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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
Home arrow La Rivista arrow Editoriali arrow Rassegna stampa N°10
Rassegna stampa N°10 PDF Stampa E-mail


RELAZIONE SULLA CRIMINALITA’ A CATANIA
28 novembre 2000

Milano. Nella seduta del 28 novembre 2000, davanti alla Commissione parlamentare, le direzioni distrettuali antimafia di Milano e Reggio Calabria, i rappresentanti della Direzione Nazionale Antimafia, i rappresentanti del Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri (ROS), il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato (SCO) e il Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata della Guardia di Finanza (SCICO) hanno parlato dello stato della criminalità di Catania. Nella città convivono due realtà differenziate tra loro, hanno detto, quella di un’organizzazione criminale gerarchica che si articola in forma piramidale vedi Palermo, Trapani e altre zone della Sicilia e della Calabria e una realtà orizzontale costituita da una serie di organizzazioni criminali, sempre di stampo mafioso, che si confrontano tra loro come è stato riscontrato in Campania, in particolare a Caserta e a Napoli. Vi è inoltre una microcriminalità diffusa che non si riscontra in altre zone controllate da una organizzazione mafiosa.
Negli anni Ottanta, Catania era dominata dalla famiglia mafiosa dei Santapaola e da cinque organizzazioni criminali. Alla fine degli anni Novanta, le cinque organizzazioni criminali sono pressoché scomparse. Non vi è il controllo del territorio come una volta e c’è una forte risposta da parte degli uomini dello Stato. La criminalità organizzata per reclutare la manovalanza si reca nei quartieri in cui vivono i giovani che crescono senza alcuna speranza per il futuro. Per la repressione dei reati sarebbe meglio evitare condizioni sociali, dando la speranza di un lavoro e di una vita migliore che facciano venir meno la necessità di un abbraccio della criminalità organizzata.
Sicuramente negli ultimi anni vi sono stati netti miglioramenti nella situazione catanese, in particolare l’amministrazione comunale guidata dall’attuale ministro dell’Interno si è preoccupata di compiere attività di risanamento di parte del centro storico per renderlo fruibile, lo stesso sta facendo nei quartieri dove il disagio sociale è più forte. E’ di  fondamentale importanza far sentire la presenza delle istituzioni.    
Mara Testasecca


OMICIDIO CAMPAGNA
23 dicembre 2000

Messina. Il boss palermitano Gerlando Alberti jr e il suo gregario Giovanni Sutera, imputati principali nel processo per la morte di Graziella Campagna, la stiratrice di Saponara ammazzata nel 1985 con tre colpi di lupara sui colli Sarrizzo, hanno manifestato la volontà di essere giudicati con il rito ordinario revocando la richiesta di essere giudicati con il rito abbreviato. L’accusa per i due è di aver infierito sulla ragazza e di averla assassinata. Il 22 dicembre scorso la Corte d’Assise, presieduta da Giuseppe Suraci e da Giuseppe Lombardo, ha aggiornato il processo al 20 febbraio prossimo. Ma.C.


UNA BOMBA ALL’UCCIARDONE
24 dicembre 2000

Palermo. Davanti all’Ucciardone sono stati trovati 300 grammi di polvere nera. A darne la notizia una telefonata anonima. Gli artificieri del Centro investigazioni scientifiche consegneranno nelle prossime ore un primo rapporto sulle analisi di laboratorio che permetteranno di fornire notizie più certe. Il procuratore di Palermo Pietro Grasso, parlando del ritrovamento dell’esplosivo, ha commentato: <<le caratteristiche dell’esplosivo di Palermo e di Milano non sono compatibili, ma la vicenda dell’Ucciardone mi sembra un messaggio che fa riferimento al carcere. Non sappiamo ovviamente a chi fosse diretto, né chi lo mandasse ma credo che avesse a che fare proprio con il carcere. Evidentemente qualcuno, dentro o fuori, vuole dire: badate al carcere>>. <<Non è solo il ritrovamento, ma anche la segnalazione anonima infondata circa lo scoppio di un ordigno all’interno dell’Ucciardone>> a far pensare che si sia trattato di un avvertimento.
Monica Centofante


SCAGIONATO DAI PENTITI
27 dicembre 2000

Palermo. Giuseppe Ferrante è finito all’Ucciardone il 10 febbraio del 1979 per l’omicidio di Filadelfio Aparo, un sottufficiale di polizia ucciso sotto la sua abitazione. Si parla di un delitto di mafia. Un netturbino che conosce Ferrante è convinto di riconoscerlo e così pure uno scolaro di 10 anni che dice di avere visto un giovane con barba e baffi e un giubbotto scuro nel luogo indicato dal primo testimone. Gli vengono dati 28 anni in primo grado e l’ergastolo in secondo. Quattro anni dopo il caso viene archiviato. Ferrante racconta in una lettera che Gaspare Mutolo, invitato a dire se c’era qualche innocente in galera, fece il suo nome  e di Aparo. Molto interessanti anche le dichiarazioni di Salvatore Cucuzza e Francesco Di Carlo e ancora Francesco Marino Mannoia e Salvatore Contorno. I suoi avvocati Alfredo Galasso e Roberto Avellone hanno provato a portare le nuove prove con una istanza di reversione che è stata bocciata dalla Corte d’Assise d’Appello. Eppure Mutolo fece il nome di Pino Greco “Scarpa” e di Giuseppe Lucchese.
Marco Cappella


ARRESTI DOMICILIARI PER SALVATORE SANTAPAOLA
28 dicembre 2000

Palermo. Salvatore Santapaola, il fratello settantaduenne del boss Nitto, era finito in cella il 7 dicembre scorso con l’accusa di associazione mafiosa. Il Tribunale gli aveva concesso gli arresti domiciliari a causa delle <<non buone condizioni di salute e dell’età>>. Giuseppe Lipera, legale del fratello del boss, ha presentato ricorso in Cassazione per ottenere l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere. M.T.


TRAFFICO NEI BALCANI
28  dicembre 2000

Un diplomatico che da oltre vent’anni è in servizio nei Balcani ha affermato: <<sono state le guerre a sviluppare il fenomeno della prostituzione, strettamente legato all’affermarsi delle varie mafie, i cui patron erano i signori della guerra>>.
Le ragazze reclutate provengono dalla Moldavia, dalla Russia, dalla Bulgaria, dalla Romania  e dall’Albania e arrivano con la promessa di un lavoro onesto in Occidente, ma poi vengono violentate, picchiate e spesse volte seviziate per troncare ogni tipo di resistenza fisica e psicologica fino a farle diventare schiave. Quindi pronte da comprare e vendere.  Secondo un rapporto del Parlamento di Strasburgo del 2000 <<dal momento della caduta del Muro di Berlino, nel novembre 1989, sono almeno 500 mila le donne venute nell’Europa dei Quindici dai Paesi dell’Est per esercitare la prostituzione>>. Il colonnello dei carabinieri Vincenzo Coppola, in missione in Macedonia dopo una lunga esperienza in Kosovo, sostiene che il traffico di prostitute ha assunto proporzioni preoccupanti perché nei paesi nativi le giovani donne vivono in condizioni economiche pessime. In Albania i padri vendono le proprie figlie sapendo a quale destino andranno incontro, e lo stesso accade in Bulgaria e in Moldavia. 
Il comandante dei carabinieri Leonardo Leso ha affermato che, in Kosovo, le organizzazioni sono cambiate negli ultimi anni. Ora accade che le “cupole” mafiose organizzano tutti i traffici: droga, armi e contrabbando. Si presume che da alcuni anni nei Balcani ci siano cinque o sei cupole che convivono pacificamente e che sono strettamente collegate con le mafie italiane, turca, russa e anche cinese. Al vertice di queste organizzazioni ci sarebbero persone esperte che conoscono il mercato della malavita e quello degli affari. Costoro investirebbero gli altissimi guadagni in attività di riciclaggio e nel business legale. Alcuni organismi internazionali hanno stimato che la prostituzione genera un indotto economico in cui gravitano 100 mila persone.
Marco Cappella


DEPOSITATA LA SENTENZA DEL PROCESSO OMEGA
29 dicembre 2000

Trapani. Qualche settimana fa è stata depositata, presso la cancelleria della Corte d’Assise di Trapani, la sentenza al processo Omega, conclusosi il 20 maggio scorso con 33 ergastoli e condanne per quasi quattro secoli nei confronti di altri 31 imputati, pentiti compresi (15 assolti).
La Corte presieduta da Vincenzo Pantaleo, a latere il giudice Silvia Migliori, ha chiuso in sei mesi un capitolo che si era aperto con una maxi retata compiuta dai carabinieri nel gennaio del 1996. Il dibattimento ebbe inizio il 3 ottobre del 1997; un processo che durò (178 udienze) sino al 9 maggio del 2000, quando i giudici si ritirarono in camera di consiglio per 11 giorni. 
Uno dei pm del maxi processo, Massimo Russo, commenta: <<la mafia non è affatto morta e lo si comprende anche leggendo le pagine di questa sentenza. Ritengo che le dichiarazioni fatte sulla sconfitta di Cosa nostra sono state irresponsabili, la mafia ha già rimodulato strategie e organizzazione>>. Nella sentenza Omega c’è anche una chiave di interpretazione che si riferisce all’attualità, <<soprattutto per capire quanto le cosche siano capaci di attuare una strategia di insabbiamento. C’è un esempio che può tornare utile – dice il pm Russo – nel gioco delle cosiddette tre carte il trucco c’è ma non si vede. Ecco, la mafia utilizza un trucco per nascondersi, con la differenza che questo trucco potrebbe essere scoperto. Però accade sempre qualcosa che magari all’ultimo istante fa ritardare l’azione degli inquirenti>>. 
Maria Loi


I BENI DI GIOVANNI SPERA
29 dicembre 2000

Palermo. Sequestrati i beni di Giovanni Spera, 41 anni, figlio del boss di Belmonte Mezzagno. Ad arrestarlo sono stati gli uomini della Dia che l’hanno scovato in seguito ad una serie di intercettazioni e di dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Gli inquirenti hanno trovato un patrimonio di 2 miliardi e mezzo di lire in depositi bancari e in proprietà  immobiliari (terreni e appartamenti). Il provvedimento di sequestro riguarda anche la moglie di Giovanni Spera, Maria Rosa Ferro, intestataria di un libretto di risparmio e di un negozio di abbigliamento. I pentiti Angelo Siino e Giovanni Brusca confermarono il ruolo di Giovanni Spera nel settore degli appalti all’interno della cosca che pare sia stata al servizio di Bernardo Provenzano. M.C.


