “l’indeterminatezza dei riferimenti impedisce di attribuire agli stessi una qualsiasi valenza nella valutazione dell’accusa”. Maria Loi LA SENTENZA D’ANTONE 29 novembre 2001 Palermo. E’ stata depositata il 27 novembre scorso la motivazione della sentenza al processo D’Antone. La Corte di Assise di Palermo ha condannato a dieci anni di reclusione l’ex funzionario dell’Alto commissariato per la lotta alla mafia, Ignazio D’Antone. Il 22 giugno scorso Ignazio D’Antone fu condannato a 10 anni. La sentenza, circa 755 pagine, scritta dal presidente Giuseppe Nobile e dal giudice a latere Adriana Piras – ripercorre la travagliata storia dell’antimafia. Si è parlato anche della presunta appartenenza di Bruno Contrada alla massoneria, rimasta indimostrata secondo la motivazione della sentenza d’appello che ha assolto l’ex dirigente del Sisde. Secondo il tribunale “D’Antone, a decorrere dalla fine del 1983, ha contribuito a favorire il potere di Cosa Nostra, attraverso l’agevolazione del senso di impunità dei suoi adepti, favorendo la latitanza di numerosi soggetti, all’epoca dei fatti aventi un ruolo di primissimo piano nell’organigramma mafioso, ricordiamo Pietro Vernengo, Carlo Castronovo, Lorenzo e Gaetano Tinnirello, Vincenzo Spadaro e Vincenzo Buccafusca”. “D’Antone – scrivono ancora i giudici - ha manifestato la propria collusione anche intervenendo per vanificare operazioni volte alla cattura di latitanti e tra queste sintomatiche sono la vicenda del Costa Verde e quella della sua provata interferenza nei confronti delle iniziative investigative della Squadra Mobile quando dirigeva il Centro interprovinciale della Criminalpol per la Sicilia occidentale”. Nella sentenza i giudici esprimono anche una serie di riserve sulle deposizioni del capo della polizia Gianni De Gennaro e di quello che ora è divenuto il suo vice, Antonio Manganelli e anche su presunte divergenze tra d’Antone e Ninni Cassarà, il capo della squadra mobile di Palermo, ucciso nel 1985. Sono state considerate attendibili invece le dichiarazioni della vedova di Cassarà, Laura Iacovoni. La donna ha detto della diffidenza che il marito aveva nei confronti di D’Antone. I giudici, inoltre, hanno definito <<lacunosa e superficiale>> l’indagine condotta da Manganelli sul fallito blitz della Magione: un episodio denunciato dalla madre dell’agente Antiochia, assassinato assieme a Cassarà. D’Antone avrebbe impedito ad alcuni agenti di entrare nella chiesa per accertare la presenza del latitante Pietro Vernengo. Nella sentenza D’Antone il dottor Manganelli avrebbe detto ai giornalisti: <<Mi prendo le critiche dei giudici in silenzio nel rispetto delle istituzioni>>. Monica Centofante LE ACCUSE DI MANTOVANO AL GOVERNO ELLENICO 29 novembre 2001 Roma. Alfredo Mantovano, sottosegretario all’Interno, accusa il governo ellenico di non fare la guerra ai boss. Il governo greco ha risposto dichiarando che il governo italiano dovrebbe essere <<particolarmente cauto>> nel fare dichiarazioni di questo tipo. <<Per il 2001 – fa sapere, infatti, il magistrato salentino – pur diminuendo l’ammontare dei sequestri, pari a 205 tonnellate, è aumentata l’incidenza percentuale (73%) delle sigarette provenienti dalla Grecia. Con riferimento ai porti, si registra una contrazione delle partenze dallo scalo di Patrasso (49% a fronte del 64% registrato nel 2000) e un contestuale incremento dagli scali di Igoumenitza e di Corinto (44% rispetto al 19% del 2000) >>. Da Atene, hanno definito le parole del sottosegretario <<senza fondamento>> e <<colorite>>. L’ammiraglio Bovulgaris, direttore del dipartimento sicurezza aveva spiegato ai commissari: <<Le sigarette vengono caricate nei porti della Bulgaria per poi essere scaricate in Grecia e Italia, con navi battenti bandiera ucraina e con equipaggio ucraino. Tutti questi carichi sono a prima vista, legali>>. I comandanti della guardia costiera greca hanno riconosciuto la debolezza dei porti di Igoumenitza e Pratasso e alcuni deputati ellenici hanno dovuto ammettere che <<sottoporre a controllo, anche solo per campione, gli autocarri, equivarrebbe a provocare attese e file chilometriche>>. Ecco quanto scrive Alfredo Mantovano nel suo ultimo libro Miliardi i fumo <<Questa logica stringente, ha il solo limite di adoperare criteri di valutazione riferiti esclusivamente al vantaggio economico. Poiché i carichi di tabacco di contrabbando arrivano in Italia (e non solo in Italia), viene da chiedersi se la comune appartenenza all’Unione europea non debba spingere a considerazioni ulteriori, rispettose della sicurezza all’interno dell’Ue, oltre che mirate a garantire gl’interessi finanziari dell’intera Comunità. Non si comprende, in altri termini, per quale ragione sia scontato che la Guardia di finanza impieghi inevitabili ritardi nella circolazione delle merci, e invece ciò non debba avvenire a monte, nei principali porti greci>>. L’interesse dei contrabbandieri di tabacco per la Grecia non è una novità. Va avanti da almeno dieci anni in quanto è un <<territorio di transito per le sigarette che provengono da Cipro o dalla confinante Bulgaria. Da molti porti anche di piccole dimensioni, è possibile ingaggiare <<un nutrito numero di comandanti di navi disposti ad operare per le organizzazioni delinquenziali specializzate nel contrabbando>>. Giuseppe Scelsi, magistrato barese della Dda, ha osservato recentemente di fronte all’Antimafia : <<Probabilmente occorre insistere attraverso i nostri organi istituzionali per una più stretta partecipazione delle autorità giudiziarie e di governo elleniche, al contrasto delle attività di contrabbando. Anche perché ci risulta che a queste attività, in Grecia potrebbe essere interessate organizzazioni criminali dell’est europeo: non soltanto quelle che fanno capo al Montenegro, ma addirittura a mafie più lontane>>. Mara Testasecca CENTARO ALL’ANTIMAFIA 29 novembre 2001 Roma. Il 29 novembre scorso si è insediata a