La Rivista
Editoriali
“Carnevale favoriva i boss per conto di Andreotti” | “Carnevale favoriva i boss per conto di Andreotti” |
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Depositata la motivazione della sentenza che condanna l’ex Presidente di Cassazione per associazione mafiosa di Giorgio Bongiovanni e Monica Centofante Corrado Carnevale favoriva i boss per conto del senatore Giulio Andreotti. Ribalta il giudizio assolutorio sul senatore a vita la sentenza di appello che lo scorso 29 giugno ha condannato l’ex presidente della prima sezione della Corte di Cassazione a sei anni di reclusione e interdizione in perpetuo dai pubblici uffici. Delle 1322 pagine che compongono la sentenza di appello, depositata il 28 dicembre, molte sono dedicate al rapporto tra l’ex presidente del consiglio ed il giudice, in contatto con la mafia tramite due fondamentali canali. Uno costituito, appunto, “da esponenti andreottiani, riconducibili a Cosa Nostra, e dallo stesso Andreotti”, l’altro “da alcuni selezionati avvocati, legati all’imputato da rapporti preferenziali e che da Cosa Nostra venivano, con la consapevolezza del presidente, impiegati come intermediari”. L’accusa per Carnevale è di aver strumentalizzato le proprie funzioni di presidente di Cassazione “fornendo un contributo al mantenimento, al rafforzamento e all’espansione della associazione mafiosa denominata Cosa Nostra” mediante il tentativo di aggiustamento di diversi processi tra i quali il cosiddetto Maxi uno e quello per l’omicidio del capitano dei carabinieri Emanuele Basile, assassinato il 4 maggio del 1980 mentre passeggiava con la moglie Silvana Musanti e la figlia Barbara. Quest’ultimo, in particolare, è stato da più collaboratori di giustizia definito il “banco di prova”, grazie al quale i boss avevano potuto desumere la piena disponibilità dell’imputato nei confronti dell’associazione mafiosa e acquisire la certezza che egli era “l’uomo giusto al posto giusto”, quello “che risolveva tutti i problemi che poteva avere, insomma i mafiosi a Palermo e in Sicilia”. Lo rivela Gaspare Mutolo, uno dei 25 collaboratori di giustizia che di fronte alla Corte presieduta da Vincenzo Oliveri, a latere Biagio Insacco e Caterina Grimaldi, hanno ripetuto le pesanti accuse già mosse nel corso del processo di primo grado, terminato con l’assoluzione con formula piena dell’imputato “perché il fatto non sussiste”. E la risposta del Collegio alla sentenza del tribunale concorda con le accuse mosse dai Pm nella richiesta di appello: i primi giudici hanno operato una “destrutturazione”, una “destoricizzazione” e una “inammissibile frammentazione degli elementi di accusa” omettendo di considerare la concordanza delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, la complessiva valutazione dei numerosi elementi probatori (vedi dichiarazioni di testi, intercettazioni ambientali e telefoniche), il particolare rapporto di frequentazione dell’imputato con avvocati difensori di esponenti mafiosi, la ricostruzione integrale del Maxiprocesso. E, in ultimo, ma non per importanza, le complicità del magistrato con la politica. “Non appare possibile liquidare tale argomento, come hanno fatto i primi giudici, ipotizzando che tali affermazioni potrebbero essere state il frutto di mere dicerie, congettura, forse il risultato di una sorta di suggestione collettiva”, si legge in sentenza, la mafia, “in un determinato momento della sua storia”, non può essersi “improvvisamente trasformata in una banda di sprovveduti”. E parlano chiaro le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia escussi nel corso del procedimento le quali concordano nell’indicare nei cugini Antonino e Ignazio Salvo, e nell’on. Lima, i soggetti che attraverso l’on. Andreotti rivolgevano al magistrato le richieste degli uomini d’onore. In cambio dei servizi ricevuti Cosa Nostra offriva cospicue elargizioni economiche ed un consistente appoggio elettorale. Nonostante la espressa volontà dei giudici di appello di non entrare nel merito della vicenda Andreotti la sentenza in questione, al fine di accertare l’esistenza di rapporti tra l’imputato e gli esponenti della corrente andreottiana, non può che avvalersi delle