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A lezione di antimafia dal procuratore aggiunto Guido Lo Forte
di Giorgio Bongiovanni
Palermo 7 novembre 2000. Ufficio del procuratore Lo Forte
Procuratore Lo Forte, vorrei partire da una considerazione che fece alcuni anni fa anche l’attuale presidente della camera Luciano Violante, quando si trovava più in trincea di quanto non sia oggi. Esiste tra mafia e antimafia una sorta di rapporto ciclico: l’omicidio politico o eccellente, l’indignazione, la reazione dello Stato, nuove leggi, gli arresti e poi di nuovo la disattenzione, e in un certo senso, la marcia indietro. Oggi stiamo vivendo questa situazione?
Diciamo che quello attuale è un copione già visto. Se vogliamo cominciare con una curiosità che sembra «archeologica», possiamo partire dall’omicidio di Joe Petrosino, avvenuto nei primi del secolo scorso, per poi passare alla vicenda del prefetto Cesare Mori; nel momento in cui, dalla semplice repressione militare egli trasferì la sua attenzione al connubio, alle connessioni tra la mafia militare ed il cosiddetto ceto politico-mafioso, venne sostanzialmente rimosso dal proprio incarico – tutti ricordano l’episodio del professor Cucco, politico fascista che poteva rappresentare un potenziale snodo in un sistema politico-mafioso che, evidentemente, in qualche misura permaneva durante il regime fascista –. Da Mori possiamo passare al caso, a noi più vicino, più doloroso e più drammatico delle violentissime polemiche e della durissima campagna di delegittimazione che fu intrapresa contro il pool antimafia dell’Ufficio Istruzione e, in particolare, contro la gestione del maxi-processo e delle indagini da parte dei giudici Falcone e Borsellino. Recentemente mi è capitato di rileggere alcuni articoli pubblicati su diversi quotidiani alla fine degli anni ’80 in cui, testualmente, si ripetono le stesse frasi con la medesima terminologia: c’è l’utilizzazione delle indagini da parte di quei giudici come strumento di potere, come strumento di lotta politica. Vi è addirittura l’espressione secondo la quale sarebbero state calpestate e distrutte le garanzie dello stato di diritto: non voglio fare nomi, ma fra coloro che alla fine degli anni ’80 scrissero queste frasi, ci sono personaggi politici che oggi dicono di essere stati amici di Giovanni Falcone, di avere sostenuto le battaglie antimafia dell’Ufficio Istruzione e che, con impudente ipocrisia, hanno tentato di introdurre una supposta differenza di metodi di indagine tra quelli del pool di Falcone e quelli del pool di Gian Carlo Caselli. Dopo una prima stagione durante la quale, a seguito del sacrificio e del sangue – poiché sembra che in Italia non si possa impostare una politica organica contro la criminalità se non sulla base di elenchi eccezionali –, anche oggi dopo una prima fase di forte repressione militare e non appena le indagini hanno preso la via del nodo di fondo, cioè quella del ceto politico-mafioso, a partire dal 1996 si è scatenata la stessa campagna di polemiche e violenta delegittimazione, che attualmente è meno apparente nei toni, ma ha già raccolto abbondantemente i suoi frutti influenzando profondamente gran parte dell’opinione pubblica. Qual è il problema del ceto politico-mafioso – io uso questa espressione che non è mia, ma è un termine elaborato dai sociologi – poiché il modo di rapportarsi della mafia militare con la società non riproduce ovviamente lo schema della distinzione della società in classi. Non esiste soltanto una borghesia mafiosa, non esiste un rapporto tra una mafia militare ed una determinata classe, ma il metodo è ancora quello dei rapporti. Cosa Nostra è un’organizzazione segreta di carattere militare che, come tutte le mafie del mondo strutturate, si appropria ed estende la sua influenza su un determinato territorio, normalmente periferico rispetto al centro dello Stato, e ne estrae con la violenza le risorse finanziarie. Questa è la prima fase che è appunto quella della rapina e dell’estrazione violenta delle risorse. Nel momento in cui queste risorse devono essere gestite e reimpiegate sorge la necessità per qualunque organizzazione criminale, e quindi anche per Cosa Nostra, di creare un tessuto di rapporti con il mondo dell’economia, della finanza, con il mondo burocratico, amministrativo e, infine, politico. C’è poi il terzo stadio – e anche questo si ripete in tutte le mafie del mondo strutturate –, cioè la necessità di spostare la proiezione dalla periferia verso il centro. Questo era avvenuto in Sicilia e, d’altra parte, coloro che si ricordano i grandi processi e, in particolare il maxi-processo, sapranno che negli anni ’70 e ’80 Cosa Nostra aveva determinato un controllo pressoché generale del territorio e della società produttiva; essa aveva instaurato relazioni con il mondo politico e quindi aveva realizzato attorno a sé, attorno al nucleo originario dell’organizzazione militare il cosiddetto ceto politico-mafioso. Ad un certo punto però questo rapporto è entrato in crisi e Cosa Nostra ha scelto di attuare la politica del terrore. Bisogna distinguere nettamente il ceto mafioso dall’organizzazione in quanto