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Secondo il procuratore aggiunto Boemi, Falcone e Borsellino dimostrarono l'esistenza della mafia, oggi dobbiamo dire al Paese che cos’é
di Giorgio Bongiovanni
Reggio Calabria 11 novembre 2000.
Ufficio del procuratore Boemi
Abbiamo incontrato, a Reggio Calabria, il procuratore Salvatore Boemi. Era l'11 novembre, solo quattro giorni prima che la Corte d'appello assolvesse, nell'ambito del processo Scopelliti, da lui istruito, tutti i boss dall'imputazione di essere i mandanti dell'omicidio del magistrato di Cassazione. Attualmente impegnato nell'inchiesta denominata "Sanitopoli" (vedi box pag. 13), Boemi, con estrema cordialità, ci ha concesso l'intervista che segue.
Procuratore, come è cambiata, nel corso della sua lunga carriera di magistrato, la sua visione del fenomeno mafioso?
Noi stiamo studiando questo fenomeno, in Italia, in modo diciamo continuo, da non più di 20 anni. Quando voi eravate ancora dei ragazzini, dei bambini, negli anni ’70, cioè trent’anni fa, una parte dell’opinione pubblica, una parte delle istituzioni di questo paese ritenevano, non so in quale misura, in buona fede o meno, che la mafia fosse un modo di sentire, un modo di atteggiarsi, un modo di essere. Sembra ora un fatto di poco conto ma non lo è stato per chi, come me, ha vissuto quegli anni. Quando entrai in magistratura, nel ’70, notai subito che il giudiziario contrastava in modo evidente con ciò che era palese nella realtà sociale calabrese: cioè la mafia c’era ed era un’organizzazione che aveva radici addirittura secolari. Perché controllando, leggendo qualche libro dei pochi, pochissimi scrittori calabresi, e questa è una delle grandi carenze storiche che ci portiamo dietro, io scoprii che c’erano stati processi importantissimi all’inizio del secolo per associazione per delinquere, perché allora non esistevano altre forme di tutela penale. E che in realtà l’esistenza delle locali mafiose, l’esistenza di una gerarchia mafiosa, l’esistenza di una organizzazione era già entrata in un giudiziario sepolto. Una delle grandi armi delle organizzazioni mafiose o dell’organizzazione è stata sempre quella di seppellire le sentenze, di non renderle di dominio pubblico. Per cui noi siamo arrivati fino agli anni ’70 senza che si avesse contezza di quella che era l’organizzazione. Io, partendo dalla base della Piana, che è uno dei grandi centri della ‘Ndrangheta, attraverso alcune inchieste ne capii sia le caratteristiche sia l’esistenza di quella che già nell’ ‘83 il primo pentito di mafia calabrese, Giuseppe Spira, definiva come organizzazione unitaria presente su tutto il territorio sia regionale sia nazionale, la quale aveva addirittura delle locali all’estero. Vissi personalmente la capacità di questa associazione di darsi un’ulteriore segregazione anche quando ci furono delle sentenze importanti, e non mi soffermo a fare la cronistoria perché ci vorrebbero settimane. Anche le nostre sentenze, che potevano intervenire prima di quella di Palermo sul maxiprocesso, vennero seppellite. Il processo alla cosiddetta mafia delle tre province, con la sentenza a mia firma del 9 giugno ‘86, definiva la ‘Ndrangheta una organizzazione unitaria presente sul territorio, con proprie regole e con una propria operatività. Questa sentenza intervenne addirittura prima di Palermo ma venne annullata dalla Cassazione.
Come tantissime altre.
Quindi arriviamo alla fine degli anni ’80 in una situazione di grande incertezza giurisprudenziale anche se ormai esplode da tutte le parti, e soprattutto grazie all’opera di Falcone e del pool palermitano, questo problema respinto dall’opinione pubblica. Questo problema non accolto dalla classe politica, questa vera questione meridionale che era stata respinta sia in alto loco sia dalla base, venne prepotentemente a galla, secondo me, per due fattori: la grande capacità del pool palermitano di lavorare insieme laddove la magistratura invece soleva lavorare attraverso il singolo magistrato prudente e silenzioso, cosicché quello della stanza accanto non sapeva quello che accadeva di qua, e questo per la mafia è un vantaggio incredibile; e per un errore di calcolo. La mafia siciliana, che differentemente da quella calabrese scelse l'opzione della violenza e della intimidazione che portava alle estreme conseguenze, giunse alla scelta dell'eliminazione fisica di alcuni magistrati.
Quello che la 'Ndrangheta non ha fatto.
Sì, e vi posso dire anche perché la 'Ndrangheta non l'ha fatto. L'opzione stragista dei corleonesi, che non sono la vera mafia siciliana, perché la vera mafia siciliana, ad avviso mio e dei colleghi, è quella dei Bontade e degli Inzerillo, che sono massoni e sono in collegamento con le forze massoniche deviate della regione nello stesso modo in cui, prima degli anni '50, la mafia era stata per esempio collegata al banditismo…
…quella che sembra essere oggi di Provenzano, nel silenzio…
…esatto. L'opzione stragista, o comunque l'opzione violenta, è stata un errore di calcolo e lo dimostrano le ultime due stagioni dell'antimafia che sono coeve e immediatamente successive a fatti di tale brutalità, di tale nefandezza che neppure uno stato tiepido, disincantato e fin troppo mediocre come il nostro - e io mi assumo per primo le mie responsabilità - non ha potuto non intervenire. E infatti le due stagioni dell'antimafia fanno seguito alla morte del generale Dalla Chiesa e, nell'anno immediatamente successivo, di Rocco Chinnici, che per Palermo significavano la fine della grande speranza. La prima stagione esplose soprattutto grazie alla capacità dei colleghi palermitani di fare quadrato intorno a Falcone e Borsellino. Stagione, però, che finì quasi immediatamente. Voi non lo potete ricordare, io l'ho vissuto in prima persona, ma Falcone diventò una anomalia a Palermo proprio dal momento in cui tutti iniziarono a dire che era un magistrato diverso dagli altri. Una anomalia non accettata né all'interno della magistratura né all'esterno, da tutti blandita ma non accettata. Una stagione, quindi, dell'antimafia che iniziò e finì col maxiprocesso, quello palermitano ai quattrocento, quello nostro della mafia nelle tre province. Una stagione di speranza che nell'88/'89 era già una stagione di assoluta implosione. La seconda stagione esplose dopo le stragi, che sono la punta d'iceberg dell'errore della mafia che io definisco "non pensante". Perché non si poteva pensare che uno stato non rispondesse a un simile progetto terroristico mafioso. Ecco questo è il quadro.
