Password dimenticata? Nessun account? Registrati
  • Narrow screen resolution
  • Wide screen resolution
  • Auto width resolution
  • Increase font size
  • Decrease font size
  • Default font size
  • default color
  • red color
  • green color
Member Area

Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
Home arrow La Rivista arrow Editoriali arrow Mafie, la criminalità del terzo millennio
Mafie, la criminalità del terzo millennio PDF Stampa E-mail

Il  pm Scarpinato analizza passato, presente e futuro di Cosa Nostra

di Giorgio Bongiovanni


Palermo, 20 dicembre 2000

Abbiamo incontrato il procuratore aggiunto Scarpinato all’indomani del vertice ONU. Impegnato come sempre ha cortesemente risposto alle nostre domande.

Procuratore, tra polemiche e successi, tra una mafia finita e l’allarme esattamente contrario degli addetti ai lavori, come ha visto questo gigantesco convegno ONU sulla criminalità?
L’evento in se è stato molto importante. La firma della convenzione ONU contro la criminalità organizzata transnazionale costituisce il primo trattato giuridicamente vincolante che le Nazioni Unite abbiano mai promosso nell’ambito della lotta contro il crimine. Si tratta anche di un notevole   riconoscimento del contributo della cultura giuridica italiana, ove si consideri che sostanzialmente è stato esportato nel mondo parte del nostro Know-how giuridico elaborato in tanti anni di esperienza. Ad esempio il reato di associazione mafiosa ed  alcuni istituti della legge Rognoni-La Torre diventano  patrimonio di altri stati con una innovazione che, tenuto conto delle tradizioni degli altri paesi, non è da poco.
E’ senz’altro motivo di riflessione il fatto che mentre il resto del mondo recepisce i risultati migliori della cultura giuridica italiana, in Italia si assiste ad un fenomeno inverso. Il diritto processual-penale in tema di criminalità organizzata viene rimesso in discussione giorno per giorno con slittamenti progressivi che determinano crisi e disorientamenti all’interno dei processi con la consequenziale perdita dei preziosi risultati raggiunti.
Per quanto poi riguarda le prospettive future, persiste nel nostro paese  un grave ritardo culturale perché molto spesso si considera Cosa Nostra come un relitto del passato che sopravvive. Al contrario credo che Cosa Nostra occuperà un grande posto nella post-modernità, come tutte le organizzazioni di stampo mafioso.
La criminalità organizzata è infatti la forma criminale destinata ad essere la protagonista del  terzo millennio.
Ciò accade sostanzialmente per una ragione evolutiva, facilmente comprensibile. Così come per il mercato legale, anche per il mercato illegale vige la legge della concorrenza.
Nel mercato legale le imprese meglio organizzate e  tecnologicamente piu’ sviluppate espellono o marginalizzano progressivamente dal mercato le imprese che non riescono a reggere la competizione. Il mercato dunque viene conquistato da alcuni oligopoli che poi si federano a livello internazionale. E’ quel fenomeno inarrestabile che viene definito globalizzazione. Lo stesso  fenomeno avviene nel mercato illegale. Le criminalità organizzate infatti espellono dai settori piu’ pregnanti di tale mercato (traffico di stupefacenti, di armi, tratta di esseri umani, etc)  il vecchio artigianato criminale o le microimprese criminali. In altri casi assorbono tali forme elementari nelle loro strutture.
Accade così che anche  settori prima tipici dell’artigianato criminale, come ad esempio la prostituzione,  vengano sempre di piu’ occupati dalla criminalità organizzata e “ industrializzati“.
Interessante, sotto  questo profilo, è quanto si è verificato in Russia dopo la caduta del muro di Berlino. Dopo una prima fase, durata pochi anni, in cui si è verificata una esplosione tumultuosa della microcriminalità e di piccole gang, il mercato è stato monopolizzato dalla mafia russa divenuta una delle piu’ potenti al mondo.
Le criminalità organizzate che conquistano posizioni di monopolio o di oligopolio nei vari paesi operano poi sullo scacchiere mondiale mediante una divisione internazionale del lavoro che evita conflitti e stabilisce patti di cooperazione.
Ad esempio alcune si specializzano nella produzione dello stupefacente, altre nel loro trasporto, altre nella commercializzazione.
Inoltre vengono scelti come teatri operativi per le varie fasi del “ processo produttivo” gli stati che per varie ragioni sono dotati di minori anticorpi giuridici e comportano quindi minori rischi.
Così, ad esempio, il riciclaggio viene effettuato in paesi dove  esistono legislazioni bancarie permissive e che non comportano controlli, il trasporto viene effettuato lungo rotte che attraversano stati dove esistono forti limiti giuridici per determinate tecniche di investigazioni ( intercettazioni).
