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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
L’intervista Giuseppe Lumia PDF Stampa E-mail
Riina e Provenzano non sono così lontani
di Giorgio Bongiovanni



Ora che la mafia si è riorganizzata e ha consolidato i rapporti con il mondo dell’imprenditoria e della politica potrebbe commettere qualche omicidio eccellente per chiudere i conti con quella parte della istituzioni che non ha potuto, o voluto, mantenere le promesse fatte. Proprio in questa prospettiva di una futura stagione violenta rientrerebbe quel piano di Cosa Nostra di eliminare l’ex presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Giuseppe Lumia confessato dal neo-collaboratore di giustizia Nino Giuffrè.

Dottor Lumia, il pentito Nino Giuffrè ha rivelato il progetto di Cosa Nostra di organizzare un attentato nei suoi confronti. Nei primi verbali redatti in seguito alle sue dichiarazioni il collaboratore dichiara non solo che lei era un “martello pneumatico”, ma che forse aveva pestato qualche callo. Pensa che tale affermazione possa riferirsi ad interessi esterni a Cosa Nostra nel tentativo criminoso?
Sto riflettendo molto sul progetto di Cosa Nostra di attentare alla mia vita e sul fatto che questo fosse già in fase molto avanzata, considerato che erano già pronte armi da guerra. Ho dunque valutato tre possibili scenari dai quali potrebbe scaturire un’azione violenta da parte della mafia e il primo di questi è dato dal conflitto interno all’organizzazione derivato dalla questione delle carceri. Vi sono infatti interessi divergenti tra i boss che “stanno dentro” e quelli che “stanno fuori”. Tra Bagarella, Riina e la corrente di Provenzano. Secondo me, infatti, quella di ritenere Riina e Provenzano totalmente differenti è stata una lettura un po’ forzata degli eventi. Sarebbe bastato tenere in considerazione il fatto che i loro figli, a Corleone, si frequentavano.

Da alcune intercettazioni è emerso che Provenzano sarebbe costretto a rendere conto a Riina e Bagarella nonostante essi si trovino in carcere.
Esattamente, e oggi si potrebbe cominciare a maturare l’idea di una divaricazione. È possibile, infatti, che questo conflitto si apra poiché i boss che si trovano in carcere non accettano di finire la loro vita come ergastolani e fanno quindi pressione su chi “sta fuori” chiedendo un’attivazione. Questo, nella consapevolezza che i boss in libertà godono di ottima salute in termini di affari, di ricchezza, di connivenze e che dovrebbero utilizzare il potere economico che stanno riconquistando e le collusioni politiche che stanno riannodando a vari livelli anche per risollevare i problemi interni. Bisogna in ogni modo leggere l’escalation che c’è stata. Dapprima Provenzano ha incaricato Aglieri, persona sua fidata, di trovare una soluzione accomodante con lo Stato, di concludere una sorta di trattativa. Quando questa soluzione è stata sbarrata – e in Commissione Parlamentare Antimafia abbiamo contribuito a farlo –, allora è sceso in campo Bagarella, un boss che conosce perfettamente la regola, un boss che sa che parlando a quel livello, senza ottenere nessun risultato, si rischia di diventare dei quaquaraquà, cioè di perdere prestigio. Per cui Bagarella ha ritenuto di giocare tutte le proprie carte e sa che deve ottenere qualcosa. Ecco perché il pericolo di questo potenziale conflitto esiste. E adesso si possono divaricare gli interessi e si può passare alle armi.
Una seconda area di conflitto riguarda invece ciò che anche i servizi hanno recentemente indagato e che può essere rappresentata in questo modo: Cosa Nostra potrebbe dichiarare guerra a quegli esponenti politici che, a torto o a ragione, sono ritenuti responsabili di aver fatto delle promesse, di aver stretto dei patti che adesso non sono in grado di mantenere. Anche in questo caso c’è stata un’evoluzione, poiché fino a poco tempo fa i boss in carcere – la parte di Cosa Nostra che più spinge verso questo tipo di conflitto – erano vicini a mete importanti. Se sul 41 bis c’era un coro molto critico e un garantismo peloso che si esponeva, dall’altro lato c’era la legge sulla revisione dei processi che era arrivata ad una fase avanzata. Tanto che si voleva addirittura chiedere la legislativa in Commissione. Con altri parlamentari mi sono adoprato affinché questa cosa venisse bloccata. Quel fronte che pensava di essere ad un passo dal risultato, quindi, ha via via ottenuto delle delusioni vedendosi ricacciare indietro e, ora, è da mettere in conto – come dice il rapporto del Sisde – una sua reazione violenta nei confronti di una parte delle Istituzioni. Da qui, i nomi, che sono emersi nel rapporto, di Dell’Utri e Previti, e di quegli avvocati parlamentari che, negli anni passati, sostenevano alcune proposte critiche riguardo alla legislazione antimafia. Personaggi che, ora, sono ritenuti da Cosa Nostra dei traditori. Rimanendo in questo linguaggio, naturalmente, non c’è solo la valutazione critica di Bagarella, ma penso ci sia una sorta di minaccia in due direzioni: una sempre verso il fronte esterno, l’altra verso quell’ala della politica che i boss ritengono, a torto o a ragione, a loro vicina.
La terza area, quella che ha sorpreso un po’ tutti, e nella quale rientra anche il progetto di uccidermi, è quella sulla quale, in questi mesi, abbiamo lavorato poco. Quella che abbiamo sottovalutato e che si concretizza in una reazione violenta da parte di Cosa Nostra “che sta fuori” verso quella parte delle Istituzioni che, invece, si sforza in tutti i modi di tenere prioritario l’impegno antimafia. E quindi lavora per migliorare la legislazione antimafia, insidia sul territorio la presenza mafiosa, si batte contro il riciclaggio, contro le collusioni nel mondo degli appalti e con la politica e l’economia.
E la colpa di questa sottovalutazione penso sia dovuta anche alla lettura errata che si è data alla figura di Provenzano. Lo si è dipinto come un pacifista, uno che dialoga quando, invece, è nota a tutti la sua partecipazione alle stragi e il fatto che il passo indietro da lui compiuto fosse dettato da una semplice esigenza di sopravvivenza alla repressione dello Stato.
Per questo ritengo che si sarebbe potuto verificare un delitto, il mio per esempio, con l’intenzione di scatenare una reazione, sul piano legislativo, verso il fronte delle carceri. Provenzano, inscenando una sorta di tragedia, avrebbe così mantenuto intatta la struttura che sta fuori aiutando al tempo stesso chi, negli ambienti politici, aveva fatto promesse che oggi non è in grado di mantenere. Su Giuffrè, intanto, sarebbe ricaduta la responsabilità di quello che lui stesso ha definito un omicidio storico poiché esso sarebbe apparso come la conseguenza di una mia dichiarata ostilità nei confronti dello stesso Giuffrè e dell’egemonia da lui esercitata sul suo mandamento. Il boss sarebbe apparso come “uno che si monta la testa” e che avrebbe voluto scalare il trono di Cosa Nostra sul quale a Provenzano è sfuggita la mano. E c’è un banco di prova, anche sul piano legislativo, di questa ipotesi che va verificata: rispetto alla mafia che sta in carcere quella che sta fuori non viene colpita con altrettanta forza.

