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Antimafia Duemila

Tuesday
Feb 09th
L’“Operazione Cobra” svela gli affari dei Rinzivillo PDF Stampa E-mail
Asse Caltanissetta-Roma, Cosa Nostra approda nella capitale
Appalti, caporalato, commercio di carni

di Jessica Pezzetta


L’intenzione era di giungere a Bernardo Provenzano ma, ancora una volta, il boss dei boss si è rivelato inafferrabile. Comunque, poco male, dato che gli sforzi degli uomini della Dia non si sono rivelati vani, anche se il risultato è stato diverso da quello sperato. Così, è successo che, dopo ben due anni di indagini nei confronti di due personaggi ritenuti collegati al capo di Cosa Nostra, gli investigatori siano riusciti ad individuare un’organizzazione criminale infiltrata in svariati campi ed estesa in tutto il Paese. I personaggi di cui sopra sarebbero i fratelli gelesi Antonio e Salvatore Rinzivillo, vicini a Giuseppe “Piddu” Madonia – uno dei fedelissimi di Provenzano –. Da tempo i due si erano trasferiti a Roma in seguito al divieto di soggiorno a Gela e, secondo l’accusa, erano impegnati nell’aggiudicazione di appalti, in particolare nel settore nautico e carcerario, “anche attraverso la connivenza di funzionari pubblici”. Ma non è tutto, infatti, i Rinzivillo sarebbero accusati anche di aver acquisito “sub-appalti e sub-contratti tramite l’intermediazione illecita di manodopera e lo sfruttamento di extracomunitari”, nonché di detenere il controllo di attività economiche legate al commercio di carni e alla gestione di pubblici esercizi. Il tutto per <<un giro d’affari di decine e decine di miliardi>>, come ha spiegato il colonnello Ugo Zottin, capo del Centro Operativo della Dia di Roma, seguendo alla perfezione <<quelli che sono i dettami di Bernardo Provenzano e Giuseppe Madonia: acquisire appalti, anche inserendosi nel lecito, per creare un giro di denaro>>. L’obiettivo della Dia, ha dichiarato ancora Zottin, ricordando l’operazione che non molto tempo fa ha portato al sequestro di beni mafiosi, <<è proprio quello di colpire i patrimoni per cercare, anche su questo fronte, di fare terra bruciata attorno a questi personaggi>>.
L’indagine, partita dai Rinzivillo, si è estesa a tutta l’Italia facendo emergere, addirittura, l’esistenza di una rete criminale impegnata nelle suddette attività. L’organizzazione è stata smantellata dalla Direzione Investigativa Antimafia il 13 febbraio 2002, dopo mesi di intercettazioni telefoniche, controlli a tappeto e pedinamenti. Dopo aver tentato la fuga, i boss sono stati arrestati. Il tenente colonnello Paolo La Forgia ha spiegato che <<i due fratelli si comportavano in perfetto stile mafioso e avevano creato una struttura verticistica cui non mancavano i gregari che fornivano loro macchine, cellulari e quant’altro necessitasse alle loro attività>>. Tra l’altro, <<chi si ribellava al monopolio del commercio delle carni veniva immediatamente convocato a Roma o riceveva bigliettini ermetici, a volte scritti in siciliano stretto>>.
Ad insospettire gli investigatori e a far scattare le indagini, era stata la scelta dei Rinzivillo di spostarsi nella capitale dove, peraltro, i due malavitosi avevano l’obbligo della firma. Il binomio mafia-appalti, infatti, correva sull’asse Lazio-Sicilia ed era gestito in particolare da tre persone – che collaboravano direttamente con i boss – ma che, comunque, rappresentavano solo l’estrema punta di un iceberg. Si tratterebbe della direttrice del carcere di Civitavecchia Elvira Ceci, dell’avvocato romano Franz Russo e del presidente degli Industriali di Caltanissetta e dei costruttori siciliani aderenti a Confindustria, nonché presidente dell’Ance (Associazione dei Costruttori Edili) Pietro