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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
Albania: nella morsa della mafia PDF Stampa E-mail
Geografia di un paese difficile
di Michele Colonna



Nel 1999 una indagine del Censis sulla percezione del crimine evidenziava che i cittadini temono più la criminalità diffusa della mafia o delle grandi organizzazioni criminali perché sentono il crimine diffuso più vicino e minaccioso per la loro vita quotidiana e perché ne avvertono con ansia assoluta la cecità nella scelta delle vittime. Insomma l'"uomo della strada", secondo il Censis, penserebbe: <<Se la mafia è selettiva, con la piccola delinquenza non è sufficiente "farsi gli affari propri", non essere ricchi, essere ubbidienti ai boss>>. Questa "sensibilità" è spiegata da una certa estraneità civile che è tipicamente nazionale e dal naturale bisogno di sicurezza. Ma la mafia esiste ed è in continua evoluzione.
Questo studio si propone di esaminare una delle mafie oggi operanti nella nostra società: la mafia albanese. Cercherò di esporre le teorie relative alla sua discussa esistenza, di esaminarne le attività criminali per comprendere la portata dell'intero fenomeno criminale, di analizzare (seppur brevemente) gli strumenti per porre argine al suo dilagare.
Le fonti di cui mi sono servito sono, ahimè, prevalentemente di natura giornalistica poiché attualmente non vi sono sentenze definitive di processi contro organizzazioni criminali albanesi, anzi, la maggior parte di essi sono giunti al massimo al primo grado di giudizio. Gli stessi dati statistici, fatta eccezione per quelli forniti dalla Procura della Repubblica di Milano, non sono affidabili in quanto su di essi aleggia il "fantasma" del dark number.
Nel corso della trattazione, talvolta implicitamente talaltra esplicitamente, ho tentato di evidenziare i "legami chimici" tra i vari "atomi" che formano la "molecola criminale".

Il contesto politico: post-comunismo e corruzione diffusa

Per comprendere la portata del fenomeno criminale mafioso in Albania occorre osservare il contesto politico e amministrativo in cui esso trova il suo humus. Tale contesto è caratterizzato da un sistema di corruzione pervasivo che giunge fino alle sfere più alte della politica e tenterò di occuparmene brevemente: l'analisi della patologia (la corruzione) che colpisce lo Stato albanese ci consente sin d'ora di porre le basi per comprendere come e perché la lotta alla piaga del crimine organizzato è priva di un impulso efficace essendo le attività delle agenzie di controllo, le istituzioni statali schipetare, inficiate dall'onta criminale, e spesso colluse con le organizzazioni malavitose. L'Albania, come tutti i paesi in cui la democrazia e il libero mercato hanno vita difficile, vede più presente e diffuso il fatto corruttivo .
Qazim Myftiu non era un criminale ma un funzionario del Sigurimi (il servizio segreto albanese) e negli anni Settanta gestiva un'importante attività di contrabbando con sede a Durazzo; egli percepiva un regolare stipendio dal Ministero dell'Interno della Repubblica Popolare di Albania affinché svolgesse questa attività in quanto rubare ad un paese capitalista è un diritto per uno Stato comunista.
Genc Ruli, primo ministro delle Finanze dell'era democratica, dichiarò, nel 1991, che il bilancio dello Stato del periodo comunista conteneva la voce "contrabbando" e nel consuntivo più recente da lui esaminato a detta voce corrispondeva l'importo di 13 milioni di dollari. I capitali così ricavati erano utilizzati per le spese dello Stato.
Il contrabbando è iniziato ufficialmente nel 1974 e altrettanto ufficialmente è terminato nel 1990. Dal 1991, anno della c.d. "rivoluzione democratica", sono iniziati i primi veri traffici illeciti, sono aumentati esponenzialmente e con essi si è verificato il dilagare della corruzione, seguendo un percorso comune a tutti i regimi post-dittatoriali. Il fenomeno si è evoluto con il crollo dei valori sociali e la sua sostituzione con altre forme di guadagno rapido, nonché con il nepotismo e il favoritismo tipici della burocrazia albanese. Il vuoto legislativo e l'allentamento del controllo operato dalle forze dell'ordine, in un clima di quasi-anarchia, hanno agito da fertilizzanti per i semi della criminalità e della corruzione che, successivamente, hanno dato fiori e frutti.
