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Antimafia Duemila

Thursday
Aug 21st
Il disastro che vuole Castelli PDF Stampa E-mail
Magistrati in sciopero contro le riforme. Ecco perché
di Libero Mancuso



Oggi 20 giugno 2002 i magistrati italiani scioperano. Nonostante le intimidazioni di cui sono stati oggetto fino all’ultimo da parte del primo ministro e del ministro della Giustizia, scioperano. Nonostante i pressanti inviti del presidente della Repubblica, scioperano.
Un malessere profondo giustifica pienamente questa azione dopo che una cascata di fango è stata riversata su di loro dai nuovi (ma non troppo) governanti. L’irresponsabilità di questi gesti è evidente poiché tradisce una scadente cultura istituzionale: una cultura che sta conducendo al tramonto dello Stato di diritto, ma anche dei fondamentali principi di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e di indipendenza della magistratura.
Il tutto attraverso l’approvazione di norme come il progetto di riforma dell’ordinamento giudiziario, ultimo scampolo di una pericolosa pratica legislativa che si caratterizza per la sua estraneità ad ogni principio di generalità ed astrattezza e ad ogni elementare sentimento di giustizia. Senza che interessi ad alcuno porre mano al risanamento del processo civile e penale, a restituire ad essi tempi ragionevoli nell’interesse di tutti i cittadini, come impone una recente norma costituzionale.
Sono molti mesi che la Magistratura esprime il proprio disagio, al punto che è stato colto l’allarme anche presso  le Nazioni Unite, che hanno inviato in Italia un avvocato malese, dal nome ingombrante di Dato’ Param Cumara Swamy, ispettore speciale per le questioni di diritto presso la Commissione dei Diritti Umani, perché chiarisse le ragioni dei rapporti, burrascosi, tra politica e giustizia in Italia. Ed ha soggiornato nel nostro Paese tra l’11 ed il 14 marzo scorso, incontrando i protagonisti del contenzioso. L’iniziativa, sconcertante per qualsiasi paese europeo, ha tratto spunto dalle notizie, riportate con evidenza dalla stampa internazionale, di una diffusa protesta dei giudici italiani rivolta ad esponenti di rilievo della maggioranza di Governo, alcuni dei quali, a partire dal suo Presidente, oggetto di molteplici iniziative giudiziarie riguardanti reati imbarazzanti per chi riveste una tale  carica pubblica, come la corruzione di Giudici e di appartenenti alla Guardia di Finanza, che avrebbero favorito, dietro pagamenti miliardari avvenuti all’estero, loschi affari ed alleggerito il peso fiscale di società di proprietà presidenziale.
Tutto ciò non a Panama, o in Argentina o in altri Paesi del globo avvezzi a tali prassi, ma in Italia, già culla del diritto ed oggi luogo dove si pratica il libero insulto alla Magistratura ed allo Stato di diritto, fondato, come è noto, sul principio di sottomissione di tutti i cittadini, e tra di essi i governanti, alla legge. Un terreno melmoso dal quale trae origine lo scontro tra chi si trova a governare oggi in Italia e chi tenta di amministrare equamente, come è suo dovere, la Giustizia.
Nessuna sorpresa, allora, dell’arrivo dell’avvocato malese, attirato dalle «notizie di una protesta nazionale dei magistrati… svoltasi all’inaugurazione dell’anno giudiziario per esprimere le loro lagnanze sui tentativi del Governo di limitare la loro indipendenza».
L’inchiesta si è soffermata sul «punto dolente costituito dalla procedura ingombrante e dai processi di appello, sia in penale che in civile» e sul «tempo medio per chiudere un processo penale, intorno ai 9 anni e di un processo civile, di 10 anni». Si tratta di tempi «incompatibili con la Convenzione europea dei diritti umani». Allarmano l’Ispettore speciale anche le parole del Vice Presidente del CSM che è arrivato a definire la procedura penale come «un perverso gioco di serpenti e scale», che noi traduciamo in un altrettanto non esaltante «perverso gioco dell’oca», purtroppo immagine calzante della procedura predisposta a tutto fuor che all’accertamento delle responsabilità penali, beninteso quando imputati sono personaggi influenti.