3000 SEQUESTRI IN COLOMBIA
29 dicembre 2000

Una società colombiana di ricerca privata ha evidenziato la situazione piuttosto allarmante in cui versa la Colombia, che ha una media di 9 arresti al giorno. Le principali accuse sono rivolte all’Esercito di Liberazione Nazionale, l’Eln, che sarebbe responsabile del 27% dei rapimenti di quest’anno; seguono le azioni compiute dal gruppo dei ribelli della Forza Armata Rivoluzionari, a cui viene attribuito il 24% dei sequestri, mentre il 9% spetta alle Unità di Autodifesa della Colombia. E’ un dato di fatto che il paese è costretto a fronteggiare quotidianamente una situazione di emergenza. M.L.


INCHIESTA STRAGE VIA D’AMELIO
30 dicembre 2000

Palermo. Il gip di Catania Alfredo Gari ha archiviato l’inchiesta sui pm Carmelo Petralia, Nino Di Matteo ed Anna Palma che hanno rappresentato la pubblica accusa nel processo per la strage di Via D’Amelio che il 19 luglio 1992 costò la vita al giudice Paolo Borsellino ed agli agenti della sua scorta.
Nell’ordinanza di archiviazione il Gip ha rilevato che i magistrati <<Non indussero  l’ex collaboratore di Giustizia Vincenzo Scarantino ad accusare falsamente gli imputati, né tentarono di impedirne la ritrattazione in maniera illecita>>.
Secondo il gip Gari, le ritrattazioni dell’ex pentito confermerebbero l’esistenza di << una perversa macchinazione finalizzata a delegittimare i magistrati inquirenti che per anni hanno sostenuto con fermezza l’accusa in giudizio>>.
Mara Testasecca


A FAVARA I MAFIOSI SONO TROPPI
31 dicembre 2000

Favara. A Favara, una cittadina di 40 mila abitanti ci sono 70 uomini d’onore che confermano puntualmente le indagini degli ultimi mesi. <<I mafiosi – scrive in un rapporto la polizia – lamentano, parlando tra loro, la situazione di confusione, criticando l’eccessivo numero di affiliati, le troppe decine che non riescono a trovare i giusti accordi>>. In Sicilia Cosa Nostra è forte se non più di prima, quasi quanto prima, lo dimostra il fatto che la mafia gestisce quasi tutti gli appalti. Da Palermo a Caltanissetta, da Agrigento a Trapani è la mafia a controllare il territorio (ci sono zone dove le organizzazioni criminali sono due addirittura tre). <<Mentre nelle Province di Palermo e Trapani - dicono i magistrati – Cosa Nostra ha sempre mantenuto un monopolio assoluto e spietato delle attività criminali, in quella di Agrigento il potere delle famiglie di Cosa Nostra è entrato in grave crisi a cominciare dalla metà degli anni Ottanta ad opera di agguerrite organizzazioni criminali composte da elementi fuoriusciti dalla stessa Cosa Nostra e da giovani criminali rampanti>>. A quanto pare Agrigento è forse la città più esposta alla vicenda delle cosche: nel 1998 ci sono stati 298 atti intimidatori denunciati, nel 1999 sono stati 170>>. <<La mafia si è semplicemente inabissata>>, conferma il pm Luca Tescaroli. E Antonio Ingroia della Dda: <<Forse Cosa Nostra del 1992 era più forte di quella del Duemila, ma quella del Duemila è più forte di quella del ‘95-‘96>>. <<Semmai – dice il procuratore aggiunto Sergio Lari – c’è maggiore segretezza e maggior compartimentazione, come nelle vecchie Brigate rosse>>.
Jessica Pezzetta


Il PG ROVELLO SI CONGEDA DALLA MAGISTRATURA
2 gennaio 2001

Palermo. Il magistrato Vincenzo Rovello, che dal 1996 fino a pochi giorni fa è stato il Procuratore Generale della procura di Palermo, dopo una carriera lunga 45 anni è andato in pensione. Nell’intervista rilasciata ad un quotidiano siciliano ha spiegato la sua filosofia di capo di un ufficio giudiziario:<< Le rogne sono del presidente, poi del giudice anziano e cosi via>>. A tal proposito l’alto magistrato ha rivelato un episodio accaduto nel maggio ‘98 quando scappò il boss di Siculiana Pasquale Cuntrera. Il magistrato racconta: <<Si disse che era colpa del mio ufficio, per via di un fax dimenticato su di un tavolo. Due Ministri si volevano dimettere io ritenevo che si fosse trattato di un deplorevole disguido, come poi ha dimostrato un’ispezione ministeriale. Alla domanda di un giornalista di chi fosse la colpa  risposi senza esitazioni <Mia, come capo dell’ufficio>. Un ministro, non quello della Giustizia, mi fece avere i suoi ringraziamenti, perché, con la mia affermazione avevo un po’ annacquato la polemica. Infatti poi non si dimisero più>>.
Alle accuse rivolte al pg Rovello di essere stato troppo disponibile nei confronti di Caselli, il magistrato ha risposto: <<sono affermazioni fatte da chi ha una concezione della gestione di un ufficio diversa dalla mia. E che confonde quello che era un segnale di solidarietà alla procura - la mia presenza alla prima udienza del processo Dell’Utri- con qualcos’altro. L’ufficio del pm è pur sempre unitario>>
Poi ha espresso un parere su Caselli: <<Secondo me gli si dovrebbe fare un monumento. Lui venne a Palermo all’indomani di una bufera enorme. C’erano state le stragi. Due terzi della Procura avevano chiesto di non lavorare più con quel capo (Pietro Giammanco, che Rovello non nomina, ndr). Gian Carlo ebbe coraggio, ricucì la Procura, fu bravissimo. Anche come comunicatore>>.
Sul nuovo capo di Cosa Nostra  Rovello ha sostenuto che non ci sono <<elementi per dire se ci sia un capo dei capi e se questo sia Provenzano. Io credo ci sia un direttorio di Cosa Nostra e come capo penso a Matteo Messina Denaro, che  trattava da pari a pari con Riina. Provenzano era molto più defilato>>.
L’alto magistrato ha poi concluso: <<Oggi assistiamo alla seconda mutazione genetica della mafia. Negli anni ’50 i dizionari la definivano un’organizzazione criminale ormai estinta. Oggi si è buttata nella New economy e uccide solo per le esigenze dell’impresa. In Sicilia si muore, si continua a morire di appalti>>.
Lorenzo Baldo


RAPPORTI TRA LA MAFIA E LA FIAT
3 gennaio 2001

Palermo. E’ stato assolto Sergio Di Paolo, responsabile per la Sicilia della Impregilo (ex Cogefar), ma il verdetto non è servito a dissolvere i dubbi sui presunti rapporti tra il gruppo FIAT e la mafia. Il gip Renato Grillo ha depositato la motivazione del proscioglimento ma insorgono dubbi su alcune relazioni pericolose. Il caso viene riaperto. Si presume che il colosso torinese sapesse del patto voluto da Provenzano per gli appalti siciliani. Il dubbio emerge nelle 120 pagine in cui si articola il proscioglimento. <<Nel momento in cui componenti dell’associazione temporanea di imprese avevano discusso le modalità di suddivisione, l’Impregilo aveva richiesto di non interessarsi della parte politica, sotto il profilo della tangente da corrispondere e della parte mafiosa, sotto il profilo del pizzo da pagare, in quanto di tutto dovevano occuparsi soltanto le tre imprese effettive realizzatrici dell’opera, Sailem, Sea Service e Coim>>. Il dubbio quindi rimane: la Cogefar sapeva?
Jessica Pezzetta


LE INDAGINI DI TINEBRA
3 gennaio 2001

Palermo. Il procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra, in riferimento all’inchiesta sulle irregolarità nella distribuzione idrica palermitana, dichiara: <<Alcuni nomi eccellenti sono iscritti nel registro degli indagati>>. Tinebra non ha rivelato l’identità degli inquisiti e continua: <<Fino a quando non concludiamo l’inchiesta non possiamo sbilanciarci e rivelarli>>. Tra le persone sentite il presidente dell’Eas, Ente acquedotti siciliani, Vincenzo Liguori, docente universitario e geologo.


PROVENZANO E I RIFIUTI
3 gennaio 2001
 
Palermo. L’attuale capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano ha diretto i suoi affari sui rifiuti fin dagli anni Ottanta. Secondo alcuni investigatori tale traffico, fino al 1998, è stato uno dei più redditizi per il capo di Cosa Nostra. La Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti conferma che c’è ancora molto da fare sul campo delle indagini, quello che è stato realizzato fino ad ora,   secondo i commissari, è ancora poco per la gravità del fenomeno. Nella relazione sulla Sicilia si rileva che  <<Tutte le indagini sono scaturite da fatti accidentali. In particolare, sembra mancare  una conoscenza  approfondita del fenomeno e dell’infiltrazione da parte degli organi di investigazione. Appare in ritardo una strategia di prevenzione generale speciale nonché una cosciente ed adeguata cultura di controllo e di indagine in materia ambientale>>. A.P.   


I RIFIUTI IN SICILIA
3 gennaio 2001

Palermo. In Sicilia si producono 7000 tonnellate di rifiuti al giorno e la regione non riesce a predisporre gli strumenti necessari per smaltirli. Nella relazione della Commissione parlamentare  d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti in Sicilia si legge che <<le strutture amministrative, fatte salve alcune apprezzabili eccezioni, si mostrano sostanzialmente inerti. Ciò è dovuto sia a una cultura amministrativa tanto gelosa delle sue competenze quanto poco capace di metterle realmente al servizio dei cittadini, sia a impulsi politici deboli e contraddittori>>. L’indagine della Commissione parlamentare fornisce, anche, una analisi aggiornata su quanto costa smaltire i rifiuti in Sicilia. La Regione Siciliana sulle discariche in funzione non ha saputo dare un numero certo alla Commissione parlamentare presieduta dal deputato Massimo Scalia. <<In Sicilia – riferiscono i commissari- manca ancora l’Agenzia regionale di protezione ambientale e già questo dato rende chiara la mancanza di un’autorità di impulso e controllo. L’assessorato regionale al territorio e ambiente si è fatto più d’una volta promotore di iniziative volte all’adozione di strumenti di programmazione più aggiornati ma senza esiti apprezzabili>>. Il Ministro dell’ambiente sostiene  che il 100% dei rifiuti tossici nocivi prodotti in Sicilia nel biennio 1993 –94 sia stato smaltito fuori regione, mentre i responsabili di istituzioni siciliane hanno assicurato alla Commissione parlamentare che <<almeno il 90% dei rifiuti pericolosi prodotti nell’isola non esce dalla regione, a meno che i trasferimenti non avvengano in modo del tutto illegale>>. Contraddizioni alle quali la Commissione parlamentare non ha saputo dare spiegazioni. 
Intanto alcune procure siciliane stanno indagando su possibili  traffici di rifiuti e si sospetta che la Sicilia possa essere stata un punto di passaggio.
Anna Petrozzi