Senza dubbio, una buona fetta di responsabilità del dilagare tra le istituzioni albanesi del cattivo costume della corruzione è da attribuire ai "colonizzatori" occidentali attratti dalle possibilità di sfruttamento offerte da un paese arretrato con una popolazione senza alcun'esperienza: facile preda per affari di ogni genere e a pochi chilometri dalla "frontiera" occidentale. Se un tempo i "conquistadores" europei distribuivano perline in cambio di oro, a Tirana nel 1992 si lasciavano sfogliare riviste come Quattroruote dicendo al direttore dell'istituzione statale di turno che poteva scegliere il modello di auto che preferiva in cambio dell'assegnazione di questo o quell'appalto; è da allora che tassisti e ristoratori fanno automaticamente agli stranieri ricevute per il doppio dell'importo dovuto anche quando questi non lo richiedono .
La situazione è altrettanto feconda per la corruzione se si considera il groviglio di leggi e decreti che hanno sostituito il vuoto legislativo. Un esempio è dato dalle imposte dirette percepite sui redditi dei pochi contribuenti, per lo più imprese straniere in Albania, il cui importo è determinato da funzionari che spesso fanno riferimento a fantomatici decreti in contrasto con le cifre previste dalla legge sulla tassazione - di fatto imposta dal Fondo Monetario Internazionale - per contrattare una tangente in cambio dell'applicazione della tariffa minore. La "bustarella" spesso produce l'effetto di accelerare, nel caos e nel marasma amministrativo più totale, le pratiche burocratiche che altrimenti richiederebbero mesi di attesa; in alcuni paesi è addirittura consentito detrarre i costi per le tangenti, definiti opportunamente "incentivi", dalle tasse.
Capita sovente agli stranieri che guidano l'automobile in giro per l'Albania di essere fermati dalla polizia e di riuscire ad evitare multe salatissime vantando amicizie tra le forze dell'ordine o pagando metà della cifra, riuscendo così a congedarsi con una stretta di mano; in giro per Tirana qualche anno fa circolavano lettere di raccomandazione timbrate e firmate da autorità che garantivano l'immunità agli automobilisti "amici" di queste ultime.
Nel 2000 una statistica di Transparency International sulla percezione che uomini d'affari, analisti e gente comune hanno del grado di corruzione poneva l'Albania all'84° posto in una graduatoria che comprendeva 99 paesi. I dati e le statistiche in merito a questo fenomeno sono pochi e per lo più poco attendibili. Il lavoro di Transparency International va preso cum grano salis  poiché si tratta di una statistica sulla percezione dei fenomeni corruttivi e non sulla loro reale incidenza. Per ciascun paese vengono prese in esame le ricerche esistenti ed integrate da interviste con diplomatici, manager di multinazionali e funzionari delle organizzazioni internazionali e, dunque, lo stesso metodo di rilevazione la dice lunga sul dark number .
Dagli esempi riportati e dai risultati dell'inchiesta svolta da Transparency International emerge un nodo importante: il ruolo delle "autorità". La corruzione è tanto diffusa capillarmente da consentire di escludere che i vertici istituzionali non ne siano a conoscenza. Tale diffusione è ascrivibile innanzitutto all'elefantiasi burocratica ma anche al ridotto volume d'affari concentrato nelle mani di pochi vertici che controllano ogni movimento. La gerarchia rigidissima e piramidale rispecchia il concetto di gruppo o clan presente nella arretrata società contemporanea albanese tutt'altro che "fluida" e "leggera"  in cui il potere amministrativo è legato a quello politico strutturato allo stesso modo. Le accuse reciproche di corruzione sono diventate una consolidata strategia politica in Albania, insieme ad altre come il boicottaggio, e quindi alla fine tutti sono corrotti e nessuno è corrotto. Le accuse di corruzione si sono abbattute su tutti gli uomini politici albanesi, dal primo ministro Nano al ministro della difesa Zhulali, dal ministro delle finanze Ruli ai deputati di tutti i partiti del parlamento albanese. Tante accuse pochissime condanne. Spesso alle accuse non seguivano le inchieste giudiziarie poiché rientravano nella pratica politica. Dagli studi condotti da organismi internazionali emerge anche lo stato di degrado in cui versa il sistema giudiziario la cui mancata riforma lascia irrisolto il "problema corruzione".
