| Un bacio davanti ai Cc |
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La sentenza di condanna di Matacena Junior Corte di Assise di Reggio Calabria Pubblichiamo alcuni stralci tratti dalla sentenza di condanna di Amedeo Matacena junior, depositata lo scorso 8 maggio presso la seconda sezione della Corte di Assise di Reggio Calabria. Nato a Catania nel 1963, Amedeo Matacena è figlio dell’omonimo armatore – coinvolto nei moti di Reggio Calabria del 1970 – e gestore della linea di traghetti “Caronte”, che collega Messina a Villa San Giovanni. Giovane e ricco imprenditore, è stato eletto al Consiglio Regionale della Calabria nelle fila del Partito Liberale, per passare poi al ruolo di deputato per l’Unione di Centro e aderire, infine, a Forza Italia. Nelle ultime elezioni non è stato però ricandidato a causa dei suoi problemi giudiziari. L’inchiesta che lo ha visto protagonista parte dalla campagna elettorale del 1992, quando Matacena, all’epoca ancora liberale, appoggiava la candidatura in Calabria di Attilio Bastianini. L’obiettivo era far eleggere il politico piemontese in cambio di una candidatura sicura alle successive elezioni. A sorpresa venne, invece, eletto un candidato cosentino, Attilio Santoro. Entrò quindi in azione la ‘Ndrangheta, incaricata di occuparsi del neodeputato, restio a seguire il “consiglio” di Matacena: dimettersi per lasciare il posto a Bastianini in cambio di un posto di sottogoverno. Da questa vicenda, rivelata da alcuni collaboratori di giustizia, emerge un vasto spaccato affaristico-mafioso che – secondo la Corte d’Assise di Reggio Calabria – vede coinvolto Matacena in un ruolo tutt’altro che marginale nelle attività criminali della potente cosca della ‘Ndrangheta reggina Rosmini-Serraino. Le indagini hanno portato inoltre alla conferma dell’esistenza di rapporti del politico reggino con boss calabresi del calibro di Alvaro, Mammoliti, Pino e Tripodoro. Tutte amicizie scottanti, che lo hanno portato alla condanna a 5 anni e 4 mesi di reclusione. I dati descritti, per come anticipato nella fase iniziale della presente esposizione, hanno evidenziato condotte sicuramente ricadenti non nell’ambito della fattispecie di concorso esterno in associazione di stampo mafioso contestata, ma di intraneità all’organizzazione denominata ‘Ndrangheta (…). Non si è trattato di una mera vicinanza di un personaggio politico a cosche o ad alcuni esponenti, anche di spicco, e neppure della semplice accettazione del relativo sostegno elettorale, ma di una completa convergenza e compenetrazione d’interessi che va addirittura ben oltre quanto già ritenuto dal Supremo Collegio sufficiente a considerare sussistente la compartecipazione ad una organizzazione criminosa, <<un vero patto in virtù del quale il politico, in cambio dell’appoggio elettorale dell’organizzazione, si impegni a sostenerne le sorti, in un modo sin dalla stipula idoneo a contribuire al suo rafforzamento o consolidamento>>, non apparendo neppure necessaria, per la consumazione del reato, da parte della Corte la concreta esecuzione delle prestazioni promesse, la quale, semmai, costituirebbe elemento per la dimostrazione del patto e della sua consistenza. “Frequentazioni affettuose” (…) Sarebbe, infatti, riduttivo ritenere nel caso che ci occupa che si sia instaurato soltanto un patto di reciproca collaborazione esterna del tipo di quello descritto dalla Suprema Corte nel caso del c.d. concorso esterno: il Matacena era, in realtà, per come processualmente dimostrato, esponente della ‘Ndrangheta e, per le sue qualità familiari e economiche, ritenuto idoneo a rivestire direttamente cariche pubbliche elevate per la realizzazione dei propri interessi. Era questo l’obiettivo della ‘Ndrangheta che si era mobilitata prima per l’elezione del Bastianini (noto esponente del