Anche se non è stata solo Cosa Nostra secondo noi. C'è stato qualcun altro all'esterno che ha agito.
Sì. Anche nelle stragi del generale Dalla Chiesa e nella morte di Rocco Chinnici. Non c'è mai una sola causale. Chi conosce questa terra sa che le causali sono sempre molteplici, alcune note altre meno. Quindi, ecco, noi abbiamo una risposta al fenomeno sempre episodica e, diciamo, ciclica.
Procuratore, perché la 'Ndrangheta non ha usato questa metodologia?
La 'Ndrangheta, storicamente, non ha mai accettato la tesi della opzione violenta perché è sempre stata un'organizzazione nella quale il vertice federalista si è sempre seduto al tavolo di concertazione con altre forze criminali presenti nella regione. Io ho sostenuto una teoria che appena venne fuori, con il progetto Olimpia, fu oggetto di forti contrasti (furono scritti addirittura dei libri per screditarla) e per questo ancor di più mi sono convinto della bontà della tesi. La 'Ndrangheta non è mai stata una forza isolata, una forza a sé stante, una forza capace di portare ad esecuzione i suoi deliberata senza l'avallo e la concertazione.
Anche della Cosa Nostra e delle altre mafie.
Sì, infatti anche in Cosa Nostra c'è sempre stata l'anima delle colombe che ha pensato che è meglio essere un infrastato piuttosto che un antistato. Perché l'antistato non ha speranza. Convivere, inserirsi, insinuarsi, sfruttare, isolare quella parte dello stato che non vuole scendere a patti. Se ci incamminiamo in questo filone diventa devastante. Perché? Perché io sulla mia pelle, sulla pelle di tanti altri esponenti delle forze dell'ordine, liberi professionisti, pubblici amministratori, so quant'è difficile restare sé stessi, non farsi compenetrare da certe esigenze di vita normale. Perché fare una vita normale in queste zone significa fare parte di un certo tipo di associazionismo, con un certo tipo di professionalità. Ti coinvolgono, ti blandiscono, ti inseriscono e soprattutto ti valutano come soggetto assolutamente affidabile e come soggetto che non può non far carriera. Perché il miglior magistrato in Italia è quello che produce poco, il miglior professionista è quello che lavora per tutti, il miglior poliziotto è quello che assicura l'ordine pubblico, che spesso è ordine mafioso. Perché non basta che non si spari in una città per dire che non c'è la mafia. E allora, tornando al concetto di base, è chiaro che tutto invoca il compromesso, la compromissione. Vivere al sud è una lotta costante, quotidiana per non accettare di scendere a patti con questa società diversa, che è importante, e che definiamo mafiosa. Perché lottare con continuità questa organizzazione non è nella regola di questo stato. Per cui nei tempi morti, nei tempi delle prigioni, nei tempi del post impegno, tutti quelli che non vogliono deporre le armi diventano dei nemici, sia della mafia che dello stato del quale facciamo parte e al quale dobbiamo rendere conto. Questa è una visione, seppur sociologica, ambientale, che rende il mio lavoro difficilissimo e soprattutto non credibile questo stato. Perché la mafia non ha accettato l'opzione stragista?
Perché, abbiamo anche prove giudiziarie di riunioni, nel '93, si fecero anche i nomi da parte di alcuni calabresi e da parte dei siciliani: Cosa Nostra e 'Ndrangheta sono insieme dal cinquanta. Quando i siciliani chiesero giustamente l'avanzamento della strategia stragista alla Calabria, la risposta fu negativa, molto documentata ma negativa perché si disse: noi abbiamo troppi affari, troppo importanti con una magistratura che riusciamo, tutto sommato a controllare. Non c'era quindi interesse ad aprire un fronte di questo genere, perché l'ala pensante della 'Ndrangheta, non del tutto mafiosa, ben sapeva quello che era accaduto in Sicilia dopo la morte di Rocco Chinnici, dopo la morte di Livatino, di Dalla Chiesa…
Quando fu chiesto questo?
Nel '93, quando ci sono le stragi nel continente, un anno dopo la morte di Falcone.
I più grossi esponenti della 'Ndrangheta, è storia, sono stati affiliati a Cosa Nostra. Ciò fa presupporre che la criminalità calabrese avrebbe dovuto rispondere positivamente alla richiesta espressa dalla Commissione di Cosa Nostra di adottare una strategia stragista. Il fatto che si sia opposta può farci ipotizzare che una corrente interna a Cosa Nostra, facente capo a Provenzano, abbia in qualche modo "suggerito" ai capi della 'Ndrangheta di rispondere no?