Palazzo San Macuto, la nuova Commissione parlamentare antimafia, la dodicesima. A capo Roberto Centaro, 48 anni, senatore di Forza Italia. Magistrato ed ex segretario del consiglio superiore della magistratura. Nella prima riunione, convocata dal presidente della Camera, Pierferdinando Casini sono stati chiamati a far parte della Commissione i deputati: Bertolini, Bricolo, Burtone, Catanoso, Ceremigna, Cicala, Cristaldi, D’Alia, Dina, Filippo Maria Drago, Fatuzzo, Gambale, Lazzari, Leoni, Lumia, Filippo Mancuso, Maran, Minniti, Misuraca, Molinari, Angela Napoli, Palma, Sinisi, Vendola e Vitali. Il presidente del Senato, Pera ha chiamato a insediarsi i senatori: Ayala, Giovanni Battaglia, Luigi Bobbio, Boscetto, Massimo Brutti, Calvi, Centaro, Cirami, Dalla Chiesa, Del Turco, D’Onofrio, Florino, Gentile, Greco, Manzione, Maritati, Meduri, Nocco, Novi, Peruzzotti, Salzano, Tommaso Sodano, Veraldi, Vizzini e Zancan. Sulla nuova Commissione ci sono già incertezze dichiara il presidente uscente Giuseppe Lumia perché <<ci sono persone che non garantiscono la funzionalità della Commissione e c’è il rischio che i pm non si fidino ad inviare atti d’indagine segreti>>. Anche Niki Vendola ha ricordato: <<Questa Commissione dà il meglio di sé nella presidenza e il peggio nella composizione: ci sono presenze inquietanti che rischiano di comprometterne immagine e credibilità>>. Maria Loi SALVATORE CURCIO: UN MAGISTRATO SCOMODO 29 novembre 2001 Cosenza. <<Per levarci dai guai dobbiamo far saltare il giudice di Catanzaro>>. La frase intercettata dalle microspie tradisce un piano stragista preparato a puntino dalle cosche della Sibaritide ai danni della sorella di un collaboratore di giustizia, che doveva essere uccisa, e di un magistrato antimafia che doveva essere ugualmente eliminato. Il tutto sarebbe stato progettato in Germania. Giorgio Basile, 37 anni, era l’uomo che avevano scelto i clan per compiere l’attentato. Trafficante di droga in Baviera e autore di alcuni omicidi commessi in Italia, Germania e Olanda, Basile del tutto sconosciuto alle forze dell’ordine e questo non poteva che essere un punto a suo vantaggio. Ormai da due anni Giorgio Basile collabora con la magistratura germanica rivelando particolari inquietanti anche sull’attentato al giudice Curcio. <<Il piano era che Basile doveva arrivare in Calabria, compiere il delitto e ripartire in Germani in treno>>. Per le cosche della Sibaritide il giudice è stato un nemico irriducibile. Aveva istruito, con il collega Giancarlo Bianchi, il maxiprocesso “Galassia”. Aveva accolto le rivelazioni del “capobastone” Giuseppe Cirillo e firmato poi le inchieste che hanno consentito di far luce sugli assassinii di Giovanni Viteritti, Luigi Lanzillotta, Antonio Giovagnione, Giovanni Portoraro, Salvatore Nigro, Alfredo Elia e Leonardo Schifini. Il magistrato si occupò anche dei presunti mandanti e autori dell’omicidio di Mario Mirabile avvenuto a Corigliano nel 1990. Il Basile ha rivelato anche dell’intento di uccidere la sorella di un pentito coriglianese, Tommaso Russo. <<Dovevamo sterminare – ha rivelato l’ex malavitoso – i familiari del pentito. Per indurlo a ritrattare e scongiurare nuove defezioni>>. Anna Petrozzi ANDREOTTI RICATTATO DA SINDONA 30 novembre 2001 Palermo. Il 29 novembre scorso si è svolta un’udienza del processo d’Appello in cui il senatore Giulio Andreotti, assolto in primo grado, è imputato di concorso in associazione mafiosa. Il sostituto procuratore generale Anna Maria Leone nel corso della sua requisitoria ha approfondito il salvataggio della Banca Privata Italiana di Sindona. Il magistrato ha affermato che “Sindona esercitava pressioni ricattatorie nei confronti di Andreotti”. L’udienza è stata rinviata al prossimo 13 dicembre. Ma.C. ERGASTOLO AGLI ASSASSINI DI EMANUELE PIAZZA 30 novembre 2001 Palermo. Lo scorso 29 novembre la seconda sezione della Corte d’Assise presieduta da Giuseppe Nobile, a latere Roberto Murgia, ha accolto quasi interamente le richieste dei pm Antonio Ingroia e Antonio Di Matteo sui responsabili della morte di Emanuele Piazza, collaboratore del Sisde scomparso il 16 marzo del 1990. Difatti è stato comminato l’ergastolo a Salvatore Biondino, Antonino Troia e Giovanni Battaglia. La scelta del rito abbreviato risparmia la condanna a vita a Salvatore Biondo e al cugino omonimo, a Simone Scalici e ad Antonino Erasmo Troia. Infatti costoro sono stati condannati a trent’anni di reclusione. Mentre ai collaboratori di giustizia Francesco Onorato e Giovambattista Ferrante sono stati inflitti 12 anni. Sono stati assolti, invece, Salvatore Graziano e Vincenzo Troia. Il primo a parlare dell’omicidio è stato Ferrante il quale ha raccontato che il corpo di Emanuele Piazza è stato sciolto nell’acido. Poi Onorato che era amico di Piazza, raccontò che l’ordine di uccidere Piazza era stato dato da Salvatore Biondino che li vide salutarsi davanti alla polleria di Simone Scalici. Onorato attirò in una trappola mortale Piazza fino al mobilificio di Nino Troia a Capaci. Andrea Piazza, fratello di Emanuele, racconta che i momenti più duri di questi anni nella attesa di giustizia sono stati il <<il silenzio e le menzogne di chi sapeva e veniva qui in aula a tacere o a dire il falso>>. L’avvocato Giustino Piazza in occasione della sentenza che ha fatto luce sull’omicidio del figlio ha dichiarato: <<Intorno alla storia di Emanuele è stato alzato un muro di omertà, di silenzio. In molti hanno taciuto. In molti hanno finto di non sapere, arrivando anche ad infangare la memoria di un giovane che credeva nella giustizia>>. Ha poi affermato che <<l’espressione clima di omertà non è casuale. Superiori e colleghi di mio figlio sono stati spinti a negare perfino di averlo frequentato. A darmi l’idea della reticenza che ha sempre circondato la vicenda fu un magistrato palermitano che, dopo la scomparsa di Emanuele mi raccontò un episodio. Giorni prima, mentre era in