risultanze dei verbali di prova del procedimento a carico del senatore a vita le quali, unitamente a quelle acquisite nel corso del procedimento Carnevale dimostrano “che i collaboratori di giustizia non hanno affatto esagerato nell’indicare l’imputato come un magistrato che aveva nel predetto senatore il suo politico di riferimento e che tale rapporto si era sviluppato e consolidato grazie all’intervento del dott. Claudio Vitalone”. Il quale, in base a quanto dedotto dall’esame dell’on. Giacomo Mancini “era l’uomo di Andreotti che trattava con il partito comunista” durante il “periodo della emergenza”. Ad avvalorare le dichiarazioni del Mancini le parole degli onorevoli Claudio Martelli - “Il Vitalone era un magistrato molto influente, nella magistratura romana (…) e che era personaggio anche influente ed ascoltato della corrente andreottiana” – e Fermo Martinazzoli, il quale riferisce che la richiesta di candidare il Vitalone nel collegio di Tricase fu caldeggiata dal senatore a vita. Mai intrattenuti rapporti con Vitalone, sottolinea però Carnevale nel corso del procedimento e aggiunge: “con gli uomini politici non ho mai avuto molta simpatia”. Sono però i fatti a smentire il magistrato. In una deposizione resa già nel 1993 l’on. Vittorio Sbardella, appartenente alla stessa corrente andreottiana, ha confermato l’esistenza di buoni rapporti tra l’imputato e il Vitalone e ha affermato di non credere che “nell’ambiente politico Carnevale avesse altre referenze oltre quelle andreottiane”. Ha inoltre aggiunto di essere al corrente di “rapporti certamente buoni” tra il Vitalone e i Salvo, tanto che questi avevano passato un’estate “insieme in barca”. La logica conferma a quanto dal teste dichiarato (confermato da altri testimoni escussi nel corso del procedimento) è da ricercare nel gran numero di incarichi extragiudiziari di chiara matrice politica ricevuti dall’imputato, tra cui quella di membro del Consiglio di Amministrazione dell’Isvap direttamente conferita dall’on. Andreotti. Tale nomina va ad inserirsi in un contesto più ampio di incarichi, assegnati al Carnevale, quando questi era già titolare della prima sezione penale della Cassazione, cosa che a rigor di logica non può collimare con le sue precedenti dichiarazioni di “non simpatia verso la classe politica”. L’esistenza di rapporti fra il dott. Carnevale e il senatore Andreotti è inoltre da ricercare nel conferimento al magistrato, da parte del politico, dell’incarico di componente del consiglio generale della Fondazione Fiuggi, cosa che non solo smentisce l’inesistenza, affermata dall’imputato, di qualsiasi rapporto con Andreotti ma colloca lo stesso in epoca antecedente ai fatti in esame. In quanto ai discussi rapporti tra il senatore democristiano e i cugini Salvo, tra le molte prove presentate dai giudici degna di nota è sicuramente quella riferita all’annotazione del numero telefonico di Andreotti in un’agenda sequestrata a Ignazio Salvo al momento del suo arresto, aneddoto sul quale convergono le deposizioni dei testi Laura Iacovoni (vedova Cassarà) e Francesco Accordino, vice questore della Polizia di Stato. Inoltre, nel riferire dei rapporti avuti con Ignazio Salvo durante lo svolgimento del giudizio di appello del Maxiprocesso il collaborante Giovanni Brusca ha dichiarato che intorno agli anni ‘88-’89 questi gli disse che tramite l’on. Andreotti e l’on. Vitalone era riuscito ad impedire che il dott. Falcone venisse nominato Consigliere Istruttore presso il Tribunale di Palermo ed ha aggiunto che “il Salvo, in tale circostanza, aveva espresso il convincimento che, essendo stato raggiunto tale risultato, non vi sarebbe stato più bisogno di uccidere il dott. Falcone in quanto, già tale mancata nomina, sarebbe stata sufficiente a delegittimarlo”. Tale messaggio, fatto pervenire dagli ambienti politici romani a Cosa Nostra per il tramite di Nino Salvo, è da far risalire ad un periodo di riavvicinamento della corrente andreottiana alla mafia corleonese che nel corso delle elezioni nazionali del giugno 1987, a seguito dell’emanazione della legge Mancino-Violante, aveva dirottato sul Psi la grande massa di voti in precedenza destinati alla Democrazia