Quello che lei dice è logico, è possibile e potrei dire anche probabile. Teniamo presente che, ora lungi da me fare lezioni su Cosa Nostra, ma anche in Cosa Nostra c'è stata sempre una doppia anima. E allora se così è l'anima corleonese, l'anima violenta di Riina si è imposta con la forza. Noi sappiamo per certo che non c'è stato un momento storico in cui non c'era una opposizione, ma doveva essere una opposizione blanda perché è chiaro che l'opposizione diretta a Riina portava alla deriva. Certo che c'è stata un'altra Cosa Nostra, c'è sempre stata un'altra Cosa Nostra; quella che ha visto bene l'arresto di Riina. E' possibile e logico quello che dice lei che anche in Calabria si sapesse, si sapeva di questa doppia anima. Tutto sommato nessun Riina avrebbe potuto rappresentare l'impero di Cosa Nostra tutto e sempre da solo. D'altra parte osservando, sentendo, studiando il soggetto ci si accorge che è un fattore degli anni '50. Lei pensi che i nostri mafiosi, senza voler dire delle stupidaggini, vestivano Armani, erano a Roma dagli anni '70. Riina fuori dal suo impero non è nessuno. C'è poi una differenza anche culturale tra il mafioso calabrese e quello siciliano, che ha avuto il dominio. Noi abbiamo uomini di grande genialità. Alcuni dei nostri andavano in Russia quando ancora non era caduto il muro per vedere se poter comprare o meno alcune banche nella zona. C'è questa locazione europea globalizzata, c'è, cioè, una globalizzazione anticipata da parte di quelli della 'Ndrangheta. Un'altra distinzione di base sta nel fatto che la Calabria ha sempre investito di più verso la criminalità economica rispetto alla criminalità militare, la Sicilia no. In Calabria c'è stato sempre, ripeto, un pluralismo associativo indirizzato soltanto al compimento di buoni affari. In Calabria si uccide sempre il meno possibile, laddove in Sicilia si è spesso ucciso a vanvera, per brutalità. Quella calabrese non è una mafia meno pericolosa, è una mafia diversa, la 'Ndrangheta non scioglie nell'acido un bambino, non ne ha bisogno. Perché? Perché il saggio di 'Ndrangheta scende a Lodi durante una faida e dice: compare state perdendo il consenso del popolo per una vostra faida. Che comunque è giusta, e sulla quale noi non possiamo intervenire perché il vostro sangue è stato toccato e quindi per regola voi potete reagire. Ma sappiate che noi non siamo su questa posizione perché il locale, la locale nostra, che è quella che da le direttive, è preoccupata perché la città non vi segue più.
Si tratta di una saggezza differente.
Dobbiamo però fare una piccola considerazione: la posizione strategica della Sicilia è stata sempre diversa da quella della Calabria.
Anche la sua importanza storica.
Quindi è molto probabile che determinati delitti eccellenti siano stati in un certo senso "chiesti" a Cosa Nostra.
Lei sta già parlando del rapporto tra mafia e politica.
Certo. L'omicidio di Dalla Chiesa è un chiaro esempio, dal momento che il generale non aveva ancora disturbato la mafia.
Assolutamente. Anche gli omicidi dei magistrati sono d'esempio perché il nodo politico-mafioso non si è mai sciolto del tutto. Facendo un salto enorme, vorrei arrivare ai nostri giorni per dire che il contrasto alla mafia, fatto in modo continuativo, è un contrasto giovane. Oggi abbiamo, ad esempio, strutture come la Dda che configgono con l'impostazione di questo stato dove la lotta dovrebbe essere solo ciclica. Questa continuità fa paura alla mafia, però è una continuità giovane, che nasce nel '91 ed è già contestata nel '98. Le Dda stanno per essere atrofizzate. Le Dda stanno per essere messe praticamente sotto, mentre dovevano emergere, essere la punta di diamante della procura. Già si dice che un magistrato più di sette, otto anni presso una Dda non può lavorare. E chi ci mandiamo al suo posto, gli uditori giudiziari? Non è una novità accettata di buon grado, neanche all'interno della magistratura. E questo porta a ritenere che la vecchia legge, basata sulla lotta ciclica, è ancora attuale.
Ritengo che la legge che prevede che un magistrato non possa operare per più di otto anni all'interno della stessa Dda sia assolutamente assurda.
Esatto, è una cecità storica attuale. Ma volevo dire una cosa importante: il pool ha la forza di dimostrare che a livello italiano ed europeo, perché la Sicilia è uno snodo fondamentale per la nostra Repubblica, non lo è Reggio di sicuro, o forse non lo era in quegli anni, ha la forza di dimostrare, dicevo, o meglio di imporre all'Italia l'esistenza di Cosa Nostra. Noi, con il nostro piccolo operare, dimostriamo che la 'Ndrangheta è quasi la consorella della mafia siciliana, anzi lo è sicuramente. Nel momento in cui riusciamo a dimostrare questo ci viene detto che siamo bravi, che siamo coraggiosi, che abbiamo fatto quello che andava fatto e le nostre immagini compaiono positivamente sui giornali, attraverso i mass media, diventiamo i tutori di quella che viene definita, con un termine bruttissimo, antimafia. Diventiamo insomma soggetti pubblici. Ma io mi domando: se Falcone e Borsellino, è solo un esempio, fossero vivi, oggi, nel 2000, avrebbero la forza, la capacità, lo spessore, il seguito per dimostrare a questo paese che quello che scoprirono loro e che scoprimmo anche noi, negli anni '85 e '86, era solo il primo aspetto della medaglia, la dimostrazione dell'esistenza dell'organizzazione? Perché Falcone e Borsellino, Boemi, e gli altri, in quegli anni, non scoprirono altro. Giovanni, che era un tipo pragmatico, che voleva fare un passo dopo l'altro, non mise gli omicidi eccellenti nel grande processo per non rischiare di farlo fallire. E fece benissimo. Oggi però non possiamo più adottare tali strategie, oggi dobbiamo dire al paese che cos'è la 'Ndrangheta, che cos'è Cosa Nostra. E non è un'associazione isolata, non è uno stato nello stato che fa parte a sé stesso ma è inserito e sostanzialmente compenetrato e contiguo al potere economico, al potere militare e al potere politico di questo paese. Potremmo meglio dire al potere istituzionale, poiché comprende anche la magistratura. E questa non è una mia tesi, questo è il risultato delle analisi che provengono dagli atti processuali di questi anni raccolti in Sicilia, in Calabria, in Campania e anche nelle sedi fuori porta delle nostre organizzazioni e cioè Torino, Genova e Milano. Alcuni magistrati, che hanno quasi paura di quello che hanno scoperto, dicono al paese: attenzione non ci possiamo fermare al primo progetto degli anni '80 "la mafia esiste, combattiamola", ma dobbiamo anche avere il coraggio di controllare quali sono le compromissioni, le contiguità che io chiamo responsabili, che i colleghi palermitani chiamano compiacenti ma che in buona sostanza portano a disvelare quali sono le compartecipazioni, le associazioni. Quando l'associazionismo criminale e della società civile diventa addirittura visibile nelle associazioni d'impresa, dove la grande impresa del nord si consocia con l'impresa mafiosa del sud, quando tutto questo ci è brutalmente esposto, noi che cosa dobbiamo fare se non denunciarlo con i nostri processi? E questo emerge anche dalle ultime indagini. La 'Ndrangheta del 2000 è un'organizzazione che siede a un tavolo di concertazione economica, prende la sua parte, svolge il suo ruolo in assoluta situazione paritaria. Non c'è un'entità subordinata.