I latitanti si rifugiano in paesi le cui legislazioni non contemplano alcune figure di reato, in modo che le richieste di estradizione vengono rigettate. E così via.
La firma di questa convenzione è, per questo motivo, fondamentale, perché si va verso una mondializzazione del diritto penale  in corrispondenza con la globalizzazione del crimine.
In questa tendenza evolutiva del diritto penale, dettata dalla forza delle cose, si va sempre  piu’ affermando la tendenza a creare un diritto modulare ( da alcuni definito impropriamente doppio binario), superando schemi e pregiudizi ideologici che ancora segnano gran parte della nostra cultura giuridica.
Il diritto penale tradizionale è stato infatti  costruito come un edificio sulla pietra angolare di una figura astratta di criminale medio, che era la risultante statistica tra il piccolo e il grosso criminale. Si viene così a determinare un diritto penale inutilmente repressivo nei confronti delle fasce più basse della criminalità ed inefficace nei confronti delle fasce più alte.
 Questo approccio astrattizzante è, a mio parere, culturalmente datato perché non tiene conto della progressiva diversificazione evolutiva delle forme della criminalità nelle società complesse.
Per utilizzare una metafora, bisogna tenere  conto che non si può usare lo stesso bisturi per una operazione di appendicite, per un trapianto del cuore e per una operazione di microchirurgia al cervello.
Occorrono strumenti diversificati che tengano conto delle diversità strutturali ed operative delle varie forme criminali.
La grossa resistenza a questo cambiamento  deriva a mio parere essenzialmente da due motivi. Il primo è il grave ritardo culturale che sottende al concetto di emergenza. Come ho già accennato, oggi le forme criminali organizzate sono un fenomeno strutturale del terzo millennio, non sono più un fatto legato all’Italia o alla Sicilia, a questa o a quella fase temporale. E’ tempo di archiviare una politica criminale che nei momenti di maggiore visibilità dell’azione criminale ( stragi e delitti eccellenti) vara strumenti legislativi adeguati ed invece nei momenti in cui le mafie scelgono la strategia dell’invisibilità, ritorna sui suoi passi demolendo progressivamente quegli stessi strumenti nell’illusione che sia stata superata una transitoria emergenza.
Il secondo motivo  è legato all’idea errata che per creare un diritto penale efficiente nei confronti delle organizzazioni criminali sia necessario ridurre il livello di garanzie individuali privilegiando la sicurezza collettiva. Nessuno propone di deprimere le garanzie individuali, si tratta invece di tenere realisticamente conto della specificità dell’operare delle organizzazioni criminali rispetto alla criminalità individuale, e di modulare forme giuridiche tarate su queste realtà diverse operando di volta  in volta una sintesi felice tra garanzie individuali e tutela della collettività.
Prendiamo ad esempio la questione delle dichiarazioni rese nel corso delle indagini da un soggetto che accusa sé stesso ed altri, sia esso collaboratore o imputato di reato connesso, e che poi deve ripetere quelle accuse in dibattimento.
Fino a quando si tratta di forme criminali semplici è possibile che il dibattimento sia una sorta di campana di vetro, cioè un luogo di formazione della prova impermeabile ad interferenze esterne e quindi tutto si verifichi nell’oralità del dibattimento davanti al giudice e alle parti. Ma quando ci troviamo ad operare nei processi che riguardano la criminalità organizzata di stampo mafioso questo schema salta. 
Infatti, come dimostra ampiamente l’esperienza acquisita, l’impatto delle organizzazioni criminali sul processo è enorme e destabilizzante, perché sul banco degli imputati siede una persona, ma dietro di essa si muove un mondo criminale che tenta in tutti i modi possibili di alterare il gioco dialettico truccando le carte. La campana di vetro allora deve essere sostituita con una campana di ferro che assicuri la genuinità della formazione delle prove. 
Noi, ad esempio, siamo fortemente preoccupati perché l’attuale legislazione prevede che la persona sentita in dibattimento possa avvalersi della facoltà di non rispondere senza assumersi nessuna responsabilità e ciò determina sostanzialmente una privatizzazione del processo. Magistrati e forze di polizia lavorano anni per raccogliere i riscontri alle dichiarazioni accusatorie e poi soggetti privati nel corso del dibattimento, per i più svariati motivi - perché hanno subito pressioni, perché hanno ricevuto offerte allettanti,  perché hanno risolto il loro caso personale attraverso un patteggiamento o il rito abbreviato, o anche per quieto vivere – hanno il potere di “graziare” gli imputati e a nulla valgono i riscontri raccolti, essendo improvvisamente venute meno le tessere probatorie costituite dalle dichiarazioni che costituivano il presupposto logico-giuridico dei riscontri medesimi. Qui a Palermo è accaduto che alcuni pubblici ministeri sono stati costretti a chiedere l’assoluzione proprio perché alcuni imputati di reato collegato si erano rifiutati di rispondere in dibattimento.