La profonda sfiducia di cui gode il sistema giudiziario albanese ha radici nel regime  ed è stata  accresciuta dal governo Berisha del 1994-95 quando furono rimossi tutti i magistrati, percepiti come oppositori, rimpiazzandoli con giovani laureati divenuti giudici dopo un corso di pochi mesi, con il chiaro intento di avere un potere giudiziario facilmente controllabile. Il risultato è che il sistema giudiziario albanese è totalmente inefficiente: non si spiegherebbe altrimenti il fatto che criminali e corrotti vivano indisturbati, almeno fino a quando il clan politico di appartenenza resta al potere. Winfried Hassemer, autorità in materia in quanto docente di diritto penale all'Università di Francoforte sul Meno, sostiene: <<La criminalità organizzata è caratterizzata essenzialmente dalla sua capacità di terrorizzare, paralizzare e, nel caso, corrompere l'apparato politico e giudiziario >>.

La geometria criminale albanese tra "mafia" e "non mafia"

La geometria criminale albanese è oggetto di discussione da parte degli analisti che si dividono tra coloro che ritengono che il termine "mafia" sia improprio per la criminalità albanese e coloro, la maggior parte, che sostengono che un'organizzazione criminale mafiosa albanese (seppur di difficile individuazione per le ragioni che vedremo e con una struttura diversa da quella "classica" di Cosa Nostra) esista e sia anche molto potente, tanto da essere annoverata tra le moderne mafie transnazionali.
Per i primi la criminalità albanese è formata da piccoli e medi gruppi che mutano il loro assetto secondo le attività criminali da gestire, e in base ad esso si espandono. Esistono personaggi che riescono ad emergere come boss ma non sempre riescono a consolidare il loro potere, in quanto questo dipende spesso dai legami politici delle bande criminali. La ripartizione delle bande avviene a seconda della specializzazione criminale dei vari gruppi, ma soprattutto secondo la divisione del territorio in cui esse agiscono . Secondo questa tesi minoritaria la struttura frammentata della criminalità albanese non permette strette affiliazioni con la criminalità organizzata di altri paesi anche se ciò non impedisce che si instaurino in determinate circostanze dei forti legami commerciali.
Comune alla tesi appena esposta e alla tesi contraria è l'origine dei criminali albanesi. Per entrambe le "fazioni" i criminali albanesi possono avere due provenienze: 1) possono essere ex membri del  Sigurimi, epurati da Berisha, e disposti a vendere a stranieri capaci di pagare in dollari le loro conoscenze circa i meccanismi più segreti dello Stato, le loro attitudini operative; 2) oppure sono albanesi reclutati tra le maglie dell'immigrazione clandestina, che così pagano il loro debito verso il sodalizio criminale che ha organizzato il viaggio, operando, dunque, nel paese di accoglienza .
Il difetto di questa prima tesi, che spinge ad accogliere la seconda, è nell'escludere che accanto alle gang, alle manifestazioni più "banditesche" del crimine albanese, vi sia un'organizzazione criminale mafiosa vera e propria. Molti sono i segni che dimostrano che la criminalità albanese ha raggiunto un livello elevato di sofisticazione. Quali sono questi segni?
Un'attività multicriminale. I delinquenti albanesi sono dediti a diverse attività criminali (che esaminerò nello specifico più avanti) che vanno dal traffico di stupefacenti al contrabbando di sigarette, dall'immigrazione clandestina alla falsificazione di documenti, dal rapimento a scopo di riscatto al riciclaggio di denaro sporco.
Un'impressionante capacità di condurre operazioni transnazionali molto complesse. Il massiccio traffico di clandestini non è affidato a orde di teppisti sbandati, esso è tutt'altro che spontaneo e anarchico. Dal luogo di partenza i battelli sono affidati ad equipaggi disciplinati e a bordo l'ordine è assicurato da uomini in armi. A terra avviene un'accurata selezione delle donne e degli uomini da imbarcare valutando le ipotesi di future "intese".