Cristiana. Dal racconto di numerosi collaboratori di giustizia interrogati nel corso del dibattimento è, infatti, emerso che, in seguito all’emissione della sentenza-ordinanza del Maxiuno con la quale era stato disposto il rinvio a giudizio di numerosi esponenti di Cosa Nostra, i membri della cosiddetta Commissione avevano fatto sapere, sulla base di quanto appreso da Ignazio Salvo e da Salvatore Lima, che non vi sarebbe stata possibilità di richiedere, in quella fase del giudizio, l’intervento di quella corrente politica fedele a Cosa Nostra a cui apparteneva il sen. Andreotti e pertanto si era tentato di fare decorrere i termini di custodia cautelare con una serie di abili manovre. La più significativa di queste, che sarebbe consistita nella richiesta di lettura integrale degli atti del processo, sarebbe stata vanificata a seguito, appunto, dell’emanazione della legge Mancino-Violante, cosa che aveva spinto i vertici di Cosa Nostra a dare una lezione alla corrente andreottiana. A seguito della decisione della Cupola di dirottare i voti verso il Psi i referenti politici dell’organizzazione mafiosa “avevano rassicurato i vertici di quest’ultima sul loro immutato impegno ed al popolo di Cosa Nostra era stata, pertanto, diramata l’informazione che il processo sarebbe stato aggiustato in Cassazione grazie all’on. Andreotti, il quale aveva un rapporto personale con il dott. Corrado Carnevale, soggetto quest’ultimo che già aveva dato prova di disponibilità nei confronti di Cosa Nostra con riguardo al primo annullamento della sentenza Basile”. Nel corso degli anni, durante i governi presieduti dall’on. Andreotti, la promessa dell’aggiustamento del Maxiuno era stata più volte ribadita nonostante alcuni provvedimenti legislativi, quali quello che prevedeva l’allungamento dei termini di custodia cautelare, ai quali l’allora Presidente del Consiglio aveva dovuto soprassedere per “salvare la faccia”. La responsabilità di quelle leggi scomode per gli uomini d’onore era infatti da attribuire al ministro della Giustizia Claudio Martelli e al dott. Giovanni Falcone verso il quale, anche per questi motivi, il Carnevale nutriva un odio viscerale. Lo si evince, in particolar modo, da una serie di conversazioni intercettate in seguito alla morte del giudice simbolo della lotta alla mafia nel corso delle quali l’imputato esprimeva chiaramente il suo risentimento non solo nei confronti del dott. Falcone, ma anche in quelli del dott. Borsellino e della dott.ssa Francesca Morvillo (vedi box). Tornando al Maxi, si legge ancora nella sentenza che i vertici di Cosa Nostra erano sicuri di ottenere, grazie al Carnevale, l’annullamento della sentenza d’appello ma che si dovettero ricredere quando le forti polemiche sorte intorno al Presidente della Cassazione, a seguito dei numerosi annullamenti di sentenze di condanna di esponenti mafiosi decisi da Collegi da lui presieduti, avevano raggiunto il culmine nella scarcerazione immotivata di 43 boss di primo piano negli ambienti della criminalità organizzata. Tale vicenda aveva infatti spinto il ministro Martelli ad effettuare un monitoraggio del metodo lavorativo della prima sezione penale della Cassazione, assegnando il compito al dott. Giovanni Falcone il quale a sua volta lo delegò ad alcuni magistrati in servizio presso la Direzione degli Affari Penali. Lo stesso Ministro si batté poi per l’introduzione del principio di rotazione nell’assegnazione dei processi di criminalità organizzata, provvedimento che venne appoggiato dal presidente della Corte di Cassazione Antonio Brancaccio. Non potendo più contare sull’appoggio del Brancaccio, Carnevale decise infine di rinunciare alla presidenza del Maxi al fine di sottrarsi alle pericolose critiche mosse nei suoi confronti, tentando comunque di mantenere fede alla parola data cedendo il proprio posto al dott. Molinari e designando, in qualità di consiglieri, i dottori Buogo, Papadia, Pompa e Schiavotti, tutti magistrati “propensi a seguire i suoi suggerimenti”. Nell’aprile del ’91 il Brancaccio avviò però un programma di rinnovamento dei quadri della sezione e assegnò al dott. Valente il compito di presiedere il Maxi dal momento che il Molinari, ormai vicino