La proposta  avanzata in merito è di introdurre delle norme in base alle quali chi nel corso delle indagini viene interrogato deve essere avvertito che ha la facoltà di non rispondere e che qualora non se ne avvalga non potrà più utilizzarla. Se poi durante il dibattimento non risponde sarà soggetto a sanzioni penali significative. Sostanzialmente è ciò che accade nel processo penale di tipo anglosassone-americano dove vige l’etica della responsabilità.
Occorre davvero uno sforzo culturale per rivisitare tutto questo settore per poi arrivare all’elaborazione di un corpo unico e unitario che sia al passo coi tempi. Purtroppo non credo che in questo momento vi siano le condizioni necessarie per una riflessione serena, considerate le polemiche politiche del contingente.
Tra le varie problematiche che non facilitano il vostro lavoro esiste anche la famosa circolare del CSM che impone al procuratore antimafia di lasciare la DDA dopo solo otto anni di servizio al fine di non permettere che il pm possa assumere poteri superiori agli altri colleghi, mettendo così a rischio, però, il patrimonio di memoria storica ed informazione invece più che mai necessario per l’azione di contrasto a Cosa Nostra. Un altro errore del CSM?
Io credo che vi sia una contraddizione interna al sistema. Da una parte infatti non è prevista la temporaneità negli uffici direttivi per cui il procuratore capo, che dirige la Direzione Distrettuale Antimafia, può restare in carica fino a quando non va in pensione, d’altra parte invece i sostituti possono restare nella DDA solo per un periodo di tempo di pochi anni. Vi è poi una ulteriore incoerenza. Ad esempio non si comprende perché si sia stabilito un limite temporale così ristretto per i sostituti della DDA e non anche per i magistrati che fanno parte dei pool per i reati contro la pubblica amministrazione, che pure si occupano istituzionalmente di materie delicatissime come le corruzioni e le concussioni.
Per quanto riguarda Palermo, il procuratore Grasso è andato al CSM per evidenziare delle situazioni particolari. Si era infatti verificato un ricambio di quasi 2/3 della DDA per cui era rimasta solo una piccola parte di sostituti che rappresentavano la memoria storica e quindi vi era la necessità, durante questo turn-over, di non sguarnire l’ufficio di quelle persone che avrebbero potuto addestrare le nuove leve. Oggi si enfatizza molto l’informatica, ma è un grave errore. La memoria storica non è fatta solo di nomi e dati, ma di connessioni mentali che si strutturano nell’arco di tanti anni di lavoro, un patrimonio importante che non si può travasare in nessun computer.
Procuratore, seguendo la cronaca e osservando i vari processi politici conclusisi quasi tutti con le assoluzioni, la delegittimazione sistematica del lavoro dei magistrati, la disattenzione della politica, il fatturato della criminalità organizzata stimato attorno ai 300mila milardi l’anno, il pizzo a tappeto a Palermo, Catania, Napoli giunto fino al 90%...mi sembra di rivedere una storia che si ripete: si raggiungono certi risultati e poi si ritorna indietro... mi domando quindi se sia possibile che la mafia possieda una forza tale da poter ricattare lo Stato.
Io credo che da alcuni anni sia in corso, attraverso vari passaggi mass mediatici, una sorta di strisciante revisionismo storico anche dei poteri criminali del nostro Paese. I passaggi di questo processo possono sintetizzarsi nei seguenti punti: 1) la mafia è una storia di bassa macelleria criminale fatta di individui rozzi ed illetterati che puzzano ancora di stallatico, squagliatori di cadaveri e tagliagole; 2) la mafia è una questione siciliana, di alcune province della Sicilia; 3) i tagliagole sono dietro le sbarre (cioè Riina e complici), quindi la mafia è sconfitta o è alle corde 4) la classe dirigente non ha mai avuto niente a che spartire con la mafia, alcune isolate mele marce a parte, personaggi minori che non fanno storia. Anzi la classe dirigente è stata doppiamente vittima, vittima della violenza mafiosa prima e vittima delle calunnie  dei collaboratori dopo.
Questo è il quadro che viene presentato all’opinione pubblica in parte determinato da un  deficit culturale.
Io credo che chiunque sia in buona fede e abbia conoscenza storica sappia che dai tempi dell’inchiesta Franchetti –Sonnino, i quali definivano i mafiosi come facinorosi della classe media, i fatti dimostrino come in realtà la storia della mafia non sia affatto una storia di bassa macelleria criminale. Il coinvolgimento della mafia in eventi che hanno segnato la storia di questo paese stragi, progetti di colpi di stato, e quant’altro ne danno conferma.
