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Antimafia Duemila

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May 17th
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La mafia dall'interno
Pagina 2

di Giovanni Falcone 

 

falcone1.jpgIl pezzo che segue è tratto da un'annotazione manoscritta del giudice Falcone per i lavori di un comitato della sezione siciliana dell'Associazione nazionale magistrati. Il 27 ottobre del 1990 fu approvato, nel  corso dell'assemblea nazionale dell'Associazione, il documento finale nel quale vi è stata successivamente inserita una frase che teniamo a riportare: “Il fenomeno mafioso si colloca ormai in un ambito principalmente politico, perché sotto le vesti della democrazia, si intravedono sempre più rapporti di potere reale basati sul decadimento del costume morale e civile, su intrecci fra istituzioni deviate e organizzazioni occulte, su legami tra mafia e politica”.

 

 

Il fenomeno del pentitismo, valutato spesso in modo troppo emozionale fin quasi a demonizzarlo, costituisce in realtà uno dei temi fondamentali su cui si gioca il buon esito della riforma del processo penale. E' necessario riaffermare ancora una volta che, in un processo penale dominato dall'oralità e dalla formazione dibattimentale della prova, non si può fare a meno, soprattutto in tema di reati di criminalità organizzata, del “teste della Corona” e cioè delle dichiarazioni di coloro che, proprio per avere fatto parte di organizzazioni criminose, sono in grado di riferire compiutamente dall'interno le dinamiche e le attività illecite delle organizzazioni stesse. Si tratta di concetti così scontati, e perfino banali, che è veramente singolare che ancora non si disciplini tale delicata materia, lasciando inaridire una possibilità di indagini utilissima. E se è vero - come è vero - che una delle cause principali, se non la principale, dell'attuale strapotere della criminalità mafiosa risiede negli inquietanti suoi rapporti col mondo della politica e con centri di potere extraistituzionale, potrebbe sorgere il sospetto, nella perdurante inerzia nell'affrontare i problemi del pentitismo, che in realtà non si voglia far luce sui troppi, inquietanti misteri di matrice politico-mafiosa per evitare di rimanervi coinvolti. Né si dica che il cosiddetto pentitismo può essere uno strumento di indagini rischioso, data la dubbia attendibilità dei collaboratori della giustizia, e che, comunque, potrebbe disabituare gli organismi investigativi dal compiere le indagini. Quanto al primo punto, è agevole replicare che l'indubbio rischio esistente si supera con la professionalità dei magistrati e degli investigatori, e che se si vogliono ottenere risultati, in qualunque settore, è necessario affrontare dei rischi seppur cercando di evitarli; quanto al secondo, basta ricordare che vi sono Paesi in cui da secoli si fa largo uso dei “pentiti” e gli organismi di polizia non hanno certamente una professionalità inferiore alla nostra.
Il tema del pentitismo si articola in due aspetti che sono certamente distinti, anche se spesso vengono trattati unitariamente: quello della incentivazione alla collaborazione con la giustizia e quello della tutela dei dichiaranti e dei loro familiari. Cominciando dal primo punto, giova anzitutto rilevare che attualmente il sistema processualpenalistico e l'ordinamento penitenziario hanno determinato, mi auguro inconsapevolmente, la paradossale situazione per cui nessun soggetto può ragionevolmente ritenere utile di collaborare, poiché gliene deriverebbe soltanto un gravissimo rischio per la sua persona e per quella dei familiari, e non allevierebbe di nulla la sua situazione processuale. Per contro, sono ormai tali e tante le provvidenze e i benefici per i soggetti, anche i più pericolosi per la società, che, di fronte ad una pena irragionevolmente lieve e ad una esecuzione della stessa non meno irragionevolme
nte benevola, non si riesce a comprendere per quale motivo si dovrebbe ancora trovare chi sia tanto stolto da ritenere di discostarsi dalla consegna del silenzio anche più ostinato.
La realtà è che, pietra dopo pietra, si è costruito un edificio giudiziario in cui, distorcendo valori di democrazia e di garanzia dei diritti del singolo certamente condivisibili, si è pretermessa la tutela, non meno fondamentale, della collettività, dando luogo a provvedimenti legislativi di scandaloso favore e di inammissibile lassismo nei confronti di pericolosi criminali; e tutto ciò mentre la criminalità organizzata, anche per effetto di questi atteggiamenti del potere politico, prosperava indisturbata e, per contro, i “pentiti” ed i loro familiari venivano decimati dalle vendette dei compagni di un tempo nell'assoluto disinteresse delle istituzioni e, bisogna dirlo, anche della società. Adesso, occorre finalmente riconoscere che, senza la previsione di effetti favorevoli in termini di quantità di pena discendenti direttamente dalla collaborazione, non ci sarà più nessuno, in un ordinamento disciplinato
dal principio della obbligatorietà della azione penale, disposto a confessare i propri crimini e ad indicare i correi.
Alcuni timidi passi in questa direzione cominciano ad essere mossi. Ci si intende riferire alla modifica del quarto e quinto comma dell'art. 630 del codice di procedura penale con cui la dissociazione in tema di sequestro di persona comporta significative riduzioni di pena, ed al comma settimo degli artt. 71 e 71 bis della legge sugli stupefacenti, che prevedono analoghe riduzioni di pena nel caso di coloro che collaborano nel settore della droga. Non sfuggirà, tuttavia, la singolarità della situazione attuale, in cui soltanto per alcune fattispecie criminose, fra quelle tipiche della criminalità organizzata, è prevista la riduzione di pena in caso di collaborazione con la giustizia. E' improcrastinabile, dunque, l'introduzione, in forma di attenuante generica, di una attenuante di carattere generale per tutti i reati di matrice mafiosa, e, ovviamente anche per il reato-mezzo e, cioè, per il delitto di associazione mafiosa di cui all'art. 416 bis del codice penale.


 
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