all’età pensionabile, rischiava di non aver il tempo necessario a definire il processo con prevedibili ripercussioni sulla scadenza dei termini di custodia cautelare della maggior parte degli imputati. Nel corso di un’intercettazione ambientale risalente al 19 marzo del 1994 il Carnevale, in riferimento a tale vicenda, commentava negativamente l’esito del processo, insieme al dott. Dell’Anno, rivolgendo pesanti critiche al dott. Schiavotti, consigliere relatore, “perché non aveva avuto il coraggio di ‘mettersi contro’ il Valente”. “Alla stregua di quanto era possibile evincere da dichiarazioni testimoniali rese da magistrati e da altri rappresentanti delle istituzioni, oltre che da intercettazioni ambientali – si legge nel documento firmato dai membri del Collegio giudicante – trovavano, pertanto, un eccezionale riscontro oggettivo, osservava l’Ufficio appellante, le dichiarazioni di quei collaboratori di giustizia, i quali avevano riferito che solo nel periodo successivo al settembre-ottobre del 1991 i vertici dell’organizzazione avevano appreso che le loro aspettative di aggiustamento del Maxiprocesso grazie all’intervento del Carnevale erano compromesse”. Quando il 30 gennaio del 1992 fu emessa la sentenza con la quale crollarono le aspirazioni di impunità degli associati mafiosi i vertici di Cosa Nostra decisero di presentare il conto a quanti si erano impegnati, senza riuscirvi, all’aggiustamento del processo e a chi tale aggiustamento aveva ostacolato. Il 12 marzo 1992 venne ucciso Salvo Lima e alcuni mesi dopo Ignazio Salvo “ritenuti responsabili, insieme all’on. Andreotti, del mancato mantenimento dell’impegno assunto”. Il 23 maggio dello stesso anno fu la volta del giudice Falcone, con il quale avrebbe dovuto essere assassinato anche l’on. Martelli. “Avuto riguardo a tali emergenze”, scrivono ancora i giudici, è possibile “constatare come il Tribunale avesse totalmente destoricizzato l’intera vicenda, omettendo in modo radicale persino di accennare alla maggior parte degli elementi probatori emersi nel corso della istruttoria dibattimentale”. La “lettura atomistica degli eventi” e la “disintegrazione della catena causale”, osservazioni peraltro già lette nella richiesta d’appello del processo Andreotti (nda.), non avevano permesso di ricostruire in modo lineare la vicenda del Maxiprocesso la sentenza del quale, appare chiaro, sarebbe stata annullata se non vi fosse stato l’intervento, assolutamente imprevisto, del dott. Brancaccio. Invece di definire generiche opinioni ed aspettative le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, proseguono i giudici, il tribunale avrebbe dovuto tenere conto del fatto che il rapporto personale tra il senatore a vita e il dott. Carnevale non era in alcun modo noto alla data delle dichiarazioni rese dagli stessi pentiti. D’altra parte, era da considerare certo che i precedenti comportamenti dell’imputato avessero già dato ampia prova di disponibilità nei confronti dell’associazione mafiosa e, tra questi, particolare rilevanza assume la vicenda del processo Basile in quanto “suscettibile di determinare gravi squilibri e tensioni all’interno di tale sodalizio mafioso”. L’interessamento di Salvatore Riina per la vicenda Basile, spiegano infatti i giudici, era dovuto allo spessore mafioso dei soggetti accusati dell’omicidio del Capitano dei Carabinieri “il quale già verso la fine degli anni 70 aveva intuito la grandissima importanza che, in seno all’organizzazione mafiosa, stavano assumendo le cosche operanti nella zona dello Jato”. La condanna dei principali imputati del delitto, i boss Armando Bonanno, Vincenzo Puccio e Giuseppe Madonia, avrebbe minato la stabilità di Cosa Nostra e la fiducia che la famiglia palermitana di Resuttana, alla quale apparteneva appunto Giuseppe Madonia, riponeva in Salvatore Riina. E’ perciò comprensibile il motivo, indicato all’unisono da tutti i pentiti, per cui ‘u zu Totò abbia utilizzato ogni arma a sua disposizione al fine di ottenere il risultato sperato: dall’intimidazione dei giudici di primo grado, all’omicidio del presidente della Corte di Assise di Appello di Palermo Antonino Saetta (che su rinvio della Cassazione aveva confermato