La condanna di tanti professionisti, imprenditori, esponenti della borghesia e della classe dirigente per fatti di mafia dimostra poi come il mondo mafioso sia variegato ed interclassista. Questo rende le cose più difficili. Per venire alla sua domanda io non userei un’espressione così forte come ricattare lo Stato, perché il problema è da ricercarsi all’interno della società e  poi si riflette sulle istituzioni. Credo non sia un caso che i problemi per la Procura di Palermo siano sorti quando sono iniziati processi che riguardavano  esponenti dei ceti dirigenti. La reazione è stata molto forte, è inutile nasconderlo. Ciò dimostra come ci sia un problema che attraversa l’intero comparto sociale. Ci troviamo dinanzi ad un blocco che è fornito di un grande potere contrattuale sociale con il quale bisogna fare i conti, con il quale si sono dovuti fare i conti sempre nella storia della lotta alla  mafia. Che esista una borghesia mafiosa, credo sia ormai riconosciuto da tanti storici come Lupo, Renda ed altri, oltre che confermato da tante sentenze definitive. Quindi c’è un conflitto, come si è sempre detto, che  attraversa la società civile e il tessuto istituzionale ( si pensi ad esempio allo scioglimento di alcuni consigli comunali per mafia), e che fa la specificità della questione mafia perché mentre per esempio la criminalità organizzata albanese è fuori dalla società e dallo Stato, questa è una realtà che si muove all’interno della società.
Poniamo la questione da un punto di vista economico. In America latina le organizzazioni criminali del recente passato erano in grado di azzerare il debito pubblico dello Stato, ricattandolo. In Italia non siamo a questi livelli, ma la potenza economica delle mafie è tale che annientandole completamente il Paese stesso subirebbe un tremendo danno economico. Sarà per questo motivo che lo Stato, inteso come tutto quel sistema politico, economico e legislativo preferisce una silenziosa convivenza?
Il problema dell’individuazione dei  capitali mafiosi resta gravissimo perché in larga misura irrisolto.  Dove sono finiti tutti i miliardi accumulati con il giro della droga? Che fine ha fatto l’immenso patrimonio miliardario di Stefano Bontade ? E i soldi di Riina, di Provenzano, dove sono?
I capitali mafiosi si possono individuare sino a quando sono investiti in immobili o in quote societarie  in Italia, ma  quando la mafia si "finanziarizza" ed entra nel mercato mondiale se ne perdono le tracce. E se pure si inseguono le tracce si arriva sempre troppo tardi perché i tempi di evasione delle rogatorie internazionali sono lentissimi e perdenti rispetto alla velocità estrema con la quale i capitali vengono trasferiti da un luogo ad un altro sino a giungere ad impenetrabili paradisi fiscali. O si arriva ad una totale trasparenza del mercato capitalistico oppure si corre il pericolo di una immensa contaminazione.  Attraverso questi patrimoni miliardari si può  accedere infatti alle stanze dei bottoni. Questo fenomeno non riguarda solo Cosa Nostra ma tutte le mafie. Chi  gestisce una tale massa di capitali ha inoltre  un enorme potere corruttivo che può condizionare la politica e l’amministrazione. Non a caso in alcuni paesi si parla di narcocorruzione.  Ma la completa trasparenza del mercato capitalistico  si scontra con problemi di altra natura, perché non sono solo i capitali della mafia che si muovono in modo corsaro...
Continua ad esistere il legame tra mafia, massoneria e servizi segreti oppure questi teoremi sono scomparsi?
Beh, per quanto riguarda il passato non si tratta affatto di teoremi. Che alcuni esponenti di vertice di Cosa Nostra fossero massoni è stato ampiamente dimostrato, addirittura siamo in possesso di riscontri di tipo documentale. Per quanto   riguarda il presente,  non posso rispondere.
Oggi il capo di Cosa Nostra è Bernardo Provenzano. Però è affiancato da Matteo Messina Denaro, giovane capo della mafia trapanese al comando di un vasto esercito. Questi si è sempre dimostrato molto fedele a Riina in passato. Con le notizie degli ultimi giorni non è possibile ipotizzare che ci "consegnino" Provenzano così da far credere che la mafia sia stata sconfitta, mentre gli esponenti più giovani si riorganizzano proseguendo indisturbati la loro strada?
Non voglio fare dietrologie. Ho detto, ripeto, che c’è un grosso pericolo. A mio avviso all’interno di Cosa Nostra sta avvenendo un processo di mutazione della pelle per raggiungere il fine della irriconoscibilità. Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro sono in questo momento i soggetti che hanno una  maggiore visibilità ma sono solo  elementi fungibili di una struttura complessa in grado di garantire in tempo reale il loro ricambio e la sopravvivenza dell’organizzazione. Se a seguito della loro cattura si ingenerasse nell’opinione pubblica la convinzione che Cosa Nostra è stata sconfitta, ci troveremmo dinanzi ad una vittoria di Pirro perché a quel punto si abbasserebbe la guardia e la mafia potrebbe portare a compimento indisturbata il suo processo di rinnovamento.