tale, poiché coloro che appartengono al ceto mafioso possono realizzare forme diverse di rapporto, o di vero e proprio concorso penalmente rilevante, o di contiguità, collusione, fiancheggiamento oppure di reciproca tolleranza in tante forme che possono essere diversissime, molte delle quali non sono direttamente rilevanti sul piano penale, anche se contribuiscono al rafforzamento dell’organizzazione. Ebbene, una parte di questo ceto mafioso, quello che non era permanentemente ed organicamente collegato all’organizzazione mafiosa, con le stragi in minima parte si è ritratto – e questo è un mio giudizio personale – per ragioni culturali e morali, ma in gran parte perché impaurito dall’alterazione fondamentale di un rapporto che aveva sempre visto i mafiosi militari come braccio armato della classe dirigente. Nel momento in cui tale rapporto è sembrato capovolto questo ceto si è tirato indietro e l’organizzazione militare è rimasta più isolata donde il fatto delle leggi specifiche per il fenomeno, della repressione e la possibilità, per magistratura e forze dell’ordine, di sfruttare appieno le loro potenzialità disponendo di strumenti legislativi nonché del consenso sociale. Naturalmente, nel momento in cui si è ritornati di nuovo al nodo del ceto politico-mafioso – percorrendo le autostrade che, improvvisamente, erano state costruite davanti alla macchina poliziesca e giudiziaria – immediatamente c’è stata la reazione.
Procuratore, mi domando se si tratti di una metodologia «classica» usata da una parte deviata dello Stato che detiene un altissimo livello di potere non solo istituzionale, ma anche finanziario, o se invece possa trattarsi di una specie di costituzione illegale che si è imposta una certa classe di potere, forse appartenente a potenti famiglie finanziarie. Non posso infatti pensare che sia un caso.
Non è un caso poiché tutto ha una ragione storica…
Ma la metodologia è la stessa dal delitto Notarbartolo…
Come già detto la ragione è storica – esprimo un’opinione non qualificata poiché la questione non rientra nella mia competenza specifica –, ma in uno Stato come quello italiano che, ancora prima dell’unificazione registrava tanti territori in cui si erano insediate varie forme di criminalità organizzata, si è creata una sorta – pur affermando con l’unificazione il primato dello Stato centrale – di modus vivendi, di patto implicito e tacito di coesistenza con potentati locali che erano già legati ad organizzazioni criminali… un modus vivendi ritenuto da molti legittimo e utile. Basti pensare alla tradizionale, quasi secolare abitudine della Polizia Giudiziaria di ricorrere a patti di scambio ritenuti peraltro leciti, finalizzati alle indagini con soggetti provenienti dal mondo criminale. Ma c’era qualcosa di più, poiché questi patti di scambio avvenivano non soltanto con delinquenti di «mezza tacca» – cosa che fanno tutte le polizie del mondo, come strumento informale di acquisizione dell’informazione –, ma veniva utilizzato anche con soggetti che rappresentavano gli interessi della mafia. Per fare un esempio posso ricordare, come molti ricorderanno, che proprio in uno dei territori oggi più famosi di Cosa Nostra, quello di San Giuseppe Jato, vi è una lunga tradizione di rapporti di scambio tra esponenti di rilievo delle «famiglie» mafiose più importanti e le forze dell’ordine; una situazione simile si era verificata ai tempi di Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti, anzi è stato proprio quest’ultimo ad aver teorizzato questo tipo di rapporto con lo Stato, come per dire: «Noi stabiliamo i nostri confini, fin qui dell’ordine me ne occupo io, da lì te ne occupi tu. Io ti do le informazioni che ti servono per assolvere al tuo compito, l’importante è che non ci siano invasioni di campo». Ai tempi di Badalamenti nessuno si sarebbe mai sognato di fare un attentato a un rappresentante delle Istituzioni, si trattasse anche di un semplice carabiniere o poliziotto. Questo patto venne però successivamente sconvolto dai corleonesi e tale meccanismo entrò in crisi. Questo modo di concepire i rapporti con la criminalità, se può avere una sua utilità di fronte a gruppi delinquenziali non particolarmente strutturati e transeunti, diventa nefasto e pericolosissimo quando il rapporto si instaura con un gruppo criminale radicalmente e fortemente strutturato in un territorio. Il rischio grave che si corre in questi casi e che prescinde assolutamente dalla buona fede e dagli intenti dei rappresentati dello Stato è che siano le Istituzioni statali ad essere pilotate o strumentalizzate dalla mafia. È un po’ come il gioco dell’Apprendista Stregone: non è lo Stato che utilizza la mafia, ma è lo Stato che rischia di essere utilizzato da essa. Ma c’è un ulteriore effetto negativo: un rapporto di questo genere costituisce una garanzia di conservazione della mafia, cioè di un gruppo criminale strutturato che non potrà mai essere ricondotto alle leggi dello Stato. Quindi è errato confondere i due piani, per esempio dicendo che questo rapporto è utilizzato da tutte le polizie del mondo, poiché bisogna dire con chi si instaura e quali effetti esso produce.
