| Paolo, un punto di riferimento |
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di Piero Grasso Siamo qui tutti insieme, dieci anni dopo, per ricordare Paolo Borsellino; per non dimenticare chi è stato, cosa ha fatto; per non disperdere il patrimonio morale che ci ha lasciato. Il vile attacco mafioso, l'esplosione che ha scagliato per aria Paolo e la sua scorta quel pomeriggio del 19 luglio 1992, ha cancellato in un attimo l'unico irriducibile simbolo della lotta alla mafia, sopravvissuto, ma soltanto 57 giorni, alla strage di Capaci. Ricordare significa per me rivivere innanzitutto quei sentimenti di sgomento, rabbia, desolazione, impotenza, di stranziante dolore che ho provato allorchè, mi trovai innanzi ai resti martoriati di Paolo. Scusate la commozione, ma forse non si dovrebbe affidare la commemorazione di Paolo a chi, come me, non riesce ad affrontare l’argomento senza il rinnovarsi, seppur dopo dieci anni, di quei sentimenti. Cercando Paolo nei miei ricordi, ho scoperto che in realtà me lo sono sempre ritrovato accanto perenne esempio di impegno sia come magistrato che come uomo. Per me e per tutta la gente onesta, Paolo è stato sempre un punto di riferimento sicuro, un uomo in cui credere per avere ancora fiducia nelle Istituzioni. Forse un pò tutti, a lui, avevamo delegato il desiderio comune di lottare per un mondo più onesto, più semplice, più pulito. Forse ci riparavamo, in taluni momenti di lassismo o di indifferenza, dietro il suo coraggio, la sua incrollabile fiducia che la lotta fosse ancora umanamente possibile. Il suo contributo allo sviluppo democratico del Paese, la ragione per cui è da tutti ricordato con commozione e affetto, non consiste soltanto nella straordinaria qualità della sua maggiore impresa professionale - il primo maxi processo alla mafia - ma anche nell'aiuto che ha fornito alla conoscenza di Cosa Nostra e dei suoi protettori ed alleati. Ho conosciuto professionalmente Paolo Borsellino quando, trasferito dalla Pretura di Monreale al Tribunale di Palermo, andò a svolgere nell'estate del 1975 le funzioni di Giudice Istruttore. Io nella qualità di Sostituto Procuratore presso la Procura della Repubblica di Palermo spesso mi trovavo a seguire le sue inchieste e subito potei apprezzarne le particolari doti di precisione, di strenua ricerca della prova, di massima imparzialità ed indipendenza. Ebbi modo di conoscerlo più profondamente dieci anni dopo, quando fui chiamato nell'autunno del 1985 a far parte, come giudice a latere, della Corte di Assise che avrebbe giudicato gli imputati (ben 476 che dovevano rispondere di complessivi 438 capi di imputazione) del cosiddetto primo maxi processo contro Cosa Nostra. Mi recai immediatamente presso gli uffici del pool antimafia, trasformati in bunker, per incominciare a studiare gli atti, circa 400.000 pagine che racchiudevano gli sforzi investigativi di anni di indagine dopo decenni di assoluta impunità mafiosa. Dopo un primo contatto con Giovanni Falcone incontrai Paolo, il quale, intuendo subito il mio senso di umano sgomento dinanzi a quella mole imponente di carte, mi fece fare immediatamente le fotocopie delle sue famose rubriche, quaderni compilati con una grafia minuziosa e ordinata, ove erano annotati i nomi degli imputati, le centinaia di omicidi e di altri fatti delittuosi, i collegamenti tra gli imputati ed i riferimenti alle pagine degli interrogatori dei collaboratori di giustizia, supporti indispensabili per una più rapida conoscenza dei fatti e degli elementi a carico dei soggetti da giudicare. I computers, infatti, erano appena arrivati, ma le loro memorie dovevano ancora essere riempite. Paolo fu prodigo di chiarimenti e di suggerimenti, assumendo quell’atteggiamento paterno che era solito assumere coi più giovani colleghi, tanto che mi faceva sentire protetto, quasi coccolato. In quel periodo si registravano tanti consensi, tanto che egli era solito ripetere. "Sai, la gente fa il tifo per noi". Gli era accaduto di essere fermato per strada e di ricevere incoraggiamenti e consensi, ma aumentavano anche i pericoli di violente reazioni da parte dell'organizzazione mafiosa. Si apriva, infatti, la stagione delle vendette trasversali, venivano uccisi