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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
Le alleanze tra le “mafie tradizionali” e le “mafie etniche” PDF Stampa E-mail


a cura di Jessica Pezzetta


Il Rapporto annuale sulla criminalità organizzata per l’anno 1999 è stato creato elaborando le informazioni raccolte dalle tre Forze di Polizia, integrate dalle relazioni che i Prefetti inviano al Ministero dell’Interno e da quelle dei Procuratori Generali presso le Corti d’Appello. I dati sono riferiti al periodo che va dal primo gennaio al 31 dicembre 1999. Il Rapporto esamina il fenomeno della criminalità nelle singole regioni e fornisce indicazioni riguardo le organizzazioni mafiose storiche, gli altri gruppi criminali organizzati, i sodalizi su base etnica ed il panorama delle attività delinquenziali più rilevanti.
Ma vediamo come stanno le cose.
Nel ’99 il panorama della criminalità organizzata in Italia appare caratterizzato dalla perdurante presenza della mafia, pur essendo sempre più ampio lo spazio occupato da altri gruppi criminali di origine straniera, in prevalenza strutturati su base etnica; l’operatività della malavita di stampo mafioso si avvia quindi a perdere la sua consueta delimitazione in determinate aree geografiche del Meridione, mentre si dedica con vivo interesse alla gestione dei traffici illeciti a livello internazionale ed alle opportunità di guadagno e di reinvestimento che ne derivano. Transnazionale è anche il carattere dei circuiti criminali, e di ciò troviamo conferma nel numero e nell’importanza dei latitanti catturati all’estero, nonché dalle innumerevoli operazioni di polizia che sempre più frequentemente vedono il coinvolgimento di criminali appartenenti alla malavita organizzata italiana operanti  fuori dai confini nazionali. A tal riguardo è davvero rappresentativo il caso del Montenegro che – anche grazie alle collusioni con autorità pubbliche ed organizzazioni criminali locali –, oltre  ad essere il fulcro del contrabbando di sigarette, è divenuto anche luogo d’asilo per latitanti pugliesi e campani impegnati in traffici di tabacchi, stupefacenti e armi.
Il confine tra malavita organizzata e criminalità comune (definita microcriminalità) oramai risulta indefinito poiché i delitti non sono più attribuibili solamente alle grandi strutture delinquenziali, ma sono sempre più spesso compiuti dai piccoli malviventi; è in corso tra l’altro una riorganizzazione dei vari gruppi criminali, come i contrabbandieri pugliesi e campani, la “stidda” siciliana, le comuni “bande di quartiere” che caratterizzano molte città, soprattutto nel Sud e nel Centro-Nord, nonché le stesse aggregazioni su base etnica; il crescente coinvolgimento  di queste ultime e di nuovi gruppi italiani nel traffico di droga, armi, automobili e clandestini.
Questa forte interazione tra mafie italiane e delinquenza comune è dovuta a fattori sociali, economici e criminali: la scomparsa, in particolar modo nel Centro-Nord, di sodalizi storici e di grandi capi, il degrado socio-economico di alcune zone, il collegamento operativo tra i maggiori traffici illeciti, nonché il flusso incessante dei clandestini.
Sul piano geografico si registra in tutte le regioni la presenza di organizzazioni criminali, anche se comunque vi è ancora una sostanziale differenza tra le regioni ad alto rischio, Sicilia, Calabria, Puglia e Campania e le altre aree coinvolte. Nelle quattro “regioni mafiose” per eccellenza il territorio è controllato dalla mafia la quale gestisce tutte le attività illecite. Gli altri gruppi, per di più a base etnica, sono invece concentrati in altre zone, come la costiera pugliese per quanto riguarda la criminalità albanese e della ex-Jugoslavia, nel casertano invece si trovano sodalizi nigeriani o di altre etnie africane. Nelle regioni del Centro-Nord invece la criminalità è concentrata su attività di tipo economico-finanziario, infiltrandosi nell’economia legale spesso attraverso il riciclaggio di denaro sporco. Non va dimenticata la forte mobilità sul territorio di alcuni gruppi etnici, come gli albanesi, col fine di sfruttare al massimo le fonti di guadagno e di sottrarsi all’azione di contrasto.