La differenza fondamentale tra le mafie fortemente strutturate e il crimine organizzato in generale non mafioso, che si costituisce per il solo scopo, anche grave – ad esempio per trafficare stupefacenti e armi o sfruttare la prostituzione – ma senza avere un rapporto organico con la società e il territorio, è che un gruppo criminale, per quanto pericoloso possa essere, è transeunte, contingente, è legato a certe fasi ed alla presenza di determinati individui, quindi non costituisce un pericolo permanente per lo Stato, mentre la mafia siciliana e altre organizzazioni criminali similari hanno una natura completamente diversa, prescindono dagli uomini… ma queste sono cose che si sanno.
Procuratore, le faccio una piccola premessa storica. Secondo le rivelazioni di Cancemi e Brusca, a mio avviso i collaboratori più importanti perché appartenevano alla Commissione, Riina e Provenzano erano la «stessa persona» e il loro intento era di convivere con lo Stato. Quando, invece nel 1992, l’equilibrio con determinati referenti politici si è rotto, ed è scattata la strategia stragista, la Cosa Nostra di Riina probabilmente aveva già provveduto a trovarne altri...
Oggi la polizia e la magistratura hanno raggiunto grandi risultati nonostante le armi spuntate: è stato arrestato Salvatore Genovese, e la vostra azione repressiva è forte. Tuttavia ho l’impressione che Cosa Nostra abbia ritrovato un certo equilibrio grazie al suo silenzio e sia tranquilliamente svolgendo i suoi affari con gli appalti e i traffici illeciti più disparati. Io ritengo che gli attuali capi - Provenzano, Spera, Lo Piccolo, Denaro e gli altri latitanti - abbiano tra le mani una Cosa Nostra potente come all’epoca di Riina piuttosto che non un’organizzazione povera, in crisi, che ha perso il suo potere come si dice in certi ambienti politici ed istituzionali. Lei cosa pensa? E soprattutto crede che riusciremo mai ad annientare definitivamente Cosa Nostra?
Non prevedo il futuro, ma ragiono su alcuni dati di fatto che naturalmente possono essere interpretati in maniera diversa. Per quanto riguarda la provincia di Trapani, i due capi mandamento più importanti Vincenzo Virga e Matteo Messina Denaro, sono latitanti da lungo tempo. Dalle indagini svolte è emerso che Messina Denaro ha un grande potere che espleta nel controllo del territorio e nell’ingerenza degli affari economici della provincia; inoltre il credito popolare di cui dispone nella provincia è assolutamente intatto. È chiaro che molto si è fatto e importanti indagini sono state svolte, moltissimi uomini d’onore sono stati condannati – ricordiamo da ultimo il processo Omega –, ma è altrettanto vero che la struttura di Cosa Nostra e dei suoi vertici nella provincia di Trapani è ancora fortissima. E, per usare l’espressione che è stata adoperata tempo addietro da un importante collaboratore della provincia di Palermo, la provincia di Trapani veniva definita lo “zoccolo duro” di Cosa Nostra.
La provincia di Agrigento invece presenta caratteristiche in parte diverse: dal punto di vista delle attuali relazioni internazionali con altre organizzazioni mafiose, Cosa Nostra agrigentina è quella che ne ha di più, sia per quanto riguarda il Canada e gli USA, sia per altri Paesi come ad esempio la Germania. Tradizionalmente la stidda e Cosa Nostra sono in contrasto, ma quest’ultima comunque rimane sempre l’elemento stabile e permanente della realtà criminale di quel territorio, mentre le altre organizzazioni nascono, crescono e si dissolvono: e questo vale per la stidda e per i cosiddetti paracchi (altro termine adoperato per questi gruppi criminali). Quando Cosa Nostra non riesce a detenere il controllo totale del territorio addiviene ad un’integrazione: abbiamo l’esempio caratteristico della situazione agrigentina delle famiglie di sangue delle quali un componente è uomo d’onore di Cosa Nostra e un altro componente appartiene alla stidda di “turno”: l’elemento di continuità e quindi di potere che riesce a gestire a lungo le relazioni è sempre l’affiliato a Cosa Nostra.
