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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
Il Memoriale PDF Stampa E-mail
di Nicolò Marino

Presentiamo integralmente il memoriale di Nicolò Marino sul “Caso Catania”

Facendo seguito a quanto già segnalato alla E.V. in precedenti note (25 novembre 2000, 10 dicembre 2000, 4 gennaio 2001, 6 marzo 2001, 15 marzo 2001, 21 novembre 2001) e alle dichiarazioni rassegnate al Suo Ufficio – delle quali chiedo l’inoltro al Signor Ministro della Giustizia – mi permetto sottoporre alla Sua attenzione quanto segue.
Come è noto alla E.V., per avere avocato il relativo procedimento, le puntuali segnalazioni da me inoltrate alla Procura Generale presso la Corte di Appello di Catania circa le indagini nei confronti dell’imprenditore Sebastiano SCUTO e le infiltrazioni mafiose nel Comune di San Giovanni La Punta, hanno trovato i più ampi riscontri, tanto che, ancora oggi, un assessore di quel comune etneo, QUATTROCCHI Alfredo e il predetto SCUTO si trovano in stato di custodia cautelare in carcere e l’immenso patrimonio di quest’ultimo è sequestrato; mentre il sindaco di quel paese, Santo TROVATO, è rimasto pure coinvolto nelle inchieste giudiziarie e raggiunto da provvedimento restrittivo per il delitto di corruzione, aggravato ex art. 7 legge 203/91, in concorso sempre con Sebastiano SCUTO.
Se, quello allo stato conseguito, può definirsi un formidabile risultato nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata (infatti gli elementi a carico degli indagati sono stati confermati nel contraddittorio delle parti in lunghi e faticosi incidenti probatori, nonché dal Tribunale del Riesame), non altrettanto formidabile è il prezzo che chi scrive ha dovuto pagare. Invero, nei miei confronti si è iniziato un procedimento per incompatibilità ambientale nel quale addirittura mi si accusa di avere inoltrato alla E.V. quelle doverose segnalazioni che, quanto meno, hanno consentito alla Sua Procura di portare avanti le importanti e delicate indagini.
Dico subito che questo mio scritto non ha certo il fine di precostituire nuove difese in una sede non appropriata (del resto, avanti il C.S.M., ove da quasi un anno il procedimento è ancora pendente, ho finora avuto la possibilità di rassegnare la mia posizione documentando il mio dire), ma solo quello di indurre gli organi istituzionalmente competenti a compiere, ove lo ritenessero, gli accertamenti che le vicende ormai note come “caso Catania” meritano. Non ritengo infatti di potere accettare che gravissime omissioni, che sono indice quanto meno di colpa grave, o azioni palesemente orientate ad isolarmi, giunte finanche a colpire le persone che più strettamente hanno collaborato con me, sfuggano alla attenta osservazione degli organi deputati al controllo.

1.    Gli impedimenti alle investigazioni

a)    L’intervista del Procuratore Capo rilasciata al quotidiano “La Sicilia” del 15 marzo 2001, qualche giorno prima della decisione del Tribunale del Riesame sulla posizione dell’imprenditore Scuto Sebastiano.

Particolarmente grave appare senza dubbio alcuno l’intervista che il Procuratore Capo di Catania, Mario Busacca, rilasciava al quotidiano “La Sicilia” del 15 marzo 2001, qualche giorno prima della decisione del Tribunale del Riesame, in cui, dimentico che il suo Ufficio aveva chiesto ed ottenuto la misura custodiale nei confronti dell’imprenditore Scuto, metteva gravemente in dubbio l’esistenza degli elementi di accusa (l’E.V. ricorderà che mi permisi di segnalare quanto detto nella nota del 15 marzo 2001. Alla vicenda in questione ho fatto ampiamente riferimento in occasione delle audizioni avanti il C.S.M. e nella memoria del 23 ottobre 2001 prodotta in quella sede).
È veramente arduo sostenere – attenzionando la concatenazione degli eventi – che questa intervista si inserisca, solo casualmente, in un momento decisivo per l’inchiesta nei confronti dell’imprenditore Scuto, cioè poco dopo l’avocazione da parte del Procuratore Generale del procedimento gestito dai colleghi Caponcello, Fonzo e Santonocito per “mala gestio dell’attività di indagine”, dopo che Scuto era stato già arrestato nel procedimento da me coordinato e – circostanza, questa, che appare di gravità estrema – poco prima rispetto alla decisione del Tribunale del Riesame.