compagnia di mio figlio, aveva incontrato un funzionario di polizia ed aveva fatto per presentarglielo. Il poliziotto aveva detto che non c’era bisogno. Lo conosceva bene. Erano bastati pochi giorni però per fargli dimenticare tutto. Quando il giudice lo aveva incontrato di nuovo e gli aveva detto se sapeva della scomparsa di Emanuele lui aveva risposto: “Non conosco nessun Emanuele Piazza”. Il pm Antonio Di Matteo dichiara che si prosegue per stabilire chi e perché non ha detto la verità>>. Ingroia, invece, ricorda che si è trattato di <<un’indagine difficile, iniziata da Giovanni Falcone, più volte chiusa e più volte riaperta, grazie anche alla tenacia della famiglia, fino al contributo determinante dei collaboratori di giustizia>>. Marco Cappella LA VERITA’ SUL DELITTO LIMA 1 dicembre 2001 Palermo. Col delitto Lima si ricomincia da capo. Contraddizioni tra le versioni di Francesco Onorato, killer reo confesso dell’omicidio, e il racconto dei testimoni oculari. I due gradi di giudizio non sono riusciti a sciogliere i dubbi sul delitto avvenuto il 12 marzo del 1992 su un marciapiede di Mondello. La Procura generale chiede chiarezza. E’ una eredità difficile quella lasciata dai pm d’appello chiamati, dopo l’annullamento del secondo verdetto da parte della Cassazione, a sostenere l’accusa nel processo ai mandanti del delitto. A citare i primi dubbi e sospetti sull’assassinio di Lima è stato il sostituto procuratore generale Dino Cerami. Ai giudici della Corte d’Assise d’Appello ha chiesto la riapertura di un’istruttoria da molti ritenuta conclusa. Che sia stata la mafia a commettere l’omicidio sembra proprio che non ci siano dubbi ma il pm non si accontenta delle dichiarazioni dei pentiti e chiede che vengano approfonditi tutti i rapporti politici di Lima dal 1980 in poi. Francesco Onorato ha confessato di aver sparato contro l’erodeputato. Il killer disse di aver seguito quella mattina l’auto di Lima a bordo di una moto guidata da Giuseppe D’Angelo e di aver esploso i primi colpi e inseguito Lima sul marciapiede finendolo con altri colpi di pistola. Questa versione è stata giudicata credibile sia dai giudici di primo grado e di appello. Ma un agente di polizia, Vincenzo Marchiano, testimone oculare del delitto disse che il killer era alto 1,75 ed era di corporatura esile. Onorato invece è alto circa 1,91 e pesa 105 chili. Il killer inoltre ha dichiarato di aver indossato un casco bianco ma tutti i testimoni (Marchiano, Li Vecchi, Nando Liggio) parlarono di un casco scuro. Onorato sostiene di aver sparato l’On. Lima da circa 2-3 metri ma la perizia medica sostiene che l’arma doveva essere ad una distanza di 60 cm dalla vittima. Onorato, inoltre, ha spiegato di aver rivolto l’arma contro i due uomini che accompagnavano Lima e di essere stato impietosito da un uomo con gli occhiali; sia Li Vecchi che Liggio hanno negato. A tal proposito il pm Dino Cerami chiede di fare delle indagini più approfondite. Mara Testasecca IL PM ANTONIO INGROIA 1 dicembre 2001 Cremona. <<Attualmente forze di polizia stanno monitorando in Sicilia, come nel resto del Paese, eventuali presenze riconducibili al terrorismo islamico>>. A rilasciare le seguenti dichiarazioni è il pm Antonio Ingroia in occasione della presentazione del libro L’eredità scomoda di cui è coautore con Gian Carlo Caselli, ex procuratore della Repubblica di Palermo, e attuale rappresentante Eurojust per l’Italia. Il pm ha spiegato che in passato <<si sono verificati momenti di convergenze tra interessi della mafia e ambienti di integralisti islamici>>. Questa convergenza di interessi sarebbe legata al traffico di droga e di armi: <<Tali attività, di cui ora non ci sono segnali, sono state in passato oggetto di indagini>>. Inoltre in Sicilia vivono numerose comunità islamiche che le procure hanno messo sotto controllo, tra i punti da tenere sott’occhio vi è la base militare di Sigonella. Jessica Pezzetta IL CASO TAORMINA 1 dicembre 2001 Roma. Le dichiarazioni del sottosegretario all’Interno Carlo Taormina contro i magistrati di Milano scatenano un polverone. Tutto ha inizio con la sentenza di piazza Fontana: <<Sentenza politica, scritta con la penna rossa>> arringa il sottosegretario. La polemica continua quando il gup del caso Sme-Ariosto nega a Cesare Previti un rinvio dell’udienza per la partecipazione a lavori parlamentari. Il 4 luglio scorso la Corte costituzionale annulla l’ordinanza del gup. Il 17 novembre il tribunale di Milano decide che il processo deve andare avanti e rigetta la richiesta della difesa di retrocedere il dibattimento all’udienza preliminare. La decisione scatena la reazione del Sottosegretario Carlo Taormina <<Quei giudici milanesi andrebbero arrestati - è la dichiarazione del sottosegretario - . Hanno ignorato una sentenza della Corte costituzionale che è inappellabile>>. L’8 dicembre, poi, dopo la deposizione della sentenza di assoluzione per Berlusconi che era stato accusato di corruzione per tangenti Fininvest alla Finanza, Taormina chiede di processare i giudici <<che hanno sbagliato>> e sollecita le dimissioni del presidente dell’Anm, Giuseppe Gennaro. Nel frattempo l’Ulivo deposita alla Camera la mozione in cui chiede al governo di <<revocare>>Taormina. Il Sottosegretario aveva proposto una commissione bicamerale per controllare l’operato della magistratura. Il 21 novembre, il capo dello Stato ricorda a magistrati e politici che <<è dovere di tutti rispettare il limite delle proprie competenze>>. <<Non mi dimetto, se volete che lasci dovrete cacciarmi>> dichiara Taormina. Durante un faccia a faccia con Silvio Berlusconi, il sottosegretario va giù duro e ammette di aver usato <<toni troppo accesi>>, ma sottolinea di aver <<espresso la linea della Casa delle Libertà … se il programma sui temi che riguardano la giustizia è cambiato è bene che lo dicano. Allora diventerà questo il problema e non i miei attacchi contro i magistrati>>. Le sue