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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
Il Fronte Nazionale dell’organizzazione PDF Stampa E-mail
Nella sentenza contro Paolo Romeo il legame tra mafia calabrese e destra eversiva
di Monica Centofante


E’ documentata nella sentenza contro l’Avv. Paolo Romeo la stretta relazione tra ‘Ndrangheta e destra eversiva che ha caratterizzato la vita dell’organizzazione mafiosa calabrese per tutti gli anni Settanta.
Dirigente fino al ’91 di un’associazione criminale facente capo alla cosca De Stefano – Tegano e successivamente alla struttura di vertice insediata al termine della guerra di mafia, Romeo, impegnato in campo politico (dapprima aderente al MSI e poi al PSDI),  rappresentava il collegamento tra la cosca stessa e l’eversione nera e giocò un ruolo di primo piano nella fuga da Catanzaro del terrorista Franco Freda.
Lo riportano i giudici della prima sezione della Corte di Assise di Reggio Calabria nella sentenza che il 12 ottobre del 2000 ha condannato l’imputato a cinque anni di reclusione con l’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso.
Il collegio giudicante, presieduto dal dott. Franco Greco, a latere Vincenzo Giglio, ha ascoltato numerosi collaboratori di giustizia e diversi testi e acquisito agli atti “copiosissima documentazione” oltre al contenuto delle dichiarazioni spontanee del Romeo.
“La ‘Ndrangheta era interessata ai moti di Reggio Calabria e, più in generale, alla strategia eversiva della destra estrema – si legge nel documento in riferimento alle dichiarazioni rilasciate dal  pentito  Giacomo Lauro, della cosca Condello - in quanto sperava di ottenere benefici dall’instaurando regime a seguito del colpo di Stato promosso da Innio (sic!) Valerio Borghese”. Affermazioni,  queste, avvalorate dal teste Gullà Giovanni. Quest’ultimo ha infatti dichiarato “che negli anni Settanta alcune famiglie della ‘Ndrangheta, tra cui i De Stefano, avevano stretto rapporti con l’estrema destra grazie all’intervento di Romeo Paolo, studente universitario e presidente della “Giovane Italia”. A tale connubio – si legge ancora – aveva contribuito anche il marchese Zerbi, rappresentante di Innio (sic!) Valerio Borghese ed esponente del ‘Fronte Nazionale’, espressione politica di ‘Avanguardia Nazionale’”. E proprio Zerbi, in occasione dei moti di Reggio Calabria e insieme ai De Stefano e al Romeo, si sarebbe incontrato con Pier Luigi Concutelli, noto esponente di Ordine Nuovo, condannato per l’omicidio del giudice Vittorio Occorsio. A rivelarlo, questa volta, è il pentito Giuseppe Albanese che sin dagli anni Settanta avrebbe fatto parte dell’organizzazione mafiosa-massonica denominata “Santa”. “La ‘Santa’, e, quindi, le organizzazioni criminali calabresi- riportano i giudici – erano il braccio armato della destra eversiva e in questo senso andava ricondotto il ruolo che la ‘Ndrangheta avrebbe avuto nel fallito ‘golpe Borghese’”. Una indiretta conferma a tale tesi giunge dalle parole del teste Angelo Izzo, già componente del “Fronte Nazionale” e di “Avanguardia Nazionale”, il quale avrebbe attribuito l’esistenza di rapporti tra la criminalità calabrese e il terrorismo nero alla possibilità di sfruttare, attraverso le cosche, una struttura militare estremamente consistente. E fu proprio la ‘Ndrangheta, per il tramite dell’oggi pentito Lauro a procurare a personaggi quali “Pardo, Schirinzi, Silverini e Moro (tutti appartenenti all’area di estrema destra)”, l’esplosivo poi adoperato per l’attentato al treno di Gioia Tauro.