Una scienza sopraffina della protezione. E' questa una scienza profondamente interiorizzata in quanto gli uomini della malavita albanese sono per i due terzi agenti della Ghepeù (Sigurimi), unitisi dopo il licenziamento ai clan criminali e capaci di muoversi sotto falso nome; e, ancora peggio, i montanari albanesi che parlano dialetti imbastarditi dal gergo tanto che perfino i loro vicini delle vallate attigue non riescono a comprendere. Pseudonimi e dialetti lasciano immaginare le possibilità di penetrazione in tali clan e di decifrare le intercettazioni telefoniche ad opera di investigatori italiani o svizzeri.
Questi segni ci consentono di capire la portata criminale del fenomeno ma non sono decisivi al fine di parlare di mafia strictu sensu. Esaminiamo alcuni elementi.
Soprattutto nel nord del paese sopravvive, in modo quasi chimicamente puro, la tradizionale società mediterranea basata sul clan, sulla legge del Kanun, rispettosa delle tradizioni ancestrali, fondata sull'onore e la vendetta. Per la maggior parte delle mafie queste regole sono trasmesse oralmente, invece in Albania il Kanun è un vero e proprio codice scritto, che è possibile acquistare nei chioschi di giornale.
L'etnia svolge un ruolo decisivo nella formazione delle organizzazioni criminali ed è così anche, se non soprattutto, nella costruzione di quelle albanesi. E' indispensabile capire le dinamiche interne ad un gruppo etnico se si vuole comprendere il funzionamento di un cartello: è questo che emerge dai racconti degli investigatori che si occupano di bande kazake, kosovare, cecene, ecc… Paul Valéry ha scritto: "I fatti non penetrano in un mondo dove esistono le convinzioni". Ogni collettività fondata su una identità etnica possiede delle radicate convinzioni che sono più forti di qualunque individualismo in quanto sorrette da una lingua comune (un dialetto), da legami di parentela, da uno stesso territorio. L'etnia alla quale un uomo sente di appartenere è, ai suoi occhi, superiore a tutte le altre; niente è più accecante di una convinzione. Ciò che è vero per le formazioni sociali in genere lo è ancora di più per i sodalizi criminali; al loro interno le gerarchie sono tanto più forti quanto più forte è la base etnica che le giustifica .
Per ribadire l'importanza dell'organizzazione sociale, è utile ricordare la definizione di "mafia" elaborata da Giovanni Falcone: << La mafia si caratterizza per la sua rapidità nell'adeguare valori arcaici alle esigenze del presente, per la sua abilità nel confondersi con la società civile, per l'uso dell'intimidazione e della violenza, per il numero e la statura criminale dei suoi adepti, per la sua capacità ad essere sempre diversa e sempre uguale a se stessa>> . Nel raccordo tra tradizione ancestrale e nuove attività operate dalla mafia albanese rinveniamo quanto teorizzato da Falcone a proposito di Cosa Nostra e possiamo adattarlo allo studio del fenomeno criminale organizzato albanese.
L'elemento decisivo al fine di decretare o meno l'esistenza della mafia albanese, il discrimen è la sua organizzazione . Anche le organizzazioni criminali albanesi, come quelle classiche, hanno una struttura interna verticistica e piramidale al cui apice vi è un capo, benché essa non si esprima in senso verticale (come Cosa Nostra) ma in orizzontale (come la Camorra): alla sua base vi sono cellule formate da 4 a 10 uomini che operano in un determinato settore (per esempio nella falsificazione di documenti, traffico di stupefacenti, ecc…) e sono tutti appartenenti ad un clan e ciecamente agli ordini di un capo. Nel settore dell'emigrazione clandestina l'attività è regolata da un ufficiale di collegamento, che agisce spesso sotto la copertura di un'associazione culturale o folkloristica.
Il ruolo svolto dai legami di sangue e dal Kanun nel definire i ruoli e i poteri all'interno dei clan è decisivo: essi danno vita ad una gerarchia nella quale i legami di sangue sono preferiti a quelli di matrimonio nell'assegnazione stessa dei compiti. Il coordinamento tattico tra squadre locali, ad esempio, è affidato ad un uomo che può anche essere entrato nel clan in seguito ad un matrimonio ma sul piano strategico il coordinamento tra settori di attività o aree geografiche e la direzione criminale sono obbligatoriamente affidati ad un soggetto legato al clan dal vincolo di sangue.
A livello intermedio operano i sottocapi che sono responsabili per i singoli settori di attività o di una determinata area geografica. I diversi elementi di un clan criminale operano in modo distinto e separato, flessibile e decentralizzato.