Pli, ndr.), prodromica alla sua e, poi, per lo stesso Matacena. Che egli fosse un soggetto integrato lo dimostrano, fra l’altro, i suoi rapporti accertati sin dalla sua giovinezza con il noto boss Paolo De Stefano, che non avrebbe certo perso tempo a intrattenersi con un rampollo della borghesia reggina se non ben introdotto e destinato a specifici compiti d’interesse, le sue frequentazioni affettuose con personaggi di sicura appartenenza alla ‘Ndrangheta – ad esempio il legame con Alvaro non occultato neppure davanti a un seggio elettorale e in presenza delle Forze dell’Ordine (vedi box, ndr.) – e tutta quella serie di specifici episodi che lo hanno visto attivo nell’interessamento in favore di personaggi quali il Tripodoro o il Festa (oggi collaboratori di giustizia, ndr.), nella promessa di aiuto in favore del Melito Giacomo e del Crea o nella assistenza al Liuzzo nella fase preparatoria della estorsione alla “Edil Mil” o, ancora, nei metodi adottati per costringere il Santoro (candidato liberale eletto al posto di Bastianini, ndr.) alle sue dimissioni, nella volontà irremovibile di condurre il coimputato Aquila (dipendente dell’azienda di Matacena, ndr.) ai vertici politici cittadini, nonostante le riserve interne alla coalizione di appartenenza (cfr. la deposizione del teste Barbera, che ha evidenziato come l’Aquila non fosse ritenuto portatore di qualità politiche che potessero giustificare la sua candidatura e che unico titolo in tal senso fosse, in ultima analisi, esclusivamente la volontà del Matacena). Questi non sono che alcuni dei momenti esaminati nella presente esposizione che concorrono a confermare quanto richiamato sin dalla prima parte di essa, ciascuna manifestazione autonoma di quella compenetrazione d’intenti di cui si è detto e la cui valutazione consente di ritenere ampiamente assodato il quadro acquisito. Sintonia perfetta Si potrebbe obiettare che, esclusivamente quanto alle promesse di “aggiustamento del processo Santa Barbara” da più parti emerse, nessuna forma di indebita interferenza nel suddetto processo risulti approfondita dalle indagini. (…) Ciò che conta sul punto ai fini del presente giudizio è che effettivamente da parte del Matacena vi sia stata l’assunzione di un simile impegno. A tale assunzione d’impegno hanno fatto riferimento tutti i collaboratori di giustizia che sono stati affiliati alla cosca Rosmini e a quelle collegate e anche chi, come lo Scopelliti (collaboratore di giustizia, ndr.) ha manifestato un certo scetticismo (egli ha riferito che i Rosmini <<si illudevano>> che l’imputato avrebbe potuto influenzare il corso del processo), ha comunque confermato quanto costituiva convincimento comune ai membri dell’associazione. Né si può congetturare che una simile persuasione potesse radicarsi in assenza di una qualche forma di avallo da parte dell’interessato. Del resto, anche la vicenda relativa al suo coinvolgimento ad opera di Serraino Filippo per la vicenda delle ritrattazioni di Gullì e Rodà conferma l’interessamento alle vicende di quel procedimento. Non si dimentichi che, indipendentemente dalle dichiarazioni dei collaboratori, è certo che il materiale relativo ad una delle due vicende fosse stato fatto pervenire – fatto singolare – proprio al giornalista Aliquò, che gli era vicino e che con le dichiarazioni aveva fatto un articolo corredato da materiale fotografico sulla ritrattazione (cfr. le dichiarazioni dell’Aliquò in dibattimento). Il ruolo disimpegnato del Matacena – consistito nell’aver offerto alla consorteria Rosmini-Serraino la disponibilità a prestare assistenza agli associati, ad intervenire, nell’interesse dell’associazione, presso le pubbliche amministrazioni e gli organi giudiziari, ad assicurare, in definitiva, il suo contributo in qualunque circostanza se ne fosse posta la