Il futuro dell’organizzazione si decide tra due poli: uno palermitano e uno trapanese che vede come suo rappresentante Matteo Messina Denaro. A Palermo la situazione è più diversificata poiché, per ragioni che tutti conosciamo, essa è la regione che ha subito la massima repressione giudiziaria negli ultimi anni, sia per il numero dei collaboratori, sia per l’approfondimento delle indagini. Palermo è la provincia in cui c’è stata la massima repressione e il più alto numero di arresti di uomini d’onore, di quadri e di capi. Dopo un periodo di chiara politica di restaurazione perseguita da Bernardo Provenzano – il quale ha preso atto dell’errore commesso in passato con l’assunzione di una politica stragista – questi ha deciso di costituire una politica di inabissamento, di ripristino del controllo e soprattutto del consenso sociale attraverso gli affari, poiché il problema non sta solo nel recuperare il controllo del territorio che in fondo c’è sempre stato, ma è soprattutto quello di ricreare il tessuto connettivo costituito dal cosiddetto ceto mafioso che era stato squarciato con le stragi. Quindi politica di restaurazione significa politica che rifugge dai delitti eclatanti, che cerca di ricostituire, partendo dagli affari e dall’economia, un tessuto connettivo del ceto mafioso e quindi anche delle relazioni esterne con la politica, la burocrazia e le istituzioni. Questa politica, come tutte le politiche, si svolge su due terreni: quello dell’indirizzo politico generale e quello degli organigrammi e della composizione dei governi, dei ministeri, dei sottosegretariati, delle burocrazie. Soltanto se concepiamo così Cosa Nostra riusciamo a comprendere bene cosa succede. Dopo l’arresto di Riina, di Bagarella e di Brusca, sull’indirizzo politico generale della restaurazione bisognava fare sostanzialmente una scelta politica obbligata per la sopravvivenza ed il rafforzamento di Cosa Nostra. L’altro problema era la reazione di un organigramma poiché la distribuzione del potere dipende dal tipo di persone che stanno a capo dei vari territori. C’è stata quindi una fase di transizione evidenziata anche da situazioni di instabilità e conflittualità territorialmente circoscritte che permangono nella zona: a tal proposito vorrei citare il caso dell’omicidio di Tino Gaeta, vecchio rappresentante di Termini Imerese, nonché gli omicidi di alcuni imprenditori vicini a Benedetto Spera e a Bernardo Provenzano avvenuti nel territorio di Belmonte Mezzagno, vorrei ricordare le cose singolari verificatesi nel territorio di San Giuseppe Jato e potrei citarne altre emerse da indagini in corso riguardanti i territori di Cinisi e di Terrasini. Queste situazioni comunque sono sempre state mantenute a livello locale e non sono mai esplose in una guerra di mafia. Secondo me la politica necessaria perseguita fino ad ora dai capi di Cosa Nostra – cioè da quel direttorio costituito da Bernardo Provenzano e Nino Giuffrè nel territorio delle Madonie e da Benedetto Spera e Salvatore Lo Piccolo nel territorio di Palermo, aveva un difetto: era parziale. È giusto prendere atto degli errori del passato, ma naturalmente non ci si può dimenticare che non si possono enfatizzare – come avviene in tutte le organizzazioni politiche o politico-criminali – per farne strumento di lotta di potere ed estromettere dall’organizzazione componenti storiche. C’è quindi un problema di aggiustamento dell’indirizzo politico generale che diventa più concreto nel momento in cui bisogna contemperare gli interessi di Cosa Nostra nel futuro per coloro che sono latitanti liberi o non compromessi irrimediabilmente da condanne con gli interessi della popolazione detenuta. Evidentemente, una cosa è l’interesse di chi non è coinvolto irrimediabilmente in ergastoli o, addirittura, in ergastoli per stragi e altra cosa è l’interesse di chi ne è coinvolto poiché, anche nella cosiddetta politica esterna, è chiaro che nella definizione del proprio tipo di rapporto con le istituzioni evidentemente vi sono delle soluzioni che possono andar bene a chi è libero, è latitante e a chi non è stato condannato per strage, ma possono non andar bene a chi invece è stato condannato per strage. Il secondo problema da risolvere è quello dell’organigramma, poiché è chiaro che, per la forza dell’organizzazione, prima o poi si dovranno ripristinare le competenze interne, i confini tra i mandamenti e bisognerà tornare ad una struttura gerarchica consolidata che eviti l’anarchia e le invasioni di campo che attualmente ancora si registrano. E’ chiaro che avrà un’importanza enorme l’organigramma e cioè la storia