Per esempio?
Un esempio è la cacciata di Tano Grasso. Un segnale che, sicuramente, la mafia che sta fuori ha accolto positivamente se consideriamo come il racket e l’usura vengono oggi utilizzati massicciamente sia in Sicilia che in Calabria. Un altro esempio è dato dalle leggi a favore della mafia che sono state approvate: il falso in bilancio; le rogatorie internazionali; il rientro dei capitali esteri, un canale che una parte di mafia avrà sicuramente già utilizzato per riportare il denaro in patria e ripulirlo.
Ci sono, poi, altre leggi che i mafiosi stanno aspettando fiduciosamente e che hanno buone possibilità di essere approvate: il legittimo sospetto, il quale, storicamente, è già stato utilizzato dalla mafia per poter allontanare i processi ed ottenere le famose assoluzioni degli anni Cinquanta (Portella delle Ginestre è solo un esempio); l’avviso di garanzia immediato, grazie al quale un boss che sta fuori verrebbe immediatamente avvisato e, quindi, potrebbe scansare l’azione investigativa; le intercettazioni telefoniche che infastidiscono l’operato di Cosa Nostra; la 192, la legge sulle dichiarazioni incrociate dei pentiti; la separazione delle carriere che porterebbe ad una sottomissione del pubblico ministero all’Esecutivo; la legge sugli appalti che è un segnale di convivenza.
Queste cose, ovviamente, vengono guardate e Cosa Nostra che sta fuori, ripeto, potrebbe anche decidere di commettere un gesto eclatante e violento al fine di scaricare tutta la responsabilità sui boss in carcere e svincolarsi da un patto che non riesce a mantenere. Così facendo svincolerebbe a sua volta la politica dai patti che nemmeno lei riesce a mantenere, per poi riannodare un rapporto mafia-politica e mafia-economia nel quale potrebbe anche consolidarsi il futuro cammino di Cosa Nostra.
È ipotizzabile, dunque, che sia questo lo scenario dentro cui poteva maturare il delitto e ciò spiegherebbe il motivo per cui Giuffrè, preso fra due fuochi – Riina e Bagarella da una parte e Provenzano dall’altra – avrebbe deciso di collaborare.