dimissioni giungono il 5 dicembre con una lettera indirizzata al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Ne dà l’annuncio al Senato il ministro dell’Interno Claudio Scajola. <<Chiedo ai miei detrattori, di destra e di centro di volermi riconoscere l’integrità morale e la fedeltà quasi integralista alla giustizia – dichiara Taormina -. Ho grande rispetto per la magistratura, ma mi batterò sempre perché i disonesti, gli incapaci, o i politicizzati non ne facciano parte>>. Così si conclude l’esperienza del sottosegretario che è durata 174 giorni dal giuramento del 12 giugno allo scorso 4 dicembre. Jessica Pezzetta CONFISCATI I BENI DI PLACIDO AIELLO 1 dicembre 2001 Catania. All’imprenditore Placido Aiello, genero del cavaliere del lavoro Gaetano Graci, sono stati confiscati i beni. La Cassazione ha respinto il ricorso dei suoi difensori. L’imprenditore, coinvolto in una delle prime operazioni contro la famiglia Santapaola, fu arrestato nel dicembre del 1994 per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia avrebbe fornito appoggio finanziario al clan, e i suoi beni sarebbero stati sequestrati. L’imputato patteggiò la pena e la Corte gli concesse il beneficio della sospensione della stessa con il consenso della Procura. <<Il provvedimento di confisca è stato inopinatamente richiesto dalla stessa Procura di Catania soltanto nel 1999, a quattro anni di distanza dalle definizione del procedimento penale a seguito del patteggiamento… e che il provvedimento di confisca è stato adottato quando il reato presupposto era ormai estinto, per l’avvenuto decorso del termine di cinque anni dal passaggio in giudicato della sentenza di patteggiamento. E l’estinzione del reato impedisce l’applicazione delle misure di sicurezza>>. I legali di Aiello tenteranno di riottenere la proprietà del “Villaggi degli Ulivi”, il “Lido dei Ciclopi” e numerosi immobili, società e terreni. <<E’ la più grossa confisca di beni che la Procura di Catania abbia mai effettuato>>, hanno dichiarato i pm D’Agata e Fanara. <<Questo risultato conforta la nostra tesi accusatoria, che era possibile disporre la confisca dei beni dell’Aiello applicando l’articolo 12 sexies della legge 7 agosto 1992 numero 356, che sottolinea come sia sempre possibile, in materia di mafia, la confisca di beni di cui il condannato non può giustificare la provenienza>>. Anna Petrozzi ASSALTI AI TIR VENTI ARRESTI 4 dicembre 2001 Palermo. La banda dei Tir sgominata dalla polizia. Sono 13 le persone arrestate complici di Vito Cuccia titolare di un deposito giudiziario. Il gip Renato Grillo ha firmato l’ordinanza dell’arresto, che si è basata sulla consulenza tecnica dell’esperto informatico della Procura Gioacchino Genchi. I Carabinieri, con ulteriori accertamenti, hanno arrestato un gruppo di sette rapitori che operavano fra Termini Imerese, Palermo e Carini. Le indagini dell'Ufficio prevenzione generale della Polizia, coordinate dai pm Maurizio Agnello e Gianfranco Scarfò, hanno appurato che la banda era ormai specializzata in rapine ai tir e furti. Le auto venivano poi "ripulite" e rivendute. Il guadagno arrivava dal mercato della ricettazione ma anche dai soldi pubblici. Difatti i due garage giudiziari di Cuccia (in viale Regione Siciliana e a fondo Camineci, all'Uditore) erano una vera e propria macchina per far soldi. I mezzi rubati dalla banda venivano poi fatti ritrovare, naturalmente mancanti di molti pezzi, che erano stati intanto venduti e custoditi da Cuccia. Quando il proprietario arrivava e doveva pagare cifre astronomiche per il deposito, preferiva rinunciare. E quella carcassa fruttava ancora altri soldi. Un giro di affari da almeno due miliardi. Lorenzo Baldo ARRESTATO ALDO MADONIA 5 dicembre 2001 Palermo. Il 3 dicembre scorso i Carabinieri hanno arrestato Aldo Madonia, uno dei quattro figli del boss di San Lorenzo Francesco. L’ordine di custodia è stato emesso dalla Corte d’Appello ed è stato motivato con il “pericolo di fuga” di Aldo Madonia. Il prossimo 7 dicembre sarà discusso in Cassazione il ricorso presentato dai legali, Nino Mormino e Caterina Scaccianoce, dopo la condanna a sei anni per associazione mafiosa (cinque dei quali già scontati). Gli avvocati di Madonia hanno dichiarato: <<Il provvedimento ci sembra eccessivo. Il nostro assistito, dal momento della scarcerazione, si è sempre comportato correttamente. Adesso valuteremo se presentare ricorso. Comunque anche se la condanna dovesse essere confermata, Madonia sarebbe libero, poiché ha già scontato gran parte della pena>>. Aldo Madonia laureato in farmacia e conosciuto con il soprannome di “dottore”, oltre al procedimento per associazione mafiosa, è imputato per la vicenda “Big John”, la nave che dalla Columbia trasportò in Sicilia seicento chili di cocaina. Una storia, questa, che si è conclusa lo scorso marzo ed ha portato all’assoluzione di Madonia in Appello. Un pronunciamento, questo, impugnato dal pg e che sarà discusso dalla Cassazione. Marco Cappella NEW YORK: ARRESTATI BOSS DELLA FAMIGLIA GENOVESE 6 dicembre 2001 New York. Un picciotto- poliziotto ha vissuto per tre anni da uomo d’onore, accumulando in segreto prove in maniera tale da poter incastrare boss e gregari del clan Genovese. Il 5 dicembre scorso il cerchio si è chiuso, la Polizia, con una vasta operazione ha arrestato 73 uomini fra cui 34 capi. Il blitz - hanno spiegato al dipartimento delle forze di Polizia di New York (NYPD) - è scattato poco prima che la struttura del clan si attivasse per un colpo grosso: il furto delle paghe del quotidiano New York Times. Il colpo avrebbe dovuto fruttare sei milioni di dollari (oltre 2miliardi di lire). I Genovese erano finora sopravvissuti alle operazioni antimafia condotte nell'ultimo decennio dalla polizia locale e agenzie federali che hanno sgominato i Bonanno, i Colombo, i Gambino e i Lucchese. Secondo il procuratore capo federale di Manhattan Mary Jo White, i vertici della