Il "Siino della situazione" lo troviamo anche qui?
Certo. Noi però abbiamo avuto la fortuna di non avere un Siino discutibile perché in affari con la mafia, noi abbiamo fatto parlare gli stessi interessati. Qui, attraverso le intercettazioni telefoniche, hanno confessato il gota della mafia e dell'imprenditoria.
Quindi il tavolino al quale siedono mafia, imprenditore e politica si ritrova anche nelle indagini calabresi.
Sì, è emerso anche nell'ultima indagine (vedi box a pag.13), della quale naturalmente non è giusto parlare. Ma c'è già. C'è perché ci sono processi che hanno dimostrato questo. Ed è molto grave ciò che sta a monte. Vorrei approfondire un concetto: con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vivi avremmo avuto la forza di imporre questa lotta a questo stato, a queste istituzioni o avrebbero perso loro come stiamo perdendo noi? Questo, mi creda, è l'unico grande quesito. Cosa vuole fare questo paese? Non solo tornare ad una fase di stanca, che ci può anche essere, ma addirittura negare che la realtà della 'Ndrangheta, di Cosa Nostra è una realtà di contiguità e non è una realtà di isolamento. La 'Ndrangheta, poi, non è una forza militare, è più sottile di Cosa Nostra, li scioglie addirittura i comparti militari quando non sono necessari, smilitarizza quanto più può sul territorio. Le armi ci sono ma sono in posti inaccessibili, non si danno in pasto, ogni omicidio ha un suo senso particolare che raggiunge l'opinione pubblica e l'opinione pubblica è in questo momento soggiogata, silente, perché vede cosa sta accadendo. A Reggio Calabria, dove c'è qualche magistrato c'è una procura che dice: attenzione, la 'Ndrangheta non è morta. Mentre a dire il contrario non sono le forze tradizionalmente mafiose, contigue, ma uno scenario trasversale, di favoreggiamento di questa tesi della non esistenza di questa contiguità che è disarmante, che è preoccupante e che coinvolge anche il valore delle nostre stesse analisi. E perché? Cercate di seguirmi: immaginate di essere in un paese di 50 milioni di direttori tecnici della nazionale. Tutti parliamo, vorremmo il tre, il cinque e il due, altri vorrebbero invece il rifinitore dietro le punte. Ma attenzione! La stessa cosa si sta verificando nel giudiziario: tu notizzi la stampa dell'avvenuto arresto di un certo gruppo di persone, avverti che non fai una conferenza stampa perché è troppo grave ciò che è accaduto, perché bisogna valutare le carte e invece, il giorno dopo, trovi già in prima pagina il responsabile di questo complotto giudiziario ai danni di forze politico- istituzionali- sociali della città, che diventa una città perdente. Quindi è il magistrato a mettere la città in imbarazzo e non le forze criminali. Ma soprattutto trovi già le conclusioni delle indagini perché uomini politici, imprenditori, esperti della società civile pontificano senza conoscere una carta del processo. Danno le loro conclusioni errate, ingiuste, persino indecenti sia quando assumono la veste giustizialista che quando assumono la veste buonista. Quindi il nostro è un paese che ti invita al disimpegno giudiziario, è un paese in cui si sente, si tocca, almeno io la tocco, quasi epidermicamente, l'esigenza di una non falsa normalità, secondo la quale bisognerebbe intervenire su quelle fasce di attività mafiosa tradizionale che la stessa mafia ti consente di investigare. Cioè a dire che se si sequestra una persona, in questo paese, l'opinione pubblica è già contro i sequestratori quindi tu puoi fare qualunque atto indebito, dal punto di vista processuale, nulla questio; se svolgi un'indagine su un traffico di stupefacenti puoi arrestare anche un ragazzino di 17 anni, 11 mesi e 29 giorni e non accade nulla; se riempi le carceri di questi disperati terzomondisti che spacciano la droga per conto di altri non accade niente; se fai tutto questo sei un magistrato meritevole della massima attenzione. Ma se dici che in questa realtà meridionale 'Ndrangheta e Cosa Nostra sono oggi più pericolose di quanto non lo fossero nel 1986, e lo dice uno che si sente spiritualmente vicino ai colleghi morti e che quindi non intende svilire il loro lavoro - anche perché sono convinto che da la sopra lo dicono anche loro -, se dici questo, quindi, diventi quasi un nemico della società civile nella quale operi, e questo è devastante.