RABBIA TRA I COMMERCIANTI
4 gennaio 2001

Caltanissetta. Il dirigente nazionale della Confesercenti Mauro Bussoni fornisce un quadro molto chiaro della situazione dei commercianti di Caltanissetta: <<Ogni anno un commerciante deve mediamente spendere, in oneri vari, dai 15 ai 20 milioni per la gestione del suo esercizio. Si tratta della spesa minima per poter sopravvivere e da qui si possono meglio considerare i motivi per i quali negli ultimi dieci anni hanno chiuso ben 380 mila esercizi commerciali in tutta Italia e perché altri 250 mila hanno chiesto dal ’99 al 2000 la rottamazione della licenza>>. <<In cifre, questo significa da un minimo di 300 mila lire a settimana a decine di milioni una tantum - aggiunge Lino Busà, presidente di Sos Impresa Confesercenti, - un ulteriore aggravio che spinge sempre più spesso i titolari di esercizi soprattutto di piccole e medie dimensioni, allo scoraggiamento o addirittura alla disperazione>>. Un mercato che sta andando a morire, quello di Caltanissetta, visto che mancano anche i parcheggi ed esiste anche il problema degli abusivi.
Maria Loi


SULLE TRACCE DI SALVATORE LO PICCOLO
5 gennaio 2001

Palermo. Secondo alcuni investigatori il capo di Cosa Nostra siciliana Bernardo Provenzano avrebbe concesso al boss Salvatore Lo Piccolo il controllo di un vasto territorio di Palermo. Per  la Direzione Distrettuale Antimafia Lo Piccolo sarebbe il regista degli ultimi omicidi consumati alle porte di Palermo, da Cinisi a Carini. Gli inquirenti ipotizzano che il boss avrebbe ripristinato la condanna  a morte per chi sgarra. L’omicidio di Francesco Giambianco, avvenuto lo scorso mese a Carini, secondo alcuni detective sarebbe la conseguenza della direttiva del boss di Cosa Nostra. Salvatore Lo Piccolo, ricercato da 17 anni, nel gennaio del 99 è sfuggito ad un blitz della sezione catturandi dei carabinieri avvenuto in un appartamento di via Masbel a Sferracavallo. Alla  proprietaria dell’immobile, Caterina Cracolici, è stata trovata una lettera di Lo Piccolo. Il collaboratore di giustizia Isidoro Cracolici che informò nel ’98 i magistrati antimafia della pericolosità di Lo Piccolo ha confermato la veridicità della lettera trovata. Tempo addietro il pentito avrebbe raccontato ai magistrati che a Tommaso Natale, paese del boss, si vociferava che <<Lo Piccolo era il padre di uno dei figli di Caterina Cracolici. Ma lui stesso –ha affermato Isidoro Cracolici - mi giurò e spergiurò che non era vero niente, perché nell’ambiente avere figli fuori dalla cerchia familiare è un disonore. E lui non si poteva permettere che queste voci così incontrollabili camminassero. Lo avrebbero sminuito agli occhi di Provenzano>>.
Lorenzo Baldo


IL MAGISTRATO ALFONSO GIORDANO SI CONGEDA
5 gennaio 2001

Palermo. Il magistrato Alfonso Giordano è entrato in magistratura il 12 agosto 1952 e dopo quasi mezzo secolo di impiego ha tracciato il bilancio della sua esperienza in un’intervista pubblicata dal settimanale Panorama e nella quale si legge: <<Purtroppo alcuni pubblici ministeri hanno avuto la tendenza di credere sic et simpliciter alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia senza procedere a riscontri calzanti  e oggettivi. E infatti si è visto come sono andati a finire  i dibattimenti>>.    
L’ex Presidente del primo maxi processo a Cosa Nostra, istruito dal pool di Falcone e Borsellino, ha criticato << il metodo della valutazione delle dichiarazioni convergenti dei pentiti e una presunta discrezionalità dell’azione penale>>. Ha poi continuando affermando che << il perseguimento di alcuni reati mi è sembrato strano perché non avevano un allarme sociale tale da giustificare l’apertura delle inchieste>>.
Giordano è intervenuto anche sulla giustizia “fai da te”:<< non capisco la mentalità di alcuni pubblici ministeri che vogliono contestare un reato a chi si difende, mentre invece dovrebbero favorire la difesa legittima: in presenza di minaccia alla vita, come si può pensare a un eccesso  colposo…>>. Ed ha ricordato il pm Domenico Signorino, suicida nel ’92 dopo le accuse di un pentito:<<E’ una pagina  molto triste  della magistratura. Nel condurre indagini su soggetti non abituati al delitto bisognerebbe avere la mano molto leggera e una particolare delicatezza>>. 
Monica Centofante


PROCESSO DON PUGLISI
5 gennaio 2001

Palermo. Il sostituto procuratore generale di Palermo Franco Lo Voi, al processo d’appello per l’omicidio di don Puglisi, ha indicato la massima pena per Giuseppe e Filippo Graviano. In primo grado era stato condannato all’ergastolo solo Giuseppe Graviano, mentre Filippo era stato assolto dal delitto e condannato per associazione mafiosa a dieci anni. Secondo il pg Lo Voi i due fratelli  ordinarono l’assassinio del prete in qualità  di capi mandamento di Brancaccio. Il magistrato ha  chiesto, inoltre, anche la conferma della condanna a 18 anni per il pentito Salvatore Grigoli, killer reo confesso. Don Puglisi venne assassinato il 15 settembre  1993 nei pressi della parrocchia di San Gaetano, a Brancaccio. 
Anna Petrozzi  


PROCESSO AKRAGAS
6 gennaio 2001

Palermo. Il 5 gennaio scorso il presidente della Corte d’Assise di Agrigento Luigi Patronaggio, nel corso dell’udienza del maxi processo “Akragas”, ha disposto quattro sedute da svolgere a Roma e  Palermo per sentire importati collaboratori di giustizia.
Tra questi il “Ministro dei lavori pubblici” di Cosa nostra Angelo Siino, che sarà interrogato probabilmente sui collegamenti  tra le cosche  agrigentine e la cupola mafiosa corleonese-palermitana e su come avvenivano le presunte infiltrazioni di Cosa Nostra negli appalti dei lavori pubblici. Invece Giulio Albanese, presunto mafioso di Porto Empodocle neo collaboratore di giustizia, deporrà nell’aula bunker del super carcere palermitano Pagliarelli. Il pentito dovrà confermare le sue dichiarazioni sui misfatti della criminalità agrigentina che hanno permesso di riempire centinaia di pagine di verbali. M.L.

                   
ARRESTATO  FRANCESCO  NANGANO
7 gennaio 2001

Palermo. Il 6 gennaio scorso gli agenti del commissariato Oreto hanno catturato l’affiliato di Cosa Nostra Francesco Nangano presso l’abitazione di Domenico Caviglia. Il boss della cosca mafiosa di Brancaccio, condannato all’ergastolo per omicidio nei mesi scorsi, è stato alla ribalta delle cronache giudiziarie per una  relazione sentimentale con una assistente sociale nominata giudice popolare. Nel piccolo appartamento del quartiere Brancaccio, dove è stato catturato Nangano, gli agenti della polizia di Stato hanno trovato numerosi appunti e diversi cellulari con le relative schede. Il mafioso, scarcerato nel ‘99 dal Tribunale della Libertà  per un vizio di forma nell’ordine di custodia cautelare, era rimasto in libertà  per quasi tutta la durata del processo. E poi scomparso quando stava per essere riproposto il provvedimento cautelativo nei suoi confronti. Il Procuratore capo della repubblica di Palermo Pietro Grasso ha ricordato che dalle indagini è emerso che Francesco Nangano, figlio di boss, è stato sempre a disposizione della famiglia mafiosa a cui apparteneva il padre. E’ stato scoperto, poi, che era ricercato non solo dalle forze di polizia  per l’ergastolo che doveva scontare, ma anche dai killer della mafia per aver  “importunato”  la donna di un boss. Salvatore Grigoli ed Emanuele Di Filippo, collaboratori di giustizia, hanno definito Nangano un uomo di punta del racket delle estorsioni al soldo dei boss di Brancaccio. Nella conferenza stampa che si è svolta in questura il procuratore Grasso ha affermato: <<I commissariati non sono dotati di mezzi e apparati di primo piano, ma nonostante le carenze, gli uomini di Oreto sono riusciti a raggiungere un nuovo risultato>>. A Luglio infatti  è stato arrestato Cosimo Bruno presunto reggente di Porta Nuova.
Marco Cappella


CONTORNO: DIRO’ QUELLO CHE NON HO DETTO IN 20 ANNI
7 gennaio 2001

Palermo. La Procura di Palermo ha dato il suo parere favorevole alla riammissione al programma di protezione per il boss Totuccio Contorno. Ora la decisione passa alla commissione centrale. “Prima Luce” aveva iniziato la sua collaborazione con Giovanni Falcone il 29 settembre del 1984 e le sue dichiarazioni si erano incrociate con quelle di Tommaso Buscetta.
Totuccio Contorno era stato uno dei protagonisti nel contrastare l’ascesa al potere dei Corleonesi, i quali stavano adottando la strategia secondo la quale gli aderenti alla cosca non si conoscevano tra di loro e spesso erano infiltrati in altre cosche. Grazie alle rivelazioni di Contorno furono individuati numerosi nascondigli d’armi e raffinerie. Nell’85 Contorno iniziò a collaborare con la giustizia americana, fu inserito nel programma di protezione marshall e trasferito negli Stati Uniti. Nella Primavera dell’89  fu catturato dagli agenti italiani in una villetta di Altavilla Milicia, insieme al cugino Gaetano Grado. Il boss giustificò la sua improvvisa fuga dagli Usa e il ritorno in Sicilia con la necessità di incontrare parenti e amici sopravvissuti alle faide per farsi dare denaro e vivere senza tornare a delinquere. Fu poi trasferito in segreto in un paesino del Lazio, ma fu individuato da affiliati di Cosa Nostra e tentarono di ucciderlo. Due pentiti di Cosa Nostra, Tony Calvaruso e Pietro Romeo hanno raccontato che Contorno è stato scoperto dagli uomini di Bagarella mentre pedinavano un trafficante di droga romano con il quale il boss era in contatto per affari. Nel gennaio del ‘97 Contorno coinvolto in un traffico di stupefacenti è stato condannato a quattro anni e sei mesi  di reclusione. << Sebbene  il mio cliente non faccia parte del programma di protezione – ha commentato l’avvocato Luigi Li Gotti – ha sempre proseguito la collaborazione con la giustizia>>.  Contorno infatti non ha mai smesso di deporre nei processi nei maxi  processi che sono arrivati dopo le stragi –“Agrigento”, “Tempesta”, “Agate” e che la giustizia non riesce a concludere dal ‘95  per una successione di leggi e decreti. Nel maggio scorso in una deposizione nel bunker del carcere dell’Ucciardone Contorno ha dichiarato: << in questi ultimi tempi sto ricordando altri delitti che ho commesso e ne sto riferendo alla Procura>>.                                    
Mara Testasecca


