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Antimafia Duemila

Wednesday
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Gravi accuse al vicecapo della polizia Manganelli PDF Stampa E-mail
Depositata la sentenza di condanna del vicequestore Ignazio D’Antone
di Monica Centofante

La verità sul vicequestore Ignazio D’Antone sarebbe emersa molto prima se le indagini interne agli organi di polizia fossero state condotte in maniera meno sbrigativa.
E’ critico il Tribunale presieduto da Giuseppe Nobile, a latere De Negri e Adriana Piras, giudice estensore della motivazione della sentenza, depositata lo scorso 28 novembre, con la quale il funzionario di polizia è stato condannato in primo grado a dieci anni di reclusione. Inchieste approssimative, spunti investigativi trascurati e giudizi inconsistenti sui rapporti tra l’imputato e i colleghi uccisi dalla mafia sono alla base delle pesanti accuse mosse dai giudici in particolare all’attuale vicecapo vicario della polizia Antonio Manganelli. Ambigua anche la posizione del capo della polizia Gianni De Gennaro e del neo-vicecapo del Cesis Arnaldo La Barbera apparentemente schierati in difesa dell’imputato. Un’antimafia fatta di martiri della criminalità organizzata e poliziotti collusi quella che emerge, quindi, dalle oltre 700 pagine del documento che accusa Ignazio D’Antone di aver “favorito il potere di alcune importantissime articolazioni dell'organizzazione mafiosa attraverso l'agevolazione del senso di impunità dei suoi adepti, favorendo la latitanza di numerosi soggetti, tra cui Pietro Vernengo, Carlo Castronovo, Lorenzo e Gaetano Tinnirello, Vincenzo Spadaro e Vincenzo Buccafusca”. E ancora, frenando “lo slancio investigativo dei suoi colleghi” e “rendendo vani gli sforzi dei cui collaboratori”. Questi i motivi per cui alcuni funzionari di P.S., in primo luogo Ninni Cassarà e Beppe Montana (entrambi uccisi dalla mafia nel 1985), particolarmente impegnati nel settore della lotta alla criminalità organizzata, avevano assunto atteggiamenti di conseguente estrema riservatezza nell’esercizio dei propri incarichi, “tant’è che … spesso comunicavano con bigliettini”. A rivelarlo è il teste Luigi Montana, padre del funzionario della Mobile, supportato dalle dichiarazioni di numerosi testimoni quali la sig.ra Laura Iacovoni, vedova del dott. Cassarà; Saveria Gandolfi, madre dell’agente Antiochia (assassinato insieme a Cassarà il 6 agosto 1985); l’ispettore Fabrizio Mattei; il vice-questore Francesco Accordino o l’attuale Primo Dirigente della Polizia di Stato Saverio Montalbano. Anche i testi presentati dalla difesa hanno confermato l’esistenza di rapporti di non perfetta sintonia tra l’imputato e i predetti funzionari imputando tuttavia tali divergenze a diversità ideologiche nella metodologia investigativa. Più impulsiva quella di Cassarà, afferma il dirigente della Criminalpol Alessandro Pansa, più ragionata quella del D’Antone. I giudici argomentano però che i testi, in buona parte familiari dei soggetti in questione, “non si sono limitati a riferire notizie generiche”, ma hanno “precisato i momenti ed i fatti più significativi di tale situazione difficile vissuta dai loro congiunti”, elencando diversi episodi, tra i quali maggior rilievo rivestono i due blitz diretti alla cattura di latitanti di primo piano fatti fallire dall’allora capo della Squadra Mobile tra il Natale del 1983 e il gennaio successivo. Il riferimento è al cosiddetto episodio della Magione e al blitz all’Hotel Costa Verde di Cefalù, l’unica operazione alla quale il D’Antone avrebbe partecipato personalmente. Il primo, uno degli elementi di maggior forza dell’impianto accusatorio presentato dai pm Antonino Di Matteo e Annamaria Picozzi, risale al 24 dicembre dell’83, giorno in cui nella chiesa della Magione, a Palermo, si celebrava il battesimo del nipote di Pietro Vernengo, uno dei latitanti più ricercati dell’epoca, elemento di spicco della famiglia mafiosa di Santa Maria di Gesù facente capo a Stefano Bontade e, secondo il pentito Salvatore Cancemi, amico personale di Totò Riina. Appresa la notizia, mediante attività di intercettazione telefonica, della possibile presenza del latitante alla cerimonia, in quella notte di Natale il Commissario Beppe Montana, contravvenendo agli ordini ricevuti dal D’Antone, si precipitò sul posto insieme ad una decina di uomini tra cui l’agente Antiochia, amico fidato, Fabrizio Mattei, Riccardo Canu e Pasquale Carlino. Non riuscì tuttavia a portare a termine il suo intento di verificare la reale presenza in chiesa del latitante poiché all’interno della chiesa stessa era stato fermato e cacciato, insieme all’Antiochia, proprio dal dirigente della