alcuni pentiti minori come Salvatore Anselmo, Mario Coniglio, Leonardo Vitale, nonché, nell'estate dell'85, i Commissari Montana e Cassarà, amici oltre che collaboratori dei magistrati del pool antimafia. Falcone e Borsellino insieme alle loro famiglie per motivi di sicurezza saranno costretti a recarsi al "soggiorno obbligato" dell'Asinara, per finire di scrivere la sentenza istruttoria del Maxiprocesso. Paolo, con il suo solito sarcasmo, al ritorno lamentava di aver ricevuto il conto da parte dell'amministrazione penitenziaria (l'alloggio è gratis ma il vitto, vino compreso, è tutto da pagare: 415.800 lire a testa). Ci rideva su, anche con Falcone: "Vino ne abbiamo bevuto tanto, ma lo abbiamo pagato, e caro. Bella ricompensa. E intanto mia figlia continua a star male". Alludeva all'anoressia della figlia Lucia provocata dal grave stato di tensione e di pericolo. Sono anche questi i prezzi, non conosciuti e mai risarcibili, che si pagano alla comunità per cui si rischia la vita. Dopo tanto lavoro svolto sulle ali del consenso, come una specie di contrappasso infernale, Paolo incomincia a ricevere le più grosse amarezze della sua vita. E' il 25 novembre del 1986, è da poco passata l'una e trenta. Un'auto dei Carabinieri, scortando l'alfetta blindata di Borsellino, si vede tagliare la strada da una Fiat Uno, sbanda, carambola su una Fiat 500 e piomba su un gruppo di studenti del Liceo "Meli", in attesa alla fermata dell’autobus. L'impatto è tremendo. Un ragazzo di Capaci, Biagio Siciliano, 14 anni, muore sul colpo, altri tre vengono ricoverati in coma (una ragazza di 17 anni, Giuditta Milella, figlia di un Questore in pensione, morirà dopo una settimana), 17 giovani feriti, stesi a terra, invocano aiuto; quaderni e libri sono disseminati dovunque. I Carabinieri pensano ad un'attentato e scendono dalle auto coi mitra spianati. La voce di Paolo è piena di rabbia e dirà: "La mafia dovrà essere chiamata a rispondere anche del sacrificio di queste vittime innocenti". Le polemiche divampano. C'è chi non perde l'occasione per criminalizzare i giudici "blindati", che sfrecciano con le loro auto a sirene spiegate per le vie del centro. Borsellino, sconvolto, si aggirerà anche nei giorni successivi per gli ospedali, affrontando coraggiosamente la riprovazione della gente, parlando coi familiari e con i ragazzi feriti come se fossero figli suoi, confesserà poi: "Provo un senso di colpa enorme. Quello che è successo è conseguenza delle condizioni in cui si vive in questa maledetta città, quelle condizioni create dall'organizzazione mafiosa. Bisognerebbe spiegare a questi ragazzi, ai loro genitori che tutto questo è cominciato dall'assassinio di magistrati come Chinnici, Costa ed altri. Se non è possibile assicurare condizioni di sicurezza adeguate senza rischiare tragedie, io per primo sono pronto a rinunciare alla scorta". Non sa, la gente (quella a cui non importa se i giudici rischiano ogni giorno la vita per garantire alla collettività condizioni migliori) che Paolo è sempre stato contrario alle scorte, soprattutto a quel tipo di scorte. Qualsiasi riferimento alla sua sicurezza personale era tabù. Una volta l'incontrai mentre da solo si trovava alla guida dell'auto blindata. Me ne meravigliai, lo sorpassai, gli feci un cenno di saluto ed egli, con l'aria di un ragazzino colto mentre marinava la scuola, mi invitò a seguirlo. Quando fermò l'auto vicino ad un tabaccaio scese ed ai miei affettuosi rimproveri per la sua imprudenza, si giustificò dicendomi che non valeva la pena chiamare la scorta soltanto per comprare le sigarette. Poi con quel suo sorriso teso a sdrammatizzare un argomento drammatico, mi disse: "Sai, io devo pur lasciare uno spiraglio nel sistema di protezione che ho attorno. Se mi devono ammazzare voglio che abbiano la possibilità di colpire solo me. Non posso correre il rischio che rimanga coinvolto qualcuno dei miei familiari o i generosissimi ragazzi della scorta". Questi ragazzi per i quali la vita delle persone che proteggono è più importante della loro. Poi, mi invitò ad accompagnarlo ai grandi magazzini poco distanti, ove notai che provava un indescrivibile piacere ad indugiare tra i banconi, a comprare una quantità esagerata