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Antimafia Duemila

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Buoni i risultati, ma la mafia non è una priorità PDF Stampa E-mail
Bilancio positivo per l’operazione “Peronospora”, ma i Pm sono allarmati
a cura di Marco Cappella 

Si è conclusa con successo l’operazione denominata “Progetto Peronospora”, condotta dagli uomini della Squadra Mobile di Trapani e del Commissariato di Pubblica Sicurezza di Marsala, con il supporto del Gruppo Operativo Speciale del Nucleo di Prevenzione Anticrimine delle unità di Palermo e Catania, nonché del Gruppo Operativo Speciale di Rosarno. Trentatre sono gli ordini di custodia emessi dal Gip di Palermo Renato Grillo, mentre ventinove sono le persone finite in carcere il 22 gennaio scorso a Trapani. Tra queste figurano due donne (Rosaria Maria Certa e Giovanna Natalia De Vita), pregiudicati, commercianti incensurati, un vigile urbano e l’autista del deputato nazionale Massimo Grillo (Ccd-Cdu-Biancofiore), Cosimo Alongi, detto “Coco”, accusato di aver favorito la latitanza dei boss mafiosi Giacomo e Tommaso Amato. Anche questi ultimi sono stati arrestati a Marsala il 22 gennaio. Prima del blitz – diretto dal capo della Squadra Mobile di Trapani Giuseppe Linares e dal dirigente del Commissariato Salvatore Certa –, che ha portato all’arresto degli Amato e alla scoperta di una fitta rete di complicità e interessi, la villetta di contrada Berbaro, dove si rifugiavano i boss di proprietà della De Vita, è stata tenuta sotto controllo da una telecamera che ha filmato l’andirivieni di tutti coloro che dovevano garantire il collegamento con l’esterno. Gli arrestati sono accusati a vario titolo di mafia, favoreggiamento, estorsione e traffico di stupefacenti. Tre sono stati gli ordini di arresto notificati in carcere nei confronti di Vincenzo Virga e Giacomo e Tommaso Amato. È rimasto invece latitante (lo è da cinque anni) Natale Bonafede, ritenuto il capo del clan marsalese. Sono stati inoltre notificati diversi avvisi di garanzia, di cui uno rivolto all’ex senatore socialista Pietro Pizzo, da poco eletto presidente del Consiglio Comunale di Marsala, nonché a suo figlio Francesco, entrambi indagati per voto di scambio. A mettere sotto accusa i Pizzo sarebbe stata un’intercettazione ambientale fra due pregiudicati, dalla quale gli investigatori avrebbero appreso che Pietro Pizzo avrebbe trattato l’acquisto di cinquanta voti da esponenti mafiosi a favore di Francesco, candidato alle elezioni regionali del ’96. Tuttavia, a causa della mancata elezione del figlio, l’ex senatore si sarebbe rifiutato di pagare, tanto che sarebbe stato richiesto l’intervento di Mariano Concetto (marito di Rosaria Certa), vigile urbano indicato come uomo di fiducia degli Amato. Concetto avrebbe spiegato a Pietro Pizzo che sarebbe stato meglio rispettare l’accordo e, così, l’ex senatore avrebbe versato due milioni di lire alle cosche. Nonostante quanto accaduto e nonostante di guai giudiziari ne abbia avuti tanti, Pietro Pizzo si è detto tranquillo, poiché <<ne sono sempre uscito a testa alta. Ho fiducia nel lavoro dei magistrati>>. L’altra persona di fiducia dei due boss sarebbe indicata nella figura dell’operaio pregiudicato Gigi Adamo. Secondo la Dda proprio Concetto e Adamo avrebbero provveduto alle telefonate minacciose, agli annunci di vendetta contro i famigliari, alle esortazioni a “trovarsi un amico” per essere protetti e, addirittura, agli attentati incendiari nei confronti di chi cercava di sottrarsi ai taglieggiamenti. La cosca marsalese era riuscita, con il racket delle estorsioni, a lucrare cifre da capogiro. Secondo i pm che hanno condotto le indagini – il procuratore aggiunto di Palermo Roberto Scarpinato ed i sostituti Gaetano Paci, Roberto Piscitello e Massimo Russo – il clan si sarebbe persino servito di una bambina per comunicare con gli Amato. Gli inquirenti hanno anche sequestrato le