La criminalità siciliana, pugliese e campana è caratterizzata invece da una sorta di “pendolarismo criminale” e vede i pregiudicati del Sud impegnati nelle regioni del Nord Italia come l’Emilia Romagna, il Piemonte, il Veneto ed il Friuli Venezia Giulia per quanto riguarda la commissione di rapine e truffe e pregiudicati laziali e campani occupati nello sfruttamento delle autostrade dell’Italia centrale. 
Esaminiamo ora le organizzazioni storiche di tipo mafioso: mafia e stidda per quanto riguarda la Sicilia, Camorra per la Campania, ‘Ndrangheta per la Calabria e Nuova Sacra Corona Unita per la Puglia. L’attività di prevenzione e gli esiti positivi raggiunti grazie all’impegno giudiziario sono riusciti a contenerne la solerzia. A conferma di ciò ricordiamo che, nel corso degli ultimi due anni, si è avuta un’azione reattiva ridotta rispetto al passato nei confronti dell’apparato repressivo e le intimidazioni da parte delle cosche meglio organizzate sono meno dure.
Esamineremo di seguito le caratteristiche delle più importanti organizzazioni criminali di tipo mafioso.
Per quanto riguarda Cosa Nostra, nonostante non abbia dato segnali allarmanti dopo i successi conseguiti dalle Forze dell’Ordine, continua ad essere la più forte e pericolosa di tutte le organizzazioni criminali (dopo il ’93 ha infatti adottato una strategia di “bassa visibilità”), grazie anche all’influenza esercitata dal suo attuale capo, il super latitante Bernardo Provenzano. Da quanto risulta egli dovrebbe aver dato nuovamente adito al contrasto interno tra l’ala dei corleonesi (la più forte) e quella moderata. A livello strutturale la mafia siciliana, anche per tutelarsi dal pentitismo, si è compartimentata; c’è stato inoltre anche un ridimensionamento del ruolo centrale della cosiddetta “commissione”, quindi della struttura verticistica che permette una gestione delle organizzazioni locali più autonoma. Come è noto Cosa Nostra ha una strutturazione piramidale al cui vertice si trova la commissione che è l’organo direzionale dal quale partono le decisioni riguardo tutte le attività illecite della mafia. Tra le sue attività troviamo il riciclaggio, l’interesse per gli appalti pubblici e l’estorsione.
La ’Ndrangheta, la mafia calabrese, rappresenta la criminalità che maggiormente e più meticolosamente esercita il controllo sul territorio. Negli ultimi anni ha trasformato la sua organizzazione creando una verticalizzazione della struttura, concentrando cioè il potere decisionale in un organismo collegiale che gestisce la partecipazione delle famiglie agli affari, si occupa di risolvere le controversie e assicura la rappresentanza esterna per le questioni importanti. Grazie a questa verticalizzazione è riuscita a mantenere una “pax mafiosa” dal ’91, riuscendo in tal modo a fortificare tutti i gruppi che la costituiscono; così facendo può ora sfruttare al meglio l’attività estorsiva e riesce ad infiltrarsi nel settore degli appalti. Restando nel campo dell’economia della ‘Ndrangheta bisogna dire che essa è fortemente impegnata nei traffici internazionali di stupefacenti per i quali si avvale di una fitta rete di collegamenti extraregionali ed internazionali come, ad esempio, con i cartelli colombiani o con organizzazioni su base etnica, soprattutto albanesi e kosovare. È questa stessa rete a permetterle di occuparsi del riciclaggio e del reinvestimento nel Nord Italia e all’estero.
Per quanto invece concerne i contrasti interni sono limitati al cosentino e al crotonese, dove gruppi minori vorrebbero imporre il loro predominio sul territorio ai clan storici.                        
La Camorra, la criminalità campana, non presenta tuttora una struttura verticistica ed è fortemente segnata da contrasti interni tra i vari clan soprattutto nel napoletano – dove la cosiddetta “Alleanza di Secondigliano”, formata dalle famiglie Contini-Licciardi-Mallardo ha fallito il tentativo, se pur violento, di creare una direzione unitaria sotto la quale unire tutti i gruppi malavitosi della città, nel casertano, dove nel ’99 si è verificata una spaccatura nel cartello dei Casalesi, il cui clan riuniva tutte le “famiglie” più importanti, e nel salernitano, dove stanno emergendo nuovi clan. La situazione è aggravata dal fatto che i gruppi meno importanti si stanno disgregando sfociando in raggruppamenti di tipo gangsteristico.