famiglia Genovese erano finora riusciti a eludere la giustizia, tenendo un profilo molto basso, evitando gli scontri con le altre famiglie e limitando il più possibile le azioni violente. Maria Loi NORME AMBIENTALI INOFFENSIVE 7 dicembre 2001 Roma. In sei mesi il governo Berlusconi ha provveduto a rendere inoffensive le norme a difesa dell’ambiente. Sono circa 15 mila le infrazioni alle normative ambientali. A lanciare la denuncia è Legambiente che di recente ha presentato un documento con i <<10 atti contro la natura del governo Berlusconi>>. Il problema più serio dice il presidente Realacci <<riguarda la legalità, le leggi sul falso in bilancio, sulle rogatorie e sul rientro dei capitali che hanno già aperto la strada a un abbassamento della guardia. La legge Obiettivo di Lunardi sulle grandi opere oltre a contrastare con la normativa europea sulla valutazione di impatto ambientale riduce i criteri di trasparenza ed elimina i limiti ai subappalti e ai rialzi di spesa in corso d’opera>>. Per non parlare poi degli investimenti sulle ferrovie. Inoltre nel giugno del 2002 scompariranno gli incentivi domestici, ma non quelli per chi ristruttura interi palazzi. Anche il ministro dell’ambiente vedrà i suoi fondi ridotti così come i parchi e le aree protette che avranno una riduzione del 10% rispetto agli stanziamenti previsti dal governo. Mara Testasecca PENE CONFERMATE PER I KILLER DI DON PUGLISI 7 dicembre 2001 Palermo. La Corte di Cassazione ha confermato le condanne all’ergastolo per i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. I boss di Brancaccio sono accusati di aver ordinato l’uccisione di padre Pino Puglisi assassinato a Palermo il 15 settembre 1993. Confermata la condanna a 16 anni anche per il killer Salvatore Grigoli che ha confessato di aver sparato al sacerdote. La sentenza era stata emessa il 19 febbraio dalla prima sezione della Corte d’Assise d’Appello di Palermo. I giudici avevano condannato all’ergastolo sia Filippo Graviano, che in primo grado era stato assolto, sia il fratello Giuseppe. M.C. NATOLI REPLICA ALLE ACCUSE AI GIUDICI 8 dicembre 2001 Palermo. Esponenti del governo nei scorsi giorni hanno accusato i Magistrati e il Csm di fare uso politico della loro funzione e che il Csm sarebbe la rappresentazione dei partiti. A tal proposito Gioacchino Natoli componente del Csm, in una intervista la Repubblica ha replicato: << l'accusa di politicizzazione del Consiglio superiore della magistratura risale a Craxi. Che 10 anni prima di Tangentopoli, già intravedeva il pericolo che per lui poteva rappresentare un ordine giudiziario realmente autonomo e indipendente>>. Ha poi aggiunto: <<Si stanno utilizzando problemi reali, che da sempre affliggono il mondo della giustizia, per delegittimare un'azione giudiziaria che si ritiene non conforme ai propri interessi>>. Il magistrato ha infine voluto sottolineare l’importanza: << di recuperare la serenità dei toni e il rispetto delle reciproche competenze istituzionali, nei termini da ultimo ricordati dallo stesso presidente della Repubblica Ciampi. Se non si ricostituisce un clima di dialogo in termini di pacatezza corre un grave rischio la stessa vita democratica del Paese>>. Monica Centofante IL COLONNELLO OBINU: I SEGRETI DI PROVENZANO 9 dicembre 2001 Roma. <<Provenzano ha fatto come il giunco, che si piega in attesa che passi la piena. A questo punto, qualche anno dopo l’arresto di Riina, inviò ai suoi un messaggio su un bigliettino: abbiate pazienza e rispettate le regole, che nell’arco di cinque, sei anni le cose si mettono a posto>>. A parlare è il colonnello Mauro Obinu, comandante del reparto di analisi criminale dei carabinieri del Ros. Provenzano, secondo il parere di Obinu, è sicuramente il centro motore di Cosa Nostra, anche se rispetto a Riina la sua posizione è meno esposta. Gestisce in modo più defilato, ma con un forte carisma il ruolo di referente principale. E’ una mente molto fine, anche se maltratta i congiunti. E’ un uomo legato alla famiglia, attento alle regole e molto equilibrato nell’assumere decisioni. Questo nulla toglie al suo passato feroce che gli ha consentito di dare una svolta storica a Cosa nostra: l’epoca Corleonese. Alla domanda com’è organizzata Cosa nostra Obinu ha risposto: <<E’ un assetto che stiamo studiando. Non è escluso che ci sia un direttorio ristretto che dà le linee d’azione, anche prescindendo dalle competenze territoriali delle famiglie, ma senza che ciò sia al momento motivo di scontro>>. Gli uomini più vicini a Provenzano e ancora in libertà sarebbero: Salvatore Lo Piccolo, Antonino Giuffrè e Matteo Messina Denaro. Il corleonese comunque punta ad un rapporto di coesistenza con le istituzioni in quanto ha sperimentato che la conflittualità non paga. Mara Testasecca PROCESSO GRANDE ORIENTE 9 dicembre 2001 Palermo. Rimangono in carcere gli imputati del processo “Grande Oriente”. La seconda sezione del tribunale, presieduta da Antonino Prestipino, a latere Nino Napoli e Vittorio Anania, ha accolto la tesi del pubblico ministero Nino Di Matteo: nel processo si applicano cioè le nuove norme sulla custodia cautelare. Per concludere il processo c’è tempo comunque fino al 18 maggio, ma il secondo grado avrà sei mesi di custodia cautelare. Intanto il pm ha chiesto di ascoltare Gioacchino Genchi. M.T. RIPENSAMENTI SULLE SCORTE 9 dicembre 2001 Palermo. Ripensamenti sulle scorte. Il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza prima ha notificato la riduzione delle scorte per i magistrati e poi rinviato tutto. Eppure una circolare era già stata notificata al procuratore generale Salvatore Celesti e al procuratore Pietro Grasso, in cui si leggeva che le scorte dovevano essere eliminate, tranne quella del procuratore Grasso. La protesta dell’Associazione nazionale magistrati è stata immediata. Il presidente della giunta locale, Massimo Russo, commenta: <<E’ auspicabile che quest’ulteriore pausa di