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Antimafia Duemila

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Il giallo senza fine del caso Lombardo PDF Stampa E-mail
Chiusa e riaperta l’inchiesta per diffamazione ai danni del maresciallo che si tolse la vita
di Anna Petrozzi




Non si dà pace il figlio del maresciallo Antonino Lombardo, Fabio. Vuole sapere quali furono esattamente le cause scatenanti che portarono il padre all’estremo gesto il 4 marzo 1995 in seguito ad una trasmissione televisiva in cui l’ex sindaco di Palermo, Leoluca Orlando e l’ex sindaco di Terrasini Manlio Mele avevano sostenuto la presunta collusione dell’ufficiale con Cosa Nostra.
In realtà il maresciallo Lombardo svolgeva, per conto del ROS, delicatissime indagini per cui si trovava spesso a raccogliere le confidenze di uomini d’onore anche di spessore.
Tra le sue maggiori investigazioni, «i viaggi americani», che egli stesso, in una sorta di testamento, indica essere la pista per comprendere le ragioni della sua delegittimazione. Più volte infatti si era recato negli Stati Uniti e in particolare nel carcere di massima sicurezza di Memphis, dove è detenuto il boss di Cinisi, Gaetano Badalamenti con il quale ha avuto più di un colloquio.
In particolare nell’ultimo, avvenuto il 12 ottobre 1994, (riportato integralmente qui di seguito) si sono toccati diversi punti relativi alla visione di Badalamenti della storia di mafia di cui è stato protagonista negli anni dell’avvento del potere corleonese.
Ma la motivazione principale dell’interrogatorio era legata al procedimento allora in corso per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli per cui il Badalamenti era imputato assieme al senatore Giulio Andreotti (assolto in primo grado ndr.).
Secondo Fabio Lombardo la procura di Palermo non volle accettare in sede dibattimentale le affermazioni di Badalamenti, che per la prima volta, sorprendentemente, ammetteva di aver fatto parte della cupola di Cosa Nostra, perché questi sarebbe stato in grado di smontare il teorema Buscetta e scagionare il senatore Andreotti. Per questo consegnò un fascicolo ai magistrati di Caltanissetta in cui era provato, a suo avviso, che il suggerimento che permise a Orlando e Meli di diffamare pubblicamente l’onorabilità del padre uscì dal palazzo di giustizia.
Tuttavia la procura di Caltanissetta ha archiviato l’inchiesta che vedeva come indagati i pubblici ministeri Franca Imbergamo, Salvatore De Luca e Gioacchino Natoli in quanto ha ritenuto solo «voci generiche» quelle che attribuivano la paternità della fuga di notizie ai magistrati e non si spiega perché il giovane abbia riferito le confidenze del padre a cinque anni dalla sua morte. Egli infatti ha dichiarato che fu il padre stesso, oltre ad un altro carabiniere ad indicargli l’origine delle informazioni delegittimanti.
Per quanto poi concerne l’accusa al procuratore Natoli di aver «purgato» una relazione del maresciallo Obinu i pm nisseni hanno decretato che questi manifestò solo «ragionevole e raccomandabile prudenza».
Di fatto il boss Badalamenti è noto per essere incline a parlare e sparlare, dire e smentire, pretendere e volere senza mai prendere la decisione di collaborare seriamente e fattivamente con la giustizia, senza enigmi né misteri.
Vi invitiamo a leggere con molta attenzione il verbale delle dichiarazioni che Badalamenti rese al maresciallo Lombardo e redatto dal maggiore Obinu, presente alla seconda parte dell’incontro. Le rivelazioni sono, senza dubbio, inquietanti, in particolare i riferimenti a CIA, servizi segreti e soprattutto agli appoggi di cui godeva Riina da parte di esponenti delle istituzioni italiane.
Il caso però non è chiuso. Infatti Fabio Lombardo ha consegnato alla procura di Roma altra documentazione e il pm Giuseppe Saieva ha riaperto l’inchiesta per diffamazione relativa all’ insinuazione di collusioni mafiose lanciate nel salotto di Michele Santoro all’indirizzo del sottufficiale.
 
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