La mafia continua a votare, Procuratore?
Bisogna sempre tenere presente che quando parliamo di mafia non parliamo soltanto di uomini d’onore, ma anche dei circuiti parentali, degli affiliati, degli  avvicinati e di  persone anche insospettabili che hanno molti interessi in comune con Cosa Nostra.
Si tratta di una massa di voti che in una stagione politica in cui la vittoria o la sconfitta di un candidato o di una formazione politica si gioca spesso sulla differenza di poche migliaia di voti, può assumere una valenza decisiva. Il dramma è che, tranne casi episodici, la mafia non estorce voti, non costringe a votare questo o quello. Paradossalmente si può dire che il voto mafioso è dunque “democratico” nella sua espressione mentre è profondamente antidemocratico nelle sue finalità perché è finalizzato a piegare le istituzioni agli interessi dell’organizzazione.
Procuratore, è finita la stagione dei grandi pentiti, da Buscetta a Brusca e Cancemi che hanno fatto parte della Commissione...?
Siamo in una grossa fase di stasi. Da anni è in corso una campagna di demonizzazione indiscriminata nei confronti dei collaboratori di giustizia che fa di tutta l’erba un fascio senza distinguere caso da caso. Si tratta di un approccio emotivo e spesso non disinteressato. E’ comprensibile che, ad esempio, susciti sconcerto il fatto che  alcuni collaboratori siano tornati a delinquere e certamente è necessario apprestare rimedi affinchè tali episodi non si verifichino piu’. Ma se si mettono da parte gli atteggiamenti emotivi e si  fa una fredda analisi razionale, si può constatare come le percentuali di recidiva dei collaboratori in Italia siano inferiori rispetto  a quelle degli Stati Uniti, paese nel quale la legislazione in materia di collaboratori è in vigore da molti piu’ anni che in Italia.
Si tratta di migliorare il sistema e non di buttare il bambino insieme all’acqua sporca e soprattutto occorre evitare di alimentare campagne di delegittimazione generalizzate che possono indurre gli indecisi - i quali vivono spesso l’eventuale scelta di collaborare come una decisione difficile e drammatica - a ritornare sui propri passi non reggendo il triplice impatto di una condanna  da parte di Cosa Nostra, da parte delle loro stesse famiglie di origine e di una riprovazione sociale diffusa.
Ciò tanto piu’ ove si consideri che Cosa Nostra nell’ultimo periodo ha messo a punto una strategia volta a far rientrare eventuali collaborazioni assicurando ad uomini d’onore in crisi ogni supporto ed assistenza per se stessi e le loro famiglie provvedendo a tutte le esigenze di ordinaria e straordinaria amministrazione.
Si potrebbe dire che è in atto una sorta di competizione tra il “padre Stato” e la “grande madre Cosa Nostra”, il primo vissuto come inflessibile ed ostile e la seconda comprensiva e disposta a perdonare e a riaccogliere tra le sue braccia chi si era perso per strada.
Inoltre va considerato che recenti modifiche legislative hanno sortito l’effetto non voluto ma oggettivo di disincentivare le collaborazioni perché  le pene inflitte ai collaboratori a volte sono di poco inferiori a quelle irrogate ai mafiosi irriducibili, sicchè la scelta di collaborare non è piu’ pagante.
Alcuni sostengono che esiste qualcosa al di sopra di Cosa Nostra, lei che ne pensa?
Io penso che Cosa Nostra sia un sottosistema, dotato di una sua autonomia operativa, inglobato tuttavia in sistema molto più ampio, molto più articolato attraverso alcuni vasi comunicanti di vertice.
 E’ subordinato o parallelo?
Non è né subordinato né parallelo, ma vi sono determinate contingenze nella storia in cui il braccio armato di Cosa Nostra può essere utilizzato come strumento operativo. Vi sono stati e vi possono essere casi, poi, in cui la causale mafiosa copre altre causali perché se un omicidio viene consumato dalla mafia il capitolo è chiuso e la causa mafiosa occulta altre causali molto piu’ complesse che devono restare segrete. Un collaboratore di alto livello ha detto nel corso di una intervista che se la mafia non esistesse bisognerebbe inventarla, alludendo appunto al fatto che la causale mafiosa  a volte ha coperto altre causali.
 Non era lontano, allora, dalla verità Leonardo Messina di Caltanissetta, quando pensava ad una cupola mondiale, non era così tanto fantamafia?
Io credo che Leonardo Messina sia stato sottovalutato per il fatto che era un collaboratore della provincia di Caltanissetta. E’ possibile che nel tempo i fatti dimostrino che quello che ha detto Leonardo Messina è molto più vicino alla realtà di quanto noi possiamo immaginare.