riflessione serva davvero per valutare attentamente le ragioni dei magistrati. Purtroppo – aggiunge Russo – finora abbiamo avuto la sensazione di trovarci davanti a una decisione politica. Ma le misure di protezione dei magistrati antimafia devono comunque essere riviste. Siamo stati e saremo sempre disponibili – dice il presidente dell’Anm – a trovare una soluzione che garantisca le scorte a chi per la natura e la qualità del suo lavoro è esposto a rischi>>. Jessica Pezzetta TRAFFICI TRA MAFIA E ISLAMICI 9 dicembre 2001 Roma. Terrorismo internazionale e criminalità organizzata, due fenomeni apparentemente distanti l’uno dall’altro ma in realtà strettamente legati da interessi economici. Infatti i traffici di droga, armi e denaro sporco sono spesso gestiti dalle mafie cui si appoggiano esponenti del terrorismo internazionale. Un esempio di quanto sopra citato è una indagine tutto ora in corso di traffico di droga che parte da Kabul passa per Palermo ed arriva a New York in cui è implicata Cosa Nostra. Oramai è appurato che dei proventi di tali attività una parte arricchisce la criminalità organizzata e dall’altra serve a finanziare il terrorismo internazionale. A tal proposito Alberto Maritati, senatore indipendente eletto nelle liste Ds., sino a qualche anno fa nella Procura Nazionale Antimafia, afferma che <<in base a dati obiettivi appare evidente come i taleban e soprattutto l’organizzazione criminale e terroristica capeggiata da Bin Laden siano stati coinvolti, e lo siano tuttora, in un traffico internazionale di droga. Nel caso dei taleban, producono droga per foraggiare oggetti di eversione mondiale o di terrorismo internazionale. La producono come in Sud America, per arricchire, per foraggiare movimenti rivoluzionari o pseudorivoluzionari. Da sempre si produce in Medio Oriente per arricchire i padroni del mercato. Che è gestito dalle grosse criminalità internazionali mafiose: italiana, cinese, mediorientale, sudamericane. Senza dubbio, Bin Laden non può che essere in contatto, certo, non personalmente ma attraverso la sua organizzazione, con il mercato internazionale per lo smercio della droga. Lo deduco dai dati acquisiti durante la mia lunga esperienza di magistrato, ma anche da una conoscenza d’informazioni ormai di comune sapere>>. Maria Loi PROVENZANO INTENDE RENDERE INVISIBILE LA MAFIA 10 dicembre ’01 Roma. L’ultimo rapporto semestrale della Dia consegnato al Parlamento delinea i bilanci e le strategie delle organizzazioni criminali internazionali, nazionali e in particolar modo di Camorra, ‘Ndrangheta e Cosa Nostra. Nel capitolo che riguarda l’organizzazione siciliana risulta che il capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano, latitante da 38 anni, <<ha provveduto ad affidare la responsabilità gestionale della fase di transizione a una sorta di “consiglio di saggi”: un gruppo composto da un ristretto numero di elementi, scelti tra anziani “uomini d’onore” di provata esperienza, il cui compito è quello di provvedere alle questioni di interesse generale, tra cui il ripristino delle vecchie regole di Cosa Nostra>>. Nel rapporto si legge che Provenzano continua nella sua strategia di <<minimizzare la visibilità>> di Cosa Nostra, ed ha intenzione di attivare un processo di trasformazione della mafia che si poggia su tre punti. Il primo obiettivo: ristabilire <<vecchie regole>> che in passato hanno permesso all’organizzazione, <<di muoversi silenziosamente e con il minimo di conflittualità interne>>. Secondo: <<Ridurre drasticamente il numero di “uomini d’onore”, creando di fatto una sorta di élite criminale separata dalla “manovalanza”, che verrebbe impiegata per gestire le attività criminali sul territorio sotto la guida di capi destinati a restare in posizione defilata>>. In tal modo, secondo gli investigatori della Dia, Cosa Nostra si tutela <<dalle collaborazioni con la giustizia>> evitando che eventuali pentiti possano venire a conoscenza dei segreti dei vertici dell’organizzazione e raccontarlo alle forze di polizia. L’ultimo obbiettivo di Bernardo Provenzano molto ambizioso e che consacrerebbe l’entrata di Cosa Nostra nel terzo millennio consisterebbe: <<nell’elevare il livello culturale della dirigenza di Cosa Nostra, puntando ad affidare le massime cariche a “uomini d’onore” in possesso di titoli di studio qualificanti e collocati in buona posizione sociale>>. Lorenzo Baldo CONDANNATO L’EX MEDICO DI TOTO’ RIINA 11 dicembre 2001 Palermo. Il 10 dicembre scorso i pm Gaetano Paci e Domenico Gozzo hanno chiesto al gup di Palermo Vincenzina Massa 15 anni di carcere per il dottor Gaetano Cinà, ex medico di Totò Riina e oggi ritenuto uno dei componenti del superdirettorio di Cosa Nostra. Il medico è considerato dai pm al vertice di Cosa Nostra, a contatto con i superlatitanti Bernardo Provenzano, Salvatore Lo Piccolo e Nino Giuffrè. Cinà è in carcere ininterrottamente dal 26 luglio dell'anno scorso, ma negli ultimi otto anni è stato più volte arrestato: la prima fu nel 1993, pochi mesi dopo la cattura di Totò Riina. Il medico neurologo, titolare di un laboratorio di analisi, venne accusato di aver curato il capo di Cosa Nostra e i familiari, durante la latitanza. “Ha avuto un ruolo di capo, strategico, ideativo e propositivo", ha affermato ieri il pm Paci. Lo spessore del medico, secondo l'accusa, è dimostrato dalla sua partecipazione attiva alla trattativa -seguita alle stragi del 1992- fra uomini e dello Stato e Cosa Nostra. Vito Ciancimino, l'intermediario cui fece riferimento il generale dei Carabinieri Mario Mori, si sarebbe rivolto a lui, per raccogliere le richieste dei boss e girarle ai militari. Mara Testasecca LE DICHIARAZIONI DEL SINDACO DI NEW YORK 11 dicembre 2001 New York. Il prossimo sindaco di New York, Michel Bloomberg ha dichiarato: <<Yasser Arafat è un terrorista proprio come Osama bin Laden. In un suo recente viaggio in Israele, Bloomberg ha dichiarato in una