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Antimafia Duemila

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L'importanza di Leonardo Vitale PDF Stampa E-mail
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L'importanza di Leonardo Vitale
Pagina 2

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di Govanni Falcone

 

Dalla sentenza ordinanza del maxi ter, istruito dal pool di Giovanni Falcone riportiamo alcuni stralci della sezione riguardante la posizione processuale del primo collaboratore di giustizia che la storia ricordi: Leonardo Vitale, uomo d’onore della famiglia di “Altarello di Baida”. All’epoca delle sue dichiarazioni il Vitale, che tra gli altri aveva accusato l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino e il Principe Vanni Calvello di San Vincenzo, non venne creduto e fu spedito nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto. All’uscita dal manicomio fu ucciso per mano della mafia.
Fino a tempi non molto lontani le conoscenze dell’apparato strutturale – funzionale di “Cosa Nostra” sono state frammentarie e parziali e, correlativamente, episodica e discontinua è stata l’azione repressiva dello Stato, diretta prevalentemente a colpire, con risultati ovviamente deludenti, le singole manifestazioni criminose, viste in un’ottica parcellizzante e disancorata dalla considerazione unitaria del fenomeno mafioso. Solo in tempi più recenti, un rinnovato impegno investigativo, assistito da una professionalità più qualificata e da tecniche di indagine più sofisticate, ha prodotto un corretto approccio al fenomeno mafioso, ispirato dalla riconosciuta necessità di inquadrare gli specifici episodi criminosi nella logica e nelle dinamiche dell’organizzazione criminale di cui sono espressione. In questo contesto si è inserita la collaborazione di alcuni imputati di estrazione mafiosa che ha consentito di verificare la validità dei risultati già raggiunti, offrendo al contempo una chiave di lettura dall’interno del fenomeno mafioso ed imprimendo ulteriore impulso alle indagini. Il primo collaboratore della Giustizia era stato, nell’ormai lontano 1973, Vitale Leonardo, un modesto “uomo d’onore” che, travagliato da una crisi di coscienza, si era presentato in Questura ed aveva rivelato quanto a sua conoscenza sulla mafia e sui misfatti propri ed altrui. Oltre dieci anni dopo, Buscetta Tommaso, Contorno Salvatore ed altri avrebbero offerto una conferma pressoché integrale a quelle rivelazioni; ma nessuno, allora, seppe cogliere appieno l’importanza delle confessioni del Vitale Leonardo e la mafia continuò ad agire indisturbata, rafforzandosi all’interno e crescendo in violenza ed in ferocia. Il Vitale veniva tratto in arresto dalla Squadra Mobile di Palermo il 17.8.1972 perché ritenuto coinvolto nel sequestro di persona, a scopo di estorsione, dell’ing. Cassina Luciano, ma veniva scarcerato il successivo 30 settembre per mancanza di sufficienti indizi; senonché, il 30.3.1973, dopo di essere stato interrogato dal giudice istruttore di Palermo, si presentava spontaneamente alla Squadra Mobile di Palermo e svelava tutto ciò che sapeva su “Cosa Nostra”, di cui ammetteva di far parte, autoaccusandosi anche di gravi fatti delittuosi, tra cui alcuni omicidi, commessi in correità con numerosi personaggi. Le confessioni di Vitale Leonardo sortivano un esito sconfortante: gran parte delle persone da lui accusate venivano prosciolte, mentre lo stesso Vitale, dichiarato seminfermo di mente, era pressoché l’unico ad essere condannato. Tornato in libertà, veniva ferocemente assassinato dopo pochi mesi e precisamente il 2/12/1984. Vediamo adesso che cosa aveva a suo tempo raccontato … il “pazzo” Vitale Leonardo (che è stato poi indicato
da Buscetta Tommaso come “uomo d’onore” della “famiglia” di Altarello di Baida, secondo quanto aveva appreso da Scrima Francesco, appartenente alla sua stessa “famiglia” di Porta Nuova):– era divenuto “uomo d’onore” dopo di avere dimostrato il proprio “valore” uccidendo, su commissione di suo zio Vitale Giovanbattista, certo Mannino Vincenzo, reo di avere acquisito delle gabelle senza avere chiesto il “permesso”. Suo zio, “rappresentante” della “famiglia” di Altarello, lo aveva messo alla prova chiedendogli, prima, se si sentiva capace di uccidere un cavallo; indi, gli aveva dato incarico, unitamente ad Inzerillo Salvatore (nato nel 1922) ed a La Fiura Emanuele, di studiare le abitudini del Mannino Vincenzo per ucciderlo. Egli aveva eseguito gli ordini e, alla fine, a bordo di una autovettura guidata da Ficarra Giuseppe, aveva atteso il Mannino nei pressi della via Tasca Lanza e lo aveva ucciso con un fucile, caricato a lupara, fornitogli dallo zio. Superata la prova, aveva prestato giuramento di “uomo d’onore” in un casolare del fondo “Uscibene”, di proprietà di Guttadauro Domenico, alla pres