per Giuseppe Madonia, e gli altri imputati, la pena dell’ergastolo), all’intervento sull’odierno imputato tramite, da una parte, i cugini Nino e Ignazio Salvo, i potenti esattori di Salemi, e dall’altra gli avvocati Angelucci e Gaito, in contatto con Riina per il tramite del boss Francesco Messina della famiglia di Mazara del Vallo. Il risultato positivo per gli imputati del processo Basile, dichiara il pentito Gaspare Mutolo - avallato da Francesco Di Carlo, Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi, Angelo Siino, Francesco Marino Mannoia ed altri – era stato conseguito grazie alla ricerca, da parte del Carnevale, del “…pelo nell’uovo perché era, diciamo, una cosa talmente insignificante che soltanto chi voleva cercare, diciamo, una via di uscita poteva vedere, diciamo quelle sottigliezze…”. E infatti, la nullità di quel giudizio, si legge in sentenza, era stata decretata in quanto i difensori dei tre imputati principali non avevano ricevuto l’avviso del giorno fissato per l’estrazione a sorte dei giudici popolari. Cosa che, secondo la giurisprudenza di legittimità assolutamente dominante, può costituire una semplice irregolarità ma non certo determinare la non validità di un procedimento. Significative sono in tal senso le deposizioni del dott. Mario Garavelli il quale, nella circostanza in questione, era membro del Collegio giudicante insieme ai consiglieri Vitaliano Esposito (relatore), Ugo Dinacci, Pietro Colonna e, naturalmente, al presidente Corrado Carnevale. Come avveniva quasi sempre, spiega il teste, anche nel caso in questione si era verificata una coincidenza tra la tesi del relatore e quella del presidente e nonostante il consigliere Colonna si fosse fermamente opposto alla decisione di annullare la condanna per ragioni formali, le sue obiezioni rimasero inascoltate. Alla decisione si era giunti, inoltre, in tempi troppo rapidi, afferma ancora Garavelli accreditato dalla testimonianza del dott. Dinacci il quale spiega che presidente e relatore “ogni tanto ridevano per sottolineare talune parti a loro giudizio immotivate della decisione” e che la discussione fu tanto rapida da indurre il Collegio a trattenersi “un po’ ancora in camera di consiglio, pur dopo avere adottato la decisione, per non dare l’impressione di una discussione sbrigativa dopo che il Procuratore Generale d’udienza, il compianto collega Scopelliti, si era impegnato nella requisitoria, con la quale aveva chiesto il rigetto dei ricorsi e la conferma della sentenza impugnata”. Le accuse nei confronti del presidente della Cassazione Carnevale passano ancora per i suoi rapporti con il gip Renato Squillante, sotto processo a Milano, e con gli avvocati Gaito, Angelucci e Aricò, quest’ultimo, oggi deceduto, accusato di aver incontrato Totò Riina in Toscana nel periodo in cui la Cassazione si stava preparando ad affrontare il Maxiprocesso. Ora la difesa di Corrado Carnevale sta già preparando il ricorso in Cassazione mentre i legali di Giulio Andreotti, Franco Coppi e Giulia Bongiorno, dichiarano: <<Le motivazioni della sentenza pronunciata nei confronti del presidente Carnevale ci lasciano totalmente indifferenti per una infinità di ragioni>>. Sostengono infatti si tratti di <<una sentenza emessa in un procedimento rispetto al quale il loro assistito è rimasto del tutto estraneo e nel quale, non essendo mai stato convocato nemmeno come testimone, non ha avuto occasione di intervenire sul tema dei suoi prescunti rapporti con il presidente Carnevale>>. Giorgio Bongiovanni Monica Centofante BOX1 Patto elettorale ferreo tra Mannino e Cosa Nostra 4 gennaio 2002 Palermo. C’è la prova di un accordo elettorale stipulato tra Calogero Mannino e un boss della famiglia di Agrigento nella sentenza che lo scorso 5 luglio ha scagionato l’ex ministro dc dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Danno ragione ai pentiti i giudici della seconda sezione del Tribunale di Palermo, presieduta da Leonardo Guarnotta, che nella motivazione della decisione, depositata nei primi giorni di gennaio, svelano una rete impressionante di favori, frequentazioni e votazioni truccate. Tuttavia “mancano le prove” per accogliere la richiesta di condanna formulata