Di Vincenzo. Elvira Ceci sarebbe accusata di aver favorito alcune ditte, ritenute colluse con la mafia, nell’assegnazione di commesse. Chiuso alcuni anni fa, il carcere è stato poi riaperto a causa dell’aumento del numero dei detenuti e della conseguente necessità di trovare nuovi spazi. Subito prima e durante la gestione Ceci, il penitenziario era stato sottoposto a consistenti lavori di restauro, quasi tutti assegnati mediante aste pubbliche. Franz Russo sarebbe indicato dagli inquirenti quale referente dei Rinzivillo, per i quali avrebbe deciso strategie per l’acquisizione di appalti pubblici – a questo punto della vicenda avrebbe fatto la sua comparsa il geometra Massimo Ceccarelli, addetto all’Ufficio Gare del Provveditorato dei Lavori Pubblici che, sulle offerte, avrebbe segnato il ribasso per le opere pubbliche –. Ci sarebbe, infine, il Di Vincenzo, l’ingegnere che, in passato, era già stato coinvolto in altre inchieste su mafia e appalti e finito in manette, nel giugno del ’93, nell’ambito di un’indagine condotta dal pool di Mani Pulite della Procura di Milano. L’allora pm Antonio Di Pietro lo aveva interrogato contestandogli di aver ricevuto una tangente dalla Cogefar Impresit per un appalto della Usl di Vittoria (Ragusa), relativa ad opere di ampliamento della struttura ospedaliera. Tuttavia, Di Vincenzo aveva collaborato ed era stato successivamente prosciolto. Peraltro, il processo per la cosiddetta Tangentopoli siciliana, nel corso del quale l’ingegnere aveva ammesso di aver versato contributi ad esponenti politici si è concluso, nel novembre di un anno fa, con l’assoluzione di quasi tutti gli imputati. Allo stesso modo, anche il suo coinvolgimento nell’operazione antimafia “Leopardo”, scaturita dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Leonardo Messina, a cui si erano aggiunte quelle del “ministro dei lavori pubblici” di Cosa Nostra Angelo Siino, si era concluso con un nulla di fatto. Per quanto riguarda la sua ultima assoluzione, per i suoi legali – gli avvocati Calogero La Paglia e Walter Tesauro, zio e nipote –, Di Vincenzo avrebbe solamente demandato la fornitura di materiali per il porto isola di Gela ad un imprenditore che, secondo gli inquirenti, sarebbe collegato alla cosca dei Rinzivillo. Si tratterebbe di Rocco Tomasi, anche lui arrestato. Di Vincenzo è stato ascoltato, per due ore, dal gip del Tribunale di Roma Simonetta D’Alessandro e dal pm Adriano Iasillo. L’interrogatorio è avvenuto, alla presenza dei suoi legali, presso il carcere dell’Ucciardone di Palermo. Al centro delle accuse mosse contro Di Vincenzo ci sarebbe un faccendiere romano, tale Pietro Canale. Questi sosterrebbe di aver accompagnato Di Vincenzo al Ministero dei Lavori Pubblici e di averlo fatto incontrare con i Rinzivillo. Durante l’incontro, che avrebbe avuto luogo nella primavera del 2000, Di Vincenzo si sarebbe accordato per un subappalto da 4 miliardi. Di Vincenzo avrebbe ribattuto dichiarando che Canale <<millanta credito e conoscenze che non ha. È vero che conosco Canale, ma è una conoscenza come ne ho a migliaia>>, avrebbe proseguito l’imprenditore. <<L’ho conosciuto a Caltanissetta durante una visita elettorale dell’onorevole Rocco Buttiglione. Canale era con lui. Una volta mi accompagnò al Ministero, ma mi presentò un funzionario che si trovava in una stanza assieme ad altre due persone, non certo boss mafiosi. Io sono una vittima della mafia – avrebbe proseguito Di Vincenzo –, ho subito attentati, minacce e tentativi di estorsione>>.