Anche tra le sue attività, come per le altre mafie,  ricordiamo le estorsioni, il controllo degli appalti pubblici, lo smaltimento dei rifiuti tossici, l’usura e le frodi, i traffici illeciti ed il riciclaggio, soprattutto nell’Europa dell’Est. Un’altra fonte di guadagno è rappresentata anche dalle scommesse clandestine, dallo sfruttamento della prostituzione, dal commercio di prodotti contraffatti.
La regione pugliese è segnata dalla presenza della Nuova Sacra Corona Unita, ridenominata Sacra Corona Libera (costituita da esponenti tarantini, brindisini e leccesi) anche se, accanto ad essa, vi sono diversi gruppi che, rispettandosi, interagiscono tra loro nonostante, a causa della loro violenza, non sono da considerare meno pericolosi della stessa Sacra Corona Libera. Quest’ultima dimostra un vivo interesse per i traffici illeciti che comprendono il contrabbando dei tabacchi, il traffico di stupefacenti e armi e l’immigrazione clandestina: e, per migliorare il suo giro d’affari illeciti, ha pensato bene di prendere contatti con la Camorra e le organizzazioni albanesi e montenegrine.
Vediamo ora più da vicino come sono organizzate le cosiddette “nuove mafie” strutturate su base etnica che, in terra nazionale, stanno affiancando le tradizionali organizzazioni malavitose italiane: questa situazione si è creata dopo l’abbattimento delle frontiere avvenuto per favorire la globalizzazione dei mercati la quale ha portato alla progressiva caduta dei monopoli storici persino nell’ambito criminale.
Le nuove mafie si limitavano dapprima a compiere reati contro il patrimonio (furto, ricettazione, truffe), allo sfruttamento della prostituzione ed al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ma hanno via via acquisito sempre maggior importanza fino ad occuparsi, oggi, dei traffici di stupefacenti, armi e riciclaggio, attività queste che richiedono collegamenti internazionali nonché un’integrazione nel tessuto socio-economico delle zone interessate. Le nuove organizzazioni quindi hanno trovato il loro spazio nelle regioni del Centro-Nord – Lazio, Toscana, Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto – alle quali le mafie italiane non hanno mai guardato con troppo interesse e perciò non ne detengono il controllo sul territorio, poiché mirano piuttosto ad un’infiltrazione economico-finanziaria. Nonostante ciò comunque, è in crescente aumento la penetrazione in determinate regioni, come la Campania e la Puglia, definite zone “a rischio” poiché la criminalità locale si avvale della collaborazione della malavita straniera, fatto testimoniato dall’assenza di contrasti tra le varie organizzazioni.
Tra i diversi gruppi stranieri ritroviamo i sodalizi albanesi, ormai distribuiti in tutto il territorio italiano, ma soprattutto nella zona di Milano, i quali sembra abbiano monopolizzato la gestione della prostituzione ed il traffico di droga. La malavita albanese pur non avendo una strutturazione verticistica, presenta modelli organizzativi che, in quanto a rigidità delle regole interne e a metodi punitivi nei confronti degli affiliati, presenta connotazioni tipiche dei sodalizi mafiosi. Ricorre spesso ai crimini violenti, come le lesioni personali, i sequestri di persona e gli omicidi perpetrati, di solito, con ferocia.