quote di due società che sarebbero servite per riciclare soldi sporchi attraverso la costruzione di un albergo a Mazara del Vallo e aprendo un’attività per la commercializzazione del caffè. Infine, dalle indagini sarebbe anche emerso che il clan costringeva i gestori di locali notturni a servirsi di buttafuori in supporto a quelli già in organico. <<La Commissione Antimafia – ha dichiarato Roberto Centaro (Fi), presidente dell’Antimafia – indagherà su quanto accaduto a Trapani, dove grava la presenza di Matteo Messina Denaro>>. Nel frattempo, nonostante i grandi risultati ottenuti grazie all’operazione “Peronospora”, il sostituto procuratore della Repubblica di Palermo, nonché presidente distrettuale dell’Anm di Palermo Massimo Russo, ha dichiarato che <<noi magistrati vorremmo svuotare il mare dell’illegalità, ma occorre che ci diano gli strumenti per farlo>>. Sono queste le vere priorità su cui bisogna puntare e che <<non sono affatto quelle su cui si batte la politica>>. Russo sostiene che <<questa indagine conferma che Cosa Nostra riesce a governare l’intero territorio, nonostante i ripetuti successi delle forze dell’ordine. Questa ordinanza di custodia cautelare smentisce la sensazione che Cosa Nostra non sia una priorità e che non danneggi i cittadini>>. Per Scarpinato a Trapani <<non c’è democrazia economica>> poiché, <<quando in un territorio tutti gli operatori economici, di qualunque settore, devono sottostare al pagamento del pizzo, allora vuol dire che non c’è democrazia, ma piuttosto una forma di “neofeudalesimo”>>. Scarpinato ha spiegato che a Trapani, infatti, <<l’organizzazione mafiosa ha un controllo capillare su tutta l’economia>>. Il Pm ha inoltre lanciato un appello per evitare che <<tutte le risorse dello Stato vengano tolte alla lotta alla mafia e spostate sul piano del contrasto alla criminalità visibile, altrimenti cadiamo in una trappola mortale>>. <<Cosa Nostra –  ha detto il magistrato – sta benissimo proprio grazie alla sua invisibilità>>, dovuta anche al fatto che – come ha dichiarato Gaetano Paci – <<l’organizzazione gode di un grande consenso sociale, altrimenti non si spiegherebbe come latitanti del calibro di Matteo Messina Denaro o Andrea Mangiaracina riescano a non farsi prendere>>. Il Pm ha inoltre fatto riferimento alla circolare sulle scorte del ministro dell’Interno Claudio Scajola, nella quale <<si è ritenuto dover attribuire priorità alla criminalità di strada, potenziando le risorse da investire in questo settore attraverso un ridimensionamento dei servizi di scorta. L’inchiesta che ha portato all’arresto di 33 persone – ha concluso Paci – è la prova che la comunità siciliana deve ancora fare i conti con Cosa Nostra. Smentisce quindi, clamorosamente, le ipotesi formulate sulla priorità attribuita al contrasto alla criminalità mafiosa ritenuta di livello inferiore a quella ordinaria>>. Dello stesso parere è anche Massimo Russo, secondo il quale <<quanto avvenuto a Trapani con l’operazione “Perenospora” e a Palermo con i 28 arresti dei fedelissimi di Bernardo Provenzano smentisce quella sensazione, ormai generale, che la mafia non sia più pericolosa o, addirittura, che sia stata sconfitta. Con queste due operazioni è stato, invece, dimostrato che Cosa Nostra è tuttora radicata e forte come, del resto, in svariate occasioni i magistrati hanno denunciato. C’è, peraltro – ha denunciato il pm –, una forte carenza di mezzi a nostra disposizione per contrastare la mafia e questa lacuna è stata posta in evidenza nel corso di un’interrogazione parlamentare (eseguita, lo scorso 23 gennaio, dal senatore di An Giuseppe Bongiorno e indirizzata al Ministro dell’Interno, ndr.) in cui si è ribadito quanto più volte sostenuto dai magistrati di Trapani e cioè il fatto che andrebbero ulteriormente rafforzati gli Uffici Territoriali. È proprio attraverso di essi, infatti, che la magistratura può svolgere l’azione di contrasto a Cosa Nostra>>.