NASCE LA FONDAZIONE FAVA
7 gennaio 2001

Catania. La famiglia del giornalista Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia a Catania il 5 Gennaio del 1984, donerà  tutta la documentazione dell’inchiesta dell’omicidio Fava alla cooperativa Euronos che farà parte della futura Fondazione Giuseppe Fava.
Il figlio della vittima, intervenuto alla manifestazione, ha spiegato: <<Tutta questa documentazione servirà a fare capire cosa sia stata la storia di Catania negli anni in cui Fava la interpretò come intellettuale. Noi consegneremo anche tutti gli atti giudiziari dell’inchiesta sulla sua morte: strumenti utilissimi per capire cosa è questa città>>. Alla manifestazione era presente il presidente della Commissione antimafia Giuseppe Lumia il quale ha affermato che Catania è <<una città che è cresciuta ma dove c’è ancora una forte mafia>>. Ha poi aggiunto: << bisogna seguire l’esempio di Fava che ebbe la capacità di cogliere la pericolosità della mafia, quando la si sottovalutava>>. <<Catania - ha continuato Lumia – è cambiata ed è cresciuta anche in legalità e sviluppo. La mafia  però è rimasta, si è trasformata ed è potentissima. Dobbiamo sciogliere questo problema a favore della legalità e dello sviluppo>>. È poi intervenuto il presidente del Tribunale per i minorenni, Giovambattista Scidà dichiarando che <<Il sistema aveva bisogno della morte di Fava perché la macchina, che teneva in mano la città, non sarebbe sopravvissuta se lui avesse continuato nella lotta: lui soltanto aveva la fama necessaria per fare uscire il caso dai confini regionali. Nessuno avrebbe ucciso, o ucciderebbe me se dicessi le stesse cose che denunciava Fava perché non valgo un colpo di pistola>>.
Jessica Pezzetta


MINACCE AL SINDACO DI GIOIA TAURO
9 gennaio 2001

Gioia Tauro. L’8 gennaio scorso, davanti all’ingresso principale del Palazzo degli Uffici, sede istituzionale del Comune di Gioia Tauro, è stata trovata una busta con quarantanove proiettili di arma automatica a canna corta spesso impiegata dai clan mafiosi. Il commissariato e gli agenti della Digos hanno sentito il Sindaco Aldo Alessio, sotto scorta dalla primavera del 1999, il quale ha ricevuto il primo messaggio intimidatorio nel ‘97 con l’invio di una busta con alcuni proiettili  esplosi di una calibro 9. Il sindaco ha dichiarato: <<C’è ancora chi nell’ombra pensa di imporre una logica di sopraffazione e si arroga il diritto di lanciare messaggi di paura, di ricordare che l’impegno politico culturale e umano per la libertà può costare un prezzo assai alto. La mafia minaccia la  Città, i cittadini e la libertà di tutti e i mafiosi vogliono che Gioia Tauro torni indietro, che per essi si riaprano gli spazi garantiti dalla sottomissione e dall’omertà pensando di rimettere le mani sulla città spazzando la volontà di rinnovamento che passa solo per la strada della legalità>>.
Lorenzo Baldo


FERITO NOTO IMPRENDITORE
9 gennaio 2001

Palermo. L’8 gennaio scorso l’imprenditore Carmelo Virga , 51 anni, di Marineo è stato ferito da due colpi di arma da fuoco. L’uomo è riuscito a sfuggire all’agguato rifugiandosi nella caserma dei carabinieri della cittadina. L’inchiesta è nelle mani dei carabinieri del nucleo operativo di Palermo in collaborazione con i colleghi della compagnia di Misilmeri. Il sostituto della Dda, Maurizio De Lucia, interrogherà nei prossimi giorni l’imprenditore. L’impresario edile, nel dicembre 95, venne arrestato per turbativa d’asta continuata e aggravata. Secondo alcuni collaboratori di giustizia, dopo l’arresto di Angelo Siino Carmelo Virga doveva essere il nuovo <<Ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra>>. Alcuni investigatori sostengono che l’imprenditore di Marineo sarebbe vicino al capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano. M.L.
                             

ARRESTI A PALERMO
9 gennaio 2000

Palermo. Il gip Gioacchino Scaduto, su  richiesta dei sostituti della Dda Michele Prestipino e Maurizio De Lucia, ha firmato 27 ordini di custodia Cautelare. Gli agenti della squadra mobile di Palermo hanno arrestato presunti affiliati alla famiglia mafiosa di Porta Nuova. Una inchiesta, questa, che fa seguito ad una operazione effettuata qualche anno fa dopo un anno e mezzo di intercettazioni ambientali realizzate nell’abitazione del boss Girolamo Buccafusca.
Il pm Michele Prestipino ha affermato che <<le dichiarazioni dei collaboratori si intersecano  sempre più con le intercettazioni ambientali, confermando in questo modo l’attendibilità delle indagini che si avvalgono di strumenti  tecnologici>>.
L’inchiesta svolta, oltre a disegnare un organigramma aggiornato di uno dei mandamenti chiave della città, scopre le “nuove frontiere” dell’economia mafiosa alla ricerca di nuovi introiti. Secondo gli investigatori i componenti della famiglia Buccafusca, oltre ad avere il controllo del redditizio mercato dei Video Poker, avrebbero anche investito nel centro storico acquistando vecchi immobili che sarebbero stati ristrutturati e poi venduti.
Anna Petrozzi


PROCESSATI PER AVER AIUTATO  I  LATITANTI
9 gennaio 2001

Palermo. Agli imputati Angelo e Salvatore  Nolfo, Antonino Morici, Paolo e Cataldo Cardella e Mario Pollina, inizialmente accusati di favoreggiamento, il pm Giuseppina Mione ha modificato il capo d’accusa in concorso esterno in associazione mafiosa, in quanto secondo il magistrato l’aiuto che hanno dato alla mafia è stato significativo. Costoro, infatti, avrebbero offerto ospitalità ad alcuni latitanti di spicco di Cosa Nostra. Nella requisitoria il pm della Dda Gabriele Paci ha affermato: <<il punto di forza di Cosa Nostra non sta tanto nella ferocia, ma nella capacità di creare quell’area di contiguità che comprende tutti gli strati sociali, perché i mafiosi si appoggiano a tutti coloro che possono essere d’aiuto nella realizzazione dei propri obiettivi>>.  I magistrati hanno ricordato l’importanza del contributo dei collaboratori di giustizia affermando che Cosa Nostra è una associazione segreta e come tale i segreti  possono essere rivelati solo da coloro che partecipano  alle riunioni, che ne fanno parte. Il tempo in cui riusciremo ad affrancarci dal contributo dei collaboratori è ancora lontano, perché il contributo dei cittadini onesti non c’è stato >>. A tal proposito i pm hanno ricordato che << nel 1992  a Trapani si cercava ancora Totò Minore, latitante dal 1978, ma in realtà ucciso nel 1982. In quegli anni si credeva ancora che ad Alcamo comandasse Vincenzo Milazzo. Fino al 1993 quando il pentito La Barbera venne a dire che era stato ucciso e portò gli investigatori nel luogo in cui il cadavere era stato sepolto>>.
Maria Loi


IN RICORDO DI BEPPE ALFANO
9 gennaio 2001

Palermo. L’8 gennaio scorso, nell’aula consiliare di Palazzo delle Aquile, sede del municipio di Palermo, è stato ricordato il giornalista Beppe Alfano, corrispondente di La Sicilia, ucciso l’8 gennaio del 93’ a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. Alla manifestazione organizzata dal “Comitato Beppe Alfano” hanno partecipato giornalisti e politici.
L’inviato del Corriere della Sera Felice Cavallaro ha moderato l’incontro al quale hanno preso parte il presidente della provincia di Catania Nello Musumeci ed il vice presidente della Commissione antimafia Nichi Vendola. << Non ho alcun  imbarazzo a ricordare la figura di Beppe Alfano – ha affermato Vendola-  l’imbarazzo è che siamo a Palermo e non a Barcellona Pozzo di Gotto, dove questa manifestazione sarebbe considerata una vera provocazione dall’intera classe politica >>. Ha poi aggiunto il vice presidente della Commissione antimafia che Beppe Alfano <<rappresentava una eccezione>> ed ha affermato che <<in Sicilia ci sono potentati  giornalistici che in qualche caso rappresentano una stampella del potere mafioso>>.
Una amara considerazione è stata  espressa dalla figlia del cronista ucciso Sonia: <<Amici e colleghi si sono scordati di lui, mai una telefonata, mai una manifestazione d’affetto e di solidarietà  nei nostri confronti, anche simbolica. Eppure, col suo lavoro, con i suoi articoli , mio padre dava fastidio, toccava interessi importanti. La lotta a Cosa Nostra deve coinvolgere tutti e tutti coloro che sono morti per questi ideali hanno il diritto di essere ricordati. Invece, ho l’impressione a volte che mio padre venga considerato un morto di serie B>>.
Marco Cappella


ASSOLTI I BOSS ROTOLO, CALO’, LA BARBERA
9 gennaio 2001

Palermo. Nella seconda sezione del Tribunale di Palermo presieduta da Antonio Prestipino si è celebrato il processo con il rito abbreviato nei confronti di Nino Rotolo, Pippo Calò e Michelangelo La Barbera, tutti e tre accusati di un vasto traffico di stupefacenti con gli Stati Uniti. Il pm Mauro Terranova aveva chiesto dieci anni per La Barbera ma questi è stato assolto col beneficio del dubbio. Invece per Rotolo e Calò è stata accolta la richiesta della difesa di proscioglimento per ne bis in idem (nessuno può essere giudicato due volte per lo stesso fatto). Nelle indagini effettuate è stato importate il contributo del collaboratore di Giustizia Salvatore Cancemi, il quale nel 1994 aveva fatto ritrovare in Svizzera un bidone pieno di dollari. Il pentito Cancemi ha poi spiegato che una parte di quel denaro era suo e l’altra di Calo’ capomandamento di Porta Nuova. I soldi provenivano dal guadagno di un commercio di stupefacenti che partiva da Caccamo, dove la droga veniva raffinata e arrivava fino agli Stati Uniti. Il processo era una costola di “Pizza Connection” l’indagine condotta da investigatori americani e italiani sui traffici di droga realizzati dalle famiglie siciliane e statunitensi sulle rotte Italia – Usa. Ma.C.