L’operazione della Dia ha portato anche all’arresto, forse il più importante, di Emanuele Emanuello, soprannominato “Elio il calvo”. Si tratta di un componente della omonima famiglia gelese, fedelissima al boss Giuseppe Madonia. Gli Emanuello – che da qualche tempo hanno creato cellule anche in Lombardia, Liguria e Mainz (Germania) – da anni sono in guerra con i Rinzivillo per il controllo delle attività illecite nel territorio di Gela. Secondo gli investigatori della Dia, Emanuele sarebbe socio occulto dell’imprenditore Claudio Bernascono, sarebbe cioè una sorta di “caporale” a cui molti giovani disoccupati del gelese farebbero riferimento per trovare un’occupazione in ditte del Nord Italia. Emanuello avrebbe precedenti, tra le altre cose, per omicidio, associazione a delinquere, porto e detenzione abusiva di armi, produzione e spaccio di stupefacenti, estorsione, rapina, gioco d’azzardo, lesioni volontarie.
Sono stati arrestati, inoltre, Mariano Gentile, residente a Cammarata e titolare della Beton SpA, e Angelo Longo, responsabile della Asfalt Snc di Cammarata, entrambi con l’accusa di essersi adoperati per ottenere appalti nella provincia di Roma. Per quanto, invece, riguarda il commercio delle carni di cui, come già detto, sarebbero accusati i Rinzivillo, è stato interrogato a Palermo, davanti al gip D’Alessandro, Domenico Tumeo, con l’accusa di concorso in associazione mafiosa, in riferimento alla sua attività imprenditoriale. Ora sarebbe rinchiuso nel carcere di Gazzi, a Messina. Altri due imprenditori sarebbero coinvolti nella vicenda: si tratterebbe del ristoratore Carmelo Walter Russo e dell’intermediario d’affari Nicola Russo.
Così, l’organizzazione criminale facente capo ai Rinzivillo è stata sgominata e ben 32 persone sono state arrestate in tutta Italia, senza contare il sequestro di varie imprese, società, negozi e conti correnti bancari e postali riconducibili al giro d’affari dei Rinzivillo. L’operazione antimafia è stata portata a termine dalla Dia di Roma, Caltanissetta e Palermo e vi ha collaborato anche la Dia di Agrigento. L’indagine, però, era partita al fine di stanare il capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano, così la Dia aveva piazzato “pulci” e microspie nelle auto e nei posti di lavoro dei presunti fiancheggiatori dei mafiosi. Dopo due anni di indagini, anziché arrivare a Provenzano, è stata invece scoperta e smantellata la cosca dei Rinzivillo che avrebbe garantito cospicui introiti a quella dei Madonia.
Per quanto riguarda il tema degli appalti, di cui l’“Operazione Cobra” ha fatto tanto discutere, Ds e Rifondazione Comunista sono intervenute con varie considerazioni, tra cui spicca quella del segretario regionale della Quercia Antonello Cracoli: <<Nell’isola gli appalti si aggiudicano con ribassi inferiori all’uno per cento. C’è un’enorme massa di denaro che torna a girare nel sistema politico. Da dove vengono questi soldi – si domanda Cracoli – se non dal sistema di aggiudicazione degli appalti pubblici?>>. Il capogruppo del Prc all’Ars, Francesco Forgione, lancia un allarme: <<Agenda 2000 sta partendo nel peggiore dei modi, poiché manca una reale volontà del governo di definire meccanismi di trasparenza nella gestione degli appalti>>. Inoltre, <<Cuffaro – continua Forgione – non attiva la legge anticorruzione e sulla trasparenza della burocrazia approvata dall’Assemblea e non impegna il governo alla riduzione delle stazioni appaltanti>>. Giuseppe Lumia, componente ed ex presidente della Commissione Nazionale Antimafia, ribatte che <<da mesi ripeto che vanno costruite le stazioni uniche appaltanti, una per ogni provincia siciliana>>. Lumia ha chiesto, in Commissione, che parta subito una rigorosa indagine per accertare le collusioni fra imprese, apparati amministrativi, politici e mafia.


ANTIMAFIADuemila N°20



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