Ed invero, nella sua intervista, il Procuratore Capo ironizza sulla avocazione da parte della Procura Generale (la Procura Generale approfondirà ha meno da fare), mette in dubbio la valenza delle fonti di accusa che avevano portato alla emissione del provvedimento restrittivo nei confronti dello Scuto, ignorando artatamente che lo stesso è stato richiesto dal suo Ufficio con il visto del suo Aggiunto (…poi, vedremo che cosa spunterà di tutte queste riunioni… poi vedremo, … alla fine … che cosa resterà di queste armi…), lancia quasi una sfida sugli esiti finali dell’inchiesta sostenendo che SCUTO potrebbe essere vittima della mafia (Se per qualcuno che è molto ricco può anche sorgere il dubbio che il denaro lo dà e non lo piglia…).
È oltremodo allarmante che il Capo dell’Ufficio di Procura abbia sentito il bisogno di pubblicare il suo pensiero poco prima della decisione del Tribunale del Riesame, si badi bene, non facendo ricorso ai poteri che la legge gli conferisce proprio per tutelare i diritti dei cittadini, impedendo la trasmissione di una misura custodiale nei confronti di una persona delle cui responsabilità egli dubita, ma lanciando preoccupanti segnali trasversali attraverso la stampa.

b)    La richiesta di trasmissione atti del proc. 9797/2000 R.G.N.R. nei confronti dell’imprenditore SCUTO avanzata dalla Procura Generale di Catania al fine di operarne la riunione al procedimento avocato.

Ulteriore manifestazione dell’intento di ostacolare un completo accertamento della vicenda relativa all’imprenditore SCUTO si aveva allorché la Procura Generale in sede chiedeva la trasmissione degli atti del procedimento n. 9797/2000 R.G.N.R., ritenendo sussistere “imponenti ragioni di riunione per connessione e conseguente vis attractiva presso questo Ufficio, sia per competenza funzionale in forza della disposta avocazione, sia perché nel procedimento avocato lo SCUTO è indagato per il più grave delitto di omicidio…”.
Anche a non voler prendere in considerazione il tortuoso percorso seguito dal procuratore BUSACCA per acquisire le determinazioni dei magistrati titolari dell’inchiesta, il collega PULEIO e lo scrivente (delega del Procuratore Capo al procuratore aggiunto dott. GENNARO; missiva scritta di questi all’indirizzo dei magistrati assegnatari; risposte acquisite dal dott. GENNARO; risposta del Procuratore Capo al Procuratore Generale), non può certo dubitarsi dell’intento dei vertici della Procura Distrettuale di mantenere il controllo del procedimento nei confronti dell’imprenditore SCUTO, allorché rifiutavano la trasmissione dei restanti atti.
In conseguenza di tale scelta si veniva a creare l’assurda ed illogica situazione (peraltro segnalata da chi scrive in occasione del parere richiesto dal dott. GENNARO) di un indagato oggetto di investigazioni da parte di due uffici diversi per il reato di cui all’art. 416 bis c.p. (secondo angolazioni di tempo non coincidenti) e quello connesso di corruzione aggravata ex art. 7 legge 203/91. Vale a dire duplicazioni di indagini, di uomini e mezzi per fatti che nessuno si sarebbe mai sognato di trattare distintamente se pendenti avanti il medesimo organo inquirente. In buona sostanza voleva mantenersi quella assurda situazione – emblema dell’assoluta mancanza del più elementare coordinamento all’interno della Procura Distrettuale di Catania – che, contro l’intento di chi scrive, aveva portato i colleghi CAPONCELLO, FONZO e SANTONOCITO ad avanzare richiesta di archiviazione nei confronti dell’imprenditore SCUTO, pur essendo perfettamente a conoscenza degli stessi e dei magistrati della Direzione Distrettuale di Catania che lo scrivente conduceva indagini nei confronti dell’imprenditore per fatti strettamente legati a quelli del procedimento poi avocato.
Ma la scelta del dott. BUSACCA di rifiutare la trasmissione degli atti alla Procura Generale veniva adottata senza che il Procuratore Capo, come sarebbe stato doveroso, “sollevasse conflitto”. Tale condotta veniva per l’appunto stigmatizzata dalla E.V. con la Sua nuova richiesta ove puntualizzava: “…la richiesta può avere solo due sbocchi: o la trasmissione degli atti nei termini della richiesta stessa …o l’informativa al Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, per la soluzione preventiva del potenziale contrasto… A parte, quindi, le considerazioni della nota di risposta sull’istituto dell’avocazione … sulle quali, peraltro, questo Ufficio formula le più ampie riserve, una cosa è certa: la soluzione del contrasto spetta ad altra Autorità Giudiziaria normativamente indicata. … i termini della trasmissione divergono da quelli della richiesta e, quindi, a parere di questo Ufficio, di fatto risolvono il contrasto fuori dai canali normativi”.
Il procuratore BUSACCA in risposta a tale nota, trasmetteva in parte qua gli atti relativi al reato associativo ma continuava a mantenere quelli concernenti l’ipotesi di corruzione, aggravata ex art. 7 legge 203/91 (palesemente connessa alla fattispecie associativa), nonché la restante parte dell’inchiesta ove, incredibile a dirsi, doveva ancora essere vagliata la posizione dell’ing. Ignazio SCIORTINO (cognato del collega CAPONCELLO), soggetto che era già stato al centro dei contrasti sorti durante l’inchiesta relativa all’appalto dell’ospedale GARIBALDI.