Abbiamo assistito, in quest'ultimo periodo, ad una riorganizzazione della 'Ndrangheta su imitazione di Cosa Nostra. Dal punto di vista della confederazione, infatti, ci sono adesso i mandamenti che fanno capo ad altissimi esponenti della criminalità calabrese quali, ad esempio, Giuseppe Morabito che figura sicuramente tra i capi dell'organizzazione. Questa "evoluzione" del modello strutturale della 'Ndrangheta ha sancito nuovi patti con Cosa Nostra e con la politica? E ancora, in quella trattativa tra la mafia siciliana e pezzi dello stato rientrano, come io penso, anche grossissimi esponenti della 'Ndrangheta?
Questi hanno sicuramente avuto la novità. Hanno avuto le comunicazioni che dovevano avere.
Procuratore, forse il mio giudizio è azzardato, ma io penso che gli accordi sanciti con la trattativa in un certo senso siano stati rispettati. Lo dimostrano le leggi sul rito abbreviato, il quasi svuotamento del 41 bis, la legge sui pentiti… in sostanza il progetto Riina, che forse non era solo di Riina. Oggi questi tre mandamenti insieme a Cosa Nostra, due organizzazioni che svolgono tra l'altro un'azione di controllo sulla Camorra e la Sacra Corona Unita, si può dire che abbiano stipulato un nuovo patto con Cosa Nostra o con nuovi referenti politici? Oppure gli equilibri sono ancora in fase di ristrutturazione?
Diciamo che non si può fare la storia di questa organizzazione senza fare la storia politica del paese. E' chiaro che quello che accade nel '92 '93 accade in simultanea con la rivoluzione giudiziaria silenziosa di Milano. Cadono tutti gli equilibri quando scompare la forza politica tradizionale e proprio nel momento di maggiore debolezza politica di questo paese le mafie perdono i loro punti di riferimento. E stranamente scelgono proprio in quel momento l'opzione stragista. Ma non per sedersi a un tavolo ipotetico con il potere ormai in fase di crollo bensì, sapendo leggere negli eventi, cercano, come hanno fatto, agganci con le forze nuove. Questo è un dato di fatto. Possiamo però dire che l'evoluzione ordinamentale della 'Ndrangheta e di Cosa Nostra è il portato della stagione del dopo Capaci. Perché è vero che loro, sentendosi forti, agganciano forze dello Stato per avere un trattato, ma non lo ottengono perché in quel momento storico (l'unico negli ultimi 50 anni) il paese ritrova coesione proprio da quelle stragi e dimostra esteriormente la volontà del cambiamento. Che nasce nelle piazze ma che arriva a Montecitorio. Perché la "spinta" al Presidente della repubblica in seguito all'omicidio di Falcone, le contestazioni sorte in seguito all'omicidio di Falcone sono da leggere con ciò che stava accadendo a Milano, quando i colleghi stavano già per mettere le mani, o avevano già messo le mani, sul sistema della corruzione che è presente in tutto il paese. E che mentre lì è basato sul duopolio imprenditoria - politica, qui il rapporto è triadico perché c'è anche la mafia. Però non possiamo fare analisi senza legarci al momento politico. Quindi il tentativo di agganciare le forze nuove è un tentativo che viene quasi a doversi confrontare con la reazione giudiziaria che travolge al sud le mafie tradizionali e al nord, con il pool di Milano, il potere politico. E in una situazione di grande confusione le mafie che cosa fanno? C'è una fase di implosione e di cambiamento, non nelle regole di base ma nella loro strutturazione, quindi una maggiore segretezza. Perché? Perché c'è un fenomeno devastante che si chiama pentitismo e che "fa a fette" l'intera organizzazione. Questa è l'evoluzione. In seguito alle stragi le mafie, invece di avere un vantaggio, in quel momento ne escono a pezzi. Grazie alle testimonianze di grandi mafiosi sappiamo che si sta arrivando a un pentitismo collettivo, a una resa, che nelle organizzazioni tradizionali in fondo c'è stata. Noi del passato sappiamo quasi tutto. Non sappiamo, con la stessa molteplicità di dati, ciò che si è verificato negli ultimi due anni perché lo stato ha fatto marcia indietro. E non lo dobbiamo dimostrare, lo ha detto già lei. Allora il mafioso cosa vede? Vede quali sono le leggi, qual è l'atteggiamento delle forze dell'ordine o della magistratura. E siccome le nuove forze assomigliano sempre di più alle vecchie, gli uomini del vecchio si ripropongono nel nuovo, di nuovo in questo paese non c'è nulla a livello politico, e siccome tutto riemerge, è chiaro che ci sono le condizioni per poter nuovamente ritrattare. Non abbiamo la prova di questo accordo, però è nella logica che si sia verificato con le forze che riescono sempre ad avere la meglio. Perché la mafia non ha bisogno di una forza politica perdente e quindi sceglie uomini in modo trasversale, in tutti gli schieramenti, che possano portare avanti quelle tesi che poi stranamente in Parlamento diventano quasi unitarie. Perché la legge sui collaboratori, che attendiamo quasi da quattro anni non è che non la vogliano, la volevano tutti e poi improvvisamente hanno capito che era una buona legge e non la vota nessuno. Guardate che questo è inquietante.
Guardi in verità la legge è stata approvata, da quattro mesi, in Senato e anche in Parlamento e manca il parere favorevole del ministero del Tesoro. E questo parere non arriva.
Questo non lo sapevo.
