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Antimafia Duemila

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Cronaca di una cattura mancata PDF Stampa E-mail

di Giorgio Bongiovanni e Anna Petrozzi

Infuria la polemica tra polizia e carabinieri sulla cattura del boss di Cosa Nostra Benedetto Spera. Causa scatenante una lettera che il comandante del ROS, il generale Sabato Palazzo, ha inviato alle procure di Palermo e Caltanissetta all’attenzione dei rispettivi capi Grasso e Tinebra in cui denuncia che l’operazione della squadra mobile di Palermo, che ha portato alla cattura del capo di Belmonte Mezzagno, avrebbe «bruciato» la pista che, a suo dire, stava portando i carabinieri dritti dal grande capo Bernardo Provenzano.
L’uomo chiave sarebbe stato Nicolò La Barbera, proprietario della masseria un cui si rifugiava Spera, arrestato insieme al latitante con l’accusa di favoreggiamento. Perquisito al momento del fermo gli sono state trovate nella  tasca dei pantaloni, avvolte nella carta igienica e sigillate con nastro adesivo trasparente, quattro lettere scritte dai familiari di Provenzano che lui stesso avrebbe dovuto consegnare al super latitante.
Palazzo spiega che i carabinieri erano a conoscenza di quelle lettere e non aspettavano altro che il momento della consegna, ma l’intervento della squadra «catturandi» della polizia avrebbe «vanificato tale opportunità».
Lo scritto che sarebbe dovuto rimanere assolutamente riservato termina con la rinnovata disponibilità del generale e del suo corpo a collaborare, ma con un invito ai signori procuratori ad una più attenta azione di coordinamento.
Immediate le reazioni. Tanto Pietro Grasso quanto Giovanni Tinebra assicurano che il coordinamento c’è stato, eccome. «Una lettera infelice» commenta il capo della procura di Palermo che colpisce e affonda il generale facendo riferimento ad una lettera che la procura avrebbe inviato, mesi addietro, al comando del corpo speciale informandolo del corso delle investigazioni. <<La pista era sorta autonomamente da indagini svolte dalla polizia e di questa attività il ROS era da tempo correttamente informato>>, dichiara Grasso, e Tinebra, sarcastico, incalza: <<Talvolta si rimane un po’ male quando non si arriva per primi alla cattura>>.
La Querelle non è piaciuta per niente agli alti vertici. Il ministro degli Interni Bianco ha immediatamente convocato i capi delle forze dell’ordine per chiarire la faccenda. Tutti prontissimi, hanno gettato acqua sul fuoco, <<non c’è alcun problema di coordinamento, la collaborazione tra polizia e carabinieri è efficiente e migliorerà ancora>> dicono in coro. Palazzo si ritrova solo, abbandonato anche dal suo capo il generale Sergio Siracusa comandante dei carabinieri. Anche lui quindi smorza.
La questione però, se da una parte si placa, apre a molti interrogativi sul pedinamento del La Barbera.
Infatti il fiancheggiatore era già noto ai ROS perché indicato loro dal confidente Luigi Ilardo che il 31 ottobre 1995 aveva portato i carabinieri, capitanati dal colonnello Michele Riccio, l’interlocutore prescelto dal mafioso per le sue informazioni riservate, a scovare il rifugio di Provenzano, che guarda caso, era proprio un casolare in località Mezzojuso. L’Ilardo aveva avuto il privilegio di accedere direttamente al capo di Cosa Nostra perché reggente della Provincia di Caltanissetta in sostituzione del cugino, il noto Giuseppe “Piddu” Madonia. Aveva trascorso con Provenzano circa otto ore per discutere di varie questioni di affari di Cosa Nostra e il pranzo era stato servito loro proprio da Nicolò La Barbera, che conosceva nei dettagli le abitudini culinarie del boss.
Provenzano quella volta, a quanto pare per motivi tecnici non del tutto chiari, non era stato preso. Il colonnello Riccio, nel  rapporto, spiega che non vi erano i mezzi necessari a disposizione per portare a termine la cattura, per tanto si era accordato con l’Ilardo affinché cercasse di ottenere un ulteriore incontro vis a vis con il capo di Cosa Nostra.
Purtroppo questo non accadrà più perché il confidente viene assassinato il 10 maggio 1996 a Catania, dopo soli quattro giorni dall’incontro a Roma con i procuratori capo di Palermo e Caltanissetta, Caselli e Tinebra, nel quale aveva dichiarato di voler diventare collaboratore di giustizia a tutti gli effetti.
Cattura mancata.
Da chi viene ucciso Ilardo? Sicuramente da ambienti interni alla sua famiglia di appartenenza e per volontà di Provenzano stesso e del Piddu Madonia, ma tutto fa sospettare che non solo i suoi compari lo volessero morto.
Di fatto il colonnello Riccio, proprio mentre era sul punto di arrestare Provenzano, una prima volta viene fermato da difficoltà logistiche, poi da una pesantissima accusa di gestione irresponsabile dei collaboratori. Processo tutt’oggi in corso.
Non è l’unico però. Alla morte di Ilardo la pista «La Barbera» viene raccolta dal capitano Ultimo e dai suoi uomini già noti per la cattura del super capo Totò Riina.
Il Capitano Ultimo era riuscito a far piazzare delle microspie per l’intercettazione ambientale all’interno della villa in cui era rifugiato Provenzano, ma dopo soli dieci giorni queste avevano smesso di funzionare. A quel punto si è parlato di una «pista fredda», e secondo le dichiarazioni del maggiore Damiano del ROS, rilasciate di recente nell’ambito del processo «Grande Oriente»,  è stata abbandonata un anno dopo la morte dell’Ilardo. Ultimo se ne è andato da Palermo sbattendo la porta, lamentando la mancanza di mezzi e di personale per catturare Provenzano...
Oltre la diatriba, poi pure la beffa. Pare che mentre la polizia stava uscendo dal casolare con Spera ammanettato, un po’ esultante e un po’ delusa, Provenzano si trovava proprio lì, nascosto ad un centinaio di metri ad aspettare che le acque si calmassero per poi sparire di nuovo.
<<Dda mattina iddu era dda>> (quella mattina lui era là, ndr), avrebbe detto uno degli indagati ignari che una microspia li stava registrando.
Inutile la corsa della polizia sul posto, in campagna a un chilometro dallo scorrimento veloce Palermo-Agrigento, il covo del boss era ancora «caldo», ma vuoto.

 
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