personale, la storia criminale dei soggetti destinati a reggere i mandamenti e il territorio; ritengo quindi che ci troviamo in una fase di transizione in cui i cervelli di Cosa Nostra si sono resi conto che per consolidare definitivamente la forza dell’organizzazione, bisogna procedere ad una revisione dell’organigramma generale che tenga conto di tutti gli interessi delle componenti storiche. Ci deve essere quindi un equilibrio interno dal punto di vista della struttura che non lasci fuori nessuna componente poiché questo sarebbe fonte di conflittualità interne e di eventuali guerre di mafia. Altro problema è quello della definizione di un indirizzo politico esterno, del rapporto che Cosa Nostra si propone – da sempre – di realizzare in qualche modo con la società civile e con le istituzioni. Secondo me in questo momento è in corso la ricerca di questo nuovo equilibrio ed ecco perché tutto quel che potrei dire dopo diventa veramente una divinazione e siccome si tratta di un processo in corso, gli esiti possono essere diversi. Se questo equilibrio si realizza allora noi corriamo il rischio di avere una Cosa Nostra più forte e più potente che mai per i prossimi 20 anni, come previsione minima di durata; se invece questo equilibrio non si realizza vi è certamente il rischio di conflitti interni che possono essere – dal punto di vista delle dinamiche dell’organizzazione – localizzati. Ma naturalmente questa è una considerazione che si fa unicamente dal punto di vista di Cosa Nostra! Per quanto riguarda il compito delle istituzioni in questo momento, esso non è quello di condurre le indagini in modo sparso, ma è quello – ed è per questo che io parlo della magistratura, delle forze di polizia e anche della politica – di impedire che questo processo di ricompattamento e riequilibrio si realizzi. Fra i compiti delle Istituzioni vi è anche quello di prevenire le guerre di mafia e non di prenderne atto quando scoppiano e si contano i cadaveri. Per impedire l’equilibrio e prevenire le guerre di mafia è assolutamente chiaro che bisogna cercare di monitorare permanentemente l’evoluzione dell’organizzazione, cercare di arrestare i grandi capi latitanti e, soprattutto – e questa è una cosa che non possono fare le Istituzioni giudiziarie da sole, poiché richiede l’impegno delle Istituzioni politiche – togliere a Cosa Nostra il suo obiettivo finale: finché essa ritiene di poter realizzare quell’obiettivo grazie ad una sorta di rinnovato patto di coesistenza di Don Cortess avrà sempre forza e non si disintegrerà. Dal momento in cui, invece, dall’esterno le Istituzioni dimostrassero con segni inequivocabili l’impossibilità di raggiungerlo, sono convinto che Cosa Nostra imploderebbe da sola e allora il nostro compito sarebbe facilissimo, poiché non faremmo altro che raccoglierne i pezzi.
La disintegrazione di Cosa Nostra dipende dalle defezioni, dalle dissociazioni e dalle collaborazioni, e il numero delle dissociazioni e delle collaborazioni dipende dalla credibilità e dalla forza dell’organizzazione. Finché c’è un soggetto che appartiene all’organizzazione, finché ritiene, sulla base della sua interpretazione di quel che avviene nel mondo che Cosa Nostra è destinata a riacquisire forza politica e che la magistratura e le forze dell’ordine sono destinate ad essere progressivamente confinate in margini sempre più ristretti di intervento, è chiaro che nessun uomo d’onore si dissocerà. Viceversa, se l’uomo d’onore in base a quello che avviene nel mondo esterno si convince che Cosa Nostra non riuscirà mai più ad avere sponde di tipo politico-istituzionale, vedrà invece che i margini di intervento della repressione si amplieranno e verranno sostenuti, allora si registrerà il fenomeno dell’abbandono e della disintegrazione. Ed è esattamente ciò che si è verificato negli anni tra il ’92 e il ’94, ma che dal ’97 ha smesso di verificarsi. Questo ragionamento non ha nulla a che vedere con la politica legislativa di uno stato che spetta a noi valutare. Con la nostra esperienza possiamo semplicemente ragionare come farebbe un esponente dell’organizzazione; i mafiosi ragionano così se ritengono che l’organizzazione abbia sponde e ne abbia sempre di più: se lo constatano non ci pensano minimamente ad abbandonarla ma, anzi, fanno in modo che i propri figli si possano affiliare ad essa poiché divengono ambiziosi come un tempo. Il futuro dipende quindi dai segnali che dà questo Stato ed i collaboratori sono i primi a recepirli.
Procuratore, la cattura di Provenzano e di Denaro provocherebbe una rottura in questo equilibrio in fase di restaurazione?