IL BOSS STEFANO FONTANA LIBERO
9 gennaio 2001

Palermo. Stefano Fontana, 45 anni,  mafioso e trafficante di droga dell’Acquasanta, è stato rimesso in libertà, a sorpresa, dal Tribunale di sorveglianza di Roma, che gli ha concesso la liberazione anticipata. La legge prevede infatti che se il detenuto mantiene la buona condotta ha uno sconto di tre mesi per ogni anno di reclusione. L’imputato stava scontando una condanna a 19 anni e mezzo per il traffico di stupefacenti realizzato con la nave “Big John”. Negli altri due processi in cui era imputato era già libero per decorrenza dei termini scaduti, per la eccessiva lunghezza dei dibattimenti che il boss aveva già  ottenuto la libertà, infatti, a cinque anni dalla prima udienza sono ancora in corso.


ASSEGNAZIONE DI FONDI AI FAMILIARI DELLE VITTIME
11 gennaio 2001

Palermo. Il ministero dell’Interno ha istituito un fondo che prevede il risarcimento dei familiari delle vittime di mafia nella condizione in cui sia giunta una sentenza di condanna contro gli esecutori ed i mandanti. In questo marasma di burocrazia c’è chi sta addirittura aspettando solo un’inchiesta per conoscere la verità. Insomma una beffa per i familiari che non si sono stancati di chiedere giustizia. Il figlio del procuratore Gaetano Costa (ucciso nel 1980), Michele Costa, come avvocato, sta difendendo alcuni familiari delle vittime di mafia che nessuno forse ricorda più; cittadini che si sono trovati per caso nel luogo di un delitto. <<Ma quanti affanni, quanta carta bollata, quante spese – dice il legale – per vedersi riconosciuto un diritto. Sono necessari criteri più obiettivi ma non come quelli previsti dal fondo del ministero dell’Interno. Lì sarebbe bastata una commissione. La giustizia ha dimostrato di non fare sempre il suo corso>>.
Maria Loi  


LA MAPPA DI COSA NOSTRA
11 gennaio 2001

Palermo. Un agente di polizia ha ricostruito la rissa esplosa tra Alfonso Falzone (collaboratore di giustizia) e Riccardo Volpe, che secondo quanto dice lo stesso Falzone, in seguito a quel litigio decise la morte di Volpe. Ha deposto nel corso della seduta anche il tenente colonnello Francesco Azzaro, che aveva prestato servizio ad Agrigento. L’ufficiale ha ricostruito la mappa delle cosche del quisquinese, della zona di Ribera-Sciacca e di Bivona. Secondo il tenente, nella parte occidentale della provincia Cosa Nostra faceva capo alla famiglia dei Capizzi e a Salvatore Ganci. Egli  inoltre, ha parlato di presunti legami tra i Valenti di Bivona e la famiglia mafiosa italo-americana degli Amorelli e ha fatto il nome di Calogero Castronovo. M.T.


SCARCERATO SALVATORE FERRO
12 gennaio 2001

Canicattì. Il boss Salvatore Ferro, 70 anni, ha lasciato il carcere perché per il Tribunale della libertà non è più pericoloso; secondo la Procura (che però qualche giorno fa ha chiesto una condanna a dieci anni) è uno degli uomini più fidati di Bernardo Provenzano. Luigi Ilardo raccontò ai carabinieri che fu uno dei pochi ammessi a partecipare all’incontro voluto da Provenzano per riorganizzare la mafia. Il pm Nino Di Matteo preannuncia ricorso di scarcerazione in quanto Ferro è ritenuto <<uomo d’onore>>di Canicattì.


OMICIDIO GIACOMELLI
12 gennaio 2001

Trapani. Il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori, che doveva deporre in video conferenza al processo per l’omicidio del giudice Alberto Giacomelli, ha detto di non voler rispondere alle domande dei giudici. Secondo il suo legale, Lucia Falzone, vi sono motivi seri per questo suo comportamento, ma viene mantenuto il massimo riserbo. L’avvocato ha detto: <<Non posso nascondere quanto difficile e contrastata sia la collaborazione di Vincenzo Sinacori per il quale è stato difficile assoggettarsi alle regole di quello Stato che per una vita aveva negato>>. L.B.


OMICIDI DI MAFIA
12 gennaio 2001

Palermo. La Corte d’Assise, presieduta da Claudio Dall’Acqua, a latere Roberto Binenti ha emesso la sentenza per gli omicidi di Pietro Quartararo (23 agosto 1983), di Saverio Romano (10 settembre 1983) e di Antonio Puccio (5 luglio 1989) nei confronti del boss della Noce Raffaele Ganci, dell’anziano capomafia di Pagliarelli Matteo Motisi e del killer di Porta Nuova Luigi Nicchi, condannati all’ergastolo. Pene minori per i collaboratori Salvatore Cancemi (13 anni), Francesco La Marca (10 anni e 4 mesi), Calogero Ganci (otto anni e quattro mesi). Assolti invece Nino Rotolo, capomafia di Porta Nuova, e Domenico Guglielmini di Altarello.


CHIESA E MAFIA
12 gennaio 2001

Palermo. Il 10 gennaio scorso si è tenuto un incontro presso la chiesa di San Giovanni dei Napoletani, strettamente collegato al  tema “Dialoghi dal Concilio”. Nel dibattito si è parlato delle collusioni, la buona e cattiva fede della Chiesa siciliana. La ricercatrice Alessandra Dino ha detto: <<esponenti della mafia e della Chiesa hanno, a volte, espresso pubblicamente uguali giudizi criticando i collaboratori di giustizia oppure screditando la giustizia terrena e contrapponendola a quella divina>>. <<Oggi è necessaria una prassi ecclesiale alternativa alla mafia – ha dichiarato invece padre Cosimo Scordato – Cosa nostra è una struttura di peccato. Ecco perché la Chiesa non può che tenerne conto nella sua azione pastorale. Spesso a contendersi il territorio sono le parrocchie e le cosche>>.
Mara Testasecca


PROCESSO MANNINO
12 gennaio 2001

Palermo. Il processo all’ex ministro Calogero Mannino, imputato di concorso in associazione mafiosa, dopo cinque anni e mezzo di udienze è in dirittura di arrivo. Il 19 marzo prossimo, infatti, comincerà  la requisitoria della pubblica accusa. 
Mentre gli avvocati difensori del politico saranno di scena il 23 aprile. La sentenza è prevista nel mese di maggio di quest’anno.
L’11 gennaio scorso tre testi hanno deposto al processo sulla presenza di Calogero Mannino come testimone al matrimonio di Maria Parisi (figlia  del segretario locale della DC siciliana) e di Orlando Caruana (figlio  di un boss). Dalle deposizioni non è emerso se l’ex ministro fosse stato  invitato dalla sposa  come afferma Mannino, o dallo sposo come sostiene l’accusa.
Al processo ha deposto il magistrato Di Pisa il quale alla domanda del pm Teresa Principato se negli anni del pool antimafia  <<si è mai occupato di Mannino come imputato o parte offesa>>, ha risposto <<Come imputato no. Mi capitò di interrogarlo nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio dell’ex sindaco Giuseppe Insalaco per alcuni riferimenti fatti nei diari della vittima>>. Di Pisa si sarebbe imbattuto con il nome di Mannino nel caso Sitas (società di alberghi di Sciacca Mare).
<<Due alti ufficiali della Guardia di Finanza Saul e Iovine - precisa Di Pisa- mi raccontarono di un’intercettazione telefonica fra l’avvocato Vito Guarrasi e Mario Rossetto ( ex amministratore della Sitas) in cui si parlava della dazione di una somma di denaro a favore di Mannino. Poiché questa intercettazione non poteva essere utilizzata si erano rivolti al sostituto titolare dell’inchiesta, il dottore Pignatone, e al procuratore capo, Vincenzo Paino, perché la questione venisse approfondita. Raccolsi il loro disappunto, perché questo tipo di indagine era stata negata>>. 
Chi prese la decisione? Ha chiesto il pm a Di Pisa il quale ha risposto che <<Gli ufficiali di polizia giudiziaria hanno come interlocutore il sostituto, ma la decisione finale spetta sempre al procuratore>>.  La difesa ha invece riferito che <<Anni dopo Mannino fu indagato per la Sitas. Nel ‘97 è stato tutto archiviato>>. Il dibattimento riprenderà il 19 febbraio prossimo.
Marco Cappella


IL SINDACO GIUSEPPE INSALACO
12 gennaio 2001

Palermo. Il sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco il 12 gennaio del 1988  fu ucciso da Domenico Guglielmini e Antonino Galliano su ordine di Domenico Ganci, figlio del Boss della Noce. Insalaco è stato ucciso per le sue denunce  <<sull’inquinato sistema di aggiudicazione dei più importanti appalti comunali, tradendo le aspettative di quei discussi esponenti della Dc che gli avevano consentito di diventare sindaco>>. Pietra Salamone la moglie di Insalaco ha detto: <<Era finito in un gioco  più grande di lui lo sapeva e aveva paura. Era una scheggia impazzita sfuggiva a certe logiche. Non potevano gestirlo e per questo l’hanno ammazzato>>. Alcuni collaboratori di giustizia  avrebbero dichiarato che Insalaco sarebbe stato ucciso per un repentino cambiamento di atteggiamento nei confronti della mafia da accomodante a duro. La  vedova ha affermato: <<Mio marito non ha mai avuto l’attenzione che meritava, i suoi meriti sono stati messi in secondo piano. Si sono preferiti i veleni, i polveroni, le accuse ingiuste. E’ stato ucciso anche da morto>>.
Anna Petrozzi


CASO IMPASTATO: PRESENTATO IL DOSSIER DELL’ANTIMAFIA
13 gennaio 2001

Cinisi. Il presidente Beppe Lumia ha consegnato al consiglio comunale di Cinisi il dossier dell’Antimafia sul caso Impastato. <<La nostra relazione - dichiara Lumia - è stata inviata anche alla procura, è suo il compito di verificare se vi sono le condizioni per intervenire su quegli uomini delle istituzioni che secondo noi non hanno fatto bene il proprio lavoro. C’è un processo in corso, i nostri documenti sono a disposizione dei giudici: è importante che accanto alla verità d’inchiesta della commissione ci sia una verità giudiziaria>>. Inoltre, continua Lumia, <<la Commissione fa una lettura sul boss Badalamenti, sulla magistratura che ha avuto grossissime responsabilità e su alcuni uomini dell’Arma dei carabinieri dando un giudizio severo sul lavoro che svolsero e spiegando i rapporti che c’erano allora tra istituzioni e mafia>> e ribadisce <<Badalamenti e Provenzano sono oggi alleati: pensano e organizzano la stessa mafia>>. Impastato capì che la mafia ruotava attorno a Badalamenti ed è grave che alcuni settori dello Stato depistarono le indagini. All’incontro hanno partecipato anche: Nichi Vendola, Michele Figurelli, Giovanni Russo Spena e Carmelo Carrara. Così ha commentato Giovanni Impastato: <<Questo evento è importantissimo perché mai come in questo periodo la memoria storica assume un enorme valore. A 23 anni dalla morte di mio fratello finalmente il consiglio comunale si riunisce in seduta straordinaria: un fatto importantissimo, un impegno di civiltà e democrazia. Nessuno potrà dire che Peppino era un terrorista: era un uomo impegnato nella lotta alla mafia che aveva scoperto i collegamenti tra politica e mafia>>.
Jessica Pezzetta


I BENI DEL TENENTE CANALE
13 gennaio 2001

Palermo. Sono stati periziati i beni del tenente Carmelo Canale, processato per concorso in associazione mafiosa. A richiedere la perizia è stata l’accusa in quanto la richiesta rientrerebbe in un accertamento più ampio. A detta dei pm il valore della villa (il valore commerciale d’acquisto è di 30 milioni e le opere realizzate negli anni sono di 150 milioni circa) sarebbe sproporzionato rispetto al reddito che il tenente percepiva dalla sua attività. 