di cose futili, e a mettersi in coda alla cassa, aspettando il suo turno. Qualcuno lo riconobbe e voleva farci passare avanti, ma lui, ringraziando, rifiutò decisamente. Traspariva in lui il piacere di vivere una vita normale, il godimento nel potere fare quello che tutti quanti fanno e nell'assaporare con gusto quei pochi attimi di libertà, evadendo dalla vita blindata cui il suo lavoro lo costringeva. Egli era la persona più semplice e più complicata che abbia mai conosciuto. Semplice per mille piccoli gesti di vita quotidiana non sempre aderenti all'etichetta, che rivelavano il mai sopito spirito di fanciullo scherzoso e goliardico: ad esempio il suo modo di vestire non era, soprattutto durante il lavoro (voleva stare "comodo"), perfettamente in linea con quello dei suoi colleghi; non era infrequente trovarlo in maglietta coi piedi sul tavolo mentre parlava al telefono, o vederlo soffiare rumorosamente in faccia del suo interlocutore il fumo dell'eterna sigaretta, per poi tirare il mozzicone dove capitava, ovvero a tavola inventare scherzi feroci o tirare la mollica del pane contro i colleghi più seriosi. Era anche complicato, perchè doveva superare l'intima contraddizione di non venir mai meno ai suoi doveri di magistrato, pur compenetrandosi nelle vicende umane e dolorose, che spesso si trovava ad affrontare. Il suo rapporto con il lavoro era frenetico, ma non ossessivo, mi dava l'idea di un cingolato lento, ma costante nel macinare processi, indagini, rapporti di polizia, documenti. Lo viveva con passione, con divertimento, quasi come un gioco che non gli costava fatica. Il suo modo di parlare era pacato, ma deciso, accompagnato da una mimica altamente espressiva, che coinvolgeva gli occhi, di colore indefinibile, dal castano al verde: muoveva i baffi, la bocca, arricciava il naso, il suo volto si illuminava di un irresistibile sorriso che precedeva di solito una battuta sarcastica, ironica. Il suo rapporto con le persone era improntato alla più calda umanità e generosità. Si ergeva spesso con una virtuosa impulsività come difensore dei più deboli e delle persone in difficoltà. Ricordo ancora il suo vibrato intervento presso il Presidente del Tribunale, allorché seppe che io da solo stavo redigendo la monumentale motivazione della sentenza del maxi processo (circa 8.000 pagine). Ottenni, grazie anche a lui, per un certo periodo l'applicazione di alcuni uditori giudiziari (ragazzi appena entrati in magistratura), che mi dettero aiuto, quanto meno per alcune parti meno complesse della sentenza. Paolo se aveva fiducia in una persona, come un innamorato, gli dava tutto: affetto, stima, comprensione, aiuto psicologico e materiale. Se la sua fiducia veniva tradita, innalzava un muro che non sarebbe stato più abbattuto. Credeva nei giovani. Tra un impegno e l'altro non si sottraeva a partecipare a dibattiti, tavole rotonde e visite nelle scuole di tutta Italia. La mattina del suo ultimo giorno di vita la passò nel suo studio a scrivere una lettera, rimasta incompiuta, ad una professoressa del liceo "Cornaro" di Padova, per giustificare la sua mancata presenza ad un incontro con gli alunni e per rispondere seppur in ritardo ad una serie di domande sulla mafia. La straordinaria umanità di Paolo si rivelava anche nei rapporti con i suoi sostituti e con i collaboratori di giustizia, uomini e donne. Coi Sostituti di Marsala, Borsellino discuteva di tutto: indagini, problemi privati, di calcio, di politica, del codice di procedura penale e soprattutto del fatto di non arrivare impreparati al nuovo processo, in modo da bloccare le sempre ricorrenti tentazioni da parte della politica di sottoporre i pubblici ministeri al potere esecutivo. Egli si rendeva conto che a Marsala non vi può che essere una continua rotazione di magistrati originari di altre parti d’Italia che ogni volta doveva istruire, sopperendo, con la sua, alla loro mancanza di esperienza, di memoria storica. Quando Paolo intuisce che vi può essere pericolo per i suoi giovani sostituti fa fuoco e fiamma per ottenere una scorta per coloro che sono impegnati nelle indagini più delicate. Quando un nuovo pentito decide di collaborare, egli studia, con grande professionalità, chi gli sta