Certamente con la cattura di Provenzano si priverebbe l’organizzazione mafiosa di uno dei cervelli più capaci di attuare una politica intelligente di mediazione che finora ha garantito la sopravvivenza ed è in grado di garantirne il rafforzamento. Però stiamo attenti a non identificare Cosa Nostra con una persona, fosse anche il suo esponente più importante; l’arresto di Riina, di Bagarella e di Brusca – e cito Riina poiché si tratta di un uomo che si è identificato con Cosa Nostra e che l’ha controllata totalmente nel decennio 1982-1992 –, non ha certamente determinato la fine dell’organizzazione e non la determinerebbe neppure la cattura di Provenzano, di Denaro o di altri capi latitanti. Tali arresti sarebbero certamente importantissimi poiché renderebbero più difficile il processo politico di riequilibrio in corso, ma non sarebbero mai concludenti: quello che sarebbe definitivo nella lotta alla mafia e che aspettiamo dagli inizi del secolo, è che qualcuno faccia capire una volta per sempre, con fatti concludenti e non a parole, che con la mafia non ci potrà mai essere nessun dialogo, nessun patto, nessuna tolleranza da parte dello Stato. Quando lo si comprenderà la mafia sarà distrutta, altrimenti sopravviverà ancora per moltissimi anni.
Procuratore, qualcuno ritiene che, con l’avvento della globalizzazione, determinati traffici non possono non essere garantiti se non dalla mafia, poiché essa possiede immense ricchezze (centinaia di migliaia di miliardi). La criminalità organizzata (Cosa Nostra e le altre mafie) fungerebbe quindi da cerniera di garanzia in grado di assicurare affari sporchi come, per esempio, il traffico di rifiuti radioattivi o chimici prodotti delle grandi multinazionali.
Ricorderei anche il traffico di carne umana, sia come forza lavoro, sia addirittura per la predazione degli organi. È uno dei traffici più sviluppati ormai…
Tornando però al traffico dei rifiuti, procuratore, secondo le inchieste condotte dalla procura di Milano e credo, anche di Palermo, si è scoperto che in Africa sono state scaricate tonnellate di rifiuti, e lo stesso sarebbe avvenuto in luoghi a noi più vicini come a largo di Mazara del Vallo. Chi garantisce questo traffico è sempre la mafia, poiché si tratta di un giro d’affari per centinaia di miliardi. Se un’organizzazione come Cosa Nostra dovesse disintegrarsi chi darebbe la garanzia alle multinazionali che vogliono vendere questi rifiuti? Uno Stato democratico e civile non può garantire lo scaricamento di enormi quantitativi di rifiuti tossici in alcun modo e questo è un gravissimo problema ed è uno dei motivi per cui Cosa Nostra vivrà altri duecento anni.
Vorrei ricordare che, quando nel Seicento i grandi Stati coloniali delegavano il mantenimento dell’ordine pubblico e l’esercizio della polizia alle cosiddette compagnie del colonnato – la Compagnia delle Indie, le compagnie inglesi e olandesi, ecc. –, esse realizzavano tranquillamente una specie di ordine illegale nei territori per cui erano state delegate e ne traevano enormi profitti dei quali beneficiavano pure gli Stati. Vorrei fare un altro esempio citando la guerra corsara tacitamente organizzata dalla Corona Inglese: quei corsari che avevano il compito di depredare le merci delle navi spagnole, nonché quelle degli stessi pirati, si dividevano poi il bottino con la Corona. Diciamo che si trattava di una sorta di delega, non ufficiale, conferita dalle Istituzioni statali ad organizzazioni di carattere privato. E questo non era affatto dissimile nella metodologia e nel concetto dal patto di coesistenza con le mafie che, oggi, sostanzialmente si traduce in una delega parziale a curare determinati affari. E’ un problema di scelta degli Stati e della comunità internazionale e ritengo che, oggi, proprio a livello di comunità internazionale ci siano molti più antidoti di quanti non ce ne fossero in passato. C’è un interesse notevole negli Stati Uniti e soprattutto in vari paesi della Comunità Europea, anche se non in tutti, ma posso citare la Repubblica Federale Tedesca, per fare un esempio, impegnata ad impedire l’espansione di questa sorta di “economia mista” legale e illegale. È quindi un problema di convenzioni internazionali e di impegno da parte degli Stati però, mentre negli anni precedenti lo Stato italiano veniva giustamente considerato dagli studiosi, dai politici e dal mondo tutto, un esempio da seguire – e questo è un fenomeno cominciato con il pool dell’Ufficio Istruzione – sia nelle metodologie di indagine che nell’individuazione dei problemi, oggi invece mi sembra di notare una preoccupazione maggiore nei confronti del problema della criminalità organizzata internazionale in altri Paesi piuttosto che in Italia, che invece è stato il Paese antesignano in questa lotta. E questa è la constatazione di un dato di fatto che certamente non induce all’ottimismo, ma dobbiamo prenderne atto poiché in questo momento la situazione politica generale italiana su questo fronte non è certamente all’avanguardia rispetto al resto del mondo.
