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Mafia, politica e massoneria dietro il caso Inzerillo PDF Stampa E-mail

Dopo quattro anni e mezzo, accolte le richieste dei pm Ingroia e Vaccaro

di Monica Centofante


Alle ore 19:00 dello scorso 21 novembre la seconda sezione del Tribunale di Palermo presieduta da Leonardo Guarnotta, a latere Giuseppe Sgadari e Michele Romano, ha condannato a 8 anni di detenzione l'ex senatore Dc Vincenzo Inzerillo, accusato di associazione mafiosa. La sentenza è arrivata dopo più di 4 anni e mezzo di dibattimento che, come ha dichiarato il pm Antonio Ingroia, per concludere un processo di primo grado <<a carico di un solo imputato sono veramente tanti, troppi>>. <<La dimostrazione del fallimento dell'attuale sistema processuale penale - continua - specialmente nei processi di maggiore complessità, come nei procedimenti per reati di mafia, dove l'esasperata applicazione da parte del legislatore del principio dell'oralità, anche quando essa comporta poco surplus di garanzie e molto surplus dei tempi del processo, non serve a rendere il processo più giusto, ma invece più lento, e quindi meno giusto>>.
Le prime tracce del procedimento contro Inzerillo, per il quale i pm Antonio Ingroia e Laura Vaccaro avevano chiesto una pena di 12 anni, risalgono al 1992 ossia alle prime indagini preliminari svolte per individuare i responsabili dell'attentato alla vita del dott. Calogero Germanà. Il funzionario di polizia giudiziaria, che nel periodo in questione prestava servizio presso il Commissariato di P.S. di Mazara del Vallo, aveva svolto indagini in merito al tentativo di "aggiustamento" del processo dell'omicidio Basile da parte del notaio Pietro Ferraro, che agiva per conto di un certo "Enzo", "politico di area manniniana, trombato". Nel corso di un'udienza risalente al 3.10.1995 (Tribunale di Caltanissetta in processo contro Ferraro) l'integerrimo dott. Salvatore Scaduti, Presidente di Corte d'Assise d'Appello del processo per l’omicidio del capitano Basile, ha raccontato di essersi trovato costretto a concedere un appuntamento allo stesso notaio vista l'insistenza con la quale la richiesta fu formulata. Alla domanda di spiegazioni del Presidente il Ferraro avrebbe risposto che l'incontro era stato sollecitato da un "suo amico", l'Enzo in questione, che chiedeva l'assoluzione degli assassini del capitano (ricordiamo che gli imputati in tale processo erano Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Francesco e Giuseppe Madonia, Giuseppe Calò, Michele Greco, Bernardo Brusca, Antonino Geraci e Vincenzo Puccio) e che voleva sapere se egli fosse o meno massone (e qui precisiamo l'assoluta estraneità di Scaduti alla massoneria). Prima di affrontare l'argomento, però, l'uomo aveva offerto la propria disponibilità al giudice qualora questi avesse ambito a funzioni diverse rispetto a quelle esercitate e vantandosi dei propri rapporti anche con altri magistrati. Dal momento però che i tentativi di aggiustamento dei processi si realizzano in altro modo e cioè, come spiegato dal dott. Ingroia <<preparando l'aggiustamento, contattando il magistrato con sufficiente anticipo rispetto al giorno della sentenza, sondandone i suoi interessi e la sua disponibilità, prospettandogli, al primo approccio, in modo meno diretto i benefici che ne potrebbe ricavare, cercando di creargli degli "obblighi", dei "debiti di riconoscenza" da "riscuotere" poi al momento più opportuno, cosi mettendo in reale difficoltà il magistrato contattato>>, è evidente che quello del notaio Ferraro è un messaggio intimidatorio, tipico degli ambienti mafiosi. Inoltre, sottolinea ancora Ingroia, <<la richiesta della comune appartenenza alla massoneria era solo un modo per cercare di impressionare Scaduti facendogli presente che Ferraro ha alle spalle non solo Cosa Nostra, ma anche la massoneria>>.
Per ritornare alle fasi iniziali delle indagini sul conto dell'ex senatore Inzerillo ricordiamo che, nell'ambito dell'inchiesta sul tentato omicidio di Germanà, e in seguito all'attività di indagine della polizia giudiziaria (intercettazioni telefoniche e ambientali, attività di osservazione, pedinamenti ecc…), poi, la figura del senatore è più volte emersa in relazione ad altri soggetti legati ai boss della famiglia di Mazara del Vallo. Numerosi collaboratori di giustizia avevano inoltre parlato dei suoi stretti rapporti con esponenti di spicco di Cosa Nostra e di una vera e propria organica compenetrazione. Una volta riscontrata la validità di tali dichiarazioni e quelle di alcune persone del tutto estranee all'organizzazione che confermavano gli appoggi dati da alcune famiglie mafiose, quella di Brancaccio in particolare, alla carriera politica di Inzerillo, il pm ha chiesto ed ottenuto un'ordinanza di custodia cautelare in carcere. L'imputato è stato arrestato il 15 febbraio del 1995 (due giorni dopo il suo ex capocorrente Calogero Mannino) ed è rimasto