davanti, cerca di smascherare un eventuale bluff, fa una serie di domande trabocchetto, quando finalmente il collaboratore conquista la sua piena fiducia riesce a creare anche con lui un rapporto umano intenso e sincero. Non lo prenderà mai in giro, gli comunicherà la sua stima per il coraggio del suo gesto, ma non prometterà mai ciò che non potrà mantenere. Quando taluno però tenta di fare il prezioso, di non dichiarare tutto quello che sa, e Paolo se ne accorge, s'infuria e sa diventare durissimo. Lo rispedisce in galera dicendogli la solita frase: "Si ricordi che nessuno si è mai pentito di essersi pentito con me". Alludeva forse a Vincenzo Sinagra, uno dei più spietati sicari di Cosa Nostra che gli aveva svelato con semplicità i segreti della camera di morte di Sant'Erasmo a Palermo, le pratiche di distruzione dei cadaveri dei loro nemici sciolti nell'acido. Da Pietra Lo Verso, Giacoma Filippello, Piera Aiello, Rosalba Triolo e Rita Atria (che si è suicidata dopo avere appreso la morte di Borsellino), Paolo impara a decifrare il rapporto che lega le donne ai mariti o parenti mafiosi, ad analizzare il loro ruolo in seno a Cosa Nostra. Quando decidono di collaborare con la giustizia sono già sole, senza marito, con i parenti che, bollandole come "infami", le relegano nella più disperata solitudine. Borsellino comprende il loro dramma umano e per aiutarle fa quanto possibile e forse di più, quando ancora non vi era alcuna legge per i collaboratori. Queste donne sentivano questa paterna comprensione e la ricambiavano con affetto ed attenzioni: telefonate di auguri per il compleanno e l'onomastico, piccoli regali per le festività. A queste gioie per i positivi risultati della sua professionalità e del suo modo di sentire i rapporti con le persone (dichiarava, un po’ per celia, un po’ per gioco, che avrebbe voluto fare il portiere per incontrare un numero notevole di persone con cui intrattenersi a parlare del più e del meno), si contrappongono numerosi altri momenti di amarezza e delusioni. Si pensi all'articolo di Sciascia sul Corriere della Sera del 10 gennaio 1987, allorché, per avere superato, in occasione della nomina a Procuratore capo di Marsala, un collega più anziano di venti anni, veniva bollato come "professionista dell'antimafia". Insomma, un carrierista che approfittando della lotta alla mafia era riuscito a far sovvertire i criteri di anzianità fino ad allora adottati dal Consiglio Superiore della Magistratura. Si scatenarono polemiche roventi, ma egli, nella sua bontà, cercò alla fine di giustificare Sciascia, dicendo che avrebbe voluto conoscere quel "burattinaio che aveva strumentalizzato la buona fede dello scrittore", consegnandogli copia del verbale del C.S.M. Nell'ottobre 1987 si aprì la corsa alla successione di Caponnetto al vertice dell'Ufficio Istruzione di Palermo. Nel gennaio 1988 la spunterà Meli e Paolo attaccherà la scelta del C.S.M., non esitando a definire "Giuda" chi aveva illuso il pool antimafia di poter mantenere alla sua guida Falcone. Successivamente sarà proprio lui a far nascere il nuovo "caso Palermo" per salvare l'amico Giovanni dall'isolamento in cui era stato confinato dalla nuova gestione dell'ufficio. La sua voce rimbombò stentorea e solenne nell'atrio della Chiesa di San Nicola ad Agrigento in occasione della presentazione di un libro sul processo alla mafia di Agrigento: "Stanno smantellando il pool antimafia di Palermo" - proclamò - manifestando pubblicamente le confidenze che gli aveva fatto Giovanni Falcone sull'andamento del suo lavoro. Non esiterà a puntare il dito accusatore, in una più esplicita intervista all'Unità e a Repubblica, contro il Consigliere Istruttore Meli, indicandolo come il responsabile della distruzione di quel lavoro di équipe, che aveva permesso, centralizzando a Palermo le indagini su Cosa Nostra, i processi alla mafia. Paolo vivrà tutta la vicenda come una grande ingiustizia. Lui che, con coraggio, voleva far comprendere alla gente la gravità di certe scelte giudiziarie, si troverà paradossalmente sotto accusa, col rischio di un procedimento disciplinare, per avere calunniato il Consigliere Meli e, peggio ancora, per aver utilizzato canali non istituzionali come i