Procuratore, poiché lei ha istruito in qualità di pubblico ministero alcuni processi sulle connessioni fra mafia e politica, vorrei chiederle perché nonostante le tante e concrete prove, i politici non vengono condannati quasi mai. Non mi permetto di giudicare le sentenze, ma da cittadino posso criticarle. Questo forse accade perché Cosa Nostra ha sempre giocato su tanti tavoli?
Per quanto riguarda i motivi delle sentenze emesse dai tribunali, l’unica opinione che posso esprimere è quella che ho espresso nell’atto di appello che dovrà essere valutato in sede di appello, quindi non condivido soltanto la motivazione di alcune sentenze: poiché sono magistrato, se non la condivido, il diritto prevede di proporre impugnazione. È per questo che non posso esprimere nessun’altra valutazione se non quella che risulta dall’atto di appello. Riguardo il dato più generale non spetta a me rispondere e meno che mai mi posso pronunciare sulle sentenze dei tribunali o delle corti d’Appello o della corte di Cassazione. Certamente quando – e ora parlo esclusivamente da magistrato – dal campo dell’organizzazione militare si passa al campo delle relazioni politico-istituzionali della mafia, la soglia probatoria si innalza ed è più difficile poiché è chiaro che, quando si passa al campo delle cosiddette relazioni istituzionali tutto diventa estremamente mediato, estremamente rarefatto ed è più difficile da approvare in un’aula di giustizia. Altra cosa è invece la soglia probatoria necessaria per la verifica di un fatto specifico come un omicidio, un sequestro di persona, un’estorsione, e gli strumenti probatori per dimostrare questo, fermo restando che, naturalmente, per quanto riguarda le valutazioni delle prove, io mi richiamo come sempre all’atto di appello che abbiamo fatto e ad altri atti di appello che si sono fatti in altri processi. C’è poi un altro problema che non è più giudiziario, ma è di carattere generale, ed è chiaro che il clima politico e culturale e dell’opinione pubblica in generale esercita un effetto sul funzionamento degli organismi dello Stato, anche se con questo non voglio assolutamente dire che ci possa essere mai, fino a prova contraria, un qualche giudice che subisce un’influenza politica. Voglio dire invece che il grado di elaborazione, il clima politico generale esterno influenza quello culturale e quindi anche il settore delle teorie e delle interpretazioni giuridiche che – e questo è assolutamente legittimo – possono richiedere questa o quell’altra soglia probatoria per determinati reati in dipendenza di un clima generale esterno. Ma questo è un fatto assolutamente fisiologico e, d’altra parte, quante volte la giurisprudenza della stessa corte di Cassazione è cambiata! Vorrei ricordare che verso la fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90 si era affermata e stava diventando prevalente una giurisprudenza della corte di Cassazione, peraltro sempre ben motivata dal punto di vista tecnico e giuridico su una valutazione delle prove e, in particolare, delle dichiarazioni dei collaboratori che era estremamente rigorosa e non considerava queste ultime degli indizi, ma delle semplici notizie criminis dalle quali partire. Ma ricordo anche che la sentenza che definì il primo maxi-processo, quella del 30 gennaio 1992, adottò sempre con altrettanto valida motivazione un criterio di valutazione delle prove che ritengo più aderente alla realtà del fenomeno criminale da valutare e giudicare. E naturalmente non so da che cosa questo sia dipeso: come abbiamo visto negli anni seguenti la giurisprudenza ha, per molto tempo seguito e tuttora in parte segue, quella famosa sentenza del maxi-processo, ma si è nuovamente registrato negli ultimi anni un progressivo ritorno ad una giurisprudenza che è molto più restrittiva sulla valutazione delle prove nei processi di mafia. E’ chiaro che tutto questo risente di quel che avviene nel mondo esterno a livello di cultura, di dibattito ed equilibri politici e, quindi, stabilire un nesso di linea assolutamente generale fra il clima esterno e le interpretazioni giuridiche e l’operato della giurisprudenza è un fatto reale e fisiologico e sarebbe da stupidi negarlo. Altro è naturalmente entrare nel merito di singole decisioni che vanno esaminate, per quanto mi compete, esclusivamente sul piano dei rimedi processuali.