Con riferimento a quanto sopra accennato, cogliamo l’occasione per ricordare che il 13 novembre 2001 il senatore Giuseppe Bongiorno (ex sindaco di Castelvetrano, ndr.) ha presentato un’interrogazione parlamentare al ministro degli Interni Claudio Scajola chiedendo se fosse a conoscenza del fatto che l’amministrazione della Provincia di Trapani avesse “affidato alla Provincia autonoma di Trento l’espletamento delle procedure di appalto dei servizi e lavori pubblici, adducendo a motivazione l’inefficienza e la inaffidabilità della burocrazia e lasciando dedurne una diffusa cultura di illegalità negli ambienti della imprenditoria e della pubblica amministrazione”. L’interrogazione era stata sottoposta a Scajola al fine di verificare lo stato delle cose e “per porre rimedio ai guasti”. Tuttavia, non avendo ricevuto risposta alcuna, Bongiorno ha posto all’attenzione del Ministro degli Interni una seconda interrogazione parlamentare, presentata lo scorso 23 gennaio e che, di seguito, riportiamo integralmente:
“Già con interrogazione del 13 novembre 2001 era stata richiamata l’attenzione del On.le Ministro sullo stato dell’ordine pubblico e della sicurezza sociale nella provincia di Trapani, di seguito alle gravi iniziative assunte dal Presidente di quella Provincia circa l’espletamento delle procedure delle gare di appalto.
Successivamente, in Provincia, nella quale tra l’altro circolano da anni pericolosi ed importanti latitanti – uno per tutti il boss mafioso Matteo Messina Denaro –, si sono verificati nella zona di Alcamo-Castellamare del Golfo atti di intimidazione criminale in danno di pubblici amministratori e di funzionari comunali, oltreché nei confronti di imprenditori (incendi e danneggiamenti vari), tanto da indurre il Prefetto di Trapani a riunire in Alcamo il Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza in data 10 gennaio 2002.
Ora, in data 22 gennaio 2002, la Polizia di Stato ha eseguito nella zona di Marsala e Trapani 33 ordini di custodia cautelare contro un’organizzazione dedita alle estorsioni e al favoreggiamento dei latitanti.
Se tutto ciò si aggiunge ai meno recenti episodi di grave illecito nella pubblica amministrazione emersi nei Comuni di Trapani ed Erice, che hanno poi portato allo scioglimento del Consiglio Comunale del capoluogo, si ha l’idea dello stato di dequalificazione dell’ordine pubblico nella provincia.
Nonostante ciò, le richieste di potenziamento di strutture, mezzi e personale della Polizia non trovano il giusto riscontro nei vertici istituzionali competenti.

Tutto ciò premesso e considerato

Si interroga l’On.le Ministro dell’Interno per conoscere i provvedimenti adottati o che si intendono adottare per fronteggiare uno stato di precarietà sociale che certo non incoraggia le attività economiche e che di conseguenza provoca l’aggravarsi della crisi sociale della provincia, per sapere comunque quali sono le ragioni che impediscono il soddisfacimento delle istanze di potenziamento dei corpi di Polizia sin qui formalizzate”.

 
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    Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi.
    Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo.
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    Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro.
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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

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    Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt.
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    Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi.
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