La criminalità cinese, concentrata soprattutto nel Lazio, Emilia Romagna, Lombardia e Toscana opera prevalentemente all’interno delle comunità di immigrati connazionali, attraverso il racket delle estorsioni, il traffico degli stupefacenti, il favoreggiamento dell’immigrazione e lo sfruttamento della manodopera clandestina e della prostituzione, il sequestro di persona, il gioco d’azzardo e la contraffazione. Anche la criminalità cinese presenta caratteristiche pari a quelle della malavita mafiosa ma, sebbene si ritenga sia legata alle “triadi”, non ha una struttura verticistica, ma i sodalizi sono uniti in una rete di collegamenti; i gruppi nigeriani, fortemente presenti in Campania e nel Centro-Nord e, in generale in tutte le regioni, con eccezione di Puglia, Calabria e Sicilia. I malavitosi nigeriani sono suddivisi in blocchi, non hanno cioè una struttura piramidale, bensì orizzontale, caratterizzata da un’assoluta segretezza e da una forte componente magico-religiosa attraverso la quale influenzano pesantemente gli affiliati, che possono così essere spinti a compiere qualsiasi delitto. I nigeriani sono spesso minacciosi nei confronti delle Forze dell’Ordine e sono particolarmente attivi nel settore dello sfruttamento della prostituzione, in quello dell’immigrazione clandestina, nel falso documentale e nell’esportazione illegale di valuta, nel traffico di stupefacenti e nei reati contro il patrimonio.
Queste sono le tre organizzazioni straniere più pericolose presenti all’interno del nostro Stato, ma ne esistono altre comunque “degne” di essere citate, come quella russa, la montenegrina, la nord-africana e la rumena. 
Di fronte a questo tipo di emergenza lo Stato ha  reagito con delle innovazioni legislative introdotte nel corso del ’99, che integrano un quadro normativo antimafia ed anticrimine già aggiornato negli ultimi anni. Tra queste innovazioni ricordiamo quelle più importanti che riguardano: i benefici economici a favore delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata, il fondo di solidarietà per le vittime del racket, il fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime di mafia, la proroga al 31 dicembre 2000 dell’istituto del regime detentivo speciale per i detenuti più pericolosi, l’integrazione dell’attuazione della Direttiva 91/308/CEE in materia di riciclaggio di capitali, la sospensione e la decadenza dei pubblici amministratori e dei pubblici dipendenti destinatari di provvedimenti giudiziari per fatti di criminalità organizzata o per reati contro la pubblica amministrazione, il potenziamento delle disposizioni contro l’immigrazione clandestina. Come strategia di contrasto alla criminalità organizzata lo Stato tiene in debito conto le recenti dinamiche criminali che emergono dall’attività investigativa di intelligence, gli interessi in settori emergenti, quali traffico di clandestini, illeciti ambientali e criminalità informatica, l’importanza dell’infiltrazione negli appalti pubblici e nel tessuto economico produttivo, la crescente minaccia rappresentata da gruppi criminali stranieri.
Nell’azione di contrasto si sono rivelati particolarmente efficaci strumenti come l’individuazione ed il perseguimento dei sodalizi criminali, la ricerca dei latitanti, la collaborazione dei cosiddetti pentiti, il regime detentivo speciale, l’aggressione dei patrimoni illeciti, la prevenzione delle infiltrazioni nell’economia, in particolare nel settore degli appalti pubblici, la trasparenza amministrativa, il controllo coordinato del territorio e una mirata attività di prevenzione nelle aree maggiormente sensibili, l’individuazione dei settori di emergente interesse criminale, la lotta alle reti criminali che gestiscono l’immigrazione clandestina e la cooperazione internazionale.
Come già detto, il fenomeno della criminalità organizzata, infiltrandosi nei più svariati settori, ha steso i suoi tentacoli su tutto il territorio nazionale ma, in modo particolare, ha coinvolto quattro regioni d’Italia, Sicilia – la regione mafiosa per eccellenza –, Calabria, Puglia e Campania.
Cosa Nostra, l’organizzazione mafiosa più potente, che da sempre caratterizza la Sicilia, ha scelto ormai da tempo la strategia della “bassa visibilità” e mimetizzazione, riuscendo a mantenere un limitato ricorso alla violenza affiancato ad un pesante clima intimidatorio teso a condizionare il tessuto economico-amministrativo. La situazione è in mano al super latitante Bernardo Provenzano il quale ha ricomposto le aree di dissenso alimentate dall’intransigenza corleonese, ridando potere a mafiosi fidati che erano stati messi da parte da Salvatore Riina. È stato inoltre rilevato che la struttura di Cosa Nostra è maggiormente compartimentata e che è in corso un ridimensionamento della classica centralizzazione verticistica; ciò significa che non vi è più la dittatura da parte dei corleonesi e quindi le strutture mafiose locali godono di una maggiore autonomia gestionale. Si ipotizza perciò che la “commissione” – intesa come organismo unitario di direzione delle attività mafiose illecite – si sia dismessa dal suo ruolo tradizionale.