Procuratore, parto da un dato di fatto: Cancemi, che era presente in aula al processo per il fallito attentato all’Addaura al giudice Falcone, ha dichiarato che, un giorno, quando era ancora mafioso, uno dei suoi avvocati gli disse che uno dei “tre corleonesi” era in contatto con i servizi segreti. Bernardo Provenzano – e parlo di lui come simbolo dei capi di Cosa Nostra – è latitante da 37 anni solo perché ha buoni contatti in Sicilia? Perché è un grande capo di Cosa Nostra che si sa muovere bene sul territorio? Perché è protetto da grandi uomini d’affari e possiede immense ricchezze con le quali può corrompere tanta gente? Oppure quella dichiarazione di Cancemi è basata su un fondamento di verità?
Non posso rispondere a questa domanda, ma direi che per garantire un periodo di latitanza così lungo concorrono vari fattori: il primo è costituito dalla rete di appoggio che permette al “pesce” di nuotare comodamente nell’acqua e, per prosciugare l’acqua, occorrono due pompe: c’è la pompa tradizionale, cioè quella della polizia e della magistratura che lo fa arrestare disponendo degli elementi di prova e dei soggetti che appartengono all’organizzazione militare; e poi naturalmente, ci vuole un’altra pompa, che serve a prosciugare un altro tipo di acqua e cioè relazioni o comunque possibilità di contatti non penalmente rilevanti della più varia natura. Sono sempre stato convinto di una cosa che mi risulta confermata dall’esperienza che ho fatto in questi ultimi anni e cioè che, quando uno stato moderno – e per età moderna intendo quanto meno dalla scoperta dell’America in poi e non mi riferisco ad uno stato “supertecnologico” – vuole debellare un fenomeno criminale ci riesce senza difficoltà, ma solo se realmente lo vuole; se Cosa Nostra è ancora viva e vegeta dopo tanti decenni, così come lo sono la mafia russa o quella albanese o colombiana, evidentemente questo accade poiché, nelle varie fasi storiche, questa volontà totale da parte degli Stati non c’è stata. Abbiamo assistito a due momenti nella storia recente in cui sembrava di essere quasi arrivati alla svolta finale ed è stato esattamente con la collaborazione di Antonino Calderone nel 1987 quando, dopo la prima condanna passata su Tommaso Buscetta e Totuccio Contorno, si cominciò ad indagare sull’economia e sul ceto mafioso. Un secondo momento si ebbe quando, tra il ’93 e il ’94, cominciarono a moltiplicarsi le collaborazioni dei mafiosi appena arrestati. Sembrava proprio che l’organizzazione si stesse disintegrando, ma poi i fatti hanno dimostrato che si trattava soltanto di un’illusione. Mentre nel 1987 quando quasi tutti i mandati di cattura nei confronti di Calderone furono annullati in sede giudiziaria e poi iniziò una campagna di stampa contro il pool, non so per quale motivo è stata fatta una sorta di marcia indietro.
Procuratore, un’ultima domanda. Dal punto di vista umano c’è pericolo, in questo momento, che voi magistrati in trincea siate sibillinamente – forse con meno ferocia rispetto al passato – attaccati da parte della stampa e abbandonati da questo silenzio politico, e della società civile che, purtroppo, è un po’ indifferente alla mafia. Sembra quasi che della criminalità organizzata non gliene importi più niente a nessuno. C’è il rischio che, a causa di questa delegittimazione, la mafia possa compiere qualche attentato per dimostrare la propria forza? Oppure potrebbe continuare con questo silenzio?
Per il momento l’indirizzo politico è sicuramente mirato ad evitare gli omicidi. Naturalmente si potrebbero verificare dei fattori diversi e quello stesso processo che è in corso potrebbe condurre ad esiti diversi. Se, per esempio, non si dovesse trovare un equilibrio e una parte rischiasse di soccombere, quest’ultima potrebbe ritenere opportuno compiere un atto eclatante che metterebbe in crisi il processo di ristrutturazione. Basti pensare a quello che periodicamente succede nel Medio Oriente ogni volta che sembra di essere sul punto di stabilire un patto definitivo fra arabi e israeliani: c’è sempre una minoranza perdente alla quale il processo per la pace non va a favore e quindi lo distrugge con un attentato. Anche qui siamo un po’ nell’imponderabile e Cosa Nostra non uccide mai a caso, ma in questo momento non siamo in una situazione definitiva, stabile e consolidata in base alla quale si potrebbe ragionare facendo riferimento a schemi univoci, ma ci sono possibilità di evoluzione diverse all’interno e, in relazione ad esse, la situazione si modifica.
Ma noi procuratore cosa possiamo fare?
Bisogna fare un lavoro improbo, specialmente per dei giornalisti, in un momento in cui la mafia non fa notizia. Bisogna avere il coraggio e la voglia di continuare a parlarne.
Giorgio Bongiovanni
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