necessità – non è che una delle sfaccettature del suo impegno costante nella ‘Ndrangheta. Il presente procedimento ha dimostrato con assoluta evidenza una perfetta sintonia d’intenti del Matacena sia con le cosche reggine che con quelle delle altre aree calabresi di maggior peso criminale, dalla piana di Gioia Tauro al cosentino, evidenziandone rilevanza e influenza nella risoluzione di questioni interne alla ‘Ndrangheta, il che, ovviamente, supera ampiamente l’impegno di sostegno reciproco di cui si è detto. In udienza da Mammoliti Come già riferito, sarebbe stato impossibile per qualsiasi personaggio politico più o meno referenziato presso la ‘Ndrangheta svolgere la funzione riferita dal Pino (ex capo della ‘Ndrangheta di Cosenza, ndr.) e confermata dall’Accroglianò (imprenditore e faccendiere, ndr.) se l’imputato non avesse rivestito la qualità descritta e non fosse stato in grado di presentarsi al Pino per far sentire la propria voce. Né Pino ha riferito di averne avuto una personale precedente conoscenza approfondita, il che dimostra che laddove Tripodoro (boss di Rossano Calabro, ndr.) non era riuscito, era stata sufficiente l’apparizione del Matacena per trovare una via di uscita alla questione. E Matacena, per come riferito, non si era esposto per ridurre la pretesa economica del Pino, ma per far sì che fosse dato ad Accroglianò il tempo per pagare. In sostanza, Matacena, richiesto di intervento dall’Accroglianò che voleva salva la vita, si proponeva solo in modo da consentire la soluzione economica della vertenza, senza offrire alcuna altra possibilità ancora al postulante e lasciandolo, per il resto, completamente nelle mani dell’aguzzino di cui nella sostanza veniva riconosciuto il buon diritto. Analogo discorso potrebbe ripetersi in ordine all’intervento spiegato, tramite il Pino, sul Muto affinché si ottenesse il placet per togliere di mezzo lo scomodo Santoro. Del resto, per il problema Santoro, Matacena non aveva avuto remore a rivolgersi a Mammoliti (esponente della ‘Ndrangheta di Gioia Tauro, ndr.) e ne era seguito l’interessamento di Gangemi Antonino, delegato alla soluzione del problema e che, insieme a personaggi di diversa provenienza, si era mosso attivamente in tal senso. Anche un tale dispiegamento di forze non sarebbe stato posto in essere per conto dell’odierno imputato se questi non fosse stato investito di un’autorità ben precisa proveniente dalla comune appartenenza all’onorata società. Matacena poteva pretendere interventi come poteva intervenire a sua volta, poteva discutere a livello di vertici di cosche affrontando temi concernenti i loro affari in modo aperto e senza alcuna preclusione. Affiliato a tutti gli effetti Tutto ciò non conduce che al risultato innanzi indicato: la posizione del Matacena nel consorzio non può che essere quella di un membro organicamente inserito con un proprio, ancorché peculiare, ruolo di specifico prestigio, e non già di colui al quale ci si rivolge per colmare vuoti temporanei in un determinato ruolo, o nel momento in cui la fisiologia dell’associazione entra in fibrillazione, attraversando una fase patologica che, per essere superata, richiede il contributo temporaneo, limitato anche a un unico intervento, di un elemento esterno (Cassazione, Sezioni Unite Penali, 5 ottobre –28 dicembre 1994, n. 16). Il contributo offerto, invece, all’organizzazione denominata ‘Ndrangheta dal Matacena è stabile, essenziale e non sostitutivo, proprio per la peculiarità della funzione svolta di supporto alle cosche e ai loro componenti attraverso la particolare posizione di prestigio, idonea ad accrescerne a dismisura la potenzialità operativa e la capacità di inserimento nel tessuto sociale via via che la carriera politica si sviluppava a più elevato livello e che maggiori erano le possibilità di