c)    Il trasferimento del maggiore Sottili

Addirittura inquietante appare poi la vicenda del trasferimento da Catania del Comandante del Nucleo Operativo del Comitato Provinciale dei Carabinieri.
Il magg. SOTTILI, solo dal 1998 al comando di uno dei migliori Reparti investigativi della provincia, aveva condotto molte importanti indagini sulle più pericolose famiglie mafiose del catanese, collaborando con quasi tutti i colleghi della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania.
Tra l’altro, sin dal momento del suo arrivo a Catania aveva svolto con puntualità l’attività investigativa delegata nell’ambito delle inchieste da me condotte su COSA NOSTRA CATANESE e sulle implicazioni mafia – appalti – politica, da “ORIONE” al “GARIBALDI” e da ultimo al caso “SAN GIOVANNI LA PUNTA”.
Per l’attività svolta, in particolare nelle mie indagini, l’Ufficiale aveva dovuto subire nel tempo minacce, pressioni e ritorsioni dai vertici del mio Ufficio e da alcuni miei colleghi che nel tentativo di fare terra bruciata intorno a me speravano di intimidirlo per indurlo a tralasciare le indagini delegategli.
Ma il maggiore SOTTILI, per nulla intimorito, aveva continuato a svolgere il proprio lavoro con equilibrio ed efficacia tanto che, al momento della avocazione da parte della Procura Generale del procedimento su SCUTO Sebastiano, era diventato ben presto il più stretto collaboratore anche dei colleghi BUA e SISCARO.
Fallito il tentativo di aggressione diretta, la Procura aveva allora aggirato l’ostacolo trovando, spiace dirlo, terreno fertile nei colonnelli DAMIANO e D’AGATA.
Tanta era stata la fermezza del maggiore SOTTILI quanta sarà l’arrendevolezza di questi Ufficiali ai quali veniva chiesto l’allontanamento da Catania del Comandante del Nucleo Operativo.
Più di una volta chi scrive ha sentito il colonnello DAMIANO, comandante provinciale dei Carabinieri, lamentare che il procuratore capo BUSACCA ed il dott. GENNARO gli avevano intimato che, se non avesse fatto trasferire il maggiore SOTTILI, i Carabinieri non avrebbero più avuto ordinanze di custodia cautelare né deleghe dalla Procura.
Il Comando dell’Arma, non più rappresentato da uomini forti come in passato era stato il colonnello PINOTTI, aveva deciso di subire passivamente tali prevaricazioni ed aveva proposto al maggiore SOTTILI un trasferimento al Nucleo Operativo di Palermo, che l’ufficiale non poteva fare a meno di accettare.
Mi consta che la E.V., pienamente d’accordo con i colleghi BUA e SISCARO, i quali non gradivano affatto l’avvicendamento, avesse chiesto precise garanzie al generale GUALDI, comandante della Regione Sicilia, affinché il movimento del Maggiore slittasse di un mese e che lo stesso Ufficiale potesse continuare a lavorare alla inchiesta su SCUTO anche da Palermo.
Malgrado gli impegni presi, i Comandi dell’Arma non avevano però tenuto fede alla parola data, evidentemente per timore di eventuali ritorsioni della Procura, creando gravi intralci e ritardi alle indagini in corso, tanto da costringere i magistrati inquirenti della Procura Generale a fare ricorso anche ad altri organi di Polizia e a lamentare più volte atteggiamenti di minor collaborazione da parte dei Carabinieri.
Mi risulta che si sia giunti addirittura a contestare in documenti ufficiali al maggiore SOTTILI di essere stato troppo vicino ad alcuni Pubblici Ministeri trasformando in colpe i suoi maggiori pregi: la lealtà, la tenacia ed il coraggio delle proprie idee.
D’altronde la E.V., conosce bene i meriti del maggiore SOTTILI tanto che all’atto della sua partenza da Catania gli ha tributato un encomio scritto.
Ma le ritorsioni messe in atto dal Comando Provinciale dei Carabinieri di Catania, per compiacere i vertici della Procura e colpire i più stretti collaboratori miei e del maggiore SOTTILI, non termineranno col trasferimento di questi, malgrado il suo successore sia un buon ufficiale.
Non passa giorno che non raccolga le lamentele di qualcuno di quegli investigatori che sino all’estate del 2001 formavano una formidabile compagine operativa nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata e che ora appaiono demotivati e mortificati solo per aver lavorato con me.
Mi chiedo: ma quanto ancora dovranno pagare i carabinieri che hanno lavorato con grande coraggio e slancio alle indagini da me condotte affinché il colonnello D’AGATA ed il colonnello DAMIANO possano guadagnare la considerazione dei vertici di questa discussa Procura e farsi perdonare per il fatto che i loro dipendenti hanno collaborato a inchieste “non gradite”, tutte peraltro confermate dal G.I.P., dal Tribunale del Riesame ed alcune dal giudizio di primo grado? Ed ancora, i vertici istituzionali dell’Arma dei Carabinieri sanno quel che sta accadendo a Catania e se ne disinteressano? Oppure vengono tenuti all’oscuro di tutto?