Mobile. Secondo il Collegio, presente alla funzione per garantirne l’ordinato svolgimento, “con ciò contribuendo a rafforzare nei numerosi esponenti della ‘famiglia’ Vernengo il senso di assoluto predominio territoriale che costituisce uno degli aspetti più significativi del potere criminale mafioso”. Anche in questo caso i giudici rilevano la superficialità delle indagini condotte sia dal dott. Manganelli che dal prefetto Parisi, al quale si era rivolta nel 1986 la signora Gandolfi dopo aver ritrovato alcuni fogli sui quali “Roberto” stilò un breve rapporto riguardante la mancata operazione. Della quale non vi è traccia negli archivi di polizia. Nessun documento nemmeno per il blitz all’Hotel Costa Verde che in un non meglio precisato giorno di gennaio del 1984 era stato scelto quale sede dei festeggiamenti per il matrimonio di Scavone Anna, figlia del boss Scavone Gaetano, e Spadaro Antonino, uomo d’onore e figlio del boss della Kalsa Spadaro Tommaso. Il giorno precedente il blitz, pianificato dal Cassarà e per il quale furono impiegati un centinaio di uomini, lo stesso Cassarà venne trasferito, per servizio, a Catania e il D’Antone prese il comando dell’operazione. Le urla levatesi tra gli invitati al momento dell’irruzione della polizia si placarono solo alla vista del dott. D’Antone che, senza un apparente motivo, ordinò ai suoi uomini di lasciare la sala da pranzo per tutta la durata del banchetto, agevolando così la fuga dei latitanti presenti alla festa. A conferma dell’accaduto, si aggiungono alle dichiarazioni dei testi e ai riscontri oggettivi le rivelazioni di Emanuele Di Filippo, uno dei numerosi pentiti esaminati nel corso dell’istruzione dibattimentale, il quale conferma che alla festa nuziale erano presenti Vincenzo Buccafusca e Vincenzo Spadaro. Anche in questo caso hanno parlato in difesa dell’imputato i testi De Gennaro e Manganelli le cui dichiarazioni presentavano, però, gravi lacune e nascondevano il fatto che il “blitz” era stato deciso anche nei dettagli e previa verifica della situazione dei luoghi, per cui è impossibile “che le modalità di conduzione e gestione dell’operazione tenute dal dottore D’Antone siano il frutto di ragioni di ordine pubblico o, comunque, di una diversa concezione del  modo di operare delle Forze dell’Ordine”. Tra i collaboratori di giustizia di comprovata attendibilità che hanno accusato il D’Antone di essere al servizio di Cosa Nostra ricordiamo il già citato Salvatore Cancemi, Francesco Di Carlo, Rosario Spatola e Giovanni Brusca, gli stessi giudicati inaffidabili nel corso del processo contro Bruno Contrada (l’ex numero 3 del Sisde la cui carriera è stata sempre caratterizzata dall’amicizia e dalla collaborazione con lo stesso D’Antone) il cui impianto accusatorio, per numero di accuse, testimonianze, pentiti e accertamenti fatti è quattro volte superiore a quello contro l’ex collega e amico. Rimanendo in tema di collaboratori è interessante notare come nel presente procedimento questi svolgano soltanto un ruolo di riscontro a testimonianze qualificate e a prove documentali quali la lettera inviata da Bontade a Innocenzo Pasta, nella quale il boss invita quest’ultimo a far intervenire il dirigente della Mobile per una sua scarcerazione. O, ancora, le intercettate conversazioni telefoniche tra Di Liberto Giuseppe e Carlo Castronovo, dalle quali emerge con estrema chiarezza il rapporto di amicizia tra il boss e il D’Antone, tanto che il primo, dopo aver appreso dal proprio interlocutore dell’improvviso ricovero in ospedale del dirigente della Mobile, per via di alcuni problemi al colon, si è più volte premurato di mandargli i propri saluti.
Ora, mentre i legali di D’Antone, Ninni Reina e Giuseppe Galliano, annunciano il ricorso in appello si preannunciano nuovi guai giudiziari: il tribunale ha infatti inviato in Procura i verbali delle deposizioni di cinque testimoni del processo sospettati di aver mentito. Sui nomi c’è il più assoluto riserbo, anche se tante sono le ipotesi formulate. Nel frattempo il vicecapo vicario della polizia Antonio Manganelli, uno dei più colpiti dalla sentenza, dichiara alla stampa di non voler replicare alla magistratura. <<Mi prendo le critiche – dice – e rimango in dignitoso silenzio>>.
 
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  • Editoriale

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    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

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    Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt.
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    Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo.
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