intervento. In definitiva, la responsabilità dell’imputato nel reato contestato è piena e indiscutibile e risulta provata dalla valutazione complessiva e sinergica dei singoli episodi riferiti dai collaboratori di giustizia e dai testimoni. Con ciò non si vuole, apoditticamente, escludere che il Matacena abbia perseguito, pur condividendo le finalità illecite dell’associazione, propri e diversi vantaggi personali attraverso i consensi elettorali necessari all’accesso negli organismi rappresentativi dello Stato, ma non può non rilevarsi come nei propositi del Matacena e delle cosche – che tale supporto davano – tutto ciò si rappresentava come momento di qualificazione della ‘Ndrangheta, che alla contrapposizione aveva sostituito l’intento di inserirsi all’interno degli organismi statali, per il più diretto e sicuro perseguimento dei propri fini. (Per gentile concessione di Narcomafie. Tratto dal numero di giugno 2002) box1 Invitato d’onore Ma quello del Gullì (‘ndranghetista, poi collaboratore di giustizia, ndr.) non era l’unico matrimonio nell’ambito della ‘Ndrangheta cui Matacena aveva partecipato. Vi era stato anche il banchetto nuziale della figlia di Alvaro Carmine, personaggio di spicco della ‘Ndrangheta di Sinipoli (cfr. la deposizione del maresciallo Scerra all’udienza dell’11 febbraio 2000). Il tutto è in atti documentato da una videocassetta acquisita nell’ambito del procedimento 112/96, pendente presso il Tribunale di Palmi. Nel video, che dedicava un’inquadratura a ogni tavolo e ai relativi commensali, ve ne era una che riguardava il Matacena in compagnia di due suoi collaboratori a uno dei tavoli all’interno della “Sala Verde” in cui era stato tenuto il ricevimento di nozze. (Il sequestro operato dagli inquirenti del video presso Alvaro Carmine comprendeva anche un elenco di invitati che potevano partecipare alla cerimonia suddivisi secondo la provenienza e, con riguardo a Villa San Giovanni, figurava appunto il nome di Amedeo Matacena). D’altra parte, che l’imputato fosse in buoni rapporti di conoscenza con l’Alvaro è dimostrato dal fatto che il 21 aprile 1996, davanti a un seggio elettorale di Sinopoli, i Carabinieri lo avevano visto arrivare a bordo di una macchina di grossa cilindrata, in compagnia del consigliere regionale Fedele, e poi scambiare con l’Alvaro un “bacio affettuoso”, determinando un sagace commento nei presenti recepito da personale della locale stazione dei Cc, espresso nei seguenti termini: «Guarda gli onorevoli con chi si salutano!». (Dalla sentenza della Corte d’Assise di Reggio Calabria). box2 E i pentiti ritrattarono Altro momento rilevante della presente ricostruzione attiene all’intervento del Matacena nella ritrattazione dei collaboranti Gullì Rodà cui si è accennato innanzi. È emerso in atti che Gullì, nei primi mesi del 1996, aveva fatto rientro a Reggio Calabria, a suo dire perché deluso del trattamento che gli era stato riservato dal Servizio Centrale di Protezione. Qui era stato convocato da Diego Rosmini junior e, nel corso di un abboccamento nei pressi di una fiumara in località Arangea, il Rosmini, allora latitante, lo aveva sollecitato a ritrattare le dichiarazioni rese agli investigatori e gli aveva suggerito di attribuire la sua collaborazione alle vicende legate alla sua burrascosa vita sentimentale (Gullì era già sposato con tale Festa Azzurra, sorella del collaboratore di giustizia Festa Domenico, la cui famiglia è imparentata con i Rosmini, e aveva intrapreso una relazione sentimentale con Nicolò Teresa, moglie del Rodà, con cui aveva convissuto durante la collaborazione). In un secondo incontro il Rosmini medesimo gli aveva precisato cosa dichiarare nel dibattimento, in corso davanti alla Corte di Assise di Reggio Calabria in relazione all’omicidio dell’on. Ligato, allorché egli sarebbe