dai pubblici ministeri Teresa Principato e Vittorio Teresi, scrive il Collegio, e non basta, per citare un solo esempio, attestare che “la condotta di Mannino ha favorito il gruppo imprenditoriale dei Salvo anche con irregolarità nella conduzione” di gare d’appalto, che “la scelta amministrativa di Mannino è stata ritenuta capziosa e viziata da eccesso di potere”, che “la vicenda deve essere inquadrata in termini favorevoli alla pubblica accusa, come espressione di una condotta agevolatrice del Mannino nei confronti dei Salvo”. Non basta neppure, per arrivare ad una condanna, appurare l’esistenza di un accordo di “natura elettorale”, concluso nell’80/’81 fra l’imputato e Antonio Vella, esponente della mafia di Agrigento. E’ in quegli anni che Giuseppe Di Maggio presenta a Gioacchino Pennino due uomini d’onore: Antonio Vella e il professor Salvatore Lattuca. Durante l’incontro, nonostante conoscesse da tempo Mannino, Vella, di fronte a Di Maggio gli dice: <<Mannino ti vuole incontrare>> e lo accompagnano nell’ufficio del politico. L’imputato “non può essere ritenuto credibile nella tesi difensiva “, è il commento del Tribunale che aggiunge: “Non si è trattato di una trattativa fra politicanti… Ma di un patto elettorale ferreo, avallato dall’intervento di un mafioso come Vella, altrimenti del tutto inutile in quel contesto di luogo e di persona… Mannino era ben consapevole della pregressa tipologia di adescamento sulla quale Vella aveva basato l’avvicinamento di Pennino”. E ancora: “Si è pertanto acquisita la prova che Mannino aveva, nel lontano 80-81, stipulato un accordo elettorale con un esponente mafioso della famiglia agrigentina di Cosa Nostra”, e “si è trattato di un’iniziativa meditata, di un affare politico di Cosa Nostra, e non di un’improvvisata e non concordata iniziativa individuale”. Una prova schiacciante che però non basta ad incriminare il politico, in passato indicato come l’uomo chiave della mafia e dei poteri occulti, semplicemente perché la criminalità organizzata “ha sempre votato per la Dc, partito di maggioranza relativa, poiché era agli uomini potenti di tale forza al potere che doveva rivolgersi per ottenere vantaggi”. I giudici continuano: “Da questa notoria considerazione non discende ancora alcuna conseguenza penale per i singoli uomini politici votati dalla mafia, poiché è necessario acquisire la prova di condotte positive… poste in essere dai singoli beneficiati”. Nel caso specifico manca quindi “il tenore della promessa”, che rende penalmente irrilevante la condotta dell’imputato. <<Il mio è stato un processo fatto alle ombre>>, è l’immediato commento dell’ex ministro, <<Il Tribunale ha valutato i fatti e non ne ha trovati. Le prove meno che mai>>. Mannino ricorda ancora che i giudici hanno <<dato atto della totale mancanza di rapporti anche occasionali con le organizzazioni criminali di Palermo>> e che <<risulta invalidata qualunque tesi che tenti di individuare una corrispondenza tra il successo elettorale di Mannino e il presunto appoggio mafioso in questo settore>>. Soddisfatta anche la difesa dell’ex ministro, gli avvocati Salvo Riela, Grazia Volo e Loredana Fiumara che sottolineano come la sentenza contenga una <<puntuale disamina dei fatti processuali, condotta in piena autonomia rispetto alle tesi accusatorie dei pm ed alle stesse tesi difensive>>. M.C. BOX2 I rapporti con i giudici Falcone Borsellino e Morvillo Nel paragrafo della sentenza riguardante i rapporti dell’imputato con i giudici Falcone e Borsellino sono riportate alcune intercettazioni telefoniche dalle quali si evince il sentimento di astio nutrito dal dott. Carnevale nei confronti dei due colleghi, vittime della mafia. Nella prima di queste, risalente al 20 dicembre del 1993, il giudice parla con tale Nicola: “Carnevale: … perché non va… non va a vedere le istruttorie fatte dai due… dioscuri… per vedere il livello di professionalità… Nicola: Chi sono i due di oscuri? Scusa la mia ignoranza… Carnevale: …prossimo allo zero… Nicola: Chi sono i dioscuri, scusa… Carnevale: i dioscuri chi sono… BORSELLINO e FALCONE…” Il 12 marzo del 1994 Carnevale parla invece con Salvino Mondello e in riferimento ad un casuale incontro