L’Ispettore speciale si addentra quindi, non senza malizia, nell’esame dei tre casi pendenti innanzi l’autorità giudiziaria milanese, «relativi ad accuse di corruzione e falso in bilancio di preminenti politici. Uno è il Primo Ministro, l’altro è un preminente membro del Parlamento, mr. Previti… un caso è pendente davanti alla Corte di cassazione in relazione alla richiesta di trasferimento dalle Corti di Milano… È possibile che la prescrizione si verificherebbe… nel caso i processi fossero trasferiti da Milano verso altra destinazione… prima del completamento dei processi. La maniera con la quale le eccezioni procedurali sono usate per ritardare i processi è materia di preoccupazione, incluso il percepito uso dei processi legislativi per modificare la legislazione che allora è usata nella conduzione dei processi. Un pezzo di questa legislazione è quella sulle richieste di rogatoria che ratificano un accordo bilaterale con la Svizzera con effetto retroattivo».
Avverte l’Ispettore, che mostra ancora una volta di avere colto perfettamente abusi e stravolgimenti del rapporto processuale nei casi di «alto profilo», che «gli avvocati difensori di queste personalità sono anche membri del Parlamento e perciò hanno influenza nel Parlamento per favorire i processi dei loro clienti in Parlamento. Ciò determina una situazione di conflitto d’interessi», che i tanti ciarlatani del garantismo, a differenza dell’avvocato malese, tardano a scorgere. L’Ispettore si addentra quindi nel caso di «alto profilo» che ha visto l’avvocato Previti rifugiarsi dietro una miriade di lavori parlamentari, del genere più svariato e fantasioso, per sottrarsi al processo in corso a Milano dove è imputato, con il Primo Ministro, nella corruzione di Giudici.
Vale la pena premettere che, nel corso della precedente legislatura, la maggioranza di Centro-Sinistra aveva deciso di non concedere l’arresto dell’on. Previti, anche perché le prove raccolte avrebbero consentito una rapida definizione di quel processo. Mai previsione si rivelò tanto errata: si ebbero infatti i molteplici rinvii davanti al Giudice delle indagini preliminari prima, ed ai Giudici del dibattimento poi, e si venne a creare una situazione di stallo che l’ispettore descrive così: «Il sig. Previti aveva ripetutamente richiesto il rinvio delle udienze in ragione dei suoi impegni parlamentari. I giudici avevano acconsentito…i magistrati temevano che i ripetuti rinvii potevano implicare un ritardo eccessivo e decidevano che era necessario il processo, a prevalenza degli impegni parlamentari». A quel punto, l’allora Presidente della Camera, on. Luciano Violante, nonostante il caso apparisse risolvibile con i normali criteri delle leggi e del buon senso, richiese l’intervento della Corte costituzionale perché dirimesse il caso. Poiché il Tribunale di Milano, nel rispetto della decisione della Corte, non concesse rinvii e non accolse «una richiesta del sig. Previti di annullare l’intero processo e ricominciare di nuovo», intervenne una risoluzione del Senato che arrivò a censurare pesantemente le decisioni del Collegio giudicante. Vi fu anche la richiesta di «ammanettare» quei Giudici da parte, niente di meno, che di un sottosegretario di Stato.