stato esaminato all’udienza del 14 febbraio 1996. Gli aveva anche suggerito il tenore di una missiva da inviare ai giornali locali per chiarire la propria posizione e gli aveva anticipato che avrebbe dovuto rilasciare un’intervista a un giornalista, amico di Aquila Giuseppe. Il Gullì eseguiva alla lettera quanto “consigliato” dal Rosmini; questi, peraltro, gli aveva anticipato che, tramite Matacena Amedeo junior, gli avrebbe procurato la difesa dell’avvocato Biondi. Di lì a poco, infatti, il Gullì aveva ritrattato le dichiarazioni rese al pm in ordine all’omicidio dell’on. Ligato (la Corte non attribuirà alcun credito alla tardiva ritrattazione ritenendo, al contrario, attendibili e riscontrate le circostanziate confessioni fatte agli inquirenti) e aveva concesso un’intervista al giornalista Filippo Aliquò (all’epoca responsabile per le pubbliche relazioni dell’on. Matacena). L’intervista in questione era stata pubblicata sul n. 11 della Tribuna Calabria del 21 – 28 marzo 1996. (Il 20 settembre 1996 il Gullì si era ripresentato spontaneamente presso gli uffici della Dia di Reggio Calabria e chiedeva di conferire con un magistrato al fine di riacquisire lo status di collaboratore di giustizia). Il Gullì riferiva che anche il Rodà, dopo l’allontanamento dal regime di protezione, si era incontrato con Rosmini Diego junior, dal quale aveva ricevuto una somma di denaro quale contropartita per ritrattare le sue precedenti dichiarazioni. Effettivamente Rodà Antonino – la cui moglie Nicolò Teresa (nipote di Nicolò Santo) aveva vissuto, dall’agosto 1995, per un certo periodo more uxorio con il Gullì – nei primi mesi del 1996 si era improvvisamente allontanato dal luogo riservato dove si trovava sotto la vigilanza del Servizio Centrale di Protezione, rendendosi irreperibile. Durante l’allontanamento avrebbe dovuto presentarsi davanti alla Corte di Assise di Reggio Calabria per essere esaminato in relazione all’omicidio dell’on. Ligato; in luogo di recarsi davanti alla Corte faceva pervenire un memoriale con allegata una videocassetta, poi visionata in aula, riproducente la sua immagine mentre leggeva il contenuto di quello stesso scritto, con il quale ritrattava quanto precedentemente dichiarato agli inquirenti, in ciò non creduto dai giudici che ritenevano del tutto inattendibile la tardiva ritrattazione «tanto in rapporto alla puntualità, specificità e logicità della narrazione del collaborante» già resa agli investigatori, secondo quanto osservato nella decisione. L’argomento della ritrattazione è stato oggetto di specifica narrazione anche da parte del collaboratore Lombardo Giuseppe che, all’udienza del 12 luglio 1999, ha dichiarato di aver saputo da Diego Rosmini senior che il Matacena avrebbe potuto agevolare le ritrattazioni da parte dei collaboratori di giustizia, così come era avvenuto nel caso di Gullì e di Rodà. Aquila Giuseppe, ovvero il “portaborse” del Matacena, insieme con Serraino Filippo, detto “Scialanga”, aveva condotto il Gullì presso il Matacena affinché questi gli suggerisse come ritrattare le accuse davanti alla Corte di Assise di primo grado nel processo Ligato. Tali confidenze gli erano state confermate da Serraino Paolo nel corso del primo processo Ligato. Questi, anzi, gli aveva detto che il Matacena aveva pagato il Gullì per indurlo a ritrattare. Dallo stesso Serraino, oltre che da Vazzana Andrea e da Rosmini Bruno, aveva saputo dell’esistenza di una “cupola” della quale faceva parte anche il Matacena il quale, fra l’altro, mediante interposte persone, indicava ai capimafia i magistrati che <<rompevano>>. (Dalla sentenza della Corte d’Assise di Reggio Calabria). |
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Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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