Io ho chiesto spiegazioni al ministro della Giustizia e lui mi ha spiegato che si è trattato di una disattenzione. Ora la legge rimarrà ferma, perché c'è la finanziaria…
… e potrà cadere con la legislatura.
Questa è una cosa assurda.
Vedete, questo è un messaggio clamoroso, però i segnali sono stati molti. Le acquisizioni probatorie ci hanno consentito risultati eccezionali, perché abbiamo fatto in pochi anni quello che non si era fatto in un secolo, dappertutto. Ma quello che fa più male delenomeno del pentitismo è questo silenzio. Non si discute più. Il pentitismo dev'essere dimenticato, superato, le leggi non arrivano. Ma attenzione! C'è un fenomeno ancora più grave. Io l'ho detto, naturalmente nessuno l'ha ripreso perché…, noi siamo all'ultima spiaggia del sistema probatorio. Perché se dall'interno delle organizzazioni non ci sono più le ragioni per collaborare, se la società civile è assolutamente soggiogata da queste presenze, che comunque sono presenze di estremo pericolo, che non trovano alcun motivo di collaborare con uno stato che non è in grado, quasi lo ammette, di proteggere i testimoni mentre la mafia i suoi uomini li protegge fin troppo bene, a noi è rimasta una sola strada: quella di trasportare, con tutte le garanzie di un sistema che deve essere garantista, nel giudiziario strategie quasi da guerra fredda e strategie quasi da tempi bellici. Guardate che vi sto dicendo una cosa che a me fa sobbalzare: noi ormai agiamo nei processi più importanti solo con le intercettazioni telefoniche. Che dovrebbero essere l'ultima spiaggia. E nelle recenti indagini, poiché la mafia ci osserva e sapeva dell'esistenza della legge, voi non sapete quanti tentativi andati a buon fine ci sono stati per evitare contatti nell'impossibilità di utilizzare questo strumento dell'intercettazione. Perché siamo in guerra con le mafie, non è che siamo in tempi di pace. E allora, se loro riusciranno ad ottenere una legge che impedisce agli investigatori di effettuare le intercettazioni, e la stanno preparando, ovvero riusciranno a trovare i correttivi a livello interno per evitare queste nostre intromissioni nei loro affari, è finita.
Tre anni fa non avrei fatto un'analisi così amara, ma ora non so più come farle le indagini. E abbiamo ottenuto risultati incredibili su questo versante perché quando sono loro a parlare non si può più affermare che non dicevano la verità. Ma vedrete che troveranno un sistema, magari anche legislativo, per mettere fine a questo. Non c'è oggi nel nostro paese una forza politica sana, non partitica, una parte sana della società civile che si sappia far sentire. Io vedo tutto l'impegno che c'è sotto l'aspetto economico, non vorrei eccessivamente turbare la sensibilità di alcuni, ma vedo quanti dibattiti, quanti convegni, quante battaglie si stanno conducendo ora che sta arrivando una marea di soldi. Noi, per cinque anni, saremo inondati e dovremo cambiare il meridione. Quindi c'è un fermento a livello imprenditoriale tremendo, tutto un discutere. Ma delle cose essenziali… della sicurezza niente. Anzi, si tende a far apparire che tutto è normale, che possiamo controllare la mafia.
Procuratore, può parlarci dei mandamenti?
Alla necessaria fase di implosione si è susseguita quella del cambiamento perché la vecchia organizzazione era ormai disvelata, era nota, era nei nostri processi. In Calabria, quindi, che ha avuto sempre un regime tendenzialmente federalistico, nel senso che le locali non rispondono a un altro locale, devono sentire le locali più antiche ma sul territorio sono padroni, hanno cercato di verticalizzare. Il significato dei mandamenti è quello di incentrare in pochi soggetti la direzione dell'organizzazione. Sul modello di Cosa Nostra. E questo è devastante perché nel momento in cui ci vengono a mancare le fonti probatorie un triumvirato che conduce la 'Ndrangheta a livello nazionale ed europeo per noi sarà devastante.
Possiamo dare un nome ai tre mandamenti?
Si tratta delle tre fasce storiche: il centro, che fa capo a Reggio Calabria, e i due più importanti: quello ionico, che prende tutta la fascia fino a Merito, e quindi ne fanno parte i locali di grande tradizione storica come Platì, e quello della fascia tirrenica di Gioia Tauro e soprattutto della montagna aspromontana che porta a Sinopoli, perché Sinopoli, Platì e Sanluca sono le memorie storiche della mafia…
Conosce i nomi dei capi di questi mandamenti?
Potrei sbagliarmi, ma è chiaro che le figure predominanti in questo momento sono Morabito sulla ionica, anche se ci sarà qualche saggio di S. Luca, Pasquale Condello a Reggio Calabria e sicuramente un rappresentante, che poi cambia spesso, della famiglia Piromalli sulla fascia tirrenica. Però non contano i personaggi, conta questa volontà della 'Ndrangheta di creare una struttura piramidale. Che è una novità. Però quando mi si chiede se è più pericoloso, io rispondo che il problema sta nell'organizzazione dello stato, perché se lo stato è sano ed è protetto…
E questa nuova regola, se così possiamo chiamarla, della 'Ndrangheta viene osservata da tutti gli affiliati?
Certo, altrimenti assisteremmo a guerre di mafia. E le stanno evitando. Noi qualcosina sappiamo. Sappiamo che c'è una prevalenza dell'anima buonista della 'Ndrangheta.
Può quantificare, approssimativamente, il numero degli affiliati all'organizzazione. Per quanto riguarda la Sicilia sappiamo, per esempio, che gli uomini di mafia sono circa 5000. Quanti sono in Calabria?