con il dott. Falcone dichiara: “… e allora io vedo ‘sto signore uscire dall’ascensore … a me FALCONE non … insomma .. non m’è mai piaciuto, per la verità … e questo che … eppure c’erano persone note … si avvicina solo a me … io avevo fatto di tutto per non incrociarlo, perché sa, ero messo così, lo avevo visto di … con la coda dell’occhio, non ero tenuto a vederlo … a un certo punto poteva benissimo passare dietro e andarsene … mentre dice: ‘Eccellenza, sono a sua dis… ha bisogno di qualcosa…’ questo disse … e io mi sopresi perché là c’erano fiori di professori noti … quantomeno CONSO era noto perché era stato da poco …” Estremamente significativa è ancora l’intercettazione, risalente all’8 marzo 1994, di una conversazione tra il Carnevale e l’avv. Aricò. Il testo, riportato nel libro di Giommaria Monti Falcone e Borsellino è agli atti del processo Andreotti: “Carnevale: <<Non ho presieduto il maxiprocesso in Cassazione non per la pressione di quel cretino di Falcone… perché i morti li rispetto… certi morti no>>”. “Da un’altra intercettazione effettuata il 18.03.94 – si legge ancora in sentenza - emerge che l’imputato, conversando con il dott. GRASSI, gli riferiva, mostrando di condividerle, pesanti valutazioni negative raccolte dall’ARICO' circa i comportamenti dei magistrati Giovanni FALCONE e Francesca MORVILLO, che, a dire del legale avevano indotto “la mafia” ad uccidere anche quest’ultima: “delle prove addotte in quel -incomprensibile- ... ecco ... Grassi: ... -incomprensibile- .. Carnevale: ... questo ... e fui io che ci fici mittiri a so mugghiera ... -incomprensibile- fu la mafia che lo volle, non fu un caso .... non fu un caso ... perche` potevano ucciderlo separatamente ... u ficeru apposta ... chista e` ... eh ... insomma ... mi debbono proprio veramente .... Richiesto, nel corso del suo esame, di precisare se avesse mai detto a terzi che il Dottor FALCONE aveva fatto inserire la propria moglie Francesca MORVILLO in collegi penali della Corte d’Appello di Palermo per pilotare l’esito dei processi che gli interessavano (per fregare qualche mafioso) e se la dott.ssa MORVILLO era stata uccisa dalla associazione mafiosa per questo motivo, l'imputato ha risposto affermativamente. Richiesto di specificare quali fossero le sue fonti, ha affermato: CARNEVALE: Risulta anche dalla... dall’intercettazione era l’avvocato Aricò. P.M.: E le fonti dell’avvocato Aricò quali erano? CARNEVALE: Questo non lo so”. M.C. |
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In edicola dal 18 luglio 2008In questo numero: Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale. La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato. Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni. Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione. Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi. Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo. Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità. Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro. Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti. Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica. Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina. Ed altro ancora... |
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La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.
Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la
terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in
diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai
primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello
Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri
umani.
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In questo numero: Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt. Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico. Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali. Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto. Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi. Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo. Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. LEGGI TUTTO... |
Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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