enza dello zio, dello Inzerillo Salvatore e di altri, secondo un preciso rito: gli avevano punto un dito con una spina di arancio amaro e avevano bruciato un’immagine sacra facendogli ripetere il “rito sacro dei Beati Paoli”; quindi, l’avevano invitato a baciare in bocca tutti i presenti. Era entrato così a far parte ufficialmente della “famiglia” di Altarello di Baida di “Cosa Nostra”. – Per effetto del suo ingresso nella “famiglia”, aveva cominciato a conoscere i componenti della propria e di altre famiglie ed aveva cominciato ad operare come membro di Cosa Nostra. Lo zio lo aveva adibito alla acquisizione di guardianie di cantieri edili siti nel viale della Regione Siciliana ed egli, per espletare il suo incarico, aveva cominciato a compiere diversi danneggiamenti a fini estorsivi ai danni di costruttori e proprietari terrieri. … Già da queste dichiarazioni balza in evidenza l’uso sistematizzato dell’intimidazione e della violenza a fini di lucro come attività tipica della mafia. Bisogna a questo punto ricordare che taluni degli imprenditori, indicati dal Vitale Leonardo come vittime di estorsioni  mafiose, si sono poi organicamente inseriti in “Cosa Nostra”. Ci si intende riferire ai costruttori Marchese Salvino e Pilo Giovanni, imputati, nel procedimento n.2289/82 R.G.U.I. (definito con sentenza-ordinanza 8.11.1985), di associazione mafiosa, a Costanzo Giuseppe, la cui posizione viene definita con questa sentenza-ordinanza, ed a Prestifilippo Domenico, titolare del ristorante “La ‘ngrasciata”, che risulta (vedasi il Vol.8 della citata sentenza-ordinanza) aver prestato attività di copertura a Spadaro Tommaso nel riciclaggio di danaro di provenienza illecita; tutti esempi della capacità espansiva e di infiltrazione della mafia nel tessuto sociale, che, forse, un più incisivo intervento repressivo statuale avrebbe potuto impedire.
– Accanto ad imprenditori sicuramente mafiosi, ne sono stati individuati tanti altri, contigui con ambienti mafiosi, che, interrogati, si sono mostrati estremamente reticenti, costretti in una situazione insostenibile per la paura, da un lato, delle ritorsioni mafiose e, dall’altro, della criminalizzazione del loro operato. … Del resto, il settore dell’edilizia, sia per gli elevati utili che consente, sia per l’inevitabile riferimento al territorio, è quello che forse ha risentito maggiormente della presenza mafiosa; ed anche in questo procedimento è stato accertato che tutti i maggiori esponenti di “Cosa Nostra” sono interessati alla realizzazione di attività edilizia sia in proprio che per il tramite di imprenditori vittime o collegati, a vario titolo, con “Cosa Nostra”. 
– Il racconto di Vitale Leonardo è proseguito con la descrizione di altri gravi delitti. Egli, in particolare, ha ammesso di avere ucciso Bologna Giuseppe su mandato di suo zio, Vitale Giovanbattista … Ha ammesso inoltre l’omicidio di Di Marco Pietro, avvenuto il 26.1.1972. Quest’ultimo, a detta del Vitale, era stato ucciso personalmente da Rotolo Antonino su mandato di Calò Giuseppe … Significativo è infine che già allora esisteva, fra Rotolo Antonino e Calò Giuseppe, uno stretto legame, che sarebbe stato in seguito confermato da altre indagini. Vitale Leonardo ha parlato, poi, dell’omicidio di Traina Vincenzo, consumato in Palermo il 17.10.1971. … Il racconto del Vitale trova un impressionante riscontro nelle indagini di Polizia … Da tale episodio emerge come già a quei tempi Scrima Francesco ed il suo capo, Calò Giuseppe, fossero coinvolti nei sequestri di persona, attività che il Calò non ha dismesso, tanto
che, secondo quanto dichiarato da Buscetta Tommaso, egli regalò al figlio di quest’ultimo, Buscetta Antonio, la somma di lire 10 milioni proveniente dal sequestro Armellini, consumato in Roma nel 1980. Un’altra vicenda riferita dal Vitale Leonardo chiama nuovamente in causa il Calò ed il suo gruppo di “amici”. Si tratta della spedizione punitiva contro Adelfio Salvatore, proprietario del bar “Rosanero” nonché fratello del cognato di Spadaro Tommaso, ordinata da Calò Giuseppe a richiesta dello stesso Spadaro. Il Vitale aveva agito, a suo dire, con gli immancabili Scrima Francesco e Rotolo Antonino e con due sconosciuti …


 
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    E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan.

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