d)    Le indagini nei confronti dell’avvocato BRANCATO

Come è noto alla E.V. proprio dalle dichiarazioni dell’avvocato Mario BRANCATO ha tratto origine il Procedimento n. 9797/2000 R.G.N.R. contro l’imprenditore SCUTO Sebastiano ed altri. Il professionista infatti durante lo svolgimento delle preliminari investigazioni ha fornito dei dati importanti, alcuni raccolti proprio dal Suo Ufficio, circa le infiltrazioni mafiose nel Comune di San Giovanni La Punta. Giova precisare che a seguito di alcune, ancorché generiche, dichiarazioni di un collaboratore di giustizia avevo svolto delle investigazioni sul conto dell’avvocato BRANCATO nell’ipotesi che, risultando iscritto alla massoneria ufficiale e difendendo alcuni importanti “uomini d’onore”, fosse uno degli anelli di congiunzione tra la massoneria deviata e la mafia. Proprio da tali investigazioni sia io che i Carabinieri avevamo tratto il convincimento che l’avvocato fosse non solo estraneo ad ogni ipotesi di devianza ma che addirittura avesse contrastato, proprio all’interno della sua loggia, altri iscritti che risultavano essere stati in collegamento con esponenti della famiglia catanese di Cosa Nostra.
Al termine delle investigazioni infatti i carabinieri del Nucleo Operativo avevano chiesto l’arresto di tali personaggi anche sulla base di alcune intercettazioni di comunicazioni telefoniche del legale.
Di contro, quando ormai si era aperto il conflitto interno alla Procura Distrettuale per la vicenda di San Giovanni La Punta – Scuto, i colleghi BERTONE e MIGNEMI, che pure erano coassegnatari della informativa dei Carabinieri, avevano indagato l’avvocato BRANCATO disponendo nei suoi confronti, si badi bene solo una perquisizione domiciliare, con capi di imputazione tanto gravi da giustificare l’arresto di chiunque. Ma gli stessi “inquisitori” evidentemente sapevano che le accuse erano tanto gravi quanto infondate, non spiegandosi altrimenti la decisione di disvelare i presunti elementi di accusa per una semplice perquisizione.
Ma la cosa ancor più grave è legata alla circostanza che, nel provvedimento che disponeva la perquisizione, venivano contestate al legale ipotesi criminose che prevedevano la ricostruzione dei fatti allo stesso addebitati in segno opposto rispetto alla ricostruzione operata nel Procedimento n. 9797/2000 R.G.N.R. per i quali era stata emessa ordinanza custodiale in base alle dichiarazioni dell’avvocato BRANCATO. È bene aggiungere che i colleghi che avevano deliberato la citata perquisizione avevano compiuto le loro attività senza alcun coordinamento con lo scrivente ed il collega PULEIO – né tantomeno con i colleghi della Procura Generale, titolari del procedimento avocato – con gli immaginabili danni alla prospettiva accusatoria dei procedimenti relativi al comune di San Giovanni La Punta.
Ma forse il motivo di tutta l’azione investigativa del dott. BERTONE potrà comprendersi meglio ove si consideri che in occasione della perquisizione gli ufficiali di P.G. operanti erano apparsi oltremodo interessati alla ricerca di atti attinenti non alla mafia o alla massoneria ma al “caso Catania”. Ancor più chiara mi appariva la vicenda quando apprendevo dall’avvocato BRANCATO che tra le intercettazioni, che formavano oggetto del procedimento a suo carico, ve ne erano alcune nelle quali il professionista metteva in dubbio la correttezza del dott. BERTONE e del dott. GENNARO.
Peraltro, l’affidabilità dell’avv. BRANCATO e la sua lealtà nei confronti delle istituzioni, era stata dimostrata già in occasione della trattazione del procedimento relativo alla incompatibilità del sindaco Santo TROVATO, celebratosi avanti la Corte di Appello di Catania. Come l’E.V. ricorderà, l’avvocato, venuto a conoscenza della improvvisa sostituzione del P.M. d’udienza della Procura Generale, non aveva approfittato per sollevare polveroni, né si era presentato in aula accompagnato da giornalisti, benché forse ne avesse interesse, ma mi aveva pregato di segnalare alla E.V. il disguido affinché Ella potesse porvi rimedio. Ben diversa appare quindi la sua figura rispetto a quella disegnata dal collega BERTONE ed ancor più rispetto a quella del sindaco TROVATO che, in quei giorni, non si dimentichi, si vantava in pubblico di poter pilotare, a suo piacimento, il procedimento in questione influenzando addirittura la scelta dei magistrati.