Non è possibile contarli poiché qui abbiamo interi paesi in cui risiedono famiglie di 'Ndrangheta tradizionali.
Che sono migliaia possiamo dirlo?
Assolutamente. Migliaia solo a Reggio Calabria. In questa città ci sono 19 locali e se ogni locale contasse anche solo 100 uomini arriveremmo a circa 2000 uomini.
Un esercito.
Sono anche un esercito. Sono una forza, perché la struttura porta ad essere un esercito. Ma non un esercito armato, un esercito potenziale. Ma la cosa fondamentale è la vocazione economica. Pensate che loro danno lavoro agli affiliati attraverso le imprese, loro fanno campagna elettorale attraverso le imprese, attraverso i commerci. Se qui l'impresa è anche mafiosa, perché se no si offendono, il commercio è anche mafioso, perché se no si offendono, voi capite che la 'Ndrangheta sta diventando il principale datore di lavoro di questa realtà e quindi immaginate quale adesione c'è da aspettarsi. Perché? Noi abbiamo il più alto tasso di disoccupazione, non da ora ma dai tempi di Giolitti. Prima a livello italiano ora a livello europeo. Ma diamine, c'è mai stata una forza politica, un governo che abbia cambiato questa situazione? Perché non si punta alle cose essenziali? Qui continuiamo ad avere oggi non solo il primato delle scuole peggiori, perché la scuola si può costruire, adesso i soldi arrivano, ma abbiamo il primato della disoccupazione. E questo dobbiamo cambiare.
Procuratore, sa dirci da quanti anni è latitante Morabito?
Non precisamente poiché io la fascia ionica la seguo meno attentamente di quella di Reggio. Ma da moltissimi anni.
Personaggi come Morabito, come Condello o come lo stesso Provenzano, che sono latitanti da trenta, quaranta anni, potrebbero essere coperti dai servizi segreti o da personaggi delle istituzioni?
E' nella regola della 'Ndrangheta aver mutato, intorno agli anni '80, con l'introduzione delle regole della Santa, il rapporto tra mafioso e istituzione. Nel 1980, per salvare i propri uomini, il capo locale poteva vendere notizie e quindi allacciare un rapporto strettissimo con le istituzioni: polizia, carabinieri, finanza, servizi. E questo è importantissimo. Lo facevano già i grandi mafiosi, negli anni '20, che vendevano le piccole notizie. Perché? Per creare un rapporto personale con le istituzioni. Io ho vissuto una situazione di questo genere nell'ambito di un'importante indagine: quando ci fu la strage dei carabinieri ad Azzà noi abbiamo ottenuto delle informazioni da certi capi mafia. Io, giovane magistrato, chiesi: ma come, i capi mafia parlano di altri capi mafia? Ho appreso ora, tramite il pentitismo, che c'era una regola che consentiva ad alcuni capi di elargire informazioni. E' chiaro che un latitante, se il caso Provenzano fosse un caso singolo, potrebbe essere effettivamente quell'eccezione che conferma la regola. Ma invece non è singolo, perché noi abbiamo dieci Provenzano, abbiamo almeno dieci esempi di persone che sono latitanti da 20 anni. Anche in Campania abbiamo gente che è stata latitante…
… e che ancora lo è, vedi ad esempio i Nuvoletta…
… e allora non essendo un caso quali sono le cause? Sicuramente la mancanza di una chiarezza di compiti. Chi li cerca i latitanti? C'è una magistratura che a livello nazionale ne ha fatto una priorità? Non mi risulta. Abbiamo le nostre colpe. Noi a Reggio, nel nostro piccolo, abbiamo tentato di farlo, abbiamo detto: è una priorità. E lì scatta la seconda fase. Le forze dell'ordine sono predisposte, preparate a un durissimo impegno, con un bassissimo risultato? Perché al di là di Provenzano già per il terzo o il quarto della lista non c'è un ritorno così importante. E poi vi assicuro, ve lo dico io che mi trovo all'interno, non solo sono carenti le strutture, non solo la ricerca dei latitanti non è vista come una priorità a livello nazionale e quindi anche politico, ma abbiamo una polizia giudiziaria che sta subendo colpi su colpi, che tende ad una pletorica presenza laddove le professionalità sono state penalizzate. Non mi fate fare nomi perché toccherebbero persone che hanno lavorato anche con me in modo eclatante.
Noi abbiamo un'esperienza con il capitano Ultimo.
E il suo gemello De Donno è dovuto andare in Cile! Quindi anche sotto questo aspetto noi siamo carenti perché non possiamo mettere in campo le forze giuste.
Chi protegge Morabito e Provenzano?
C'è un doppio sistema di protezione. Intanto c'è il sistema di protezione interno delle cosche e poi c'è una fascia di società civile che farebbe di buon grado tre, quattro giorni di carcere per favoreggiamento pur di avere l'amicizia di gente di questo livello. E anche di livello meno alto di quello di Morabito.
Nessun altro?
Abbiamo poi forti compromissioni istituzionali, ma sono storiche.
Procuratore, il caso Contrada è unico?
No. Se si pensa a quella parte di storia, un po' grigia, del terrorismo nero ci si accorge che noi siamo stati dominati da tutti i servizi. Non solo quelli italiani ma anche quelli stranieri della Cia, del Kgb, dei libanesi.
Può parlarci dei rapporti tra Massoneria, 'Ndrangheta, Cosa Nostra e istituzioni?
In Calabria la massoneria è stato il terminale del vertice mafioso. Voglio dire che - qua li hanno istituzionalizzati quindi siamo più sereni nel fare queste dichiarazioni che potrebbero sembrare forti - secondo una delle regole della Santa i 33 santisti (originariamente solo 33 persone avevano il grado di santista, poi diventarono molti di più) potevano avere accesso alle logge massoniche, soprattutto riservate.