intervista ad una radio locale che “sono entrambi terroristi”. Secondo il successore di Rudolph Giuliani, “non c’è dubbio che il terrorismo che ha subito l’America per mano di bin Laden è molto simile al terrorismo subito per lungo tempo da Israele; fatte le debite proporzioni, è praticamente la stessa cosa”. Sono state molto dure le reazioni palestinesi: “Dovrebbe consultarsi con la mafia, che lo ha eletto”, ha commentato il ministro dell’informazione Yasser Abed Rabbo. Maria Loi Il CASSIERE DI UN CLAN MAFIOSO 15 dicembre 2001 Roma. La nuova legge sui pentiti stabilisce che per accedere al programma di protezione le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia devono essere nuove. Il pentito, non solo, deve dire quello che sa entro 6 mesi ma deve anche dichiarare la consistenza del suo patrimonio. Quest’ultimo aspetto della legge è stato molto criticato dai magistrati preoccupati, poiché, potrebbe essere un deterrente rispetto alla voglia di collaborazione. <<Se con questa legge continueranno a collaborare bisognerà davvero chiamarli pentiti>>, ha dichiarato il capo della Procura di Palermo Pietro Grasso, dopo l’approvazione della norma. Anche il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano ha detto: <<Il Viminale non disporrà misure di protezione e assistenza se i collaboratori non diranno con estrema sincerità quali beni possiedono. Il pentimento non può essere lo strumento per godere di ricchezze illecite>>. Questa premessa è stata necessaria per citare il caso del cassiere di un clan mafioso specializzato in traffico di droga e contrabbando. Questi si è offerto allo Stato come collaboratore, ha consegnato ai magistrati preziose confessioni di una vita vissuta in prima linea; ma sul suo patrimonio si è dichiarato nullatenente. I Pubblici ministeri gli hanno creduto ma non il ministero dell’Interno che ritiene sia impossibile che un cassiere sia squattrinato. A quanto pare fatti di questo tipo sarebbero parecchi. Da luglio ad oggi sono arrivati al Viminale 77 fascicoli di questo tipo. La maggior parte dei quali sono stati rispediti alle DDA con il consiglio di fare ulteriori valutazioni. Ma l’esame della Commissione non si ferma qui. E’ stato analizzato anche il capitolo sui testimoni. A riguardo Mantovano dichiara che <<molti hanno tentato il suicidio, almeno una decina hanno fatto causa allo Stato –-. Lamentano una protezione non adeguata, chiedono risarcimenti per danni economici o alla salute. In alcuni casi i figli hanno saltato anni di scuola per problemi legati ai nuovi documenti. E’ una vergogna da cancellare al più presto>>. Maria Loi MAFIA E APPALTI 16 dicembre 2001 Palermo. <<Cosa Nostra continua a controllare gli appalti. Nulla è cambiato sotto il sole. Per rendersene conto basta leggere i bandi di gara pubblicati sui giornali>>. A parlare del condizionamento mafioso è Angelo Siino, ex ministro dei lavori pubblici di Totò Riina e attualmente collaboratore di giustizia. <<Le modalità di certi bandi, i requisiti richiesti per la partecipazione alle gare non lasciano spazio a dubbi: Cosa Nostra continua a dettare legge nel settore dei lavori pubblici>>. Siino ha ricordato le regole del “tavolino” usato da Cosa Nostra per la spartizione degli appalti: <<La tangente del 4,50 per cento, pagata dagli imprenditori, veniva suddivisa tra la mafia e i politici, a cui andava un 2 per cento ciascuno … la parte che toccava a Cosa Nostra io la davo direttamente a Totò Riina che la utilizzava per pagare le spese degli avvocati ed acquistare le armi>>. Siino ha parlato anche del superlatitante Bernardo Provenzano: <<Nel 1997 le forze dell’ordine fermarono ad un posto di blocco nei pressi di Casteldaccia Bernardo Provenzano, ma nessuno lo riconobbe ed il boss si allontanò indisturbato>>. Ha poi aggiunto: <<proprio Brusca la riferì agli investigatori che organizzarono una serie di posti di blocco. E tempo dopo mi raccontarono che Provenzano era stato fermato mentre si trovava con un contadino a bordo di una 850. Sul bagagliaio tenevano delle balle di fieno. Le forze dell’ordine, però, non lo riconobbero e lo lasciarono andare>>. Jessica Pezzetta Arrestato l’imprenditore Francesco Zummo 28 novembre 2001 Palermo. Scattano le manette per il noto imprenditore palermitano Francesco Zummo, 69 anni, arrestato alle prime ore della mattina del 28 novembre scorso per concorso in associazione mafiosa. Questa inchiesta si intreccia con quella che nell’ottobre del 1998 ha portato all’arresto del figlio di Francesco Zummo, Ignazio. Anche allora vennero sequestrati beni riconducibili a Zummo, fra i quali i “Molini Virga”. Il provvedimento è del gip Gioacchino Scaduto su richiesta della Procura. L’imprenditore, probabilmente, sarebbe stato prestanome di don Vito Ciancimino, l’ex sindaco democristiano di Palermo condannato per associazione mafiosa, e di altri boss di Cosa Nostra per conto dei quali avrebbe riciclato decine e decine di miliardi di denaro di provenienza illecita con operazioni bancarie internazionali. Gli uomini della Dia di Palermo hanno bloccato i capitali dell’imprenditore, pronti ad essere trasferiti all’estero. Per il momento sono stati sequestrati oltre 100 miliardi, di cui cinquanta in contanti in conti aperti in 18 istituti di credito in Sicilia e altre regioni italiane. Rilevate anche decine di appartamenti tra Palermo, Agrigento, Milano, Mantova e Roma e 11 società per azioni. Questi i nomi di alcune società sottoposte a sequestro dalla Dia: <<Siracusa Costruzioni srl>>, il cui capitale sociale appartiene per il 50% a Francesco Caviello e per l’altro 50% ad Antonio Zummo (fratello di Francesco). Amministratori della società sono stati Francesco ed Ignazio Zummo, padre e figlio; <<Rovigo Costruzioni spa>> il cui capitale è stato ripartito fra Francesco Civitello e Francesco Zummo. Nel 1987 sono state fuse nella “Rovigo” due società, la “Lugano costruzioni srl” e la “San Pietro srl”. Altri 50 