Orbene sono stupefacenti il rigore tecnico-giuridico e la ragionevolezza con la quale l’Ispettore speciale, richiamando principi di diritto vigenti in Europa, dirime quel contrasto: «Con riguardo all’importanza contrapposta tra i processi giudiziali e i lavori parlamentari che era la questione principale della risoluzione del Senato 4 dicembre 2001, ciò che può essere stato trascurato è il fatto che l’assenza di un singolo membro del Parlamento durante la sessione di lavoro non impedisce o ritarda l’andamento parlamentare. Invece, senza la presenza dell’accusato in Corte a rispondere alle accuse nei suoi confronti, il giudizio non può procedere e la sua assenza quindi bloccherà  e ritarderà il procedere del giudizio. Questa è la differenza. Seguendo questo ragionamento, il processo giudiziale deve necessariamente avere la precedenza nelle circostanze date. Inoltre l’art. 14 della Convenzione internazionale dei Diritti Civili e Politici e la corrispondente disposizione dell’art. 6 della Convenzione europea dei Diritti Umani prevede che i processi penali dovrebbero essere celebrati senza alcun non dovuto ritardo. È compito del tribunale decidere se questi casi sono celebrati e giudicati senza ritardo».
A questo punto l’Ispettore si appella ai principi generali della Costituzione ed al sentimento democratico del nostro Paese e, assumendo le vesti di un girotondista da Palavobis, osserva: «L’indipendenza dei giudici e l'indipendenza dei procuratori è non solo ben incorporata nella Costituzione, ma anche nella cultura e tradizione italiana. Nessun Governo, comunque potente, può togliere questo fondamentale principio della società italiana». Nelle conclusioni, parole sferzanti: «... l’Ispettore speciale è convinto che vi siano ragionevoli timori per giudici e procuratori di sentirsi colpiti nella loro indipendenza. Tuttavia gli attacchi del Governo sono diretti a certi giudici e procuratori; ma deve essere ricordato che la contestazione a pochi sarà percepita come una contestazione all’intero corpo giudiziario, oltre che un attacco al ruolo della legge». Dunque solo l’ardire di uno scalatore di ferrate poteva far dire al ministro della Giustizia che anche l’Ispettore O.N.U. «ha dovuto ammettere che i Giudici in Italia non sono in pericolo» (la Repubblica, 30 maggio 2002). 
Sono dunque bastati pochi giorni all’Ispettore della Commissione dei diritti umani dell’O.N.U. per rendersi conto della gravità della situazione italiana. Una situazione che dunque legittima pienamente questa difficile e contrastata protesta e che vedrà per la seconda volta la Magistratura partecipare compatta ad uno sciopero nazionale contro le iniziative legislative in tema di ordinamento giudiziario ed in difesa della legalità repubblicana e degli equilibri democratici, in una situazione di degrado della politica di governo in tema di giustizia  che viola, anche questo è oramai chiaro, anche i fondamentali Diritti Umani, sanciti nella Carta delle Nazioni Unite.
 
Tratto da L'Unità, 20 giugno 2002



BOX1
Indipendenza... dei cittadini


Sullo sciopero dei magistrati sono intervenuti al convegno organizzato appositamente dalla rivista MICROMEGA a Roma, presso il teatro Ambra Jovinelli, Paolo Flores D’Arcais, Curzio Maltese, Furio Colombo, Paolo Sylos Labini, Marcello Maddalena, Gian Carlo Caselli, Mario Almerighi, Andrea Camilleri e Antonio Patrono.
Moderato dal giornalista Marco Travaglio il dibattito si è allargato sul diffuso sentimento di preoccupazione per la stabilità della democrazia nel nostro paese, garantita tanto dalla indipendenza della magistratura quanto dalla libertà e dal pluralismo della informazione, considerate in pericolo tanto da uomini considerati conservatori quanto progressisti.
Innanzi tutto le motivazioni. A renderle finalmente chiare, una volta per tutte, è Antonio Patrono, ex presidente della Associazione Nazionale Magistrati.
«Qual è il giudice decisivo? Quello più importante? Nel nostro ordinamento giudiziario certamente il giudice di Cassazione perché è quello che mette l’ultima parola ad ogni processo. Il disegno di legge che ci propone oggi il governo prevede che la metà dei magistrati che vanno a comporre la corte di Cassazione sia nominata dal Consiglio Superiore della Magistratura e l’altra metà da una commissione esterna che sarebbe costituita da persone, magistrati, qualche professore universitario, tutti facenti parte di  una rosa di candidati indicata dal Ministero della Giustizia, cioè dal potere esecutivo.