Giuffrè, come ha detto il procuratore Piero Grasso, ha molto da raccontare e in futuro vedremo se le sue dichiarazioni sfoceranno nei pubblici dibattimenti. C’è comunque da sottolineare che Giuffrè era capomandamento durante il governo di centrosinistra e che potrebbe quindi fare rivelazioni riguardanti qualunque fazione politica.
Ho combattuto Giuffrè quando era sottovalutato. Oggi bisogna prestare attenzione ad alcune cose. In primo luogo a non ridimensionarlo: già si sente dire che forse non era così importante, che forse non era il numero due di Cosa Nostra, che forse non va sopravvalutato ecc. In secondo luogo a non mettere da parte i rapporti mafia-politica e mafia-economia. E infine a pensare alla possibilità di un suo utilizzo a prescindere dall’azione della magistratura. Noi dobbiamo dare fiducia alla Procura di Palermo!
Penso che la collaborazione di Giuffrè potrebbe realmente creare, per usare le parole di Grasso, un “terremoto giudiziario” ed è questo il motivo per cui va gestito con attenzione. Il suo contributo sul rapporto mafia-politica potrebbe essere di assoluta importanza ed ecco perché, da questo punto di vista, non va guardato in faccia nessuno: parli liberamente! In fondo è giusto che il Paese affronti e accetti anche le più terribili e amare verità. E ci sono solo due modi per colpire tale rapporto: attraverso l’azione giudiziaria e attraverso un’azione autonoma della politica. Perché quando un politico frequenta un mafioso, ad di là dell’esistenza di una rilevanza penale rispetto a tale frequentazione va espresso anche un giudizio morale e politico. Questo, a mio avviso, dovrebbe essere addirittura più rigoroso e più severo del primo. E infatti, finché la politica non troverà nelle proprie regole, nell’etica, nel modo di selezionare la classe dirigente, nella progettualità e nei modelli organizzativi che si dà, la forza per allontanare la mafia, i passi in avanti che faremo saranno di corto respiro.
Ecco perché attribuisco una centralità al rapporto mafia-politica; ecco perché credo che la Commissione Parlamentare Antimafia debba finalmente scavare sulle stragi ed individuare le responsabilità politiche – e su questo c’è una indagine in corso –; ecco perché ritengo che la politica non debba fare il clamoroso errore di autoassolversi o di colpire la magistratura che, anche in questo caso, con la collaborazione di Giuffrè, vorrebbe fare un passo avanti in questa direzione.

È opinione diffusa ritenere Cosa Nostra l’organizzazione criminale più pericolosa operante sul nostro territorio e su quello internazionale. Tuttavia, attualmente, la Commissione Antimafia sta studiando in profondità il fenomeno della ‘Ndrangheta scoprendo che tale sodalizio avrebbe ormai raggiunto se non superato la mafia siciliana.
Anche nel caso della ‘Ndrangheta è stato commesso un gravissimo errore di sottovalutazione da parte di tutte le Istituzioni, della società civile e del mondo della cultura. La criminalità calabrese, infatti, è oggi la più importante organizzazione mafiosa poiché è la più forte a livello economico, ha subito meno “danni” sul piano delle collaborazioni di giustizia, ha saputo assorbire i colpi provenienti dal fronte giudiziario; dispone di un reticolo familistico impressionante, con un forte ancoraggio a modelli arcaici e nello stesso tempo ha una proiezione quasi postmoderna nel campo della finanza e del riciclaggio. Non solo. È anche in grado di approvvigionarsi direttamente grazie alla collaborazione con i cartelli di Cali e di Medellìn – per quanto riguarda la cocaina – ma anche di effettuare operazioni di riciclaggio utilizzando propri colletti bianchi. Soggetti che hanno saputo “produrre” al proprio interno e dislocare nei santuari della finanza nazionale ed internazionale. Per questo prevedo che tale potenza economica arriverà ad invadere il territorio infiltrandosi, ancor più massicciamente di quanto già non lo sia, nelle Istituzioni e nell’economia. Non è, tra l’altro, da escludere che potrà avere, così come è accaduto a Cosa Nostra negli anni Ottanta, quell’evoluzione critica che porterà al delirio di onnipotenza e al conseguente scontro con la mafia siciliana.

I contatti con Cosa Nostra, però, ci sono sempre.
I contatti con Cosa Nostra ci sono. A tal proposito vorrei precisare che la mafia siciliana non va sottovalutata poiché ha una tradizione di alta qualità. Penso ci siano dei segnali di ottime convergenze che potranno essere cimentate. Mi riferisco, ad esempio, al Ponte sullo Stretto o ad altre opere pubbliche. Per quanto concerne il narcotraffico ci risulta che le due organizzazioni criminali stiano collaborando e che Cosa Nostra utilizzi il fortissimo rapporto che la ‘Ndrangheta ha con i veri grandi mercanti internazionali della droga. Anche su questo fronte ci aspetta una difficile stagione di possibili alleanze con cui dovremo fare i conti.
 
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