mass media. Alla fine, Borsellino verrà riabilitato - ha sollevato seppur con inesattezze un problema reale - Falcone avrà assegnate le inchieste antimafia e Meli otterrà il riconoscimento ufficiale che è lui il capo indiscusso dell'ufficio (14 settembre 1988). Dopo l'omicidio Saetta, Paolo Borsellino punterà ancora una volta il dito contro le gravissime inadempienze dello Stato, che rendevano sostanzialmente irrisolta la questione giustizia in Sicilia. Dirà: "Noi giudici siamo stanchi di accettare questa inammissibile delega nella lotta alla mafia, quasi che fosse una questione prettamente giudiziaria". Ai funerali di Rosario Livatino si affanna ancora una volta a chiedere che lo Stato faccia sul serio la lotta alla mafia. “Lo hanno braccato come un coniglio, povero Rosario”, così ripeteva scuotendo la testa ed alludendo, sconvolto, alla ferocia degli assassini ed al terrore del giovane collega che era stato raggiunto e ucciso dopo una disperata, inutile fuga in una valle dell’agrigentino. Seguiranno poi i giorni del corvo di Palermo, il fallito attentato a Falcone all'Addaura, le polemiche legate alle rivelazioni del pentito Rosario Spatola e di Giacoma Filippello sui rapporti mafia-politica nella provincia di Trapani. Per Borsellino il momento è difficile: viene accusato di avere "scippato" l'inchiesta al collega napoletano Taurisano, sostituto a Trapani, e gli viene attribuita l'intenzione di voler insabbiare tutto, mettendogli in bocca una frase mai pronunciata: "Chiedere voti alla mafia non è reato" ed ipotizzando una sua candidatura per le imminenti elezioni politiche nelle file del partito socialista. Dopo le accuse di "protagonismo giudiziario", di "professionista dell'antimafia" ecco quella che più gli brucia, essere un giudice "tenero" coi potenti. Sono momenti di amarezza, ma tra le altre riceve la telefonata di solidarietà del Presidente Cossiga, che lo invita a continuare, dicendogli che il suo equilibrio è la maggiore garanzia per la giustizia. Verrà poi la perdita del suo compagno ed amico Falcone, e la sua percezione di venirgli a mancare uno scudo protettivo. Infatti, era solito scherzare con lui dicendogli: "Giovanni, finché sei vivo tu, io sto tranquillo". Il suo viso tendente all’ironia ed al sorriso si trasformerà fino alla morte in una maschera di eterno dolore. “Chi vuole andare via da questa Procura se ne vada ma chi vuole restare sappia quale destino ci attende: il nostro futuro è quello lì” – dirà dinanzi alla camera ardente, puntando il dito verso le cinque bare. Agli amici che affettuosamente per il suo bene gli dicono: ma hai sempre la testa al lavoro? Ma chi te lo fa fare, tu hai dato tanto! La lotta alla mafia lasciala fare un po’ anche ad altri. Amareggiato risponde: Non avete capito niente di me se mi fate queste proposte. Non è amico chi mi consiglia di andare via da Palermo, di mollare tutto. Gli amici sinceri sono quelli che hanno rispetto per quello che io sono e per quello che faccio, che condividono le mie scelte perché hanno i miei stessi ideali. La mafia è sempre li non è sconfitta, ma come sarebbe senza il mio contributo se ogni volta ad ogni accenno di pericolo fossi fuggito? Paolo ha deciso di restare, non ha alcun dubbio, si sente caricato di un’enorme responsabilità e tralascia i suoi problemi personali, trascura persino i suoi affetti più cari, non si concede un attimo di tregua: va all’estero a sentire pentiti, accelera tutte le indagini in corso, sembra preso da un furore lavorativo come se avesse percepito che ha poco tempo. Ma anche Cosa Nostra accelera, fa presto. Nemmeno due mesi e di nuovo Palermo è dilaniata da una tremenda esplosione. Brandelli umani si ritrovano ai piani alti dei palazzi. Andare avanti. Questo è l’insegnamento di Paolo: andare avanti pur sapendo quale destino ci attende. Avere il coraggio della fedeltà alle proprie idee; non derogare minimamente al proprio dovere, al proprio impegno istituzionale e civile. E noi andiamo avanti. Non è difficile! Mi ritrovo intorno tante persone che lo hanno conosciuto, che come me, lo hanno come esempio. Colleghi che lo hanno avuto come maestro, oggi sono miei sostituti; un giovane della sua scorta, sopravvissuto soltanto perché di un