Ma tra le diverse prove dell’esistenza del forte legame tra ‘Ndrangheta ed eversione nera, confermata da molti altri testi nel medesimo processo, di sicuro rilievo è quella relativa alla summenzionata fuga di Francesco Freda che tra la fine di settembre e i primi di ottobre del 1978 scappò da Catanzaro dove si trovava al soggiorno obbligato. Soltanto un anno più tardi, e precisamente il  20 agosto del 1979, fu ritrovato ed arrestato in Costarica sulla base delle indagini condotte dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria. Un anno di latitanza trascorso sotto le ali della ‘Ndrangheta e più precisamente del gruppo De Stefano, che per i rapporti con il terrorismo “si avvaleva … del suo adepto Romeo Paolo”.
All’udienza del 16 gennaio 1997 il collaboratore Filippo Barreca, appartenente all’omonimo “clan”, ha riferito di aver ricevuto, nei primi giorni del ’79, la visita di Paolo Martino e Paolo Romeo i quali gli chiesero di custodire il terrorista presso la sua abitazione. Egli accettò e nel corso di una delle sue frequenti visite al latitante in compagnia dell’Avv.Sergio De Stefano e del Martino, il Romeo consegnò al Freda “un’ingente somma in marchi – pari a lire quaranta milioni – che serviva per sovvenzionare i gruppi eversivi della destra”. Quando una volta  stabilito il rapporto il latitante cominciò a parlargli di argomenti scottanti quali la strage di Piazza Fontana o il luogo in cui era custodito l’oro trafugato alla Banca d’Italia negli anni ‘44/’45, il Barreca decise di registrare le conversazioni per poi consegnarle a Paolo Martino. Nel corso di uno di quei colloqui il Freda “gli aveva confidato che responsabile dell’attentato alla Banca dell’Agricoltura di Milano era stato un prefetto in servizio al Ministero degli Interni”.
Il collaboratore ha poi riferito che, “in quel periodo, Freda aveva fondato una loggia massonica con finalità eversive, alla quale avevano aderito le più importanti personalità cittadine e anche Romeo Paolo. Di ciò aveva avuto conferma successivamente allorché l’avvocato Marco Palamara gli aveva riferito che il Romeo era massone”.
A riprova della veridicità delle dichiarazioni del Barreca, il rinvenimento di un nascondiglio presso lo stabile di sua proprietà, la lettera di ringraziamento ricevuta dal Freda prima che questi fosse trasferito presso l’abitazione di Vadalà Carmelo e le testimonianze di Stefano Serpa e Michele Ierardo, appartenente, quest’ultimo, al “locale” di Melito Porto Salvo. Entrambi hanno rammentato in aula  di avere visto il Freda a casa del Barreca e, nel caso del Serpa, di essere a conoscenza che il boss “provvedeva a registrare i colloqui con  Franco Freda, in quanto era lui stesso incaricato di acquistare le audiocassette  che servivano per la registrazione”.
In quanto alla lettera la conferma  arriva da un teste “della cui attendibilità – si legge in sentenza – non vi è alcun motivo di dubitare”: il vice Questore della Polizia di Stato Paolo Mario Canale. Questi aveva ricevuto il documento manoscritto (firmato Giorgio, nome di battaglia del terrorista ed inviato al macero in epoca anteriore al presente processo) in seguito alle prime confidenze fattegli dal Barreca in merito alla situazione del Freda e ha rammentato in aula che in essa si operava un paragone tra la situazione di esso Freda (…) e quella del De Stefano, all’epoca detenuto, augurandosi per entrambi tempi migliori”. Il Canale si era quindi recato a Catanzaro ove aveva ottenuto dal dott. Trovato, presidente al processo per la strage di Piazza Fontana, uno scritto autografato del Freda la cui firma, anche attraverso un esame della Polizia Scientifica, era risultata identica a quella del biglietto consegnato dal Barreca.