PROVENZANO A CORLEONE
16 gennaio 2001

Palermo. Un pregiudicato arrestato per reati  non legati alle attività di Cosa Nostra  avrebbe chiesto di parlare con un magistrato. L’uomo avrebbe rivelato al giudice che nel Natale del 1999 un suo amico commerciante gli avrebbe indicato nella piazza di Corleone un anziano signore che corrispondeva al Capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano.
Il confidente ha poi riferito che la persona che gli ha rivelato l’identità del boss nel frattempo è morta.


PROCESSO DELL’UTRI
16 gennaio 2001

Palermo. Il 15 gennaio scorso  nella seconda sezione del Tribunale di Palermo presieduta da Leonardo Guarnotta si è celebrata una udienza del processo a carico di Marcello Dell’Utri, deputato di Forza Italia accusato di associazione mafiosa. Nel corso del dibattimento è stato interrogato il collaboratore di giustizia Vincenzo La Piana il quale ha affermato che <<era diventata una barzelletta tra i mafiosi  il fatto che Mangano facesse lo stalliere ad Arcore>>. Ha detto poi che il boss di Porta Nuova <<in realtà non faceva lo stalliere nella villa di Berlusconi, perché era un uomo dal forte carisma fra i mafiosi e sapeva bene come fare i soldi>>.
Rispondendo alle domande del pm Domenico Gozzo il collaboratore ha ricordato una sua conversazione con Mangano, avvenuta nel 1994, e nel corso della quale gli avrebbe chiesto se fosse ancora in contatto con Dell’Utri. Mangano gli rispose che sebbene avesse lasciato il posto di lavoro ad Arcore i contatti con Dell’Utri li poteva sempre avere.
La Piana ha poi precisato che i corleonesi avevano tolto a Mangano il compito di mediatore e che il suo posto di lavoro <<venne dato a Pullarà e a un altro catanese, entrambi di Cosa Nostra>>. <<Per giustificare l'allontanamento di Mangano da Arcore - ha spiegato La Piana - era stata diffusa voce di un tentativo di sequestro ai danni del figlio di Berlusconi da parte della mafia, ma non era vero. Mangano - ha detto il pentito - mi disse che era tutto falso. Si trattava di storie inventate dai giornali per fare in modo che lui lasciasse il posto>>. Il sostituto procuratore Domenico Gozzo, ha poi chiesto al collaboratore di giustizia se con Mangano avesse parlato anche degli attentati alla “Standa” di Catania compiuti sul finire del 1989. <<Certo - ha risposto Mangano - mi spiegò che era un attentato combinato. Nessuno, infatti, si sarebbe permesso di bruciare la “Standa” di Berlusconi>>. Il pentito, incalzato dalle domande del sostituto procuratore Domenico Gozzo, ha cercato anche di ricostruire vecchie storie inerenti a traffici di stupefacenti in cui è stato coinvolto l'ex stalliere di Arcore.  Si è soffermato, in particolare, su quella che, secondo l'accusa, il manager di Publitalia Marcello Dell'Utri avrebbe prestato due miliardi a Mangano e ad Enrico Di Grusa per l’acquisto di una partita di droga.
<<Con Enrico Di Grusa, genero di Vittorio Mangano - ha detto La Piana - siamo andati in un capannone a Rozzano, vicino Milano, per ottenere i soldi per l'acquisto di stupefacenti. Non partecipai all'incontro ma solo alla fine sono andato a salutare Dell' Utri>>. <<Non so - ha spiegato La Piana - se Dell' Utri sapeva a cosa sarebbero serviti i soldi. Non so nemmeno se li ha tirati fuori lui. All'incontro c'erano anche i fratelli Nino e Natale Curro', messinesi, coinvolti in traffici di droga>>.
Marcello Dell'Utri definisce <<fatti del tutto inventati>> le dichiarazioni di Vincenzo La Piana.
Jessica Pezzetta


ALDO MADONIA NEL PROCESSO “BIG JOHN”
16 gennaio 2001

Palermo. Il secondo annullamento della Cassazione ha rimesso il giudizio in corso per  Aldo Madonia condannato a 20 anni in primo grado e poi assolto in appello. La Cassazione ha annullato la sentenza e nel successivo giudizio la Corte d’Appello lo ha condannato nuovamente a 17 anni di reclusione. Il procuratore Generale Leonardo Agueci ha chiesto 17 anni di carcere  per Aldo Madonia, uno dei figli  del boss di Resuttana, imputato nel processo “Big John” per traffico internazionale di stupefacenti. Il nome del processo fa riferimento al nome della nave che ha trasportato dalla Colombia alla Sicilia 600 chili di cocaina. Secondo il giudice Aldo Madonia, oltre ad avere un ruolo di primo piano nel traffico di droga, avrebbe diretto una riunione tra trafficanti siciliani e colombiani in cui si doveva chiarire una controversia per il pagamento della merce. Un ruolo, questo, ancora in discussione nelle aule giudiziarie tanto da essere escluso nella sentenza  che ha condannato Madonia per associazione mafiosa.
Monica Centofante


VIOLANTE AL LICEO SCIENTIFICO  ERNESTO BASILE
16 gennaio 2001

Palermo. Il 15 gennaio scorso il Presidente della Camera Luciano Violante, in un incontro con gli studenti del liceo scientifico “Ernesto Basile”, nel quartiere Brancaccio, ha parlato del capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano che deve essere arrestato specificando che non si può rimanere latitante per trent’anni a casa propria. Violante ha messo in evidenza che << tutti i latitanti che sono stati catturati erano a casa loro e non credo che Provenzano faccia eccezione. Ritengo che non sia molto lontano da qui, da questa parte della Sicilia>>.
<<Per combattere  la mafia - ha affermato Violante -  bisogna  impoverirla delle sue ricchezze, che devono essere poi utilizzate produttivamente. Basta con la retorica e la demagogia. Non si può parlare di mafia sempre allo stesso modo. Bisogna avere la capacità di porre via via obiettivi diversi>>. J.P.
                 

IL RACKET : “I NUMERI”
16 gennaio 2001

Roma. Al numero verde antiracket e usura in un mese di attività sono arrivate oltre 21mila telefonate. Tra il nord e il sud d’Italia si è riscontrato un netto divario. Dal meridione, infatti, hanno chiamato vittime dell’estorsione mentre nel Centro nord c’è una maggiore richiesta di aiuto per uscire dalla morsa dell’usura. 
Dalle ultime statistiche risulta che tra le persone che chiamano il 77%  è già vittima, mentre l’89% ha subito minacce o atti di violenza. In Sicilia, Gela, con il 90% dei commercianti vittime del racket è in testa alla triste classifica, mentre Palermo occupa il terzo posto. Nel centro nord molte persone hanno chiamato perché succubi dell’usura  e la maggior parte delle richieste di aiuto giunte  al numero verde antiracket sono arrivate dalla Lombardia (302), dal Lazio (276), dal Piemonte (158), dalla Toscana (100), dall’Emilia Romagna (93) e dal Veneto (83).
E’ stata rilevata una notevole differenza tra coloro che hanno chiamato per problemi legati all’usura (93%) e coloro che hanno invece subito delle estorsioni (5,2%). Secondo il presidente del associazione antiracket Tano Grasso questi dati non dimostrerebbero l’assenza del fenomeno dell’estorsione ma solo che << questo tipo di servizio probabilmente non è sufficiente a rispondere alle esigenze di chi è vittima di estorsione: proprio per il collegamento con la criminalità mafiosa, c’è un tasso di diffidenza maggiore>>.
Monica Centofante


GELA “CAPITALE” DEL RACKET
16 gennaio 2001

Gela. Dagli ultimi dati forniti dal ministero dell’Interno, dal commissario dell’antiracket e dalla Confsercenti risulta che il 90%  di commercianti  ed imprenditori pagano il <<pizzo>>. A tal proposito il sindaco della città Franco Gallo ha dichiarato: <<Ammesso che Gela sia la capitale del racket, non capisco il perché non ci sia stato un intervento più adeguato da parte dello Stato. In più occasioni abbiamo reclamato il potenziamento  delle forze  dell’ordine. Non c’è dubbio che bisogna insistere sul maggiore controllo del territorio per arginare il fenomeno>>.
Il presidente della Confcommercio Rosario Alessi invece ha detto: <<Non condivido questi numeri. Io dico che non è vero>>. Il prefetto di  Caltanissetta, Giuliano Lalli, ha raccolto l’allarme del sindaco dichiarando: <<sembra che esista una certa situazione di disagio relativa a fatti sia verificatisi di recente che in passato. L’allarme lanciato dal sindaco Gallo sembra l’occasione idonea per fare il punto sulla situazione. In quella sede sarà importante sentire le associazioni degli agricoltori per vedere quale è la loro percezione del problema>>. Purtroppo questi fenomeni non trovano rispondenza in denunce. <<Se comunque il primo cittadino di un comune di grandi dimensioni come Gela - dice il questore di Caltanissetta Santi Giuffrè - pone un problema del genere è chiaro che merita tutta l’attenzione da parte delle forze dell’ordine>>.
Le ultime inchieste condotte dalla magistratura confermano che tra i taglieggiatori ci sono diversi minorenni ed inoltre la malavita arrotonderebbe i suoi “affari”  riscuotendo il pizzo anche dai venditori ambulanti. Diversi collaboratori di giustizia, poi interrogati dai giudici in diversi procedimenti giudiziari contro le cosce gelesi, hanno ammesso che in città il pizzo si paga a tappeto. Su un aspetto gli inquirenti sono concordi: il <<pizzo>> è il primo segnale di corrosione dell’attività economica. Ma da tempo si discute su un problema: è la criminalità che frena lo sviluppo oppure il crimine prospera perché non c’è crescita economica?
Maria Loi


COLLABORATORI DI GIUSTIZIA SOTTO PROTEZIONE
17 gennaio 2001

Roma. Il sottosegretario all’Interno Massimo Brutti, in Commissione Antimafia, ha dichiarato che alla fine del 2000 i pentiti che sono stati inseriti nel sistema di protezione erano circa 1.171, di cui 1.110 provenienti dal crimine (402 Cosa nostra e organizzazioni collegate; 238 la Camorra, 145 la ‘ndrangheta; 89 la Sacra Corona Unita e 236 altre organizzazioni). Il numero dei collaboratori di giustizia nel 1997 di 7.020 (1.214 collaboratori, 59 testimoni e 5.747 familiari), nel 1998 di circa 5.265 (1.028 collaboratori, 56 testimoni e 4181 familiari), nel 1999 di 5.292 (1.070 collaboratori, 56 testimoni e 4166 familiari) e nel 2000, di 5.262 (1.100 collaboratori, 56 testimoni e 4.106 familiari). Hanno collaborato anche extracomunitari che dimostrano, secondo Brutti, che ci troviamo di fronte ad una integrazione tra gruppi criminali e stranieri. Ma.C.