miliardi di lire sarebbero stati “bloccati” in conti esteri, in Svizzera e Lussemburgo, dove Zummo aveva dirottato una parte del suo immenso patrimonio. <<L’indagine ha ricostruito la storia criminale di un imprenditore che ha svolto un’azione molto rilevante nei confronti di Cosa Nostra>>. La dichiarazione è del sostituto procuratore Domenico Gozzo che, insieme ad Antonio Ingroia hanno coordinato le indagini della Dia. Secondo gli investigatori le operazioni bancarie che sarebbero state fatte dovevano servire a rendere irrintracciabile il patrimonio accumulato da Zummo. <<L’indagine – ha sottolineato il procuratore aggiunto Guido Lo Forte – è stata laboriosa e ha comportato la ricostruzione della storia del riciclaggio di Cosa nostra ed ha inoltre richiesto la collaborazione con altri stati esteri>>. In Lussemburgo ed in Svizzera sono stati infatti individuati conti cifrati intestati a nomi di fantasia, “Offman” e “Keller”, su ognuno dei quali sono stati trovati 15 miliardi di lire. <<Zummo – ha sottolineato il procuratore Gozzo – era un vero e proprio riciclatore di capitali di Cosa Nostra>>. <<La tecnica operativa utilizzata – hanno aggiunto i magistrati – era quella della “compensazione”. In altre parole, venivano effettuate le sovrafatturazioni delle esportazioni e le sottofatturazioni delle importazioni. In questo modo, si rendevano disponibili delle somme di denaro senza farle transitare in Italia>>. Gli investigatori hanno accertato il trasferimento di somme di denaro riconducibili all’imprenditore arrestato e al suo socio, Francesco Civitello, negli anni 1996-97, che sarebbero partite dal Banco di Sicilia di Palermo per approdare all’“Euroamerica Gestioni Sim” e poi trasferite al Banco di Sicilia International di Lussemburgo, alla filiale del Credit Suisse di Fribourg e alla sede di Milano del Monte dei Paschi di Siena (21 miliardi poi trasferiti nel giugno del ’98 in Svizzera, alla Banca del Gottardo di Lugano). Il gruppo imprenditoriale che faceva capo a Zummo e al suo antico socio Civello è stato rappresentato e gestito nella sua interezza esclusivamente da Zummo. Entrambi, secondo l’accusa, avrebbero svolto un ruolo di prestanome per conto di Ciancimino, movimentando sue disponibilità bancarie dal 1976 su conti aperti presso l’Ubs di Zurigo. Per il sostituto procuratore Antonio Ingroia <<la strategia di Cosa Nostra ritorna alle antiche tradizioni. Spesso gli uomini che operano in Cosa nostra sono gli stessi. E anche questa volta, come abbiamo potuto verificare, riemergono uomini che già in passato erano stati al centro dell’attenzione degli investigatori>>. M.L. Borrelli: "Ciampi protegga i giudici" Il pg milanese si rivolge al capo dello Stato perché difenda le toghe tirate in ballo per due presunti incontri segreti "anti-Berlusconi" a Lugano. Intanto il premier tira dritto: "Giustizia da cambiare". 14 dicembre 2001 ROMA - I magistrati di Milano tirano in ballo direttamente il Quirinale sulla delicata questione della giustizia. Evidentemente non paghi delle prove tecniche di dialogo fra i Poli, non soddisfatti del documento unanime di replica del Csm all'ordine del giorno votato dalla maggioranza al Senato, e accusati ancora oggi di essere al centro di un complotto contro il governo, si rivolgono direttamente a Carlo Azeglio Ciampi (che proprio oggi riceve anche i vertici dell'Anm dimissionari) per essere tutelati. A dar voce a questa richiesta è il procuratore generale di Milano, Francesco Borrelli, che preannuncia addirittura "iniziative istituzionali" per ottenere un pronunciamento da parte del Quirinale. Le parole di Borrelli sono durissime. Mi rivolgerò, dice il pg milanese, ''al Csm e al Capo dello Stato per chiedere una netta presa di posizione a tutela della onorabilità della dottoressa Ilda Boccassini e del prestigio dell'intera magistratura e di quella milanese, presentata come cospiratrice internazionale contro il premier". Una vera e propria dichiarazione di guerra, un precedente assoluto, che va a rinfocolare polemiche già roventi, e che trae origine da due articoli, uno pubblicato su Panorama l'altro sul Giornale, che citano un presunto incontro segreto a Lugano tra magistrati italiani e stranieri (Ilda Boccassini, Elena Paciotti, Carla Del Ponte e il giudice spagnolo Carlo Castresana) organizzato per esaminare la possibilità di arrestare Berlusconi. Un incontro che Borrelli definisce "una menzogna, talmente colossale che non può non essere conosciuta come tale anche da chi l'ha pubblicata, sebbene al momento rimanga relativamente oscuro il fine di tale pubblicazione, al di là del generico obiettivo di gettare manate di fango sulla magistratura in genere e su Ilda Boccassini in particolare''. Tocca poi al procuratore di Milano, Gerardo D'Ambrosio, diretto superiore della Boccassini, smentire che il summit si sia mai svolto. "Per quel che mi riguarda - dice D'Ambrosio - non c’è mai stato." E, dalla Spagna, anche Castresana smentisce. In serata, poi, Borrelli rincara la dose e attacca direttamente Berlusconi e il suo ruolo di editore. ''Ritengo che dietro questi attacchi alla dottoressa Boccassini, che provengono da due testate edite da ambienti vicini alla famiglia Berlusconi, ci sia il fatto che ella rappresenta la pubblica accusa in processi in cui sono imputati l'on.Cesare Previti e il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi'', dice il Procuratore generale. Che aggiunge sibillino: "Altrimenti, e sarebbe ancora più grave, dovrei pensare che sia attaccata per le indagini che in passato ha svolto contro la mafia''. Berlusconi rilancia - Il premier tiene comunque dritta la barra sulla riforma della giustizia. E i segnali di dialogo che arrivano da alcuni settori dell'opposizione lo incoraggiano. "Il governo e la maggioranza hanno un programma organico e completo nel settore della giustizia. Un programma che nel corso del prossimo anno troverà attuazione per garantire a t |