Ma v’è di più. Tra gli appunti riportati dal terrorista nero in agendine sequestrategli all’atto dell’arresto in Costarica vi era la dicitura “Filippo Barreca – Bocale (R.C.)” e Bocale è proprio la zona di “giurisdizione mafiosa” del boss calabrese. Tra le annotazioni ricordiamo inoltre quella riferita ad un certo “Carmelo: via Trento n. 3 (INPAL) tel. 26870”, il quale, in base agli accertamenti effettuati dal  capitano dei Carabinieri Di Fazio Carmelino veniva identificato proprio nel Vadalà. Per non parlare, ancora, di quelle che evidenziano un rapporto di intimità con il Romeo. Quest’ultimo, nonostante il Freda abbia dichiarato di essersi rivolto a lui esclusivamente per questioni professionali, veniva indicato semplicemente come Paolo e anzi, sotto la data 4 giugno 1979 si legge: “parlato con Linny; lasciato comunicazione per Paolo”. Secondo quanto accertato dal cap. Di Fazio, Linny si identifica in Polimeni, Natalia Elsa Linni, moglie del Romeo.
Di eccezionale rilevanza è infine l’annotazione del 27 giugno 1979: “Volo agenzia Paolo … Verifica passaporto Mario. Nuovo … Documenti miei (Mario) – Paolo”. Al momento del suo arresto il Freda venne infatti trovato in possesso del passaporto n. C.598975, intestato a Mario Vernaci Saccà. Riportano i giudici che “nelle successive ordinanze di rinvio a giudizio di Vernaci Mario (…) lo stesso Giudice Istruttore rilevava che l’aiuto prestato dal Vernaci al Freda si era concretato in due attività successive: la consegna del passaporto per consentire al terrorista di oltrepassare la frontiera italiana ed il procacciamento dei necessari documenti  per fare ottenere al latitante lo ‘status’ di residente in Costarica, che avrebbe assicurato all’interessato la definitiva permanenza in quel paese”.
Le  attività di intercettazione telefonica allora disposte evidenziavano ancora il ruolo del Romeo, che provvedeva a richiedere e sollecitare al Vernaci la consegna dei documenti poi utilizzati dal Freda mentre il pentito Giacomo Lauro, all’udienza del 12 luglio 1996 ha ricordato di una richiesta formulatagli da Vernaci Giuseppe circa le modalità da seguire per procurarsi un passaporto falso.
“Del  resto – si legge ancora nel testo firmato dal dott. Franco Greco - che il Romeo fosse interessato al  Freda non solo al momento della fuga da Catanzaro, ma  anche ad aiutarlo ad espatriare in Costarica risulta dalle dichiarazioni del v. Questore Canale Parola (…)  laddove affermava che a seguito delle confidenze del Barreca, erano state poste sotto controllo le utenze telefoniche del Romeo e di Sembianza Benito (entrambi, il primo  avvocato e il secondo commercialista, avevano lo studio nel  medesimo  appartamento) ed era stato così possibile, grazie anche all’involontario ’contributo’ della convivente  del terrorista  nero,  che si trovava nello studio dell’imputato, localizzare e catturare il Freda in Costarica”.
A convalidare ulteriormente il ruolo del Romeo nella fuga del Freda concorrono  infine le dichiarazioni dei  terroristi di estrema destra, vicini  ad Ordine Nuovo, rese nell’ambito del processo Addis Mauro + 147 celebrato davanti all’Autorità giudiziaria di Roma. “Il  che conferma le dichiarazioni del Lauro allorché riferiva che Dominici Carmine gli aveva detto che il Romeo apparteneva ad ‘Ordine Nuovo’: d’altronde, lo stesso De Stefano Paolo era rimasto occultato in un ’covo’ terroristico nella disponibilità  dell’avanguardista Delle Chiaie Stefano, ma frequentato anche dal  noto esponente di ‘Ordine Nuovo’ Concutelli Pierluigi”.
La presenza  del De Stefano nel  “covo” dei terroristi indica, ovviamente,  che essi lo consideravano alla stregua di un loro affiliato e quindi soggetto di massima fiducia.
(Ove non meglio specificato, i tratti di testo riportati tra virgolette sono tratti dalla sentenza contro Paolo Romeo depositata il 12 aprile 2001)
 
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