I santisti corrispondevano ai capimandamento in Cosa Nostra.
Erano figure carismatiche più potenti del capo locale. I veri capi. Perché i potentati economici mafiosi erano santisti, avevano titolo per entrare in massoneria. E lo hanno fatto. Ricordiamo che il notaio Marabodi, che poi è stato l'unico collaboratore che purtroppo dopo essersi pentito si è pure suicidato, ci disse: <<voi pensate a un grande tavolo dove è la massoneria che guida con la sua saggezza ed è la 'Ndrangheta a ubbidire come braccio armato>>. Spesso nel corso delle nostre indagini, quando andiamo a "punzecchiare", troviamo che quel tal imprenditore è massone o che quella tal famiglia mafiosa ha un esponente massone. Ancora oggi è drammaticamente alto il tasso dei pubblici amministratori eletti dalla politica e che sono massoni.
Procuratore le rivolgo una domanda alla quale forse non potrà rispondere. Perché ogni volta che voi magistrati "toccate" un politico di alto livello della portata di Andreotti, Andò, Musotto, Mancini, il processo si risolve con una assoluzione?
No, no, a questo rispondo. E con grande amarezza. Questo paese non è un paese maturo. Non è un paese che ha grandi valori. Purtroppo i giubilei passano e gli uomini restano e questo non è un paese sano. E quindi la magistratura risente di un conformismo deleterio di tipo sociale che è diventato anche conformismo giudiziario. Non tutti intendono svolgere questa funzione con spirito di assoluto e disinteressato servizio e quindi, prima di parlare delle difficoltà che si incontrano nel fare i processi ai grossi esponenti della politica nazionale, bisogna che voi apriate gli occhi e guardiate a quanti fallimenti ci sono stati nei processi che riguardavano magistrati. Se la questione morale è stata veramente affrontata nel modo dovuto dalla grande famiglia giudiziaria lasciatemelo come interrogativo. La magistratura italiana ha avuto la forza di affrontare la corruzione interna? Che, se pur limitatissima, fisiologicamente non può non esserci. Io affermo che non si vuole escludere e non si deve escludere che gran parte degli sfasci attuali, del disimpegno sociale, della disattenzione della gente, della nostra mancanza di credibilità, che c'è, sia determinata dal fatto che noi non abbiamo saputo fare pulizia all'interno. Perché diceva il notaio Maragodi, così lo cito ancora una volta: prima eravate massoni iscritti [magistrati N.d.R.] e quindi andavate avanti, poi dopo la P2 siete entrati in massoneria rappresentati dai fratelli di sangue. Andate a vedere quanti fratelli hanno i magistrati nelle logge massoniche di questa città. In verità non lo so, affermazioni gravissime che in alcuni casi sono state riscontrate … Detto questo, perché è un problema morale, non si possono lanciare anatemi oppure dare giudizi storici di questa levatura senza guardarci dal nostro interno. Certo, la sponda politica è una sponda che andava affrontata con grande coraggio e dicendo, ancora una volta, che la valutazione della prova, nel processo ai politici, e nei processi ai magistrati era quella di sempre. E invece la chiamata in correità, in questo paese, è stata proprio una vela al vento in questi ultimi venti anni. E' stata estremizzata quando si è trattato di battere il terrorismo e anche per i mafiosi stessi. Ma perché la maturazione sociale ha portato a far si che il processo al mafioso non è più un processo che porta pericolo! Perché il processo al sequestratore mafioso è giusto ed è giusta la condanna che ne consegue. Ma per quelle fasce di contiguità colpevoli, per quelle fasce di società civile colpevole è la società che sta facendo blocco o fronte respingendo, prima nell'interesse di altri e poi di sé stessa, la possibilità da parte nostra di estendere, di avanzare il livello delle indagini.
Procuratore, fino a quando dovremo convivere con 'Ndrangheta o Cosa Nostra? Qualche sociologo addirittura, profetizza che i criminali comanderanno i paesi democratici.
Falcone diceva una frase molto forte: ogni cosa nasce ed è destinata a morire. Aveva ragione però non è pure vero che quella 'Ndrangheta, quella Cosa Nostra possono concludersi per lasciare il posto ad una organizzazione nuova e antica allo stesso tempo? Falcone aveva ragione nel dire che quella Cosa Nostra la potevamo battere, quella 'Ndrangheta la potevamo battere e forse le abbiamo anche battute, ma dovevamo avere la capacità, e Falcone vivo penso lo avrebbe detto, di vedere che oggi ne abbiamo una nuova, diversa, che rispetta comunque le antiche tradizioni. Perché deve essere antica per avere la solidità di base ma deve essere nuova per seguire i tempi. Ma dieci anni fa, scusate, chi pensava a questa invasione di tante etnie nel nostro paese? Allora, non era una realtà. Chi tre, quattro anni fa pensava che noi saremmo stati anche oggetto di queste devastazioni, persino albanesi, sul nostro territorio? Addirittura con reati gravissimi come la schiavitù? Queste forze criminali presenti nel nostro paese non ci devono far pensare che tra poco ci sarà un federalismo criminale di tipo mafioso? Che differenza c'è tra l'albanese che ha la forza intimidatrice nell'ambito del suo gruppo e quella di una locale calabrese o di un mandamento siciliano? E' la stessa cosa e quindi, consapevoli dell'evoluzione storica, noi dovremmo anticipare le possibili alleanze.
E invece sono i mafiosi che anticipano i tempi.
Assolutamente, e noi siamo invitati ad essere dei buoni giudici e ad avere a che fare solo con un certo tipo di mafia e a quel punto, se noi accedessimo a queste tesi, il tradimento per il nostro mandato sarebbe totale.
Grazie Procuratore.
Giorgio Bongiovanni
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