Quindi una metà della Corte di Cassazione sarebbe composta da magistrati scelti grazie al contributo determinante di una commissione selezionata dal Ministro della Giustizia.
Secondo Problema. Guarda caso, a questa nuova Corte di Cassazione, costituita quindi con questi criteri oggettivamente preoccupanti, il disegno di legge stranamente attribuisce compiti diversi da quelli normalmente riservati ai giudici.
Infatti la Cassazione ha il compito di giudicare, tutt’altra cosa è la gestione della magistratura che non è attività giudiziaria ed è attribuita al CSM, che è anche garante di indipendenza ed autonomia. Anche se in passato diverse volte il CSM non ha preso le decisioni migliori, resta comunque il nostro sistema istituzionale che assicura ad ogni magistrato italiano la possibilità di indagare, processare e condannare un potente senza paura di ritorsioni, né di conseguenze cattive per la sua carriera. Questo perché il CSM è composto da due terzi di magistrati eletti da tutti gli altri magistrati. Quindi la politica non c’entra.
Il CSM, poi, è presieduto dal garante della Costituzione, il presidente della Repubblica.
Ebbene, oggi si vogliono trasferire alcuni dei compiti del CSM alla Cassazione, compresa la scuola di formazione dei magistrati che ha anche facoltà di formulare pareri sulla professionalità dei magistrati che entrano poi nel fascicolo personale e di cui si tiene conto al momento delle promozioni, dei trasferimenti e delle nomine.
Concludo con una riflessione. Talmente sono macroscopici gli aspetti negativi di questa proposta di riforma che la controparte, su certi punti, ha dato immediata disponibilità a modificare, tanto da far intendere che quelle soluzioni non avessero alla base nemmeno il minimo di riflessione necessaria. Poi si sono scatenate le polemiche, gli irrigidimenti e infine lo sciopero che vuole essere simbolico perché saranno garantiti non solo i servizi essenziali, ma tutti i compiti urgenti.»
Ci si rende immediatamente conto di come nessun quotidiano di portata nazionale abbia trasferito con tanta semplicità quali sono le manovre che palesemente, troppo palesemente, sta mettendo a punto il governo. Fortunatamente il Presidente del Consiglio è persona diretta «Adesso i giudici li sistemo io».
Di qui consegue immediatamente il problema legato alla informazione, ormai parziale e asservita, e quindi alla diffusione della non-cultura evidenziato da Curzio Maltese, Furio Colombo e Andrea Camilleri.
Una lettura ancora più ampia è offerta da Marcello Maddalena, procuratore capo di Torino. Innanzitutto ha tenuto a precisare come le riforme contro cui oggi si viene a scioperare giungono al culmine di una serie di provvedimenti a cui hanno dato inizio i governi di centrosinistra.
Poi con altrettanta lucidità ha chiamato i cittadini alla presa di coscienza. «L’indipendenza del magistrato dal potere politico, dal governo, da qualunque tipo di potere non è una cosa che ai magistrati possa personalmente importare più di tanto. Lo stipendio alla fine del mese lo portano a casa lo stesso. Anzi avranno un ministro che si prende la responsabilità di quello che il magistrato ha fatto. Hanno la copertura.
Sono i cittadini che si devono rendere conto del valore dell’imparzialità dei magistrati. Altrimenti il magistrato sarà il magistrato più o meno corretto, diligente, probabilmente più coperto, probabilmente anche meglio retribuito perché sarà sicuramente più controllato. Però deve essere l’opinione pubblica a capire che non è un interesse nostro, ma è delle persone oneste, di coloro che vogliono i magistrati imparziali, né di destra, né di sinistra né di centro». L.B.

 
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