Sembra quindi che gli obiettivi di Cosa Nostra siano quelli di ricomporre le fila, distrutte dal fenomeno del pentitismo e dall’azione di contrasto, e di mantenere una buona gestione del territorio per il proseguimento delle attività sia lecite che illecite. La mafia siciliana inoltre sta attuando una politica diversa nei confronti delle collaborazioni, nel senso che ora è disposta addirittura a reintegrare nell’organizzazione i collaboratori di giustizia, mentre fino a non molto tempo fa, attuava una strategia violenta, arrivando a sterminarne le famiglie: nonostante ciò però, essa ha un maggiore rigore nella scelta di reclutamento dei nuovi affiliati, privilegiando chi proviene da famiglia mafiosa e verificandone l’affidabilità proprio nel tentativo di prevenire eventuali future collaborazioni.
Nella regione siciliana opera anche la stidda, un’associazione indipendente da Cosa Nostra e dai profili meno strutturati ed è presente in tutte le province siciliane, tranne a Palermo. Fatta eccezione per la zona di Gela, dove la stidda, pur non contrapponendosi violentemente a Cosa Nostra, ne detiene accordi paritari per la spartizione delle attività illecite, mentre nel resto della regione la mafia tradizionale tende ad integrarla con essa.     
Il Rapporto del Ministero dell’Interno ha confermato inoltre che nel ’99 Cosa Nostra ha operato non solo in Sicilia e in Italia, principalmente nelle regioni del Nord e del Centro, in particolare in Lombardia, Emilia Romagna, Toscana e Lazio, ma anche all’estero, soprattutto in Germania e nei Paesi del Sud America.
Nel corso dell’anno passato si è assistito ad un recupero degli antichi interessi di Cosa Nostra, cioè delle rapine, le estorsioni ed il contrabbando, che ormai convivono con le sue più recenti ed evolute occupazioni, come la criminalità economica ed il riciclaggio. La mafia è particolarmente attiva nel settore degli appalti e dei subappalti, i quali sfuggono ai controlli preventivi pur costituendo una discreta fonte di guadagno; in misura minore invece opera nel campo dei finanziamenti e della mediazione, poiché tali attività presuppongono collusioni con imprenditori e funzionari pubblici.
Esaminiamo ora la situazione della Calabria che, come la Sicilia, rappresenta una delle regioni che maggiormente risentono della pressione malavitosa rappresentata dalla ‘Ndrangheta. Questa, nell’anno in riferimento, ha confermato la posizione di rilievo assunta tra le varie organizzazioni criminali nazionali ed ha rafforzato i suoi collegamenti a livello nazionale e transnazionale, in particolare con gruppi delinquenziali slavi e albanesi, oltre che con rappresentanti dei “cartelli colombiani”, che sono i principali importatori di cocaina, nonché quelli con la malavita pugliese per quanto concerne di traffici di droga e armi e per il controllo dell’immigrazione clandestina. La ‘Ndrangheta poggia su basi familistiche che la rendono impermeabile all’azione di contrasto. Da indagini recenti è emerso che la mafia calabrese ha assunto una struttura verticistica sul modello di Cosa Nostra, attraverso la creazione di mandamenti e della commissione provinciale. Questo processo di riassetto è cominciato dopo la fine dell’ultima guerra di mafia, con lo scopo di evitare nuovi contrasti tra i vari sodalizi.
La malavita calabrese è tuttora interessata ai grandi traffici nazionali e transnazionali di sostanze stupefacenti. L’attività illecita più diffusa e redditizia, per il quale gli esponenti della ‘Ndrangheta operano sulle grandi piazze internazionali per reinvestirne gli utili nel nord Italia, nel campo dell’intermediazione finanziaria e in settori commerciali, quali quello della ristorazione e dei garage, armi, riciclaggio e reinvestimento all’estero. Il settore al quale la ‘Ndrangheta punta maggiormente è quello delle opere pubbliche. In alcune zone, a Gioia Tauro in modo particolare, la mafia  ha cominciato a gestire direttamente gli appalti seguendo un criterio di equa spartizione della ricchezza che possa assicurare alle cosche, a seconda della loro importanza, una compartecipazione agli affari. Ad ogni modo la principale fonte di guadagno continua ad essere rappresentata dalle estorsioni.