USURA ED ESTORSIONE
17 gennaio 2001

Roma. La conferenza nazionale contro l’usura e l’estorsione è stata aperta dalla relazione del ministro dell’Interno Enzo Bianco il quale ha sottolineato che <<lo spirito della prima conferenza non è trionfalistico perché l’usura è un problema ancora aperto>>. Quindi le preoccupazioni sollevate recentemente dai pm in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario si sono dimostrate fondate, <<non si può lasciare alcuno spazio a fenomeni criminali capaci di mettere in ginocchio l’economia pulita. La lotta all’estorsione e all’usura resta una priorità per il Governo>>.
Riferendosi al fenomeno dell’usura il commissario Tano Grasso ha detto: <<Il sistema bancario non può non farsi carico del problema del contenimento dei fenomeni criminali nell’economia, allo stesso modo di qualunque altro imprenditore; deve diventare un elemento dinamico per lo sviluppo della piccola e media impresa, soprattutto nelle aree meridionali>>. Parla invece di tutelare le vittime di questo sistema il ministro di Giustizia Piero Fassino nel suo intervento. <<Nel nostro sistema giuridico la vittima è in condizione marginale, è un soggetto passivo che diventa attivo solo se si costituisce parte civile>>. Chiede uno sforzo straordinario alle banche per abbassare i tassi delle piccole imprese artigiane il governatore d’Italia Antonio Fazio. <<L’impegno del sistema finanziario, in primo luogo quello delle banche, nelle articolazioni a livello locale, e nelle aree e provincie più difficili - ha detto Fazio - deve volgersi a uno sforzo straordinario e sistematico, diretto a ridurre il costo del credito per le frange marginali di clientela>>. Secondo Luciano Violante, presidente della Camera, bisogna incoraggiare le denuncie contro il racket e l’usura ma anche educare la gente ad un corretto uso del denaro e gli imprenditori ad un corretto uso delle imprese. Violante parla di reato <<vergognoso>> e aggiunge che è fondamentale in questi casi la prevenzione. Quindi <<educare all’uso del denaro perché esiste anche la cosiddetta usura di consumo, cioè quella di chi ha un tenore di vita troppo alto rispetto alle proprie possibilità>>. Inoltre, <<la vittima dell’usura – ha spiegato Violante – è un soggetto molto debole ed è in condizioni psicologiche peggiori rispetto alla vittima dell’estorsione perché quando un imprenditore finisce in mano agli usurai si considera già uno sconfitto>>.
Maria Loi


ARRESTATI ALCUNI ESPONENTI DELLA BANDA TELEMATICA
18 gennaio 2001

Palermo. Il 17 gennaio scorso a Parma sono stati arrestati dagli agenti della squadra mobile di Palermo tre presunti esponenti della banda telematica che il 3 ottobre scorso stava per appropriarsi di circa 2000 miliardi della Regione. Sono finiti in manette, su ordine di custodia cautelare del Gip di Palermo, Vicenzina Massa, gli imprenditori Rodolfo Manusi Guareschi, il commercialista Federico Miglioli, l’immobiliarista Riccardo Razzetta. Gli agenti della Squadra Mobile erano sulle loro tracce già da qualche tempo. La mente del gruppo era il palermitano Antonino Orlando, esperto di informatica, e molto vicino alla cosca mafiosa della Noce. Il gruppo era composto per la stragrande maggioranza da dipendenti del Banco di Sicilia e della Telecom.
Mara Testasecca


IL GENERALE GUALDI A PALERMO
19 gennaio 2001

Palermo. Arriva a Palermo Carlo Gualdi, 53 anni, bolognese. Il nuovo comandante della Regione Sicilia, in sostituzione del generale Giorgio Piccirillo dichiara: <<Ho preso Cesarano a Napoli e cercherò di prendere Bernardo Provenzano qui. Non è certo impossibile. Il nuovo generale tronca sul nascere le polemiche nate dalle parole del presidente della Camera Luciano Violante che alcuni giorni prima in un liceo di Brancaccio aveva detto:<< E’ inconcepibile che Provenzano possa restare latitante a casa sua per trent’anni>>.
 Nel periodo napoletano il generale si distinse per aver propagandato spesso nelle scuole la cultura alla legalità ma soprattutto per i numerosi arresti eccellenti. Il 22 febbraio del 1999 i suoi investigatori colsero sul fatto Luciano Sommella, direttore degli istituti minorili di Campania e Molise, aveva in tasca una mazzetta; il 10 maggio 2000 finì in carcere Giuseppe Zampino, sovrintendente ai Beni culturali e ricordiamo ancora la cattura del super latitante Ferdinando Cesarano, 10 giugno 2000. Il periodo di Gualdi si chiude con la storia della piccola Valentina uccisa dalla camorra.
Il generale si distinse anche.
Maria Loi


DIECI MILIONI CONTRO IL PIZZO
19 gennaio 2001

Siracusa. Dieci milioni è la cifra che ha stanziato Salvatore Tiralongo, proprietario di un’azienda agrituristica a Santa Teresa Longarini, al quale era stato incendiato un camion nella zona del siracusano. Tiralongo ha fatto stampare centinaia di locandine che dovevano servire a far conoscere la notizia, ma nessun commerciante le ha affisse nel proprio locale. <<Mi sto accorgendo di scontrarmi con un vero e proprio muro – ha commentato Tiralongo – ma io ho deciso di andare sino in fondo. Non saprò darmi pace fino a quando su questa vicenda non si farà chiarezza e gli autori dell’attentato non verranno assicurati alla giustizia>>. L.B.


PROCESSO FRANCESE
24 gennaio 2001

Palermo. Il 9 gennaio scorso i Pm Giuseppe Fici e Laura Vaccaro hanno chiesto la condanna a 30 anni di reclusione per gli otto boss mafiosi accusati dell’omicidio del giornalista Mario Francese, assassinato a Palermo il 26 Gennaio 1979. Gli imputati avevano chiesto ed ottenuto di essere processati con il rito abbreviato. Secondo la pubblica accusa i mandanti dell’agguato furono i componenti della <<Commissione>> di Cosa Nostra, Michele Greco, Totò Riina, Leoluca Bagarella, Giuseppe Calò, Bernardo Provenzano, Francesco Madonia, Antonino Geraci e Giuseppe Farinella. << La cupola  mafiosa – ha detto in aula il pm Fici - non poteva non sapere. Come tutti gli omicidi eccellenti anche quello di Francese fu deliberato dai capimafia>>. Secondo l’accusa ad eliminare materialmente il giornalista sarebbero stati Leoluca Bagarella e Giuseppe Madonia. Per Matteo Motisi, capo mandamento del quartiere Pagliarelli, i pm hanno invece chiesto l’assoluzione, in quanto all’epoca dell’omicidio la famiglia mafiosa del boss non si era ancora costituita. Il boss Michele Greco, in una delle ultime udienze, aveva rilasciato dichiarazioni spontanee (senza possibilità di contraddittorio) e il pm Laura Vaccaro nella sua requisitoria,  riferendosi al boss di Ciaculli, ha affermato: << Michele Greco ci ha dimostrato, se mai ve ne fosse bisogno, come si possa uccidere un uomo determinandone innanzitutto la sua eliminazione fisica e poi provocandone anche la morte nella memoria, avvilendole il ricordo, sminuendone le imprese, introducendo il tarlo della calunnia, che genera il dubbio e provoca lo sconcerto>>.
Il 23 gennaio scorso, in una udienza del processo, ha deposto il giornalista Luca Galluzzo che ha lavorato insieme a Mario Francese nel Giornale di Sicilia.  Capo cronista all’epoca ha risposto alle domande del pm Laura Vaccaro affermando che Francese era molto informato e che << nei suoi articoli e nelle inchieste giornalistiche aveva descritto il nuovo volto di Cosa Nostra prima ancora che Buscetta lo rivelasse ai giudici>>.
Maria Loi


ADDAURA: DEPOSITATA LA MOTIVAZIONE DELLA SENTENZA
25 gennaio 2001

Palermo. La motivazione della sentenza del processo al fallito attentato all’Addaura è stata depositata il 23 gennaio scorso a Caltanissetta dalla Corte d’assise presieduta da Pietro Falcone (a latere Laura Seveso). L’inchiesta sull’attentato dell’Addaura fu archiviata nel ’94 su indicazione del pentito Ferrante. Secondo le testimonianze di altri collaboratori come Onorato, Giovanni Brusca, Francesco Di Carlo, Vito Lo Forte, Angelo Siino, Cosa nostra voleva uccidere Falcone e i magistrati elvetici che, dal 18 al 21 giugno del 1989, erano a Palermo per indagini sul riciclaggio di denaro sporco della mafia siciliana in Svizzera. Dalla motivazione della sentenza emergono sospetti e perplessità anche sull’intervento dell’artificiere dei carabinieri Francesco Tumino, che disinnescò l’ordigno collocato da Cosa nostra davanti alla casa di Falcone nel giugno del 1989.<<Tumino - si legge nella motivazione - ha mentito in maniera piuttosto infantile correggendo continuamente le sue dichiarazioni in una perversa spirale di piccole menzogne che lo ha portato perfino a prospettare un misterioso intervento per far sparire reperti, calunniando una persona “falsamente incolpata”>>. 
Mara Testasecca


OPERAZIONE <<Wash dog>>
25 gennaio 2001

Palermo. Agenti alla ricerca del latitante Salvatore Lo Piccolo hanno piazzato delle cimici in un negozio della zona Zen. Del boss nessuna traccia ma hanno scoperto un traffico di stupefacenti. Dopo un anno di indagini, gli agenti del commissariato  <<San Lorenzo>>, il 24 gennaio scorso, hanno eseguito 14 ordinanze di custodia cautelare firmate dal gip Marcello Viola su richiesta dei sostituti procuratori della repubblica Gaetano Paci, Domenico Gozzo e Vittorio Teresi. Dalle indagini è emerso che una parte degli arrestati erano in contatto con esponenti della famiglia  mafiosa della zona. Il 29 marzo scorso l’inchiesta ha avuto una svolta in quanto un elettricista intervenuto nel negozio per riparare una lavatrice si è imbattuto con una cimice nascosta dagli agenti. I trafficanti hanno capito che la polizia era sulle loro tracce ed hanno distrutto il congegno ma la scena è stata documentata da una microcamera che li riprendeva. A.P.