2.    Le azioni finalizzate al mio isolamento

Non solo i Carabinieri e una delle fonti di accusa verranno colpite nel corso delle investigazioni in parola, ma verrà messa in atto ogni sorta di attacco contro chiunque abbia avuto l’ardire di collaborare con me, colpendo persone assolutamente al di fuori delle scelte investigative come possono esserlo i segretari, i collaboratori di cancelleria e, addirittura, i consulenti tecnici.
Come è noto alla E.V. la mia assistente, cancelliere B3 signora Rosalba FONTANA, senza alcuna esigenza di servizio e senza che ciò si sia mai verificato in altri casi, veniva assegnata ad altri incarichi proprio nel momento in cui, per il mio carico di lavoro, avevo maggiore necessità di collaborazione di persona capace e di esperienza. Analoga sorte toccava al collaboratore Alfredo BUCCHERI, dopo oltre un decennio di dedizione agli uffici della Procura Generale, anche in questo caso in assenza di valide motivazioni.
La persecuzione nei confronti della signora FONTANA è arrivata addirittura al tentativo di intimidazione nei confronti dei medici fiscali incaricati di documentare le sue successive condizioni di salute. La mia assistente, forse a seguito dell’immotivato e punitivo provvedimento, cadeva infatti in uno stato di depressione confermato anche da visite specialistiche dei medici fiscali ed i responsabili dell’ufficio di Procura arrivavano ad inviare, presso i medici stessi, agenti della Sezione di P.G. della Guardia di Finanza per accertare senza apparente motivo se vi fossero state inadempienze dei sanitari.
Mi chiedo in quanti altri casi di dipendenti dichiaratisi ammalati ciò sia stato fatto.
Ancora più ambigue sono state le ritorsioni contro il consulente tecnico Filippo DI GRAZIA, reo di aver troppo spesso lavorato nei procedimenti da me coordinati.
A prescindere dal fatto che il DI GRAZIA era tecnico di fiducia sia dei Carabinieri del R.O.S. che di quelli del Nucleo Operativo, è pur vero che le sue trascrizioni risultavano sempre più complete di quelle di altri. Attualmente, dopo essere stato ingiustamente escluso dall’albo dei consulenti del P.M., il DI GRAZIA non ha praticamente alcun incarico a Catania se non quello conferitogli dai sostituti della Procura Generale proprio nel procedimento avocato.
Reputo necessario ribadire alla E.V. un’ultima circostanza.
Da anni ero sottoposto a misure di protezione, con la tutela composta da due uomini della Polizia di Stato e la scorta dell’Arma dei Carabinieri. Recentemente, nel quadro del riesame generale dei servizi di protezione, da un lato mi è stata tolta la scorta, così come avvenuto per altri colleghi e senza alcuna mia rimostranza, ma dall’altro, inspiegabilmente e dietro proposta del procuratore capo BUSACCA, il mio servizio di tutela è stato assunto dalla Guardia di Finanza con la riduzione di una unità. Tale variazione si è verificata solo per me e proprio nel momento in cui maggiore era divenuta la mia sovraesposizione a causa delle indagini su mafia – politica – imprenditoria  dei procedimenti su San Giovanni La Punta e sulla costruzione del secondo lotto dell’ospedale GARIBALDI di Catania.

Nicolò Marino
 
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