in carcere fino al dicembre del 1997. Tra i collaboranti che avevano testimoniato contro di lui ricordiamo Gioacchino Pennino il quale aveva dichiarato non solo di averlo visto, negli anni '80, in compagnia di alcuni boss anche latitanti di Brancaccio-Ciaculli ma lo aveva indicato addirittura come <<uomo d'onore>>. Alle sue rivelazioni si sono poi aggiunte quelle di Vincenzo Sinacori di Mazara del Vallo il quale, nel corso di un'udienza risalente al 29.10.1997, ha raccontato che nei primi del 1994 Nino Mangano (uomo d'onore di Brancaccio e in seguito all'arresto dei Graviano reggente del mandamento) avrebbe portato Sinacori, Gioacchino Calabrò (rappresentante di Castellammare) e Peppe Ferro (rappresentante di Alcamo) in un villaggio turistico di Cerda per un appuntamento con Matteo Messina Denaro, Bagarella e Giuseppe Graviano. Mentre i boss discutevano di un progetto di attentato nei confronti di Di Maggio, Mangano, che nel frattempo si era allontanato, si sarebbe avvicinato al gruppo per annunciare a Messina Denaro l'arrivo di una persona che in seguito Sinacori venne a sapere, dallo stesso Denaro, che si trattava proprio del senatore Inzerillo. La persona in questione si sarebbe intrattenuta, per circa un'ora, con Messina e Bagarella per dire loro che <<con le stragi non si concludeva niente ma che si doveva agire in un altro modo>>, per esempio con la costituzione di un movimento politico che, sempre secondo Sinacori, doveva essere "Sicilia Libera" allo scopo di portare in Parlamento uomini incensurati, ma appartenenti a Cosa Nostra che potessero risolvere i problemi della legge sui pentiti e del 41-bis. Prima di andarsene, ha precisato Sinacori, l'uomo si sarebbe fermato a salutare Bagarella e Graviano (e questo potrebbe spiegare l'interessamento da parte del senatore all'aggiustamento del processo nel quale erano imputati boss del loro stesso schieramento). Tale dichiarazione è stata però smentita dalla difesa, rappresentata dagli avvocati Franco Inzerillo e Giovanni Di Salvo, i quali hanno controbattuto che nel periodo in questione Gioacchino Calabrò si trovava in carcere. La cosa, che è stata poi confermata, non ha preoccupato più di tanto il pm Ingroia che in aula ha dimostrato la difficoltà di Sinacori nel ricordare con precisione le date degli eventi da lui raccontati. Cosa, questa, che dimostra maggiormente la genuinità delle sue rivelazioni dal momento che un falso pentito, come ha affermato il pm Ingroia, prepara la sua deposizione in modo da non essere costretto a correggersi più volte nel corso del dibattimento. Il magistrato si è inoltre posto le seguenti domande: in merito alla strategia stragista <<è un caso che Cosa Nostra vi abbia rinunciato? E' un caso che Cosa Nostra si sia imbarcata per un certo tempo nell'avventura "Sicilia Libera"? Che, come hanno riferito altri collaboratori, "Sicilia Libera" era una creatura di Bagarella e Brusca, appoggiata dai Graviano e dai mafiosi a loro legati (vedi Virga e Sinacori)?>>. Messina Denaro, inoltre, avrebbe detto sempre a Sinacori che Inzerillo era "nelle mani" dei Graviano. Perché mai avrebbe dovuto mentirgli, si chiede ancora Ingroia, dal momento che Sinacori non si è mai occupato di politica e non poteva quindi conoscere il senatore?
Altri due collaboranti, Giovanni Drago e Salvatore Cancemi hanno testimoniato contro l'imputato. In particolare Drago avrebbe saputo da Giuseppe Graviano che, all'epoca in cui era assessore comunale, Inzerillo avrebbe autorizzato la costruzione di alcuni edifici in cambio di tangenti.
Per il momento l'imputato non ha rilasciato alcun commento mentre i suoi legali hanno già preannunciato l'appello. Molte delle accuse presentate in aula erano state documentalmente smentite, sostengono gli avvocati, e per verificare una delle asserzioni della difesa il collegio aveva sospeso e rinviato la camera di consiglio. Alla fine però la sentenza ha dato ragione ai pm Vaccaro e Ingroia il quale aveva precedentemente affermato che l'<<enorme mole di prove sulla partecipazione a Cosa Nostra, sulla sua compenetrazione organica>>, fanno di Inzerillo <<un uomo di Cosa Nostra di rilevante spessore. Non è un capo di Cosa Nostra ma si siede la tavolo dei capi di Cosa Nostra; non è responsabile di fatti di sangue ma discute delle strategie criminali con l'ala più efferata di Cosa Nostra della prosecuzione della strategia stragista; non usa le armi ma si accompagna ad uomini armati e si incontra con i più pericolosi latitanti, i più pericolosi killer di Cosa Nostra; non c'è prova che ha aggiustato i processi ma si impegna per condizionare l'esito del processo Basile. E' insomma un uomo a totale disposizione di Cosa Nostra, e basterebbe questo per la sua condanna. Ma non è solo questo: è perfettamente inserito in Cosa Nostra, ne condivide le finalità, si avvale del metodo mafioso e della forza di intimidazione…>>.

 
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