Come già precedentemente accennato, la Puglia risente fortemente della pressione esercitata dalla Nuova Sacra Corona Unita, la cosiddetta “Quarta Mafia”, che affonda le sue radici nelle province di Lecce, Brindisi e Taranto. Al vertice dell’organizzazione vi è un triumvirato costituito dagli esponenti di tre importanti “famiglie” di Mesagne (Brindisi), il cui capo sarebbe Antonio Vitale, il quale avrebbe ridenominato il cartello Sacra Corona Libera.
Nel foggiano è presente un gruppo denominato “La Società Foggiana”, all’interno del quale è in corso un cruento contrasto fra alcuni sodalizi, in disaccordo sulle attuali strategie adottate dal gruppo.
Come le altre mafie, anche la Nuova Sacra Corona Unita si dedica al traffico, attraverso l’Adriatico, di sostanze stupefacenti e di armi (alimentato dai conflitti nei quali erano coinvolti la ex Jugoslavia ed il Kossovo), al contrabbando di t.l.e., al riciclaggio, affiancando queste attività ad altre praticate sul territorio, come le estorsioni, l’usura e le rapine. La crescente importanza economica rivestita dal contrabbando vede impegnate “squadre contrabbandiere” sia autonome che sottomesse alla mafia e, per esso, vengono utilizzati mezzi blindati ed un atteggiamento molto violento nei confronti delle Forze dell’Ordine.
Importanza rilevante sta assumendo anche il reinvestimento del denaro sporco attraverso il quale la malavita riesce ad introdursi nel tessuto economico “legale”, alterandone gli equilibri.
Non vanno dimenticate infine le frodi comunitarie, soprattutto nel campo dell’imbottigliamento oleario, di quello cerealicolo e di arricchimento alcolico dei mosti.
In Puglia poi hanno assunto sempre maggior peso i collegamenti con le organizzazioni albanesi che fungono da “agenzia internazionale di servizi”.
Da ultimo analizziamo la situazione della Campania, dove la Camorra la fa da padrona, pur non avendo allo stato attuale, come risulta dal Rapporto, una struttura verticistica in grado di dirigere l’attività dei clan in modo fluido; per tale motivo i gruppi camorristici sono caratterizzati da un’elevata conflittualità interna. Si è avuto perciò lo smantellamento di determinati gruppi minori, i quali assumono sempre più metodologie di tipo gangsteristico. La Camorra infatti ormai non è facilmente distinguibile dalla comune criminalità, con la quale ultimamente spesso collabora.
Anche la Camorra è interessata alle tradizionali attività della malavita organizzata, come l’estorsione, il condizionamento degli appalti, lo smaltimento illegale di rifiuti, l’usura e le frodi nei contributi all’agricoltura. Ma non solo: trae infatti profitto anche da attività marginali, come le scommesse clandestine, lo spaccio degli stupefacenti, il traffico di banconote e titoli falsi e la produzione e lo smercio di prodotti contraffatti. L’estorsione colpisce in modo particolare commercianti ed artigiani, nonché gli imprenditori edili. È in aumento anche l’interesse verso il campo dell’usura. Vi sono inoltre tentativi di infiltrazione negli appalti di opere pubbliche e nel settore terziario e dei servizi. Per quanto riguarda il contrabbando di t.l.e., esso non ha solo proiezioni extraregionali, ma anche internazionali in Paesi come Spagna, Germania, Francia, Montenegro, Croazia e Ungheria. I patrimoni accumulati grazie a questi traffici vengono reinvestiti tramite il riciclaggio.
In Campania, accanto all’organizzazione camorristica, vi sono vari gruppi su base etnica, soprattutto albanesi e nigeriani, impegnati nello spaccio di droga e nello sfruttamento della prostituzione.       
 
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