Giorgio Bongiovanni
 
< Prec.   Pros. >
Advertisement
  • La Rivista
    cop59.gif In edicola dal 18 luglio 2008

    In questo numero:
    Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale.
    La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato.
    Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni.
    Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione.
    Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi.
    Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo.
    Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità.
    Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro.
    Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti.
    Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica.
    Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina.
    Ed altro ancora...
    Leggi tutto...
     
  • Editoriale

    editoriale1-web.jpg

    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

    Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri umani.


    LEGGI TUTTO...

     
  • Terzo Millennio

    terzomillennio_250_pixel.jpg


    In questo numero:

    Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt.
    Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico.
    Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali.
    Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto.
    Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi.
    Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo.
    Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico.
    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.


    LEGGI TUTTO...
     
 

Video

IL VIDEO/TUTORIAL DEL SITO ANTIMAFIADUEMILA

tutorial-web.jpg

Iscriviti

Password dimenticata? Nessun account? Registrati

Google Adv

Statistiche

Utenti: 320
Notizie: 5177
Collegamenti web: 62
Visitatori: 1679042

Libri

bavaglio-home.jpg

Libri

il-ritorno-del-principe-hom.jpg

Latitanti

logominestero-interno.gif

Immagini

giovanni-falcone-web1.jpg

E' successo oggi

giuseppe-russo-web.jpg