ARRESTATO DI MAGGIO
26 gennaio 2001

Palermo. Balduccio Di Maggio, escluso dal programma di protezione dopo il suo arresto avvenuto il 13 ottobre del 1997, nei mesi scorsi ne ha chiesto la riammissione. La procura ha dato il suo parere negativo e non  ha inoltrato la proposta alla commissione centrale dei collaboratori. L’ex pentito da quasi un anno si trovava agli arresti domiciliari per motivi di salute.
Il 25 gennaio scorso gli agenti  della Dia  del centro operativo di Palermo lo hanno nuovamente arrestato in una casa nella provincia di Pisa. I giudici della terza sezione della Corte d’Assise di Palermo hanno emesso l’ordine di arresto con l’accusa di violazione degli obblighi degli arresti domiciliari e pericolo di fuga. Le intercettazioni realizzate dalla Dia hanno documentato gli incontri che Di Maggio avrebbe avuto nella sua abitazione con Alberto Cappello, imparentato con il boss Salvatore Genovese, quest’ultimo arrestato nell’ottobre scorso. L.B.


COSA NOSTRA RITORNA AL TRAFFICO DEGLI STUPEFACENTI
26 gennaio 2001

Palermo. La scorsa settimana la Dda di Palermo e la sezione narcotici della squadra mobile hanno scoperto un traffico di stupefacenti che si snodava tra la Spagna, Torino e Palermo ed un altro commercio di cocaina che partiva dalla Colombia e passando per l’Olanda arrivava fino al capoluogo siciliano. Gli agenti hanno arrestato 12 dei presunti responsabili e dalle intercettazioni ambientali è emerso che i latitanti Giuseppe Naso e Vincenzo Lattuca erano al vertice dell’organizzazione.
Il 24 gennaio scorso gli agenti della sezione narcotici hanno fermato Vincenzo e Sebastiano Riggio e nella loro auto hanno trovato 10 chili di eroina purissima per un valore di mercato di 10 miliardi di lire. Secondo gli inquirenti Cosa Nostra è tornata ad investire, attraverso gruppi esterni, nel mercato della droga. M.L. 


OPERAZIONE ARMONIA
26 gennaio 2001

Reggio Calabria. Il processo Armonia è una inchiesta della Dda sulle attività dei potenti clan della  fascia ionica reggina, dai Morabito di Africo ai Pelle di S.Luca dediti al traffico di droga, armi, al controllo degli appalti, truffe miliardarie e alla clonazione di titoli di credito internazionale.
L’indagine durata oltre due anni e diretta dal sostituto procuratore Nicola Gratteri, ha messo in evidenza come la ‘Ndrangheta abbia creato tre mandamenti (Jonio, Tirreno e città) e ha ricostruito le trame tessute dagli affiliati al clan  Morabito e ai clan vicini imputando a 107 persone reati che vanno dall’associazione per delinquere di stampo mafioso al traffico di sostanze stupefacenti. Il 14 febbraio si terrà l’udienza preliminare.


IL PENTITO DI CARLO PARLA DEL DELITTO DE MAURO
27 gennaio 2001

Roma. La Procura di Palermo ha chiesto la riapertura dell’inchiesta sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro. Dopo 31 anni la svolta viene offerta dalle dichiarazioni del “pentito” Francesco Di Carlo. L’ex boss di Altofonte riapre la pista investigativa che conduce al golpe tentato nel 1970 dal “principe nero” Junio Valerio Borghese, che De Mauro conosceva. Di Carlo continua dicendo che De Mauro fu ucciso e il suo corpo sepolto alla foce del fiume Oreto. Secondo Di Carlo <<l’ordine di uccidere Mauro De Mauro venne da Roma dopo che qualcuno seppe che il giornalista aveva scoperto tutto>>. L’ex boss aggiunge: <<Si è sempre detto che fu rapito. Non fu rapito invece né prelevato con la forza. Non ce ne fu bisogno. De Mauro conosceva bene uno di quei tre uomini, era Emanuele D’Agostino, mafioso di Santa Maria del Gesù. Gli altri due erano Bernardo Provenzano e Stefano Giaconia. Quando Emanuele D’Agostino seppe al Circolo della stampa che De Mauro era a conoscenza del golpe, raccontò tutto a Stefano Bontate che era suo capo. Stefano avvertì gli altri boss della Commissione tra cui Giuseppe Di Cristina di Riesi e Pippo Calderone di Catania. Tutti volarono subito a Roma insieme a uno che chiamavano <<l'avvocato>>, non esercitava la professione ma era laureato… Andarono a Roma per parlare con il principe Borghese, con un certo Miceli>>. <<Gli interessi in gioco erano troppo grossi e dentro Cosa nostra non tutti erano d'accordo con quel golpe -  ricorda ancora Di Carlo -. Ci avevano assicurato che nessuno di noi sarebbe più andato al soggiorno obbligato né avrebbe più subito provvedimenti tipo la sorveglianza speciale il nuovo governo avrebbe dato un colpo di spugna al passato… ma non tutta Cosa Nostra vedeva di buon occhio il piano dei fascisti>>. Numerose le reazioni provocate dal caso De Mauro. I familiari del giornalisti si sono affidati al loro legale, Francesco Crescimano: <<Aspettiamo di capire meglio cosa sta succedendo ma mi chiedo: perché mai soltanto ora Di Carlo rivela questi fatti?>>. Nel frattempo la Procura di Palermo ha annunciato l’apertura di un’altra inchiesta. 
Maria Loi


CONDANNATO EX PARLAMENTARE
28 gennaio 2001

Palermo. Per Filiberto Scalone, avvocato ed ex senatore di Alleanza Nazionale arriva un verdetto di condanna a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa e concorso in bancarotta fraudolenta. A giudicarlo colpevole sono i giudici della quinta sezione, gli stessi che hanno assolto Giulio Andreotti. Scalone avrebbe giocato un ruolo di primo piano nell’immobiliare Malaspina di proprietà del costruttore Domenico Sanseverino… L’ex senatore avrebbe gestito gli affari del boss del mattone, intestandosi anche 4 appartamenti e due box che in realtà erano dei capimafia di cui Sanseverino era un prestanome.. Sono state le dichiarazioni di Cannella e di Gioacchino Pennino a portare la corte al verdetto finale. <<Ancora una volta a Palermo si usa il grimaldello giudiziario per abbattere un uomo scomodo il cui percorso politico è stato riconosciuto trasparente e cristallino anche da questa sentenza - ha commentato l’imputato.- Con la sentenza  a mio carico il tribunale ha confermato quanto asserito dalla Procura di Palermo in occasione dell’assoluzione del senatore Andreotti e cioè di usare due pesi e due misure. La condanna arriva per un fatto remoto nel tempo per il quale ero già stato prosciolto da Falcone>>. L’inchiesta era partita dall’indagine di Pino Mandalari nel 1995, arrestato il 18 dicembre del 1996 a Scalone furono concessi gli arresti domiciliari. A febbraio del 1997 era in carcere e vi rimase fino al giugno di quell’anno. La richiesta di rinvio a giudizio arrivò nel dicembre del 1997.
Marco Cappella


ARRESTATE SEI PERSONE VICINE A PROVENZANO
28 gennaio 2001

Palermo. Arrestate dal Gico della Guardia di Finanza sei persone probabilmente molto vicine a Provenzano, accusate di associazione mafiosa. A coordinare l’indagine sono state le Procure di Palermo e di Caltanissetta. Sono finiti in carcere: la sorella del latitante Vito Roberto Palazzolo, Maria Rosa e il marito Vito Motisi, l’imprenditore Salvatore D’Anna, vicino al boss Gaetano Badalamenti, il consigliere comunale di Cinisi, Giuseppe Pizzo, e gli imprenditori edili Antonio Giannusa e Giuseppe Leone. Tutti accusati di aver condizionato l’assegnazione di appalti pubblici. Dall’inchiesta sono emersi i contatti tra la sorella del super latitante e il capo di Cosa nostra Bernardo Provenzano.
Il Gico ha registrato in particolare intercettazioni fra alcuni degli arrestati e personaggi politici. L’inchiesta è stata chiamata “Libia” per via della destinazione di alcuni investimenti. E’ sfuggito all’arresto il principale indagato, Giuseppe Palazzolo, un bancario in pensione che da alcuni anni si sarebbe trasferito a Caltanissetta. E’ emerso anche il ruolo di sempre maggior rilievo del latitante Salvatore Lo Piccolo, di Vito Motisi, inserito nelle cosche mafiose, e di Salvatore D’Anna, legato al boss Gaetano Badalamenti. Il suo coinvolgimento farebbe pensare ad una ricucitura di vecchi dissidi tra i corleonesi di Provenzano e i gruppi vicini al vecchio boss di Cinisi.

Mara Testasecca


I LEGAMI TRA PROVENZANO E BADALAMENTI
28 gennaio 2001

Cinisi. L’arresto di Salvatore D’Anna svela i nuovi rapporti tra vecchi e nuovi boss. D’Anna fa parte di una famiglia che era in contatto con il maresciallo del Ros Antonino Lombardo. I familiari di Lombardo hanno ricondotto quei rapporti a ragioni di indagini. Quindi i D’Anna passavano informazioni a Lombardo? E che tipo di informazioni? I D’Anna diedero qualche informazione a Lombardo sulla cattura di Riina. Pare, inoltre che il maresciallo frequentasse i D’Anna durante le sue trasferte americane e che avesse incontrato Badalamenti, risaldando un rapporto di fiducia.
 Un altro aspetto è legato alle dichiarazioni che ha fatto l’avvocato della famiglia Lombardo:<<Provenzano è un confidente come Badalamenti e potrebbe già essere stato anche individuato. Se non è stato mai catturato bisogna prendersela con coloro che lo hanno utilizzato in precedenza e adesso lo devono tutelare. Certo è strano che i suoi beni non siano mai stati toccati. Ed è ipotizzabile che il maresciallo Lombardo fosse in contatto con lui>>.
Dall’ultima inchiesta emerge che il punto di contatto tra Badalamenti e Provenzano potrebbe essere proprio uno dei D’Anna. Torna in scena Vito Roberto Palazzolo che sarebbe stato in contatto con Provenzano tramite la sorella. Gaetano Badalamenti sembra quindi essere presente nonostante la sua detenzione negli USA. 
Maria Loi   
 
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  • Editoriale

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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

    Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri umani.


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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt.
    Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico.
    Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali.
    Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto.
    Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi.
    Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo.
    Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico.
    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.


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