Al vertice si trova un capo, assistito da un consiglio di direzione, che fissa i grandi orientamenti e serve da arbitro nelle situazioni di crisi. Nel suo complesso l'organizzazione è adattabile, flessibile e in evoluzione. Permette, anzi stimola l'iniziativa personale nel rispetto della legge del clan e dell'omertà nel più totale disprezzo delle leggi del paese in cui si trova ad operare .
Di aiuto nella dissertazione tra "mafiiosità" e "non mafiosità" delle organizzazioni criminali albanesi è l'individuazione delle caratteristiche della c.d. "mafizzazione" dei gruppi criminali, delle peculiarità , cioè, che consentono di verificare se nel caso della criminalità albanese si può impiegare propriamente il termine "mafia" .
In che modo è valutato il livello di "mafizzazione"? In Italia la fattispecie del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso (art. 416 bis c.p.) è integrata (per definizione giurisprudenziale) quando si presentano alcune caratteristiche ben precise:
a)    stabilità organizzativa;
b)    sistematica e diffusa forza intimidatrice;
c)    indissolubilità del vincolo associativo;
d)    omertà esterna.
La giurisprudenza, inoltre, ritiene che i requisiti dell'omertà e dell'assoggettamento non devono riferirsi unicamente ai membri dell'associazione, ma devono avere efficacia anche nei confronti dei soggetti verso i quali il sodalizio criminale esercita le sue attività delittuose, nei confronti delle vittime. A tal proposito possiamo individuare un "legame" tra l'"atomo" del reo (l'associazione criminale) e l'"atomo" della vittima nell'ambito dello studio criminologico secondo il modello della "molecola criminale" . Diverse organizzazioni criminali, che non sorgono con i requisiti indicati sopra, hanno intrapreso un processo di "mafizzazione" iniziando a rispondere a buona parte di queste caratteristiche. In modo particolare si sofferma l'attenzione sulla stabilità organizzativa sulla forza intimidatrice attraverso l'uso sistematico della violenza.
Ebbene, la mafia albanese risponde con pesante affermazione ai requisiti della omertà e della capacità minatoria avvicinandosi al modello mafioso italiano .
Ad eliminare ogni dubbio sull'esistenza o meno di una mafia albanese, a porre la parola "fine" a questa querelle è intervenuto nel 1999 un rapporto della DIA (Direzione Investigativa Antimafia) dal titolo: "Importanza strategica e tattica delle organizzazioni criminali albanesi". Gli esperti della DIA  segnalano innanzitutto una trappola: quella di confondere il disordine e il caos che regnano da dieci anni in Albania con la realtà mafiosa di questo paese, trappola in cui la mafia albanese è fermamente intenzionata a spingerci. Nulla sarebbe più falso che confondere la mafia albanese con "i gruppi di banditi che girano indisturbati per l'Albania e che non hanno eguali in alcuno Stato europeo". La mafia albanese e queste bande anarchiche non hanno nulla a che fare: anzi queste ultime disturbano i mafiosi locali, uomini d'ordine che preferiscono intrattenere rapporti con politici al loro soldo e corrompere una polizia solo apparentemente repressiva. Tuttavia, siamone certi, il giorno in cui fatalmente il disordine albanese si placherà, il giorno in cui una calma di facciata regnerà a Tirana, non dovremo cadere nell'errore di pensare che la mafia locale sia morta, sarà vero, invece, il contrario: significherà che la mafia ha imposto la calma ai banditi anarchici, pregiudizievoli per i suoi traffici.
Ad ogni modo, al termine della dissertazione circa l'esistenza o meno di una mafia albanese, è indispensabile una puntualizzazione. Le distanze tra microcriminalità e macrocriminalità albanese si avvicinano fino quasi a scomparire quando si esaminano i comportamenti dei singoli associati. Anche i membri delle associazioni mafiose commettono i reati della c.d. criminalità diffusa, cioè furti e rapine, in quanto rappresentano una sorta di training psicologico, attraverso il quale si compie la scelta selettiva. Il motto dei criminali albanesi è estremamente indicativo: "se un uomo non è un buon ladro non sarà mai un boss e non farà mai carriera nell'organizzazione".

 
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    Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti.
    Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica.
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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

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    Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali.
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    Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi.
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