altro turno, oggi fa parte della mia scorta. Queste persone credono, come me, nelle idee di Paolo. Sono siciliani come me. Perché i siciliani onesti – ce ne sono tanti – vogliono vedere sconfitta la mafia. Ci sono però tanti altri siciliani che vivono nel perenne bisogno, che hanno fame di giustizia sociale, che devono risolvere i problemi del lavoro, della casa, della salute, persino dell’acqua. Come si può efficacemente parlare di legalità a queste persone? In costoro, che nei momenti di carenza di continuità dell’azione politica, ritengono che alla fine rimarrà vittoriosa la mafia, nasce l’idea che forse è preferibile non contrastarla, ma anzi trarne vantaggi. Questo è un momento cruciale! Bisogna dare segnali forti per far capire che stavolta, finalmente, si fa sul serio. Niente più consenso alla mafia, non si può vivere in questa perenne condizione di sudditanza, di privazione di ogni libertà, di democrazia, di giustizia. La magistratura, che ha pagato un grosso contributo di sangue – sono ben 12 i magistrati uccisi per mano di Cosa Nostra nella Sicilia occidentale – non si fermerà. Secondo l’insegnamento di Paolo andrà avanti accettando il destino che l’attende. Andrà avanti anche nelle indagini sulla strage di via D’Amelio che hanno finora acclarato “in nome del popolo italiano” una parte della verità: ma non tutta la verità. Dopo dieci anni di indagini ancora non si è trovato tutto il bandolo della matassa sotto il profilo giudiziario. Ma di sicuro c’è l’aspirazione di tutti i giudici inquirenti, a qualsiasi ufficio appartengano, di consegnare al popolo italiano il quadro di una situazione, che al di là della rigida ed ardua ricostruzione di un valido contesto probatorio, va chiarita in tutti i suoi aspetti, rispondendo a domande fondamentali, che ancora oggi rimangono senza risposta. Il valore della vita di Paolo rimarrà, non si potrà mai disperdere, ci lascia un patrimonio morale di equilibrio, di coraggio, di serietà, di sobrietà, di umanità, di bontà, di professionalità e soprattutto di umanità che vale per tutti: per colleghi e per comuni cittadini, per i siciliani e per il mondo intero. Per lui si potrà dire, come per un eroe aristotelico che ha difeso fino alla morte la polis democratica: "Non hanno pianto solo i parenti e gli amici, ma piangono sia il giovane, sia l'anziano, sia il potente che il povero, e tutta la città è pervasa dalla triste nostalgia per lui. Ma egli vivrà per sempre nei nostri cuori". Piero Grasso |
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In edicola dal 18 luglio 2008In questo numero: Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale. La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato. Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni. Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione. Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi. Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo. Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità. Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro. Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti. Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica. Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina. Ed altro ancora... |
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La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.
Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la
terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in
diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai
primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello
Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri
umani.
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In questo numero: Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt. Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico. Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali. Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto. Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi. Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo. Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. LEGGI TUTTO... |
Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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